Tra i numerosi segni religiosi sparsi sul nostro territorio sono oggetto di particolare interesse le santelle, da alcuni soprannominate “le chiese dei poveri”. Il nome di tali espressioni artistiche popolari varia a seconda del tipo e della zona geografica: Capitèi, Tabernacoli, Madonnelle, Maestà, Edicole Sacre, Sacelli, Tempietti, Oratori, Altarini, Nicchie votive (ricavate nei muri delle abitazioni), Grotte (a ricordare la Madonna di Lourdes o di Fatima).
Le santelle indicano comunemente sia gli Oratori, Tempietti e Sacelli sia le immagini sacre dipinte sui muri dei paesi o delle cascine. È comunque opportuno classificarle in due gruppi: di uno fanno parte quelle che si elevano a partire dal suolo, dell’altro quelle staccate da terra e fissate al muro tramite un sostegno o addirittura murate. Tra le appartenenti al primo gruppo si annoverano gli Oratori: vere e proprie chiesette, aventi all’interno il tetto a vista oppure a volta, sul davanti un piccolo prònao, talvolta affiancate da un piccolo campanile e contenenti un altare, degli arredi sacri e la riproduzione dei santi a cui sono dedicate; sempre al primo gruppo appartengono i Tempietti o Sacelli, piccoli oratori di spazio assai ridotto, protetti da una cancellata in ferro lavorato e contenenti un minuscolo altare. Entrambe le tipologie possono essere considerate delle vere e proprie chiese in miniatura. Tra le facenti parte del secondo gruppo le Edicole religiose o Immagini murali: costruzioni aperte sul davanti e fissate alle pareti; poi le Nicchie e le Grotte, incavate nel muro al fine di creare lo spazio necessario alla sistemazione della statua religiosa, di ceri o fiori, e talvolta protette sul davanti da vetri o cancelletti in ferro.
Le croci realizzate in legno o in ferro, diffuse nelle zone montane, usate come punti topografici trigonometrici, sono assai rare nella Bassa Bresciana: se ne scorgono solo alcune di pietra, in aperta campagna, a ricordo delle pestilenze e ad indicare i luoghi delle fosse comuni.

L'interesse per questi segni religiosi è andato via via aumentando dopo la presa di coscienza dell’incuranza e della distruzione a cui sono soggetti ormai da decenni.
Le numerose santelle campestri sparse sul territorio, oltre ad avere un valore religioso ed artistico, sono divenute un importante elemento caratterizzante il paesaggio agrario. Nacquero infatti grazie all’operosa attività di una collettività rurale, contadina, artigiana, borghese, la quale portò a termine i lavori in accordo con i parroci dei vari paesi. La realizzazione sembra originatasi dall’esigenza, manifestata dalla gente del popolo, di soddisfare il bisogno di trascendente con qualcosa che fosse vicino alla propria terra e legato alla tradizione, ossia che andasse al di là di quanto potesse essere la chiesa vera e propria. Il loro utilizzo era finalizzato alla liturgia popolare alternativa nelle Rogazioni: processioni penitenziali celebrate con il canto delle Litanie il 25 aprile e tre giorni prima dell’Ascensione, con intento di propiziazione per il buon esito delle semine e per la benedizione dei raccolti. Inoltre facevano da ritrovo religioso per la recita del rosario, soprattutto nel mese di maggio, e da stazione penitenziale in occasione della Via Crucis, rito consistente in meditazioni e preghiere dinanzi alle immagini sacre concernenti le varie fasi della passione di Gesù, al fine di rinnovare l’itinerario della passione medesima.
Alcune santelle sorsero a ricordo di disgrazie risparmiate o benefici ricevuti; ma i motivi che portarono alla realizzazione di queste opere non furono solamente di carattere religioso, bensì si affiancò anche la necessità, di carattere pubblico, di far fronte all’esigenza di illuminazione. Le vie del paese vennero illuminate da lampade ad olio poste nelle nicchie ed affiancate successivamente dalle immagini sacre, le cui finalità erano quelle di distogliere, infondendo la paura del castigo divino, il malfattore che per operare i suoi delitti tentasse di spegnere od asportare la lampada, e di ringraziare per lo scampato pericolo dell’assalto di malviventi. Il compito di raccogliere i fondi per le luminarie e di sorvegliare alla loro accensione era riservato ai parroci o ad altri religiosi incaricati, ed era reso assai più facile grazie alla presenza dell’immagine sacra. Tali immagini sacre, sparse per le vie del paese, oltre a fungere da ammonimento contro la violenza e la prostituzione, avevano una funzione apotropaica: ossia si pensava possedessero una carica magica in grado di allontanare gli influssi malefici provenienti da persone, da cose o avvenimenti, e di esorcizzare pestilenze e calamità naturali (inondazioni e frane nelle località montane). Stesso significato ricoprivano, e ricoprono tuttora, le immagini sacre conservate nelle case e nelle stalle delle aziende agricole.

Probabilmente alcune santelle cristiane derivano da preesistenti altari pagani del periodo Romano, che venivano collocati agli incroci delle divisioni centuriali.
Le prime santelle raffiguranti la Madonna comparvero nel XIII e XIV secolo; successivamente si diffusero con la raffigurazione del crocefisso. Talvolta prendevano il nome dei luoghi o delle attività artigianali svolte nelle vicinanze.
Al loro mantenimento hanno sempre provveduto i fedeli, ad eccezione di quelle situate nelle aree sotto l’influenza della Repubblica Veneta che, seppur laica e spesso in lotta con la Chiesa di Roma, considerò le santelle un bene pubblico protetto dallo Stato: chiunque fosse scoperto nell’atto di danneggiare o profanare tale bene veniva severamente punito. Quando la Repubblica Veneta terminò il suo potere (1797), le santelle divennero un bene privato, furono soggette a varie insidie e corsero il rischio di essere eliminate.
Le santelle, come accennato, venivano realizzate dai contadini stessi, o da artigiani pagati spesso con il denaro guadagnato dalle donne attraverso la vendita delle uova o della treccia dei propri capelli. La parte muraria sorgeva comunque grazie al lavoro del contadino in conto proprio, in quanto anticamente questi si improvvisava muratore per almeno un paio di settimane ogni anno, all’inizio dell’inverno, ossia della cattiva stagione, quando i lavori relativi alla manutenzione dei tetti e dei muri divenivano impellenti.

Pur rivestendo, un tempo, poco pregio sotto il profilo artistico, le santelle godevano tuttavia di una profonda devozione religiosa. Venivano generalmente edificate lungo le strade rurali, quasi sempre a rimarcare i bivi, i lazzaretti, e in prossimità delle fosse comuni all’esterno del paese, servite per sotterrare i morti delle pesti, delle quali ricordiamo le ultime avvenute nel 1575-77 e 1629-31. I Santi rappresentati in questi luoghi sono i protettori degli appestati: San Valentino, San Rocco e San Carlo Borromeo. Si collocavano spes­so nelle facciate delle case talvolta di ceto borghese in alternativa al solito stemma della famiglia nobile aristocratica.
I dipinti dei Santi e delle Madonne, opera di pittori artigiani, si ispiravano direttamente ai volti della gente del popolo. La raffigurazione del viso della Madonna poteva cosi rispecchiare il volto di ragazze del paese e suscitare disappunto e contrarietà nei compaesani e nel prete che doveva benedire il dipinto, in quanto gli affreschi realizzati in questo modo non facevano altro che avvicinare in maniera troppo evidente la figura sacra a quella umana.
Sono santi poveri quelli dipinti nelle santelle (San Giuseppe, Sant’Antonio abate, Sant’Antonio di Padova, San Francesco, San Rocco, San Lorenzo, Santa Lucia, ecc.), proprio perché in grado di capire la gente semplice e proteggere i poveri, le case della gente umile, il bestiame, i raccolti, gli uomini in guerra. Talvolta, invocati dal malato, si sperava potessero contribuire alla guarigione: per il mal d’orecchi San Marco, per il mal di testa Santa Martina, per il mal di denti Santa Apollonia, per il mal d’occhi Santa Lucia, per i reumatismi San Vincenzo, per i piagati e i morsi da serpenti San Rocco, ecc.
È comunque la Madonna l’immagine maggiormente raffigurata, in quanto assunse da sempre un valore protettivo: l’Annunciata, l’Addolorata, l’Immacolata, l’Ausiliatrice, la Madonna del Pellegrino, di Pompei, del Divino Soccorso, del Santo Rosario.

Il dipinto nella santella veniva eseguito con la tecnica ad affresco, consistente nell’impiego di colori semplicemente stemperati in acqua ed applicati su un intonaco fresco, non ancora consolidato. Per comporre il disegno dell’opera venivano utilizzati vari sistemi: la battitura con fili intrisi di colore direttamente sull’intonaco fresco; la puntinatura ripetuta di contorni disegnati su un cartone, in modo da lasciare inciso sull’intonaco la sagoma; la quadrettatura sull’intonaco, riferita alla stessa quadrettatura più piccola del cartone, per avere un riferimento nel disegno; lo “spolvero” ossia la battitura eseguita con un sacchetto di tela riempito di pigmento nero sul cartone bucherellato nelle linee del disegno, al fine di riprodurre la sagoma sull’intonaco sottostante.
Il colore impiegato nell’affresco veniva a costituire un tutt’uno con l’intonaco sottostante e, assorbito, partecipava all’indurimento e al processo di carbonatazione. I colori più impiegati erano quelli di origine minerale, vale a dire quelli resistenti all’azione caustica della calce: il bianco di San Giovanni, la calce spenta, le ocre naturali e bruciate, l’oltremare, le terre d’ombra. il nero d’avorio, il nero di vite, il bianco di piombo, il cinabro, l’azzurrite. Il dipinto doveva essere realizzato velocemente, onde evitare la rapida asciugatura dell’intonaco: ecco perché generalmente il lavoro veniva diviso in fasi, denominate “giornate”.

Gli affreschi delle santelle non subirono grossi danneg­giamenti dall’azione dell’uomo fino all’era giacobina, la cui attenzione si indirizzò soprattutto verso le chiese e i conventi ben più ricchi di opere d’arte; ma non furono risparmiati dalle forze massoniche ed anticlericali nella seconda metà dell’ottocento, dopo l’annessione delle regioni Austriache all’Italia. Più tardi, a Venezia, nel 1870, si organizzarono delle Pie associazioni per il restauro dei Capitelli e per la sorveglianza, con vere e proprie opere di presidio da parte di giovani cattolici.
Essendo però tali affreschi collocati all’esterno, vengono da sempre incessantemente aggrediti sia dalle intemperie che dall’umidità, per capillarità dal basso; l’umidità, a sua volta, favorisce attacchi di carattere biologico, da parte di microrganismi, di alghe e di licheni. Dannosa si rivela l’azione del vento, la cui polvere trasportata esercita sul dipinto un’azione abrasiva, ma anche quella della luce solare, che contribuisce a sbiadire i colori ed il cui calore provoca un’azione disgregante, espandendo i diversi elementi facenti parte del colore.
Il lento danneggiamento di queste opere, dovuto sia ai motivi enunciati sopra che al deposito di polveri e di gas di scarico ormai oggi contenuti in grandi quantità nell’atmosfera, ha fatto nascere un dibattito circa la possibilità di conservare gli affreschi in loco oppure ricoverarli in museo, sostituendoli con delle fedeli copie.
Del resto è urgente che l’opinione pubblica si faccia carico della manutenzione e del restauro degli affreschi e delle santelle in genere, onde evitare che le esigenze di viabilità e di risistemazione del territorio agrario portino definitivamente alla distruzione di tali opere d’arte.

Roberto Feroldi

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