"I ga cór dré ale santèle, adèss... Ma ta ghét bó tép!”: un ricorrente, entusiastico incitamento di chi con perplessità vedeva gli addetti ai lavori gironzolare fra le contrade del paese, taccuino in mano, macchina fotografica a tracolla e naso per aria alla ricerca di chissà quali miracolose apparizioni.
Era l’inizio del censimento di un nostro patrimonio artistico, laico e religioso, fatto di segni che i nostri occhi snobbano e la nostra memoria non riconosce più, pur essendo stati parte della nostra infanzia. Ma su di essi basta posare lo sguardo una sola volta per riscoprire, fra campi e strade, echi di ricordi ancora vivi. Brandelli di muri e dipinti che hanno caratterizzato la storia della nostra gente, che riaffiorano negli angoli sperduti delle nostre contrade, ormai ignorati ma carichi di ricordi e ancora pulsanti per chi non teme di leggere nella propria memoria.
Una cronistoria, questa, di come con la perdita dei muri, dei dipinti, è andata persa anche una memoria, che ha accompagnato intere generazioni passate, nel loro quotidiano rapporto con una genuina spiritualità, fatta non solo di fede ma anche e soprattutto di un profondo, laico rispetto per gli uomini e le cose comuni. È la nostra stessa storia caduta nell’oblio, esaurita e diventata rudere sordo, che finisce per non dire più nulla, se non è esibita e mantenuta vitale dal nostro vivere quotidiano, così troppo egoisticamente modernizzato, e che non ha saputo riconoscersi con un passato neppure troppo lontano.
Ci siamo domandati increduli quale meccanismo nelle coscienze ha fatto smarrire valori e memorie per la nostra tradizione dal forte sapore contadino, che non era solo religiosa, ma anche laica, patrimonio culturale di tutti, espressione di una società che interpretava se stessa e testimonianza di coloro che hanno vissuto accanto a questi luoghi cogliendone il senso della propria convivenza.

Ma ora, se v’accade di tornare indietro con il ricordo al passato v’incupite: passa troppo presto il tempo? E volete provare a ricostruire il castelletto di carte dei pensieri e dei desideri di un tempo? Mio giovin selvaggio, non v’accorgete che queste irrequietudini sono d’ora?
È che nella vostra fanciullezza, quando vi perdevate nel brolo (ma credo che non vi avranno mai concesso la chiave; o che vi sarete impinzato di frutta acerba, quel giorno) o sognavate le fate, catturavate col desiderio quello che poi s’avverò:
d’essere un uomo saggio e volenteroso
che lascia dopo di sé lungo desiderio di sé fra gli amici,
e intorno a sé il ritmo di una vita proba.
Sentite quelle campane? Suonano molto orgogliose d’esser così sonore e così ben concertate: incomincia la nota più acuta e discendono di terza fino alla nota più grave, che si spande prolifica come la pioggia giù dal campanile per tutto il territorio della parrocchia; così siete voi, amico.
Ora ascoltate quella campanella petulante che va interrompendo il concerto; ma ha smesso e non conviene più parlarne.”

(Mario Apollonio, Intermezzo, 1936)

Quale viatico migliore a questo nostro viaggio poteva giungere se non da chi ha saputo esprimere il senso della nostra cultura al mondo intero: quel Mario Apollonio, figlio della nostra terra e testimone coi pensieri ripetutamente espressi in scritti in cui si immergono le radici di una profonda saggezza contadina.
Ora non è nostro intento, di noi eredi del passato e prossimi al terzo millennio, di essere negatori della modernità; dalla comodità propria della nostra generazione, non vogliamo rimpiangere un passato riscattato e affrancato dalla fame, dalle fatiche, dalle libertà mancate. Non è sotto quest’ottica il nostro richiamo a voler rivisitare con passione echi e aspetti di realtà passate e oggi trascurate.
Allora perché, nonostante la nostra compiaciuta euforia del benessere che ci consente di avere in un attimo fatti, voci, volti del mondo a portata di mano, vi è in noi il desiderio di riscoprire e documentare il nostro piccolo mondo?
Un piccolo mondo che ci trovava uniti nella condivisione serena di tanti valori, laici e religiosi, nei quali si sono sedimentate con le tradizioni le nostre radici di gente di campagna, le nostre certezze, le speranze, l’onestà, il senso di umanità e rispetto; un piccolo mondo che faceva di noi gente orgogliosa, nelle tribolazioni del lavoro, a volte anche nella miseria, di essere se stessa e rimanere tale.
È la voglia di un ritorno ad una nuova ecologia della vita, il desiderio di un recupero dei ritmi naturali della vita, il riappropriarci di spazi, tempi, ritmi, sguardi più sereni e in sintonia con lo stato genuino delle cose.

Riteniamo ci siano, però, due ragioni per spiegare almeno in parte quella che attualmente è per noi una crisi di identità e una perdita di memoria collettiva nei gesti, nelle memorie di quelle che furono le nostre tradizioni popolari: un’illusione e una dimenticanza.
L’illusione consiste nel credere che bisogna e basta comunque andare avanti per andare bene, e che il progresso a tutti i costi, pur con la distruzione di tutto ciò che è il passato, non sia altro che una fatalità da accettare. La dimenticanza è più grave: l’appiattimento e una cultura imposta che tende ad uniformare e omologare tutto, soffocando l’essenza genuina della cultura locale, ci fanno dimenticare che “la tradizione proclama valori non ancora scordati e realizzati, ma ancora da riscoprire e realizzare in futuro”.
Ecco quindi che la tradizione, riscoperta con saggezza, può essere rivoluzionaria: una saggezza, o meglio una sapienza, che, se intelligentemente utilizzata, sarà parte importante del nostro imminente futuro.

“Profeta saggio è colui che si ricorda dell’avvenire, ma ancor più saggio è colui che si ricorda del passato.” (Léon Bloy)

Il nostro sarà il tentativo, quindi, di navigare fra muri e ricordi già persi, o che si stanno perdendo, in recessi di una memoria forse più devastante e forte del tempo che con implacabile degrado ha accarezzato tutto attraverso le sue stagioni.
Questa nostra ricerca, con tutti i limiti che le riconosciamo, è voluta non solo per una possibile fruizione, ma anche per il recupero di un nostro patrimonio da custodire, silenzioso testimone di valori da conservare, fatto non solo di muri e dipinti, ma soprattutto di memorie, cultura e, purtroppo, identità sbrecciate.
Una memoria persa di qualcosa di nostro: chiesette campestri, santelle, edicole votive, dipinti murali, crocifissi, che erano visti come parte integrante della vita di tutti i giorni. Una presenza colloquiale e amica, che rassicurava e proteggeva i viandanti occasionali o chi vi si fermava nei pressi dopo il faticoso lavoro nei campi, non sempre allora generosi elargitori dei buoni frutti della terra.
Collocati non certo casualmente, questi tempietti campestri, con la loro esistenza nel silenzio dei campi vicini, a volte bagnati dal fruscio dei fossi copiosi d’acque, erano come zolle di pace a vissuti a volte terribili e carichi di morte nell’esperienza di uomini.
Erano allora (oggi non più) il limite estremo del vivere terreno di chi trovava nel motivo sacro d’ispirazio­ne l’espressione della propria religiosità contadina: erano luoghi dove gli uomini camminavano per rinvigorire le proprie radici nella profondità della terra, e con la loro presenza erano il segno che rendeva sacro lo spazio delle vicine fatiche quotidiane.
Basta soffermarsi con attenzione vicino a questi segni silenziosi, reimparare a rileggere i segni del tempo, riabituando i nostri occhi, avvezzi a vedere il frenetico scorrere di immagini a noi estranee e disabituati a guardare con calma ciò che nel silenzio infonde serenità di pensieri.
Lo spazio materiale di quei segni coinvolgeva, prendendo per mano che li accostava, quasi inglobandolo in un’atmosfera che comunicava la loro essenza spirituale; faceva sentire addosso lo sguardo benevolo di quei sacri dipinti, ai quali molti offrivano le proprie ansie, i timori, le speranze, nell’attesa di intercessioni per il “buon vivere”. Essi divengono luoghi vivi, quanto più si vive attorno a loro.

L'edificio e il dipinto religioso hanno in questi luoghi una forte valenza sociale: esprimono, cioè, un’arte che doveva, come regola nel monotono trascorrere di eventi, “saper rompere le regole del tempo e del luogo”, e in chi guardava dovevano “creare meraviglia” per l’arte, come immagine fedele, mai fine a se stessa, ma fatta per accrescere la devozione per il divino.
L’arte ispirata al sacro, e il cui destinatario è il popolo, era un linguaggio rivolto agli “analfabeti dello spirito”; ma comunque trasmetteva certezze e, tutto sommato, era rassicurante, diveniva strumento di salvezza per coloro che la accettavano.
È arte genuina e povera, che presuppone la partecipazione attiva degli spettatori: chi la contempla deve crederci, viverla. La stessa collocazione delle immagini devote nelle cascine, nelle vie, è la prova che la religiosità espressa è tutt’uno con le vicende familiari, un intreccio fra l’umano e il divino, le esigenze del vivere quotidiano e le sue radici affondate nella fede popolare.
La fede è quindi alla base della fondazione delle santelle: ne sono testimonianza, oltre alle cure devota nella costruzione, le immagini che sbocciano dai muri, rappresentative di Madonne delicate ed eteree, di Redentori gloriosi, di santi mistici e rapiti.
Dipinti con pennellate di colore che intendono dare profondità all’insieme, a volte con semplice ingenuità artistica, sono espressione di autentica voglia di vivere. Attraverso l’immagine, infatti, si può arrivare a far intuire, a persuadere che ciò che non è presente può diventare realtà. Che la salvezza, anche per noi scettici, è lì a portata di tutti: basta allungare una mano per poterla quasi toccare.

Si pone, a questo punto, in maniera impellente il problema della corretta ristrutturazione di questi luoghi a noi cari, sottoposti spesso a disinteresse, talora ad offese, quotidianamente a un lento declino. In qualche caso vi è da lodare la sensibilità di privati, che hanno inteso conservare, anche in ristrutturazioni drastiche, luoghi e dipinti; più spesso si riscontrano operazioni di restauro radicale con esito non proprio felice, mentre non sempre si è in presenza di genuina attenzione al recupero e al mantenimento di questi luoghi di culto popolari.
Il recupero, se correttamente attuato, è salvaguardia non solo delle strutture fisiche del luogo, ma diviene archivio di memorie di fede, di tradizioni, di cultura della nostra gente.
Questi nostri dipinti rischiano di perdersi irrimediabilmente, e assieme a loro la nostra memoria più genuina: se questa esigenza di salvaguardia non è avvertita dai privati, ancora più grave è l’indifferenza e la latitanza degli enti pubblici. Senza interventi pubblici di indirizzo e di aiuto, infatti, è utopistico che i privati diventino promotori di restauri. Eppure il risultato di un’opera sistematica porterebbe ad una sorta di “pinacoteca all’aperto” delle forme di arte minore, che rivalorizzerebbe non poco il territorio sul quale le immagini sacre sono distribuite.

Alfredo Seccamani

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