Nember, Giuseppe
ms autografo, dicembre 1799, pp. II, 49;
già nell’archivio della fam. Nember di Quinzano, ora presso gli eredi
.


Memorie Che possono servire di continuazione alla mia Storia patria
e a raddrizzare le storte Idee ad alcuni che forsi ne avran bisogno.
Scritte nel Mese di Dicembre 1799. =

<II>

Scribe hoc ob monimentum in Libro: et trade
auribus Iosue: delebo enim memoriam Amalec
sub cęlo.

Exodus: Cap. XVII. ver. 14.

Exultate in lętitia Iacob; et hinnite contra caput
Gentium, personate, et canite, et dicite: Salva Domine
populum tuum reliquias Israel

Redemit enim Dominus Iacob, et liberavit eum de
manu potentioris.

Ieremia. Cap. XXXI. v. 7. 11

Videbunt recti, et lętabuntur: et omnis iniquitas
oppilabit os suum.

Quis sapiens, et custodiet hęc: et intelliget
misericordias Domini ?

Psalmus. CVI. 42. 43.

<1>

Prefazione

Quando l’orgoglio trascorre tutti i confini, e investe di fronte la verità; quando lo scandalo divien enorme, e generale; quando il periglio della seduzione cresce, ed incalza; quando il rispetto dovuuto [!] agli unti del Signore degenera in disprezzo, e in manifesta ribellione; quando la politica d’un governo {non contento di avere usurpato il dominio temporale, giunge a tentare di voler usurpare ogni dominio più sacro di Religione con manifeste iniquità,}[1] quando il magistero della mansuetudine, e della privata persuasione non serve, fuorchè a fare insolentire, e incaparbire gli erranti, allora (quante volte ho detto trà me, e me!) non solo è cosa giusta, ma doverosa, che si prenda a difendere la causa della verità, onde almeno preservare dall’infezione i sani, e ritorcere, per quant’è possibile, il corso all’errore. Eppure conveniva tacere, e lasciar che tanti uomini obbliassero gli obblighi i più sacrosanti, contratti con Dio, con se stessi, co’ suoi simili, colla Patria, lor madre, e coi legitimi lor Principi. La stampa non era libera, che per ispargere l’empietà, e l’irreligione fin nei più semplici, e meno accorti, e per fomentar le discordie, che miseramente han tenuto avvolto in un perpetuo spirito di vertigine la bella Italia, mortalmente bersagliata da calamità, e da vicende, che forsi non viddersi mai più, nè mai più rinnovarannosi nel gran Teatro di questo Mondo.

Non essendo Quinzano stato esente di questi mali ho creduto, per ischivar l’ozio, che ho sempre abborrito di dover[2] prender la penna, e scrivere queste Memorie, che potran servire di continuazione della mia Storia Patria, e di confutazione insieme di alcune dottrine, e massime che furono sparse e disseminate ancora in questo mio Paese dopochè il Giaccobinismo lo ha disonorato tanto. [2]

Se qualche volta adoprerò la sferza contro i maestri della menzogn[a] lo farò, perchè la verità non comparisca debole, inerme, e timi[da,] e perchè l’Appostolo mi avvisa “Increpa[3] illos dure.” (ad Titum. I [13)] Tuttavia se mai talvolta trascorressi troppo più in là che ragi[one,] e giustizia, o carità soffrisse, io mi offro pronto a sodi[s]fare la parte offesa al minimo cenno, purchè mi mostri ch’io [ab]bia torto. [3]

* * *

Dopo la gran battaglia del dì 18 Aprile 1796 seguita con la peggio de’ Tedeschi nelle vicinanze di Dego, detta di Montenotte, per cui il Barone Beaulieu fu costretto abbandonar il Piemonte con una ritirata però così gloriosa, che prova i talenti militari, e la fedeltà insieme[4] di questo Generalissimo, discende ambizioso, e arrogante le {Alpi}m Bonaparte, quel genio sorprendente per distribuire a tempo l’esecuzione d’ogni suo disegno, tutto artifizioso per operare senza scoprirsi mai, risoluto di tutto azzardare, quando era inutile il consiglio, scaltro a coprire tutte le sue operazioni, nato fatto per flagellar l’Italia, discende dissi, con un’armata smaniosa di saccheggiare il giojello Italiano, sprovista di vitto, e vestito, di attrezzi militari, e di tutto ciò, che era necessario per un corpo di cento, e più mille briganti scalzi, e affamati.

Piena questa falange del fanatismo di soggiogare i Rè prende in ostaggio tutte le Città del Piemonte, le spoglia d’armi, e de’ {cannoni,}m e trionfante arriva [sin] al Pò. Ritrova in ogni luogo gli amici de’ segnati nomi di libertà e di eguaglianza e sparge nelle contrade Lombarde il terrore, e lo spavento. Ma prima di seguire questo Generale nelle sue imprese, io dirò, che il sistema di neutralità abbracciato dal Senato Veneto, ordito dalla cabala de Veneti Giaccobini, e addottato dalla debolezza, in cui trovavasi allora la Repububblica [!] portò a noi il piacere di veder a passare {per}i questo Paese parte della Truppa Tedesca, della Divisione e del Generale Colli, che osservò un essatta disciplina, e nulla prese se non col pagamento.

Passato l’Ollio a Pontevico da Colli innoltrò il suo corpo verso le campagne di Montechiaro. Nel dì 22, e 23 di Maggio emigrarono[5] [4] intiere famiglie Cremonesi e disperse, e atterrite, cercavano de’ loro mobili e di loro persone sul Bressciano asilo e sicurezza. Considerata la lor Provincia nemica, temevano i Cremonesi la mala fede e la irreligione della forza francese. Quinzano, come Paese neutrale, era pieno di queste sconsolate famiglie, alle quali diede un luminoso esempio di vera ospitalità e commiserazione.

Finalmente la mattina del dì 25 Maggio la vanguardia Francese passò l’Ollio a Bordolano, e venne a Quinzano. Il General Gujem[6] la comandava. Dopo un riposo di poche ore corse a Virola e vi pernottò. Fu sospesa la Processione del Corpus Domini[7], che dovea farsi nel giorno seguente per il timore del passaggio di nuova truppa, e che rubbasse le tele di lino, con le quali copronsi le strade. Due giorni dopo passarono per Quinzano 22 Carri carichi di razioni, che furon diretti a Quinzanello, dove eransi acquartierati i Francesi in numero di 10 mila. Assicurati, che non dovea passare altro corpo francese, nella Domenica si fece la Processione secondo il costume. Molti altri carri Cremonesi passarono nel dì 30 carichi ancor questi di razioni e scortati da una compagnia di soldati furono diretti verso Bagnolo. In fine dopo il giorno 4 Giugno in cui transitarono 150 carri Piacentini che avevano per scorta 200 soldati di cavalleria pochi carri passarono tra noi. Avendo nel dì 10 Giugno [5] Sua Eccellenza Alvise Mocenigo Capitano Vice Podestà di Brescia ordinato, che 400 carri del nostro Territorio pasassero al servizio dell’armata Francese furono in parte sollevati i Piacentini e i Cremonesi da tale aggravio. Quattro Carri furono mandati dal Comune nostro a Peschiera e per non essere sottoposto alle militari requisizioni destinò due Carrette, perchè servissero costantemente l’armata che senza prescrizione di legge scorrea le terre venete, e le assegnava contribuzioni senza indennizzarle degli aggravi, che le reccava.

Io non dirò come debellato, e stordito dopo molte, e diverse battaglie, e dopo molti e diversi tradimenti abbia dovuto ritirarsi ne’ suoi stati l’esercito Tedesco. Non dirò nemmeno perchè Bonaparte abbia creduto troppo ardua impresa d’inseguirlo e d’incalsarlo[8], nè perchè s’arrestasse quando lo vidde ridotto entro i limiti del suo Imperio. Non dirò finalmente come il corpo del General Massena restasse quasi intieramente distrutto dal General Laudon nel Tirolo, nè la difesa fatta dai bravi tirolesi della lor Patria, e del lor Sovrano. Tralascierò pur di dire perchè tenessero i Francesi sotto forte presidio la Fortezza di Peschiera, perchè ingiustamente scorressero le Terre spettanti alla Veneta Repubblica, come espugnassero una delle più formidabili Piazze d’Europa, Mantova, come in fine abbia cercato di portare la guerra nel cuore istesso della Germania, poichè sarei troppo lungo, e perchè ciò precisamente non appartiene alla mia patria Storia. Quindi, passerò piuttosto a narrare la crisi dolorosa e funesta che sommosse la più fedele [6] delle Città Venete, Brescia che sparse un tempo tanto sangue per viver tranquilla e sicura all’ombra de’ suoi allori sotto i felicissimi auspicj del pacifico Dominio Veneto.

Sarà sempre memorabile l’avvenimento del giorno 18 Marzo 1797, in cui per opera di pochi Cittadini ajutati, e fiancheggiati da 450 briganti Bergamaschi, e da alcuni Milanesi avvenne la dolorosa rivoluzione, che fecer nascere per favorire la loro sorte, e non per render migliore quella della Città stessa, e della Provincia, che sommosse ne’ suoi primordi le Valli, e quasi tutte le terre più popolate del territorio. Infatti scoppiata questa controrivoluzione molti di Virola Alghise, e di Pontevico vennero armati a Quinzano. Cercarono di far alleanza, e proposero ai Sindici[9] della Comunità, che con alcuni soldati armati andarono ad incontrarli sulla strada di Virola, di far causa comune per difesa del legitimo Principe. Ma avendo i nostri preventivamente inteso, che il Capitano Filiberi nè era arrivato nè era per arrivare con la sua compagnia di Cavalleria a Pontevico ricolmi della maggiore tristezza per vedersi esposti al più grave de’ pericoli, risposero che la prude<n>za li consigliava a prender tempo, onde poter sciegliere quel partito, che le circostanze avessero mostrato per il più savio. Dopo un rinfresco ritornaron [7] ai lor Paesi.

Mai più Quinzano si trovò più incerto nelle sue deliberazioni. Da alcuni dicevasi che l’Armata Francese non avrebbe preso alcuna ingerenza in questa rivoluzione. Da altri sostenevasi che in fine i Paesi obbedienti al Sovrano non sarebbero stati garantiti, e che in fine gli abbitanti avrebbero dovuto cimentarsi coi Francesi. Finalmente in questa dolente situazione s’intese il fatto accaduto a Salò nel dì 31 Marzo in cui furono battuti, e dispersi i Rivoluzionari Bresciani. Questo fu uno dei momenti, in cui credevasi, che i ribelli dovessero soccombere. Ma il genio del partito prendeva forza deponeva la maschera, e Salò fu poco dopo dai Francesi abbandonato al saccheggio. I Deputati delle Valli erano alla Dominante, e assicuravano il Senato della loro lealtà e divozione. Ma Pesaro, e Corner Deputati a Bonaparte scrissero {da Udine}m li 25 Marzo al Senato, che dal contesto dei ragionamenti tenuti con questo Generale poteva dedursi che lo Stato Veneto era risguardato dai Francesi come Stato precario. Ciò che fu confermato da Alvise Querini Nobile a Parigi presso il Direttorio con Dispaccio 1 Aprile, diretto agli inquisitori di Stato. E quantunque Quirini con altro Dispaccio 8 Aprile avvisasse gl’Inquisitori, che due Direttori sostenevano la Rivoluzione di Bergamo, e di Brescia ... [10] e che Baras ... stava indeciso, pure per [8] ordine del Direttorio dovette Querini ai 22 di Maggio partir da Parigi, quantunque avesse promesso a Barras li sette Millioni di Franchi onde la quistione fosse decisa a favore del Veneto Governo. E se Barras che esercitava sì turpe mercimonio non avesse burlato Querini, la Dita Nicola Ignazio Pallavicini di Genova avrebbe pagato questa somma, che erasi sagrificata per salvar la Repubblica. Se non che Venezia doveva lottare colla frode, e colla violenza Francese. Infatti nel dì primo Aprile venne a Quinzano Francesco Bertelli, Segretario allora del Comitato di Finanze a cercar soccorso per la Città pericolante assicurando che i Francesi non avrebbero tardato a proteggere la Rivoluzione. A gloria però dei buoni, ed a confusione dei cattivi, 40 soli andarono a Brescia nel giorno dopo col Bertelli, e questi sedotti, ed ingannati da alcuni pochi fanatici, che voller dar prove di amare quella libertà, di cui ignoravano {i confini}[11]. Questo passo però, che può dirsi l’unico attestato, {che han}[12] potuto dare i nostri patrioti ai lor fratelli bresciani fu mal inteso dalla maggior parte del Paese, che non fu mai persuaso di andare, come han costumato tant’altri Paesi, a Brescia a riconoscere coll’atto pubblico di fraternizzazione quel Governo, che in pochi giorni si fondò sulle rovine di tante Famiglie, e sul sangue sparso di non pochi fedeli sudditi, che si mantennero sino all’ultimo attaccati al loro {legitimo}i Principe. [9]

Incapace per tanto la Bresciana Provincia a sostennere gl’impeti dei Repubblicani, scortati da un distaccamento della Legion Lombarda, comandato da La-Hoz Uffizial Francese obbedì all’imperiosa necessità. Castenedolo, Carsina, Vestone, e Levrange saccheggiati, e in una gran parte dati in preda alle fiamme provano il mio racconto. Stabilito cosí il Governo furono disarmati i Paesi, e spogliati dalle loro armi. Le truppe coalizzate isforzavano con violenza a dichiararsi Repubblicani. Se non che dopo ch’ebbero gli Appostoli della Libertà, e dell’Eguaglianza, dal Governo pagati declamato in ogni angolo della Città contro gli Aristocratici, si sparsero per le contrade della nostra ricca, bella Provincia, e con declamazioni, che non avevano {nè dignità}[13], nè sogetto, nè titolo, sfogavano l’odio il più inumano, ed ingiusto, di cui o erano, o mostravano di essere compresi, contro gli Aristocrati<ci>, e persuasi che questa loro acrimoniosa verbosità, sostituita alla vera eloquenza avrebbe in fine tratto il popolo a creder le ciarle più presontuose per verità indeclinabili, amaron di farsi battezzare per uomi<ni> superfiziali, per cervelli da pregiudizj stravolti, e per ciarlatori degni dei battimani d’un popolo, che non sa giudicare, e che non è buono che di corrompere il parlatore, e di essere corrotto. Quinzano ebbe la disgrazia di avere trà questi Appostoli un suo patriota. Finalmente [10] l’Avvocato Girelli, accompagnato da alcuni fanatici repubblicani venne a Quinzano a posta per parlare al popolo, ed ebbe la pazzia di fare la sua declamazione sulla Cattedra di verità nella Chiesa Parocchiale, con iscandalo di tutti i buoni. Il Signor Don Giovanni Bertoglio, quem honoris caussa nomino, non era allora in Paese. Ritornato, disapprovò il coraggio di Girelli, per aver parlato dal pulpito. Fu accusato al Comitato di Vigilanza, e perchè gustasse i primi frutti di libertà del mansuetissimo Governo, dovette andare nel Convento di San Pietro di Brescia a piangere per otto giorni il suo peccato repubblicano.

Io non annalizzarò quì tutte le leggi, che emanò ne’ suoi primordj questo Governo per sedurre un popolo, che lo voleva Sovrano tiranneggiato. Dirò solo che i fatti non corrisposero niente affatto alle promesse, di modo che la libertà, e le proprietà di molti furon ridotte a problema, l’industria quasi paralizzata, il commercio poco meno che annientato, la gioventù non solo educata nel seno degli esempj i più pernicciosi, ma perché imparasse a beffeggiar la sana morale, a minacciar la Chiesa, e la sua Religione i famosi Professori Tamburini, Zola, e Colombi furono i suoi pubblici Istitutori.

A 24 di Marzo il Governo avvisò con un Proclama il Popolo Sovrano, che la libertà sarebbe illusoria in una Nazione [11] se non fosse accompagnata da quella di poter dir e scrivere, e far stampare i proprij sentimenti: che la stampa era libera purchè non si scrivesse, o facesse stampare contro le massime di Religione, della immoralità. Eppure quasi ogni giorno vedevansi libelli, che facevan la Religione in branni che corrompevano i costumi. Fogli periodici fatti a posta per vilipendere gli Uomini dabbene, per farli palpitare, per conculcar i virtuosi, e per perseguitare gl’innocenti, e i saggi innondavano ogni luogo. Ai 29 di Maggio con un Proclama s’ebbe l’impudenza di dire che =il Tribunale del Santo Offizio ripugnando alle leggi della Religione, e dello Stato il Governo lo aboliva immediatamente, e che i beni appartenenti al detto tribunale eran passati in posesso della Nazione, in conseguenza di chè veniva reintegrato l’Episcopato dell’usurpata cognizione delle cause di Fede, con que’ metodi però, che sarebbero stati stabiliti dal Governo, in appresso. I metodi furono che fu in pericolo il vescovo di essere fucilato, perchè con eroica costanza, si mostrò risoluto di perdere con tutti i beni la vita istessa, piuttosto che soggettarsi all’inique leggi del Governo, il dotto Padre Inquisitore Carlo Domenico Bandiera per essere non affetto alla Famiglia de’ Padri Domenicani di Brescia dovette subito partire per la sua patria Ancona, da dove [12] ha voluto onorarmi più volte con le sue solite lettere affettuosissime, e col mandarmi, quasi presago di sua vicina morte il suo prezioso Reliquiario, che mi ricordasse sempre l’amore, che mi professava, e la dolce amicizia, che passava trà noi.

Ai 13 di Giugno il Governo decretò libero a qualunque Prete Bresciano il concorso alli Canonicati della Cattedrale, ma si riserbò egli la scelta. Trè giorni dopo, considerando che l’elezione dei Parrochi è d’originario diritto del Popolo, comandò che li Parrochi fossero eletti dal Popolo, salvo l’esame d’istituzione dell’Ordinario. Eppure il Canonico Don Giuseppe Morelli di Gambara, eletto dal Popolo di Manerbio per suo Parroco, perchè non potè avere la Fede di quel civismo, che voleva la Vigilanza non fu dal Governo ammesso, e fu anzi approvato il refrattario Capuccino Ragosa. Il giorno dopo sancionò che =il diritto di conoscere, e decidere le cause matrimoniali sarà quindi innanzi della competenza della sola potestà civile=. Un Parroco stampò subito impudentemente una lettera in difesa di questo Decreto, benchè sovversivo della podestà della Chiesa, e derogante la sua stabilita Disciplina, e li 28 7bre con iscandalo di tutti i buoni sortì l’empio Proclama,[14] con cui contro i Canoni del Concilio di Trento si arroga [13] il Governo il potere di ridurre li 14 impedimenti annullanti e dirimenti il Matrimonio a soli sei, sciolgendo [!] cosí i Preti ed i claustrali dal voto di castità, e permettendo a parenti di potersi congiunger insieme ne’ più stretti gradi senza alcuna dispensa purchè non fossero nel caso di un ascendente con un discendente o di un fratello con una sorella, cioè genitori, o fratelli. Io era allora per mia disgrazia Giudice di Pace; non volendomi scostare dalle dogmatiche Difinizioni Tridentine, risguardandole per la {guida}i della mia cattolicità, stimai cosa prudente convenire secretamente con gli ottimi Parrochi del mio Municipio sul modo da tenersi nei casi, che si fossero presentati, onde non avessimo ad assistere a dei Matrimonj, che fossero agli occhi di Dio invalidi. Il Professor Tamburini stampò allora in Brescia un libretto =del Diritto della civil Podestà sul contratto del Matrimonio=[15], che fu diffuso dal Governo a tutte le autorità costituite. Ma perchè era infetto di molti errori, e pieno di seducente impostura, come han provato valenti Teologi, non potè sedurre, se non gl’ignoranti, e i Parrochi infetti di Giansenismo.

La scaltrezza del Governo adulò cosí il popolo, e lo adescò col nome di libertà senza lasciargli mai capire, che si burlava [14] di lui, per ridurlo alla più dura servitù sino a tanto che non l’ebbe diviso, secondo i precetti di Macchiavello in tante piccole repubbliche. Infatti dopo organizzati i Cantoni, e le Municipalità, vedendo che avea tratto le Magistrature a norma delle perverse sue mire, e che di esse poteva sicuramente servirsi per far eseguire le ingiustizie del suo dispotismo, incominciò a progettare, a risolvere, e a pubblicare che la Patria invitava i suoi cittadini a sostennere i pesi necessari per la sua difesa, e per la conservazione della sua libertà. I Dazj aboliti li 18 Marzo furono li 10 Luglio regolati, e restarono sussistenti i più gravosi per il popolo, e i più lucrosi per il Governo. Purtroppo l’interesse, e l’ambizione sempre attiva, e sempre vigilante dei despoti san trovar partiti, per ingannare la buona fede dell’ignava, indolente massa generale degli uomini. Queste furon le leggi per le quali i sacri ministri dovettero sofferire in silenzio le violenze più crudeli, che deposero i veri Parrochi, e che intrusero ministri illegitimi, che sciolsero i voti più sacri, ed augusti, che reser inutili i {ricorsi}[16], vani i lamenti, e i tentativi d’un popolo che si voleva guidare qual mandra imbelle.

Alla vista però di tanto mal uso dei diritti del uomo, e di tanta irreligione cominciò il popolo a commoversi vivamente, e spargendo lagrime inconsolabili sulla sgraziata sua sorte s’accorse, che la libertà promessagli non era che una licenza distruggitrice[17] di tutti i doveri, una libertà, che non conosce alcuna legge, una libertà finalmente riservata ai soli despoti rivoluzionari di operare a man salva tutte le ingiustizie e di sagrificare tutti coloro, benchè onesti, e benemeriti cittadini, che non addottassero e non entrassero nei loro malvaggi progetti. Ma lo scontento universale allarmò piuttosto i Tiranni di nuova edizione, e quindi dieder più rapido corso alle fanatiche [15] loro determinazioni, aggravando sino ad un eccesso insoffribile il giogo che già non era più sensibile, che alla propria vendetta. Pure una squadra di sicarj viddesi allora insultar in ogni luogo, il probo cittadino, e chi professava la virtù, fatto vittima del brigandaggio. La libertà di scrivere, e di parlare, garantita dalla legge è repressa dalla forza. Brescia, la tua richezza, il tuo decoro, la tua libertà, la tua Religione dov’è? Confessa d’aver le catene al collo, che pria forsi non avevi che ai piedi. Ma vediamo come furono organizzati i Cantoni, e le Municipalità.

Dopo creati i Commissari organizzatori, tutti forniti d’un parlar alacre, e d’un frasario vibrato, e fastoso, tolto dalle nuvole a posta per sedur più facilmente il popolo, se per disgrazia ama di essere sedotto, si divisero questi per la Provincia. Quinzano ebbe la sorte di avere l’Avvocato Vincenzo Girelli meno fanatico, e più calcolatore di tutti gli altri, cioè di Fenaroli, Dossi, e Chochetti. Tronco, e grave ne’ detti suoi seppe’ usare di sua agilità per tasteggiare il cuore dei Rappresentanti, che voleva eleggere per cavarne i segreti. Informato del piano delle leggi, che il Governo voleva sancionare era d’uopo, ch’egli eleggesse dei Municipali, che pieghevoli le facessero a suo tempo eseguire. Scelse adunque Rossini, Desiderati, Peroni, David, e Martinelli per Quinzano, Anni e Grazioli per Virola Vecchia, e Scorzarolo, che furon uniti al nostro Municipio. Dopo molte resistenze io fui sforzato ad accettare il gravoso incarico di Giudice di Pace. Minini di Virola Vecchia fu eletto Segretario in benemerenza d’un Discorso fatto in occasione della festa dell’Albero a Virola Alghisi. Alla saggezza di Girelli però fu debitore il nostro Municipio del merito d’alcuni Municipali, che accettarono l’impiego per il solo amor della patria, e non per il bisogno, e se lo spirito di partito, da cui era Girelli dominato, non avesse chiamato intorno di sé degli uomini imbrogliatori il cui patriotismo [16] consisteva nelle piume tricolorate, nella beretta di libertà, nella capigliatura scarmigliata, nel taglio, e nel color dell’abito, non avrebbe forsi con la sua elezione premiato dei talenti leggieri à preferenza d’alcuni altri solidi, che poteva eleggere. Fu cattiva perciò in quest’occasione la sua logica, perchè dall’esistenza d’alcuni talenti, ne’ dedusse quella d’altri affatto disparati. Vedremo però a suo tempo coretto questo fallo.

Non essendovi stanze sufficienti nel luogo della Comunità furono aperte verso la mettà di Luglio, le sessioni nella Casa del Signor Rota, che graziosamente l’accordò per fare particolarmente a me una grazia. Avendo rilevato il Governo che un solo Segretario non poteva adempire a tutti i doveri, verso la fin di Luglio stabilì di lasciare il Segretario eletto per servizio della Municipalità, e di eleggerne un’altro per il Giudice di Pace. Io fui fortunatissimo: mi fu assegnato il Nobile Signor Conte Agostino Padovani, che è maggior d’ogni elogio. Forsi se non avessi avuto questa fortuna il mio destino sarebbe stato quello, che’ fu mai sempre riservato alla timida onoratezza.

Prima però di partir Girelli da Quinzano, ordinò che tutte le argenterie di queste chiese fossero mandate a Brescia. Il Decreto di spogliare le Chiese di questi arredi era uscito da un Mese. Ebbe il Governo la scaltrezza di tenerlo quasi occulto, perchè voleva prima dell’esecuzione far declamare contro i Veneziani, che per salvarle dalla rapina de’ Francesi, avevan pensato di farle trasportare nella Dominante. Forsi avranno avuto un fine meno onesto e meno giusto. Ma questo non proverà mai il diritto che si usurpò il Governo di pigliar dagli Altari del Signore ciò che a lui fu dai popoli con liberalità donato. Girelli però ci lasciò tutti i vasi sacri: si ricordò della storia di Eliodoro: non fu rigoroso in questo spoglio. [17]

Accusato il nostro Prevosto Zanetti di[18] genio aristocratico, di tener lezioni in casa sua contro i dottori della religione rivoluzionaria si machinò presso il Comitato di vigilanza di farlo passare a Brescia, come scimunicato [!] e di sostituirvi un Vicario. Svelati i tenebrosi raggiri di alcuni pochi, che tentaron questo per primeggiare, tanto più in Paese, s’allarmò il clero. Ricorse al Comitato, produsse le difese del legitimo Pastore, e l’affare fu {rimesso}[19] alla prudenza di Girelli, il quale chiamate le parti le compose, fe’ giustizia al Clero, e parlò in modo che l’aggradimento fu quasi reciproco. Dopo partì per Pontevico. Una folla immensa di popolo terazzano, e forastiere, come l’aveva ricevuto, l’accompagnò per curiosità fuor del Paese, e un numeroso treno di legni lo corteggiò sino a Pontevico. Lo strepito de’ mortaletti, e delle campane di tutte le chiese congedarono questo Rappresentante, che amava queste demostrazioni democratiche. Dal popolo di Pontevico fù ricevuto al Ponte dello Strone con apparente alacrità.

Installata questa Municipalità, ignara di quelle cognizioni, che richieggonsi per ben governare un pubblico, incominciò a dar saggi di puerile bassezza. Nacque perciò presto trà essa una division di partito, che non fu repressa, se non quando fu minorato il numero. Per questa discordia non fu terminata la gran mole dell’Albero, che fu eretto nella Piazza del Razetto, e che tuttavia costò più di Franchi 5 000. Il popolo ne fu contento, perchè non ebbesi per questo a fare la festa, cosí detta, dell’Albero.

Ma è tempo di far vedere, come i diritti del popolo, dichiarato Sovrano furono manomessi, e fatti precarj da quei, che avevan esaurito tutto il frasario della virtù, per caratterizzare se stessi, e per essere chiamati republicani,[20] democratici, patriotti, cittadini, uomini virtuosi, amici del popolo, nimici della tirannia, difensori delle leggi sociali, sostenitori dell’umanità, appostoli dell’eguaglianza, martiri della libertà, campioni della virtù, eroi del genere umano. Non contenti pertanto [18] questi sacrileghi Eliodori spogliato le chiese di tutte le argenterie, e fino di molti vasi sacri, appena terminata l’organizzazione provisoria delle Municipalità di tutta la Provincia, in grazia di cui avevano acquistato quella forza, che li assicurava di poter senza ostacoli sopprimer Capitoli, Residenze, Conventi, e laiche Corporazioni per impinguarsi, e per appropriarsi contro ogni giustizia i lor beni, incominciarono a trovar il pretesto che la Nazione avea contratto dei debiti, e ch’era necessario pagarli. Il prodotto de’ Dazj rinnovati, lo spoglio dei depositi dei Monti di pietà, destinati all’alimento de’ poveri non bastavano a provare che i Rappresentanti del Popolo si erano arrogati quell’autorità, che tutta dovea risiedere nella Nazione. Avevano appena i Parocchi della Provincia fatto un discorso per ordine del Governo ai loro popoli, in cui con la possibile chiarezza, e precisione rilevarono[21] il vantaggio, che costituivano superiore ad ogni altra forma di governo, la democratica già stabilita, li avevano appena assicurati che non avrebber più ubbidito, senza sapere il perchè, non più sofferto senza osar di aprir bocca, che la Religione, sarebbe stata protetta in ogni incontro, che sarebbero state conservate le ricchezze, date come rendite alle Chiese, e al culto divino, che sono le ricchezze, e gli averi de’ poveri, che il Governo avrebbe usato la diligenza di Neemia verso l’ordine sacerdotale, quando dalle Sale Patriotiche per ordine del Governo medesimo s’udì declamare ogni sorte di calunie e d’improperj contro le Religioni de’ Possidenti. Con questa cabala il Governo confiscò i beni de’ Monasteri promettendo [19] agl’individui una congrua pensione. Dopo d’aver soppresso i Minori Conventuali di San Francesco, li Carmellitani, gli Agostiniani, i Serviti, i Somaschi, i Benedettini di Sant’Eufemia, li Teatini, i Padri dell’Oratorio, {gli Olivetani di Rodengo,}i e diversi Conventi di Monache, pensò di secolarizzare ancora i Domenicani per assegnare i loro Beni all’Ospitale. Con questo pretesto si levò dagli occhj questi Padri, che per la loro sana dottrina si erano forsi resi odiosi. Questi Beni de’ soppressi Monasterj si misero subito in vendita. Persuasi molti che non fosse lecita la compera, pochi in conseguenza furono i concorrenti. Quindi pensò il Governo d’imporre dei prestiti sforzati, e abilitò i sovventori a poterli ipotecare, pagandoli un quarto meno della stima. Furono eletti per parte del Governo prezzolati Stimatori, e si diè principio ai contrati sacrilighi, ingiusti, illeciti, arbitrarj, e usurarj.

Quinzano portò il danno di due spoglj. Di tutti i beni della Disciplina, il di cui reddito serviva per il mantenimento de’ poveri, e per il Predicatore della Quaresima, e di tutti i beni della Scuola del SSantissimo Sacramento, che mantenevano le cere necessarie per le comunioni degli infermi, e i custodi della medesima.

Anche la Comunità fu spogliata di due Case. Io però non accenno quì che i soli spoglj. Gli acquisitori de’ Beni esamineranno i modi, coi quali stabilirono i loro contratti, che forsi all’osservatorio della giustizia di Dio non saranno leciti.

Era persuaso il popolo che una gran parte del ritratto di tanti beni dovesse[22] andare à perdersi negli scrigni di alcuni Ministri, e Rappresentanti, eppure il governo non sancionò mai una legge contro i ladri e i lapidatori delle dichiarate Nazionali proprietà. Molti in pochi mesi comperaron dei Stabili, e molti falliti, e mendici [20] si fecero ricchi. Questo popolo però, dopo d’avere abbastanza sotto voce mormorato, e col lasciar far tutto bastantemente dormito sotto il giogo (tranne alcuni)[23] dei sessanta tiranni; Dopo d’aver veduto che le promesse, di cui furon ridondanti i primi Proclami erano contradette dai fatti; Dopo d’aver veduto condur nelle carceri, condannar ai pubblici lavori cittadini onorati, perchè o parlarono, o scrissero liberamente e senza frode; Dopo d’aver provato le perfide ricerche, le visite domiciliari, e d’aver veduto punire coll’estremo suplizio tutte le azioni anti-democratiche, purché avesser il colore di sognato tradimento; Dopo d’aver provato, che non avea alcun grado di libertà civile, o di politica indipendenza, questo popolo preso da una spezie di furore non ascoltò più i suoi Rappresentanti, dimenticò quasi le leggi, e fu all’atto di farsi la legge da sé: Tutto annunziava una prossima distruzione del Governo il quale per non lasciar stabilire una bruttale anarchia, e per non veder lo spettacolo comico, che sul Teatro della libertà, e dell’eguaglianza rappresentava al popolo, cambiato in tragico, incominciò a paventare una controrivoluzione, e pensò al riparo. Espose il male a Bonaparte implorò ajuto, e col danaro, unito alle sollecitazioni fecer prometter al politico Generale un pronto provvedimento. Cosí il popolo fu forzato a divorar la sua servitù, ed a mordere le sue ferree catene.

Il riparo di Bonaparte fu questo. Con isc<h>erno disse agl’inviati del Governo, che i Bresciani non sentivano il sacro fuoco della libertà, e che per esser grati ai lori [!] benefattori, dovevan lasciarsi guidare, accrescer la loro forza armata, e fraternizzare coi Milanesi. Per alcuni fu questo un colpo mortale e il popolo antico emulo de’ Milanesi non fu niente contento anzi mormorò contro i Rappresentanti, perchè non avessero steso [21] la mano, e non si fosser uniti ai voti dei Veneziani, quando democratizzati cercaron l’unione.

Poco dopo stabiliti a Leoben {ai 18 di Aprile}i i preliminari della Pace[24] passò Bonaparte a Montebello presso Milano, e lasciò che la sua armata, che non avea potuto questa volta spennacchiare l’Aquila gloriosa della Germania s’imposessasse delle Città venete di Terra Ferma, che sospiravano con delirio di esser liberate dal Governo degli Ottimi per assoggettarsi al Democratico giogo. Già il primo giorno di Maggio Bonaparte avea pubblicato a Palma nuova il Manifesto incendiario, con cui spiegava il suo disegno. Nel giorno dopo fe’ seguire la Rivoluzione del Polesine, del Friul, del Bellunese, del Feltrino, della Marca Trivigiana. Già sapeva che i Francesi s’erano nel dì 25 Aprile imposessati di Verona, che il General di Brigata Giuseppe La-Hoz avea compiuta la rivoluzione di Vicenza nel dì 27, e che il suo Proclama del 8 diretto a Padova per la sua rivolta, avea avuto il meditato effetto.Già da[25] {Gradisca, e da}i Udine Francesco Donà, e Lunardo Zustiniani scrivono li 28, e 29 Aprile al Senato, che non era più tempo di cercar Bonaparte, che si era abbastanza spiegato di voler annientar il Governo Veneto. Già avea posto per opera del Segretario della Legazion Francese Giuseppe Villetard in conflitto i Senatori, ed i Savj Veneti, onde dai diversi partiti potessero i Giaccobini trar vantaggio, e insultare il Governo allora privo d’ordine e di vigilanza. Le turbolenze, i raggiri dell’Avvocato ipocrita Tommaso Gallina, di Giovanni Andrea Spada, uscito appena dai piombi, di Pietro Zorzi Speziale da’ Grosso, di Battaja, del Kavalier Pietro Donà, e l’apparato guerriero, con cui fu radunato il dì 4 Maggio il Maggior consiglio fecero il male estremo, e produssero per una indispensabile necessità di rimedio la distruzion della costituzion d’{un}[26] Governo, che avea meritato l’attenzione di tutti i popoli, per gli esempi di giustizia, e di pace sù cui era fondato. Nel giorno 12 fu convocato il maggior Consiglio e, benchè si trovasse illegale, perchè per legge fondamentale e Saluta-[22]ria[27] dovea essere l’adunanza del numero di 600, per decidersi Decreti di Massima, tuttavia fu presa la Parte di abdicazione spontanea con voti 512, contro 20, e 5 non sinceri. Decreto nullo per la ragion soprascritta, e perché proposto dal solo Doge Manin. Scioltosi il Consiglio tumultuariamente trovò un gran numero di popolo raccolto nella gran Piazza, che dava i più teneri, ed affettuosi contrassegni di figliale attaccamento, e quando seppe che alla perfidia francese, e a pochi membri del Governo doveasi l’obbrobrio dello scioglimento della Repubblica, disapprovò la fellonia, gridò Viva San Marco, e dopo d’aver portato in trionfo le insegne, le inalberò sopra’ le trè grandi Antenne, che sono collocate innanzi la Ducale Basilica, e dopo d’avere più volte gridato, con le donne e’ coi ragazzi Viva San Marco, dimandò qualche capo per vendicarsi contro i sediziosi Giaccobini, poichè non sapeva veder perir vittima sfortunata ed innocente della sua lealtà, e della generosa sua ospitalità una Madre degna di tali figlj. Ma li undici mila schiavoni reggimentati, e i 3500 soldati Italiani erano disarmati, e fatti partire per la Dalmazia. Cosí lo scaltro Generale sentì chiamarsi a Venezia 300 La<n>ceri Francesi senza barche, e senza zattere, ch’erano stati acquartierati per alcuni[28] giorni con un cannone a Marghera, benchè Venezia avesse ancora 200 legni armati, e 800 Pezzi d’artiglieria, che il Kavalier Tommaso Condulmer aveva fatto trasportare nell’Arsenale dopo d’aver spacciato impossibile la difesa, e cosí nel giorno 16 di Maggio ebbe effetto la perfidia, che meditò fin quando era col suo Quartier Generale a Jundemburg li 4 Aprile, e che dimandò minacciosamente il disarmo della Veneta Terra ferma.

Caduta anche Venezia, allora più che mai Bonaparte con magnifici prestigi e con fastoso concatenamento di pittoresche imposture promise ai popoli redenti che sarebbero stati liberi, e che avrebber avuto un maggior [23] ascendente sul restante dei popoli non ancora democratizzati.

Da Montebello era passato Bonaparte al Congresso di Udine, dove, dopo di aver Fenaroli fissati con scheroni i confini trà il Dipartimento del Serio, e il Territorio Bresciano, vi si portò per saldare a Bonaparte il contratto di unione fatto con la Cisalpina. Questo Rappresentante tornò a Brescia ai cinque di Ottobre. Disse che l’oracolo presto avrebbe parlato. Il Governo non voleva che il popolo fosse allora instrutto di questa confederazione. Gl’impostori non erano ancora arricchiti abbastanza. Io era in quel giorno a Brescia, ed’ ebbi occasione di pranzar seco a Casa Calini, dove vennevi appena arrivato. Frattanto che parla il despota d’Italia, io parlerò dell’ordine relativo alla requisizione degli Usseri, da cui potrà rilevarsi qual fosse la giustizia del nostro spirante Governo.

L’ordine era di Berthier Generale di Divisione, Capo dello Stato Maggiore dell’armata d’Italia. Fu pubblicato al Quartier Generale di Passeriano li 24 7mbre. In forza dell’articolo X° di questa legge doveva il Direttorio esecutivo della Repubblica Cisalpina dare gli ordini, e prendere le misure occorenti per la sua esecuzione. {Il Direttorio}i Avvisò per tanto il nostro {Governo}[29], che dovesse nel tempo di 24 ore unirsi ai Comandanti della Piazza Francese, e Cisalpino, onde fossero scelti 60 giovani non maritati, dell’età maggiore di 17 anni, e minore di 25 trà i più ricchi della Città per formare la compagnia spettante a Brescia. Questi giovani dovevano unirsi sul momento, e nominare i loro Uffiziali e nel tempo di dodici giorni al più tardi aver procurato il cavallo, l’uniforme, la sella, la sciabla, e il pajo di pistole, altrimenti v’era una multa sul momento di sei milla franchi. Niente era contribuito per il loro mantenimento, abbigliamento, equipaggiamento, toltone della razione pel loro cavallo. In fine eravi la pena per quello, che si fosse sottratto con la fuga, o in qualche altra maniera di essere [24] trattato come nemico della libertà, la confisca di tutti[30] i suoi beni, e per sopra più responsabile il padre della Disobbedienza del figlio.

La mattina del dì 3 8bre fui dal Commissario del Cantone del Basso Ollio avvisato, che trà il numero dei 60 eravi mio Figlio Vincenzo, e Paolo Figlio del Signor Giovanni Francesco Vertua. Questo Commissario mio parente strettissimo compassionò le mie circostanze, ma siccome non era ancor guarito dalla febre repubblicana, da cui fu colto sin nei primordj della Rivoluzione cosí violentemente, che lo fece per molto tempo delirare a segno che, non avendogli giovato i bagni freddi, né le cassie prese replicatamente per consigio degli Amici, per guarirlo pensò il Governo di farlo Commissario, cosí non potè giovarmi presso i Palladj della libertà. Poco dopo un Ordinanza portò gl’Inviti del Comitato di Vigilanza, che sotto le più severe pene li chiamavano a Brescia.

Se non fossi stato persuaso che il Governo era ingiusto, e tiranno avrei creduto questo fatto per una burla, poichè la mia famiglia non poteva essere delle contemplate dalla legge. Raccomandatomi perciò al patrocinio di Maria della Pieve, agitato dal dolore, e dalla confusione lasciai la famiglia inconsolabile, e volai la mattina stessa col figlio a Brescia. Dopo la mutazion del Governo non eravi più stato. Sorpreso dalla novità di vedere i cambiamenti prodotti [25] dalla Rivoluzione mi presentai al Comitato di Vigilanza, i di cui membri erano i più accaniti Repubblicani. Le ragioni non valsero, anzi fu inutile ogni tentavico[31] e presso il Comitato Militare, e presso il Governo istesso. In conseguenza di chè la mattina dei 5 dovetti presentare il figlio al Capo dello Stato Maggiore della Forza armata Bresciano, e vestirlo dell’uniforme. Vertua fu fortunato, scansò la spesa, e potè vantarsi che le protezioni valevano ancora nel Democratico Governo.

Erano molti li dolenti: furono perciò molti i reclami presentati al Direttorio. Quindi sortì la Legge 15 9bre, che ordinava alle Municipalità dei Dipartimenti, e Distretti, ne’ quali era stata prescritta la requisizione, di dare una nota esatta di tutti i facoltosi del loro Comune, includendo però solamente quelle famiglie, che avessero o cento mila lire di Milano di Capitale, o lire cinque mila di entrata per qualsivoglia ramo di attività. Col paragrafo V però di questa legge dava le regole da tenersi per liquidare i patrimonj dei Padri, e col paragrafo VI dispensava dal servizio, tutti quelli, che avessero giustificato, che le loro famiglie non avevano le facoltà dalla legge contemplate. Allora io presi fiato, documentaj col mezzo del pubblico Stimatore del Governo Belleri, a questa Municipalità il patrimonio della famiglia, che lo mandò all’Amministrazione del Mella, ch’era appena eletta, perchè, come aveva ordine, lo inviasse a Milano. [26]

Una febre di forte costipazione di carattere putrido, dalla quale fu assalito il figlio per l’eser<cita>zione fatto a fuoco in giorno ventoso e freddo assai’ nel campo di Marte, gli produsse il vantaggio di non andare a Milano, quando vi fu chiamata la sua Compagnia. Anzi dopo un rigoroso esame fatto sulla Fede del Medico Fisico Michel Angelo Vergine dall’Amministrazione, dopo la visita fatta dal membro Fracassi al figlio per accertare la verità della petizione, ottenni li 27 9bre di condurlo a Casa come ancor convalescente. In fine il Ministro della Guerra Vignolle con sua lettera 11 Nevoso (13 Xbre) gli accordò l’assoluto congedo in forza della riconosciuta mancanza de’ requisiti voluti dalla legge, e della disposizione espressa del Direttorio in data {dei}i 8 di detto Mese. Cosí ebbe fine il mio giusto rammarico, e la perfidia forsi di alcuni rivali, che prese le vesti, e i colori repubblicani per capricciarsi a mie spese.

Finalmente Bonaparte dispose della sorte dei Bresciani. Avvisò il Governo ch’era disciolto, ed unito alla Repubblica Cisalpina. Grati i Rappresentanti del Popolo Sovrano al Collega Fenaroli che avea un merito distinto per questa unione, e per avere servito, e trattato democraticamente nel suo Palazzo Bonaparte, prima di sciolgere il lor ministero, gli fecero d’una posession nazionale generoso dono, che magnificamente accettò, perchè la fama del suo disinteresse, e amor patrio rimbombasse sulle contrade Italiane. Otto mesi circa compirono questa Magistratura. I Bresciani mostrarono di [27] essere lietissimi di un’avventura, che poteva moderare e resarcire le sue sciagure. Si chiamarono felici, perchè pensavano di poter godere maggior libertà, e di non essere smonti[32], come lo furono dai perfidi, e ingrati lor fratelli, che dopo d’avere però indebolito gli altri, distrussero sè medesimi, lasciando che le ruine indicassero l’architettura d’un Governo, che più non esisteva, benchè fiero della sua libertà, e nemico d’ogni dominio.

Coll’unione di Brescia restò allora diviso il Territorio della Repubblica Cisalpina in XII Dipartimenti. Bonaparte aveva nominato a Montebello li 11 Messidoro (28 Giugno) quattro membri del Direttorio. Non senza ragione si era riservato la nomina del quinto, perchè dopo l’unione di Brescia, che già meditava, voleva eleggere Savoldi di Lonato. Brescia, che fu spettatrice del coraggio di questo libero pensatore al primo lampo della sua rivoluzione, per interesse, e per debolezza onorò il suo trionfo.

Prima però di parlare, e di far vedere se la nostra sorte abbia avvantaggiato sotto questa Repubblica, per maggior chiarezza di queste Memorie è bene ch’io ricordi, che avendo i Rappresentanti del Sovrano Popolo rilevato l’inutilità di sette membri, che formavano la nostra Municipalità, perchè non sapeva più come pagare li stipendiati, ne lasciò trè, cioè Rossini, David, e Grazioli. Quinzano fu debitore di questa scelta all’accorto Girelli, ed ebbe un dovere di essergli grato. Rossini, e Grazioli dottati di solide virtù, di zelo attivo, ambiziosi sol di giovare, sensibili dell’onore impedirono il risentimento, che avrebbe fatto il Municipio per la conferma di David e del Segretario Minini, [28] che non eransi mai meritato la sua confidenza. Terroristi di persuasione, per acquistarsi merito presso i Commissarj di Polizia survegliavano più del dovere sugli cosí detti Aristocratici, e sulla condotta del[33] Ministri del Culto, e perciò il timore, che a molti incutevano, li faceva odiare. Grazioli, perchè abitava a Virola Vecchia non poteva essere a tutte le sessioni, e Rossini, ch’eravi sempre, era troppo debole per non lasciarsi circondurre. Il fatto seguente giustificherà la mia asserzione.

L’ottimo Padre Stefano degli Orzi Definitore attuale de’ Minori Osservanti, e zelantissimo Maestro de’ Novizj in questo Convento di Santa Maria, benchè solamente nel Monastero, e con alcuni pochi suoi confidenti amici famigliarmente difendesse la causa della Religione, e dei legitimi Principi per non essere ingiustamente arrestato, emigrò verso i primi giorni di Luglio e passò sullo Stato di Parma. Sugellata la sua camera, e fatto il Processo verbale dalla Municipalità sopra la sua condotta, sopra le sue carte, e sopra la sua fuga fu mandato al Commissario di Polizia. Io fremeva per la perdita di un Amico, e il Paese mormorava per la mancanza d’un esemplare, e operativo Ministro del Vangelo. Ma bisognava allora tacere. Venuto a Brescia Sormanni Comissario del Pubblico Erario presso i Tribunali e Commissioni Giudiziarie, e conosciuta la di lui onestà, e probità ai 20 di 8bre mi presentai a questo Ministro, e come [29] Giudice di Pace lo pregai, che mi lasciasse vedere il Processo formato contro di questo Padre. Accolse la mia dimanda, e fui graziato. Rilevate le bazzeccole, che conteneva, e l’origine dell’attentato, ritornai a Quinzano. Parlai con forza alla Municipalità, che aprì gli occhi, e fece la sua Palinodia, in forza della quale mi fu mandato da Sormanni il Decreto di chiamarlo alla Patria, e di risguardarlo come buon Cittadino. Ma questa fu giustizia di Sormanni.

Passiamo ora a vedere, se dalla Repubblica Cisalpina fosse meglio la giustizia amministrata, l’innocenza protetta, il delitto solo punito, la Religione più rispettata, la concordia mantenuta, il Commercio sostennuto, l’abbondanza procurata: Ma io non analizzarò qui tutte le Leggi del Codice Civile,[34] Criminale, e politico, che avvellirono il corpo legislativo, che le sancionò, poichè vi vorrebbe un Volume. L’esame tuttavia, che farò di alcune esibirà, io credo, sufficiente materia di fare il confronto. Vediamo adunque la legge 9 Ventoso (27 Febbraro 1798) contro gli Allarmisti, che fissò la pena di morte, senza alcuna penale gradazione, per qualunque interna macchinazione, ed esterna corrispondenza contro il governo democratico, in forza di che erano considerati i primi passi del delinquente, come atti già consumati, ed eseguiti. Venezia, e le Città di Terra-ferma sino all’Adige, cedute nel Trattato di Campo Formio all’Imperatore rendevano probabile qualche ultronea cessione. La sorte di Brescia [30] benchè unita alla Cisalpina, ondeggiava. Le imposte diminuivano il pregio della libertà. Molti per causa della rivoluzione gettati a fondo, senza pane accrescevano i nemici dell’eguaglianza: Gli empj, e scellerati orgogliosi insultavano la Religione, i suoi ministri, e gli uomini probi, ed onesti. La maggior parte del popolo perciò sospirava, che anche a Brescia toccasse la fortuna di avere per Sovrano Francesco II. In conseguenza di che alcuni esternavano questo lor giusto desiderio. Ma guai a chi era accusato. O conveniva tutti trovarsi nello stesso punto geometrico di repubblicana consonanza, o sentirsi piamente minacciati di morte. Sembrava quindi vicina l’epoca de’ Martiri. Un lampo di collera, e di risentimento momentaneo era non solo minacciato con la pena di morte, ma fosse pur lontano il delitto, anzi non vi fosse alcun timor ragionevole di danno futuro, il fucile non restava inoperoso. Basta dire, che viddesi radoppiata la pena a qualunque delitto, purchè fosse sempre più sicura la Repubblica. Quindi non si badava a urtar di fronte le prime idee del buon senso: Si commettevano perfettissime ingiustizie, e non si voleva credere, che il rigore degenerava in crudeltà, perchè contemplava dei casi, che non potevano derivare immediatamente dalla situazion [31] delle cose. Le prime file d’un tradimento ordite nel calore dell’imaginazione che probabilmente si sarebbero sciolte in forza della ragione, del rimorso, o del timor della pena (poichè per reprimerle bastava una pena minima) subivano la pena di morte. Quindi fin le donniciuole[35] temevano a palesare il loro animo, e i loro progetti, quantunque fossero impossibili a realizzarsi, perchè i Commissari di Polizia, ch’erano più barbari, e crudeli di Tiberio, non[36] ridessero sulla loro impotenza: essi non credevano, che fossevi pena, fuor della morte, destinata a soffocar nel cuore i desideri criminosi repubblicani. Perciò non arroscivano di lasciar vedere eseguite delle Sentenze, che non avevano altro appoggio, che il pretesto del partito per immolar l’avversario. Questo era il disumano Codice criminale della Cisalpina, formato da quei Legislatori, che si piccavan di essere anche Filosofi, benchè ignorassero che la primaria qualità dell’uomo è l’incostanza.

Dopo la legge, che minorava l’onorario dei Giudici, che non darà mai idea della saggezza del Corpo Legislativo, ma della sua dolosa economia, sortì agli 8 Pratile (27 Maggio) quella, che annunziò al popolo con lo sbarro del cannone la rattifica del Trattato d’Alleanza con la Nazion Francese, che mostrava il potere immenso del Direttorio, e che il popolo non avea che il nome di libertà, e d’indipendenza. Infatti il popolo non fu mai persuaso che la Repubblica [32] Cisalpina avesse dimandato alla Francese un corpo d’armata, bastante a mantenere la sua libertà, perchè capiva ch’era precaria, e che questo corpo fosse di 25 Mila Uomini, perchè gli pesava troppo la somma dei dieciotto milioni di lire Turnesi, che doveva annualmente pagargli per questa sua generosità, oltre la forte armata, composta d’Italiani, e di Ausiliarj, che doveva organizzare, e mantenere; e in fine perchè non ignorava che le Finanze erano nel più orribile disordine, che il tesoro era sempre esausto, benchè i Dazj, e le imposte personali, e prediali fossero gravosissime, che si sarebbero rinnovate le enormi requisizioni, e che i prestiti sforzati, imposti con tanta ingiustizia sulle Famiglie del primo, e Secondo estimo (alla mia gli fu posta un azione di Lire 17/m di Milano) non avrebbero servito, se non per saziar in parte la fame dei Ladroni, denominati conquistatori, che disanguavano i popoli, perchè fossero tanto più loro servi, e inabili a rivoltarsi. Ma il popolo doveva essere offeso ne’ suoi diritti. Il potere era divenuto nel Direttorio assoluto, e quasi arbitrario. Voler combattere la sua condotta, e {cercar di}i sottrarsi a suoi comandi, era lo stesso che rompere la subordinazione, rovesciar le leggi, esser ribelle. Queste erano le catene del Popolo dichiarato libero. Può forsi dirsi, che questo Trattato di Alleanza fosse analogo alla natura di una [33] costituzione libera? Ma non fu questo l’ultimo atto di dispotismo del Direttorio. Egli voleva avvellir[37] il popolo, e far dei miseri.

Quando venne il tempo di seguire il luminoso esempio dell’Assemblea di Francia tentò di avocare i Beni del Clero. Senza provar il diritto, considerato il solo vantaggio, li richiamò tutti. I Ministri del Culto dissero, che avevan mai sempre goduto nella società una consistenza civile, e quindi investiti di tutti quei diritti, dei quali in virtù del patto sociale godevano, ed avevan sempre goduto le private famiglie: che la Costituzione rispettava le proprietà, e che perciò non poteva abolirsi il diritto di proprietà nella Chiesa, e nel di lei corpo gerarchico: ch’era un eresia condannata dal Concilio Ecumenico di Costanza contro l’Eresiarca Wiclefo:[38] che i beni dalla Chiesa posseduti pervennero in lei per le vie legittime di donazioni, di testamenti di compre, e in maniera di acquistar giusto dominio. Ma otto milioni aggravavano l’errario pubblico, e per non entrare con questa logica in tutte le Case, e in tutte le Famiglie, ragione, o non ragione rispose il Governo Cisalpino si deve spogliare la Chiesa. Il fine principale però era di screditare, e di rendere prezzolati i Ministri del Santuario, e forzarli ad esser contenti di una modica, e mal sicura mercede, che venisse ad essi pagata dal pubblico Erario, per distrugger più presto quella Religione, il di cui culto, diceva, non interessare lo Stato, quantunque mormorasse il popolo, e credesse, come avea mai sempre creduto diversamente, e che si burlasse dei spropositi, e dei [34] miserabili sofismi del Governo Cisalpino, che sfumavano sotto l’analisi della sola ragione. Trà gli articoli che la Commissione di Finanze presentò al Consiglio eravi questo per il primo =i Beni di qualunque natura, e spezie, applicati fin quì ad oggetto, o ministero di culto, esistenti nel Territorio della Repubblica sono richiamati alla Nazione=. Grazie al Governo provvisorio del Sovrano Popolo la Cisalpina non potè rubbare a man salva, che tutti i beni del Monastero de’ Benedettini di San Faustino, di alcuni Conventi di Monache, e di qualch’altro Stabile Ecclesiastico, che avrebbe mangiato però quel buon Governo, se avesse durato ancora un poco, poichè aveva già divorato il ritratto delle vendite di alcuni Conventi di Mendicanti da lui soppressi. Ma giunse a tempo il momento decretato dall’eterno Signore. Le armi vittoriose di Francesco II, e di Paolo Imperatore di tutte le Russie, che fecer esultar la Religione, e ripigliare alla Chiesa le vesti della sua antica giocondità fecero andare a vuoto il progetto, che l’infame Babilonia avea formato di distruggere affatto il Clero, di abbollire tutti gli Ordini Regolari tanto di Uomini, che di donne. Cosí restò senza effetto l’iniqua legge che dichiarava Beni Nazionali, i Beni delle Comunità col fine di divorarli.

Spogliata la Chiesa della sua autorità, e di tutto quel lustro che faceala incorporare collo Stato, e di cui aveva mai sempre goduto in Italia dai tempi del gran Costantino sino adesso, soppressi, e spogliati[39] i Monasteri de’ Possidenti de’ lor [35] beni, spogliati i vescovi degli originarj loro diritti, avvilito il ministero, si pensò a degradare anche il culto. Questo doveva aspettarsi, poichè essendo stato accolto dalla Cisalpina tutto il piano di empietà, e di atteismo abbracciato, ed eseguito dalla gran Madre =i fenomeni letterarj (per usar l’espressione dell’impudente Cartolajo Prudhomme) degni di quella Rivoluzione, cioè di Francia, dovevan sentirsi anche tra noi. L’empissimo Libro, per tacer di molt’altri, stampato a Parigi dal Curato Costituzionale di San Lorenzo Carlo Alessandro Domoy, sull’Accordo della Religione, e dei culti era l’appoggio, e la guida della Legge, che proibí il Culto esteriore, onde il corpo politico godesse quella perfetta sanità, che la Costituzione gli avea procurato, dichiarando sotto la cura della Nazione tutti i culti con eguali diritti, non ritenendo alcun culto, che potesse dirsi nazionale. Povero Gesù Cristo, perchè portaste al mondo l’infelicità, ordinando l’abolizione di tutte le spezie di culto, mostrando l’inutilità del giudaismo, e la mostruosa empietà dell’Idolatria? Adesso in qualunque Religione si può trovare la verità, che è la madre della pace, e lo stabile fondamento degli Stati. Sarà[40] d’uopo adesso soffrire in tutta la Repubblica Cisalpina il Maomettismo, il Giudaismo, l’Ateismo, ogni falsa Religione. Ma =quis talia fando ... temperet a lacrimis![41]

Perchè nel culto vi fosse eguaglianza proscrisse adunque tutte [36] le cerimonie religiose fuori delle chiese, e per conseguenza proibì tutte le Processioni, compresa quella del Corpus Domini, onde non vi fossero più berettoni di Granatieri attorno al Santo Sacramento a fargli corteggio, nè più fucilieri, che s’inginocchiassero davanti a un Portadio, comandando che il Viatico fosse perciò amministrato incognito, e senza scandalo, onde il corpo politico non si ecclissasse, in faccia agli stendardi della Religione, che i Preti non dovesser più accompagnare i cadaveri alla chiesa per essere sepolti, onde le cerimonie di tal funzione, i canti pubblici in idioma straniero, ed anche più barbaro, gli incensieri, e ornamenti gotici, non facesser distinguere il cittadino Luterano, il Giudeo, dal Cattolico Romano, che per andar più presto in paradiso si faceva in morte vestir coll’abito di San Francesco. Si poteva vomitare più mortiferi veleni per disprezzare, e insultare il culto cristianesimo? Se la legion de’ demonj della Cisalpina durava ancora un poco la Repubblica doveva certamente scattolicarsi. Non ho potuto {tirare}[42] un velo sopra le buffonate, e sopra gl’empi sarcasmi inventati dal partito degl’inceduli per sconvolgere da capo a fondo l’articolo di Primazia Papale, e per mettere in ridicolo, tuttociò che v’ha di più sacro, la Chiesa, i suoi ministri, e i suoi augusti misterj, poichè per mezzo dei Fogli Democratici e delle Fruste, i di cui estensori erano [37] sempre coerenti nel produrre qualche articolo della loro empietà si disseminarono anche à Quinzano. Gli associati penseranno a riparare gli scandali, e la Municipalità che per amor del ben pubblico vigilava servilmente sopra questa moderna diplomazia farà i conti con quel Dio, che non dorme mai.

Senonchè, quantunque fossero proibite le questue per qualunque sacra funzione, per i morti, e proibiti fino in chiesa i Santi Esercizj, i progressi della irriligione di alcuni pochi, procurarono i progressi dei nostri buoni, e fedeli cristiani in ogni sorte di atti di religiose virtù. Egli è pur vero, che le burrasche fortificano, e fanno gittare agli alberi buoni, più profonde le radici; che il vento porta via la paglia, e la separa dal grano; che se la natura è debole, è potente la grazia.

Ma ritorniam un momento al Governo provisorio del Popolo Sovrano. Appena questo installato, fu sua cura che tutti i Cittadini si prestassero al servizzio militare, ma non organizzò mai la guardia nazionale sedentaria. La massa del popolo non era ancora eletrizzata, e quantunque avesse giurato di viver libera, o di morire, pensò piùttosto di valutar il pericolo col prender tempo. Per colorir il timore, e la sua viltà gli bastò invitare all’armi per difesa della Patria rigenerata i giovani ancora imbelli, e che si organizzassero in compagnie, e Battaglioni, onde i loro padri, che li resero liberi, potessero sperare da loro sostegno, e difesa, quando fossero vecchj. Unita Brescia alla Cisalpina, allora dovè farsi anche nel nostro Dipartimento questa organizzazione, poichè v’era la legge del 24 Termidoro (11 Agosto 1797), che la comandava, onde la libertà fosse sicura con la protezione, e difesa delle armi de’ Cittadini. Dopo che fu dal Commissario Organizzatore Lanzani or-[38]ganizzata quella del nostro Municipio, perchè ogni cittadino di diecisette anni in avanti fosse addestrato nel maneggio delle armi, fu eletto per instruttore del nostro Battaglione il Signor Carlo Grolli Trevisano, che venne a Quinzano li 19 Germile (8 Aprile 1798), dove vi si fermò, sino li 30 Pratile (18 Giugno), e poi partí [con] poco merito, e senza applauso, attesochè ebbe la disgrazia di avere pochi alunni. Siccome ogni Cittadino doveva prestare in persona il servizio della Guardia, ed era proibito il farsi rappresentare nel servizio, a cui era chiamato, cosí fu destinato il luogo della Disciplina per il Consiglio Amministrativo del nostro Battaglione, onde potesse giudicare, se veri fossero i titoli dai cittadini prodotti per l’esenzione del servizio, e percipire le tasse, che erano pagate da quelli che volevano servirsi del diritto di avere, a norma della Legge, oltrepassata l’età. Per alcuni Mesi questo Consiglio fu rigoroso nel percipire le tasse, e nel pretendere relativamente al servizio un esatta esecuzion della legge. I membri componenti il Consiglio erano in parte accaniti repubblicani, e in parte cosí schiocchi, [!] che credettero di avere il diritto di poter fino far fucillare. =

Musa mi narra qual furor novello
In mente ... tanto fuoco accese.

La sua Cassa però fu sempre vuota, e quella della Municipalità oltre d’aver pagato le spese necessarie, pagò ancora quelle del genio, e del partito. Ma infine il popolo agricola reclamò, volle andare a lavorar le terre, e la legge col Consiglio venne quasi disprezzata. Inconvenienti soliti di ogni governo democratico.

Era la Cisalpina senza mezzi, senza finanze, senza risorse, senza spirito pubblico, senza accordo, o conformità nelle Leggi, senza [39] patto sociale, impotente per fare il minimo bene, era per venir vittima del più spaventevole furore anarchico. Le ingiuste persecuzioni avevano divisi, e inaspriti gli animi, e fatti nascere partiti, che minacciavano una guerra civile. Trovè Ambasciadore della Repubblica Francese presso la Cisalpina era a Milano: vidde lo Stato di disorganizzazione, e di debolezza, nel quale si trovava: non avea più che il nome di Repubblica. Per evitare il pericolo, da cui era minacciata, convocò presso di sé i Legislatori Cisalpini, e li invitò a trovare dei mezzi di salvare la Patria, e di renderla più felice. Avendo questi ricusato di far uso dei consiglj di Trovè, egli si servì della sua forza, e della sua autorizzazione; cambiò la Costituzione, e rigenerò il Governo. Benchè quest’atto facesse riconoscer precaria l’indipendenza della Repubblica, ebbe però i suoi encommiatori. Con Proclama dei 15 Fruttidoro (1 7bre 1798) fu avvisato il popolo di questo dono, che non produsse però alcun frutto. La sperienza dá pur troppo a vedere, che l’ignoranza, e i disordini di chi regge il popolo hanno prodotto mai sempre di questi effetti. Guai se i pubblici impieghi sono addossati a quelli uomini, che nulla trovano di buono, se non ciò, che pensano; nulla di giusto, se non quello che vogliono: credono aver rinchiuso nel loro spirito tutto ciò che vi è d’utile, e di ragionevole, senza voler ascoltare cosa alcuna.

Mai [...] si stabiliva a Rastadt quella pace, che poteva donar la sicurezza, e la felicità all’Italia, che la sospirava. Verso la fine di 9bre svanirono le belle speranze. Non si dubitò più della mala fede [40] e degli artifizj della Repubblica Francese. La guerra fu da tutti creduta probabilissima. Quando ogn’uno faceva i pronostici a misura del genio, e dell’inclinazione, sortì la legge 10 Frimale (30 9bre), che ordinava la requisizione di 9000 Uomini per completare quell’armata cisalpina, a cui si diceva dagl’imbroglioni, non esservi più potenza Europea capace di resistervi: tanta era l’onnipossente forza dei genj repubblicani. Il Direttorio Esecutivo diede le istruzioni per attivare con la massima celerità questa legge. Per Agenti Militari del nostro Dipartimento furono nominati Gambara, e Mazzucchelli, come i più affezionati al sistema repubblicano, e come i più atti a prendere tutte le precauzioni, onde riuscisse esatta la requisizione. Il contingente spettante al nostro Municipio fu di undici. La legge, appoggiata al sistema di eguaglianza, proibiva i cambj, e benchè fosse in parte modificata con la legge 11 Nevoso, pur tuttavia questi due patriotti la vollero, com’era il lor capriccio intendere, e eseguire; anzi trattavano da egoisti tutti quelli, che volevano parlare di cambj. Il nostro Municipio però fu persuaso di appoggiarsi alla modificazion della legge, e di lasciar bajare[43] gli Agenti. Ritrovò undici giovani dell’età dalla legge prescritta, e preparò la somma di danaro, onde pagarli, che riscosse dai Padri di tutti gli conscritti a proporzione delle rispettive facoltà. I Proclami del Ministro della Guerra, che proibivano di fare ogni pagamento ai volontarj misero in costerna-[41]zione tutti gli interessati. Si pensò di restituire a tutti il danaro pagato, e di tener fermi, e impegniati tuttavia li volontarj con la promessa, che quando fossero stati accettati, avrebbero conseguito tutta la somma accordata, e questa sotto il colore di una pura gratificazione.

Il Commissario Mazzucchelli venne a Quinzano per l’esecuzion della legge li 22 Piovoso (9[44] Febbraro 1799). Aveva in compagnia Bortolo Olino mio figliuozzo, patriota dichiarato. La Municipalità aveva preparato il Catalogo, ossia Ruolo di tutti i giovani sogetti alla coscrizione. La mattina dei 23 dovea farsi nella Chiesa Parocchiale l’estrazione. Il Signor Don Giuseppe Moretti di Ghedi, attuale Curato in Quinzano volle farsi un merito presso il Paese, trattandolo come Amico nel suo alloggio, coll’oggetto di potergli parlare commodamente, e confidenzialmente, onde accettasse li volontarj preparati per il contingente di questo Municipio. La mattina seguente si portò nella Sala della Municipalità a vedere questi volontarj, e assicurato che non erano stati prezzolati, ordinò alla detta Municipalità di formare un Processo verbale, da cui constasse che il solo desiderio di servire, e difendere la Patria {li}i aveva mossi ad offrirsi volontarj. Fatto il Processo lo fece sottoscrivere dai Municipali, e da me come Commissario eletto dall’Amministrazione a sorvegliar[45] all’esecuzione della legge, e poi dopo d’averlo egli pure sottoscritto, lo fece leggere dal Segretario della Municipalità al popolo affollato sulla Piazza, detta del Castello, avvisandolo ch’erano stati da lui accettati li [42] li [!] volontarj, e che perciò restava sospesa l’estrazione. Mai più il popolo fu cosí contento, nè esternò il suo giubilo. Moretti pieno pur egli d’allegrezza per avere cooperato a soddisfar l’universale desiderio del Paese, pregò l’Amico di fermarsi ancora la mattina a pranzo. Dopo passò a Virola Alghisi, lasciando ordine alla Municipalità di mandar questi giovani al Deposito di San Faustino di Brescia.

Il Municipio di Virola Alghisi non aveva potuto ritrovare il suo contingente di giovani volontarj, perchè dovevano essere del Municipio, descritti sul Ruolo, e dell’età dalla legge prescritta. Non poteva soffrir in pace che l’antico suo rivale, il Paese di Virola Vecchia avesse avuto la fortuna di evitare il pericolo dell’estrazione, essendo unito a Quinzano. Quindi spinti alcuni di Virola Alghisi dallo spirito di vendetta, e d’Invidia accusarono presso Mazzucchelli quei di Quinzano, e dissero che i volontarj erano stati prezzolati, e misero cosí alle strette questo Commissario, che l’obbligarono ad ordinare un Processo. Intesa questa perfidia, la nostra Municipalità sospese di mandare li giovani a Brescia, e scrisse una lettera li 25 Piovoso (12[46] Febbraro) a Mazzucchelli, ch’era allora a Manerbio per farvi l’estrazione di quel Municipio, con cui l’Invitava a ritornar a Quinzano per dar esecuzione alla legge [43] per salvare il decoro del Paese, e per ischivare gli incomodi, ed il pericolo d’un Processo, che poteva compromettere l’onoratezza di molte benemerite persone. Questa lettera vi fu portata da Moretti, à cui rispose: =che avendo partecipato il caso al Collega Gambara, non poteva allora dare una categorica risposta; ma che fatta da {questo}[47] l’estrazione di Pontevico senza reclami contro il caso di Quinzano, sarebbero stati accettati ancora li giovani. Mazzucchelli passò dopo a Bagnolo, e compita la sua commissione andò a Ghedi con Moretti, che vi stava vicino per impedir il male, e per trarne il bene, che si desiderava. L’estrazion di Pontevico seguì senza rumore. Gambara voleva, che vi si portasse ancor Mazzucchelli per venir poi tutti due a Quinzano a farvi pure l’estrazione. Moretti ottenne da Mazzucchelli, che non vi venisse, e che scrivesse a Gambara =che dopo ritornato a Brescia avrebber insieme parlato dell’affar di Quinzano. Nei primi giorni di Quaresima io andai a Brescia con Moretti per non mancar di zelo verso la Patria. Dopo d’aver parlato più volte con Mazzucchelli senza aver mai potuto ultimar l’affare, Moretti andò solo a parlare con Gambara, ch’era molto prevenuto contro Quinzano. Vi fu presente Mazzucchelli, ma non potè ottener niente. Questi[48] Agenti Militari si burlavano delle nostre rappresentanze: decisamente volevano venir a Quinzano per farvi l’estrazio-[44]zione, [!] e noi dopo otto giorni ritornammo a Casa.

Era perduta ogni speranza. Si pensò adunque di mettere in conflitto l’Amministrazione coi Commissarj, informata con una deposizione ingenua dell’intrepidezza, del trasporto, e del fuoco guerriero dei giovani, del capriccio, e dell’ostinatezza dei Commissarj giurò di rimandargliela in gola, e di fargliela tenere ad ogni costo. Disse di mandar i giovani al Deposito. Per colorire di più l’asserzion dei volontarj, la Municipalità ne’ mandò uno di più. Il Municipio ebbe l’esito, che voleva, e tutto l’onore del trionfo, e i due Palladj della libertà, e del patriotismo la vergogna, e lo scorno di essere sforzati[49] a cedere. Cosí in due Mesi compiron la Storia della loro barbara, impolitica commissione.

Senza poter conchiuder mai niente al Congresso di Rastadt erano corsi due anni. Vedeva l’Imperadore che già doveva rinnovarsi la guerra, ma temendo di accendere un fuoco, di cui era difficile prevedere[50] i progressi, e la durata, si determinò a non attaccare, quando non fosse provocato. Non voleva, che si potesse accusarlo di avere principiate le ostilità. Si contentò dunque di tenere un corpo di armata sul Veronese, per proteggere i confini stabiliti a Campo Formio. Disse che le valorose sue truppe non avrebbero attaccato senza necessità [45] ma che solo avrebbero sostennuto l’attacco con coraggio, quando vi fossero sforzate. Stava però per finire la tregua. Scherer Generale in capo dell’armata francese, a cui erano unite le legioni Polacche, Piemontesi, Svizzere, e Cisalpine senza alcuna dichiarazion di guerra insidiosamente s’avanza verso Verona. Pone tutta la sua armata in ordine di battaglia, ed attacca i primi posti comandati dal Generale Liptay. Krai[51], vedendo incominciata la mischia, presso Santa Lucia, e San Massimo, incoraggisce le sue truppe, le raduna, e sostiene con coraggio invitto l’urto del nemico: gli fa trovare una resistenza, che non può mai superare, anzi per sette volte in tutti i luoghi lo respinge, e fa che lasci de’ suoi morti la campagna coperta.

La battaglia era incominciata prima che il Sole apparisce sull’Orizzonte del dí 26 Marzo, terza Festa di Pasqua. Dopo ott’ore di ostinato combattimento con alcuni Squadroni Alemanni arriva in soccorso il valoroso Kray, che come un fulmine assalta a fronte, a fianchi, e a tergo l’ostinato nemico: Non era ancora tramontato il sole, che l’armata francese, benchè trè volte maggiore di forze, piena di confusione, e di spavento, sbaragliata, e confusa dovè ritirarsi dal campo di battaglia. L’oscurità della notte pose fine al sanguinosissimo combattimento.

Questa grande sconfitta però non impedí al Gallo di ten-[46]tare la notte istessa di varcar l’Adige. Got-zay, dopo d’avergli per qualche tempo contrastato il pasaggio del Ponte si ritira, e lascia che l’inimico incautamente lo passi. Avvisa Kray del pericolo di Verona, e della facilità di far tornare a danno dell’oste nemica l’audace pasaggio. Kray senza tener consiglio di guerra intorno alla risoluzione da prendersi in questa critica circostanza vola ad affrontar le schiere nimiche, e dopo qualche resistenza ha la fortuna di far tagliar il ponte, d’impedir la ritirata ai Francesi. In poco tempo la rotta di questo corpo fu generale. Una parte di quelli, che non restaron morti, o feriti sul campo si gettò con precipizio nel fiume per accellerar cosí più presto la sua morte, l’altra restò priggioniera di guerra. Questo fu l’esito avventuroso della prima battaglia, che durò dieciott’ore, e che costò anche a Tedeschi molto sangue, Kray il giorno dopo diè riposo alle vittoriose sue truppe estremamente stanche, prese cura de’ suoi feriti, e lasciò che si sepellissero i morti, come avea chiesto il Francese Generale. Tutta Verona si rivolse con effusion di cuore a Dio, lo ringraziò del felice successo, e lo pregò di continuare a benedire, e a proteggere i coraggiosi, e forti Alemanni. Fece elogj al Maggior Gillet per aver ben disposta l’artiglieria, e alla Tattica dei bravi e intrepidi Generali Keim, Hohenzollern, De [47] Michovizh, e Mercantini [...e er ...e], che tutto è possibile a quelli che san disprezzare la lor vita, e riempire nel tempo stesso di coraggio i suoi soldati, e di terrore i nemici.

Scherer procurò tuttavia di far correre delle false voci, e di non essere stato battuto; Ma gl’Imperiali, che avevano monumenti sicuri del lor trionfo, disprezzarono un discorso, ch’era effetto di vera stolidità. Com’egli aveva della truppa, molta poteva facilmente sedurre Verona istessa, quando vidde la notte del giorno vigesimo nono di Marzo ritirarsi in Città diversi battaglioni, e tutta la truppa in movimento dubitò quasi della vittoria’, che l’aveva salvata. Eppure l’effetto provò il contrario.

Finalmente il dì 30, due ore prima del tempo Scherer attacca gli imperiali. Kray vedendo il nemico ancor troppo superiore, e amando la gloria delle più difficili imprese, usa de’ suoi militari talenti, incoraggisce le speranze del nemico, cede al primo assalto. Quando vidde presso a Parona, e Piscantina sventollar le tricolorate insegne piomba impetuosamente sul nemico, lo batte’, fa due mila prigionieri, ne lascia più di mille sul campo, e se l’armata nemica non ripassava a tempo i ponti, quindici milla francesi sarebbero stati fatti prigionieri, oppur tagliati a pezzi. Questo nuovo colpo mise lo spavento nelle truppe nemiche, che rivolser per tutta la notte le spalle per salvarsi verso il Tartaro e l’Adige [48]

Ridotto in sicuro luogo l’abbattuto esercito, Scherer cercò con industria di diminuire la sua perdita, e mentre {era}i egli {stesso}[52] nella maggiore afflizione, procurò di riaccender nelle adunate schiere il sopito coraggio, e destando in esse migliori avventure, disse ch’era risoluto di raddoppiare gli sforzi per riparare ancora il secondo infortunio, che le esortava ad avere coraggio, e non lasciarsi abbattere dalle sofferte avversità, e in fine che non disperava di vincere ben presto la ostinazione delle prime avverse fortune con quelle schiere, che contavan le vittorie con le battaglie. Sperando che la disgrazia di essere state vinte ispirasse alle truppe miglior voglia di vincere ricordò loro ancora le vittorie riportate contro gli Alemanni in quelle stesse pianure due anni sono, e in fine promise loro che si sarebbero trovate sicuramente ricoperte di nuova gloria e di nuovi allori.

Le due armate restarono a fronte sino alla mattina del giorno cinque Aprile <1799>. Kray aspettava di essere attaccato. Alle cinque incominciò il gran conflitto al Pozzo (luogo distante di Verona sette miglia circa). Per alcune ore restò sempre incerta la vittoria. Finalmente l’ala sinistra francese, che cercò di tenersi sempre unita fu rotta e posta in disordine. Per non essere tutta tagliata a pezzi, o restar priggioniera di guerra pensò a salvarsi e si ritirò con disordine. Kray sempre in mezzo alla mischia [49] conobbe un corpo nemico rimpiattato ne’ boschi ai[...] Magnano. Conosciuta ancora [...] ordinò che fosse investito. Trovò [più] volte una resistenza, che non aspettava [...]ma faceva scariche, cosí a proposito, che ogni colpo di cannone atterrava file quasi intiere di alemanni. Kray quando vidde il combattimento confuso, {e}i che le sue truppe erano in timore di qualche rovescio vi accorse con tre battaglioni. Questo rinforzo fe’ rinnovar l’attacco, e snidò finalmente dal bosco l’inimico. L’urto delle armi, le grida de’ ferriti, e de moribondi, l’orror della notte[53] ch’era vicina, annientarono finalmente lo spavento, e il tumulto anche nell’ala dritta nemica, e benchè ancora di forze molto superiori, dopo di avere qualche tempo combattuto abbandona il campo per non vedersi avviluppata, cessa intieramente di combattere, vede di essere in disordine, si lascia battere in coda e si mette in precipitosissima fuga. I francesi perdettero in queste tre battaglie da 28 a 30 mila uomini tra morti e prigionieri. Gli imperiali perdettero dei valo<ro>si ufficiali e 10 a 12 mila uomini. Schere<r> sconfitto lasciò Legnago e passò nel mantovano con un avanzo della sua armata, e l’altra che gli restava la fé passare sul Bresciano. 


[1] Nell’interlinea, in sostituzione di: «superbo, e corotto giunge a perseguitare la Religione con iniquità manifeste». [2] Segue «di», cassato. [3] L’autore usa un segno “ = ” all’inizio delle citazioni letterali, laddove si userebbe aprire le virgolette; spesso poi omette il medesimo segno alla fine della citazione. Il criterio redazionale si uniforma all’uso odierno. [4] Seguono alcune parole cassate. [5] «di Maggio emigrarono»: replicato nella p. seguente. [6] Jean Joseph Guieu. [errore di trascrizione?] [7] Il Corpus Domini cadeva giovedì 26 maggio 1796. [8] Corretto da «incalzarlo». [9] Corretto da «Sindaci». [10] Spazio bianco nel ms. [11] Nell’interlinea, in sostituzione di «il valore», cassato. [12] Nell’interlinea, in sostituzione di «dato dai», cassato. [13] Nell’interlinea, spostando l’espressione che in origine seguiva “titolo”. [14] «Pro» corretto da «prp». [15] Tamburini, Pietro, 1797, Del Diritto della potestà civile sul contratto del matrimonio, in Brescia, pp. Il teologo e giurista Pietro Tamburini (1737-1827), in seguito alla campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte, che lo fece anche "Cavaliere dell'Ordine della Corona di Ferro", nel 1797 fu chiamato nell’università di Pavia per insegnare filosofia morale e diritto naturale. Nello stesso anno, dopo la rivolta di Brescia e la cacciata dei funzionari veneziani, Tamburini fu invitato nella sua città natale per organizzare e reggere il nuovo Liceo appena creato dalle neonate istituzioni repubblicane. Le lezioni, però, terminarono bruscamente con la discesa degli austro-russi in Italia all'inizio del 1799, quando il Liceo bresciano venne chiuso e così pure l'Università di Pavia. [16] Nell’interlinea, in sostituzione di «rimorsi», cassato. [17] La -u- corretta da una -i-. [18] Corretto da «gi». [19] Nell’interlinea, in sostituzione di «ripresso», cassato. [20] Corretto da altra parola. [21] L’inizio corretto da «rite». [22] Corretto forse da «andasse». [23] La parentesi aperta è alla fine della linea superiore. [24] Trattato o preliminare di Leoben (17 aprile 1797), con cui l’Austria cedeva alla Francia il Belgio e la Lombardia, in cambio della neutrale repubblica di Venezia con Istria e Dalmazia; ratificato a Campoformio (17 ottobre 1797), con l’aggiunta della ormai cessata (maggio) repubblica di Venezia. [25] Ripetuto e cancellato nell’interlinea. [26] Nell’interlinea, a correzione di «di». [27] Scil.: “statutaria”. [28] Corretto da «giorni». [29] Testo più volte corretto e cancellato. [30] Corretto da altra parola cancellata. [31] Scil. “tentativo”. [32] “munti”? [33] Scil.: “dei”. [34] Segue «e», cancellata. [35] Scil.: “donnicciuole”. [36] Segue «de», cancellato. [37] Scil.: “avvilir”. [38] John Wyclif (1324-1384). [39] Segue «tutti», cancellato. [40] Corretto da «Sarebb». [41] Virgilio, Eneide II, 6-8: “quis talia fando | Myrmidonum Dolopumve aut duri miles Ulixi | temperet a lacrimis?” [42] Nell’interlinea, in sostituzione di una parola cassata. [43] Scil.: “abbaiare”. [44] In realtà il 22 Piovoso era il 10 febbraio 1799. [45] Corretto da «sorvegliare». [46] In realtà 13 febbraio. [47] Nell’interlinea, in sostituzione di: «dal Colle<ga>», cassato. [48] Corretto da «Questo». [49] Corretto da «sforzata». [50] Segue «la durata, ed», cassato. [51] La -r- aggiunta nell’interlinea. [52] Nell’interlinea, in sostituzione di “era”, cassato due volte. [53] Da questo punto cambia la grafia.

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