La devozione rappresenta una forma di cultura, forse non fra le meno rilevanti, di un popolo e di una generazione. Come tutte le forme di cultura, quindi, si manifesta con gesti e con parole, con riti e immagini, che costituiscono il linguaggio proprio di quella cultura, e ne esprimono la storia, la qualità, l’umanità.

In un tempo che vede linguaggi alti e comuni confondersi in una mediocrità, buona per tutti e insieme non espressiva di nessuno, sembra importante recuperare almeno le tracce di una cultura, che fino a trenta o quarant’anni or sono era la nostra, e permetteva ai nostri di riconoscersi come appartenenti a uno stesso mondo e di confrontarsi con gli altri mondi per somiglianze e differenze, e quindi capirsi e capire.

È successo un po’ come per la lingua: da un mondo fatto di minuscoli nuclei, ognuno caratterizzato da una propria espressione e un proprio accento, addirittura da un proprio lessico in contrapposizione con quello dei luoghi anche più prossimi, si è passati a una rete di relazioni che unisce direttamente tutti a tutti, in ogni angolo di un mondo che ormai è uno. Ciò comporta, apparentemente, la scomparsa forse irreversibile delle diversità di espressione, più ostacolo che vantaggio alla moderna comunicazione senza barriere.

Dunque i dialetti locali, specie da noi, sono scomparsi quasi del tutto, a favore di un linguaggio medio comune destinato a evolversi ancora verso qualcosa di sempre più ‘inter-culturale’. Con i dialetti sono, però, andate scomparendo pure le manifestazioni di quella cultura minore locale, che i dialetti esprimevano a parole, ma che non solo le parole esprimevano, tanto più in un popolo che di parole è sempre stato molto, troppo avaro.

 

Linguaggi e culture

Questo legame tra la lingua e i segni della cultura è così stretto, che abbiamo pensato di farne la traccia metaforica del nostro percorso di ricerca. E l’immagine si presta particolarmente bene allo scopo: induce, anzi, in un vasto campo di suggestioni, che, attraverso complessi intrecci di analogie, conducono a comprensioni ulteriori.

Se la lingua che esprime una tradizione sta a quella tradizione come tutte le altre manifestazioni di essa (gesti, immagini, riti, pensieri, abbiamo detto), e se esistono livelli diversi di tradizione e di cultura, allora possiamo incastonare tutte queste dimensioni di rapporto in un castello di analogie, che illumina insieme quel passato e questo nostro presente.

Parlando di religione, è inevitabile individuare il piano della codificazione ecclesiastica, con le sue regole, le autorità, i canoni, le liturgie immutabili e distanti: alludiamo a una tradizione millenaria, radicata in forme statiche nella nostra società, almeno fino all’ultimo Concilio. Dall’altra parte esisteva, tollerato a volte e a volte sollecitato, l’ambiente popolare che, stentando per varie ragioni a entrare a pieno titolo nella religione ufficiale, ricostruiva e reinterpretava i fenomeni di quel mondo lontano secondo regole, autorità, canoni e liturgie proprie, in cui inconsapevolmente forse confluivano, travestiti e riformulati, anche impulsi provenienti da retaggi di una cultura agricola pre-cristiana.

Ecco: se, seguendo la prima metafora, chiamiamo “latino” la lingua delle regole e delle liturgie della chiesa ufficiale, possiamo definire “dialetto” la lingua delle devozioni della gente comune, i suoi riti, le feste, le preghiere, i luoghi, i fatti, i personaggi della santità. A condizione, comunque, di non credere che la gente cristiana (la plebs : la ‘plebe’ e la ‘pieve’ della chiesa antica),  abbia proceduto a una passiva traduzione in quel “dialetto” dei termini di quel “latino”. Si tratta invece di due percorsi paralleli, sempre coesistenti e dunque soggetti a influssi reciproci, forse anche in prevalenza del più forte sul più debole, ossia del rito codificato su quello spontaneo, ma pursempre in rapporto di fratello maggiore a minore più che di padre a figlio.

 

Debolezza e forza

La differenza vera tra questi due percorsi, per il ricercatore di oggi, sta dunque soprattutto nel fatto che la tradizione popolare, per sua natura comunicata di­rettamente in un ambito breve di spazio e di tempo, è strettamente legata a chi la comunica, a differenza della religione codificata. In parole semplici: la devozione popolare non lascia quasi niente di scritto, di palpabile, mentre il rito ufficiale si basa proprio sulla trasmissione solida, concreta, sensibile dei suoi messaggi.

Ciò non significa, banalmente, una debolezza intrinseca della trasmissione orale rispetto a quella scritta, visto che anche il rito “latino” ha dovuto presto o tardi cedere il passo ad altre lingue, mentre il rito “dialettale” non solo si è trasmesso costante per tanti secoli, ma in alcuni suoi aspetti sembra quasi rimandare addirittura a epoche anteriori.

La debolezza vera del “dialetto” della tradizione sta, paradossalmente, in ciò che costituisce in fondo la sua forza, ossia la sua flessibilità, la sua capacità di adattamento alle varie condizioni e pretese dei tempi, la sua disponibilità a lasciarsi manipolare dalle generazioni senza perdere il marchio fondante della sua identità.

Prendiamo, ad esempio, un aspetto che all’apparenza potrebbe sembrare più stabile rispetto a tradizioni orali, riti e feste popolari: quello dei segni di devozione dipinti sui muri, o edificati in forma di edicole e cappelle negli abitati e nelle campagne.

A questo tema abbiamo deciso di dedicare la nostra prima esperienza di ricerca, perché ci sembrava che accomunasse tra loro tutti i paesi del nostro territorio, e il nostro agli altri più o meno prossimi della terra bresciana e padana; inoltre, la frequenza degli oggetti di devozione garantiva completezza, la loro dimensione concreta permetteva di identificarli e visualizzarli con precisione, la loro presenza nel mezzo dei percorsi umani offriva l’incontro con testimonianze di umanità.

La scoperta più singolare che ci è capitato di fare è stata, però, la constatazione che la dimensione materiale di quegli oggetti, l’essere fatti di mattoni e di calce, d’intonaco e di colori, non ha conferito ad essi maggiore stabilità di quella che tocca alle tradizioni trasmesse di bocca in bocca, ai riti ripetuti per antichi costumi, affidati alla consuetudinaria originalità della memoria delle generazioni.

Voglio dire, ad esempio, che con estrema difficoltà si possono trovare pitture murali che abbiano più di cent’anni, benché le nostre contrade dovevano essere sature di vivaci immagini di santi e sante fin dal lontano medioevo; le cappellette stesse, che con le loro salde pareti parrebbero spesso promettere una buona fetta di perennità, a malapena suggeriscono la pallida ombra di un tardo rinascimento, anche se alcuni indizi potrebbero indicarle talvolta di origine romana, se non celtica.

 

Eredità del futuro

Quindi, anche questi frutti della cultura incolta hanno subìto gli stessi inconvenienti che prima attribuivamo alla oralità: ogni generazione ha messo mano a quanto ha trovato sulla sua strada, esercitandovi insieme rispetto e originalità, conservazione e innovazione, secondo il concetto per cui il presente non è solo eredità del passato, ma soprattutto prestito da risarcire al futuro.

E allora, anche per gli oggetti della devozione popolare vale l’analogia già ipotizzata. I segni impegnativi e solenni delle chiese, con le loro architetture che stratificano visibilmente gli evi della storia comunitaria, con i dipinti e gli arredi che ogni secolo vi depone come in musei delle memorie, costituiscono la lingua “latina” dei luoghi della religione, solo impercettibilmente mutabile nel tempo, e quindi immutabile alla vista dei singoli uomini e delle singole comunità.

Accanto e tutt’intorno, quasi satelliti, i segni modesti della devozione plebea, come il “dialetto” sempre nuovi nella continuità, che consiste appunto nel dovere che ogni generazione assume di intervenire con la propria sigla, a ripetere con parole antiche ciò che è nuovo e con parole nuove ciò che è antico.

Trarre una conclusione non è facile, e ancor più nel mondo di oggi, che per la prima volta in tanti secoli ha spezzato definitivamente la regola della continuità: continuità della staticità per i messaggi delle lingue scritte, dei segni immutabili, i “latini” della metafora, e continuità della trasformazione dentro una tradizione per quelli orali, mutevoli, che abbiamo considerato “dialetti”.

È pur vero che il nostro tempo predilige cambiare, ma un cambiare contraddittorio, sradicato, un feroce rincorrere qualcosa che assomiglia molto più a una fuga da se stessi: lontanissimo, dunque, dallo spirito dinamico del “dialetto”, che presuppone confini precisi di identità e di tradizione.

Prendiamo l’oggetto della presente ricerca come un approccio simbolico: che ogni generazione del passato intervenisse in una cappelletta, un’edicola, una pittura murale per aggiungere, togliere, modificare, sostituire, cos’ha in comune con il fatto che oggi si ponga una Madonnina stampata al posto di una vecchia santella o sopra un muro rifatto? Niente oltre al puro aspetto esteriore, visto che — senza indagare il cuore del committente — la devozione individuale e sociale che era movente un tempo non esiste più, né più esiste un sentimento della continuità, dell’inserirsi in un corso dove l’individuo cede il campo a una dimensione diversa.

Allora, ci domandiamo, perché continuare in una prassi che assomiglia ormai a una recita, una pura finzione. Qualcosa di simile, poi, potremmo dire sulla conservazione, il recupero o il restauro dei manufatti devozionali, non giustificati nemmeno da un valore storico o artistico, che entra invece in gioco quando si tratta di chiese, di quadri o di affreschi di pregio.

 

Una risposta interlocutoria

A che scopo, dunque, imbastire una mostra come questa, si domanderà chi legge. Certo per fissare uno stato di cose, come già altrove si è tentato, mentre qui da noi non si era ancora fatto. Certo per saggiare un terreno al tempo stesso non troppo impegnativo e nemmeno troppo esiguo. Certo per iniziare con un argomento abbastanza vicino alla sensibilità e all’esperienza di tutti un lavoro di catalogazione e valorizzazione della storia culturale locale, che coinvolgerà — speriamo — molti altri ambiti. Certo per impegnare chi può e chi deve alla salvaguardia di un patrimonio in estinzione. Certo.

Ma la ragione principale è forse proprio quella di porre urgentemente a tutti la domanda: ha senso dedicarsi a conservare questo patrimonio? e qual è, eventualmente, questo senso?

Porre una domanda vera vuol dire non avere una risposta vera, e infatti questa nostra mostra non ha una risposta vera da offrire, anche se non rinuncia a qualche timida idea e a qualche modesta proposta.

Un indirizzo ben chiaro comunque c’è: per affrontare qualunque domanda, e tentare qualunque risposta, fuori dai pregiudizi sia del conservatorismo a oltranza sia del nuovismo senza remore, bisogna per forza conoscere ciò di cui si parla. Ecco la risposta provvisoria e interlocutoria che questa mostra si propone di offrire: per il momento è indispensabile conoscere, e conoscere è la condizione irrinunciabile per capire.

Se riusciremo a conoscere e a capire, non avremo tuttavia la certezza di saper fare poi la scelta giusta; ma se rinunceremo a conoscere e quindi a capire, qualunque scelta faremo, non potrà essere che quella sbagliata.

Tommaso Casanova

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