Prima di presentare la traduzione della Breve descrizione della Patria vogliamo proporre alcune possibili tracce di lettura, conforme agli intenti che abbiamo dichiarato nella presentazione di questo Quaderno.

 

La cultura

Anzitutto il problema dell’uso del latino da parte dell’autore offre già parecchi spunti di riflessione sulla base culturale da cui nasce la piccola opera e sulla sua destinazione: da una parte l’ambiente intellettuale quinzanese del pieno ‘500; dall’altra il mondo economico-politico dell’Europa nel suo centro, che era allora costituito da Vienna, capitale dell’impero.

Lo stesso lungo elenco di uomini dotti che caratterizza la Descrizione di Quinzano, manifesta nel borgo di quegli anni un intensissimo fervore culturale d’importanza certamente provinciale e nazionale (quasi tutti i personaggi menzionati operano od hanno operato a Brescia; qualcuno a Venezia, a Roma, a Napoli e in molti altri luoghi), e non privo di risvolti internazionali, come gli esempi di Quinziano Stoa e dello stesso Planerio. Questo clima culturale si catalizza intorno a tre scuole succedutesi nel tempo: prima fra tutte quella di Giovanni Conti, padre dello Stoa, dalla quale Planerio dichiara di provenire assieme ad altri suoi illustri concittadini; quindi quella regolare di Giuseppe Giardino e l’altra informale, poco più che un dotto circolo di amici, del Planerio, negli sparsi momenti del suo soggiorno quinzanese.

Parecchi dei personaggi lodati dal medico scrissero e talora pubblicarono proprie opere, ma non risulta che nessuno di essi abbia prodotto nulla in lingua italiana, nemmeno il Planerio, nonostante l’affermazione del <$INember Giuseppe>Nember (1777, p 92) che lo definisce singolare “nelle due lingue italiana, e latina”.

Se ciò è assolutamente normale negli scritti di carattere tecnico o scientifico (si tratta in particolare di opere di teologi, giuristi, medici e grammatici), ha un valore più significativo per quanto concerne l’opuscolo sulle glorie di Quinzano poiché esclude abbastanza decisamente che esso fosse diretto ad un pubblico locale, dato che, a parte la maggioranza di analfabeti, erano assai pochi quelli in grado di comprendere il latino. In più la dedica ai fratelli tedeschi Fugger, banchieri imperiali, rivela l’ambizione di diffondere la Descrizione nell’ambiente colto e raffinato delle corti centro-europee, ben al di là del ristretto mondo bresciano o lombardo. Che questa non fosse una pura presunzione è prova il fatto che l’opuscolo fu stampato appunto a Vienna, e circa trent’anni dopo riedito a Venezia.

 

La redazione

La fortuna del libello ci offre lo spunto per rilevare che esso, come ci si presenta nell’ultima edizione del 1584 (quella che qui presentiamo tradotta), è frutto di numerosi interventi successivi e di una prolungata elaborazione: lo riconosce l’autore stesso nelle ultime righe, quando si scusa col lettore “se in momenti diversi abbiamo scritto anche cose diverse e ne abbiamo intessuto una specie di storia”.

Di questo lavoro, composto secondo il Nember (1777, p 89) a Quinzano prima del 1556 durante la convalescenza di una malattia, possiamo individuare le varie stratificazioni attraverso indicazioni che il Planerio dà di quando in quando nel corso della trattazione. Oltre alla data esplicita della lettera dedicatoria, scritta da Vienna nell’agosto 1556, segnaliamo in particolare:

  • la menzione di Quinziano Stoa e del fratello Celio ancora viventi (morirono entrambi nel 1557);
  • il proprio ritiro dalla professione medica nel 1570;
  • la morte dell’arcivescovo Pavesi nel febbraio 1571;
  • la battaglia di Lepanto, nell’ottobre dello stesso 1571;
  • la morte del papa Pio V e l’elezione del successore Gregorio XIII nel maggio 1572;
  • la peste e la carestia del 1576-77;
  • il padre Serafino Cavalli di cui non si accenna alla morte avvenuta nel 1578;
  • così pure il padre Vincenzo Patina, presentato in piena attività mentre morì nel 1582.

Ma ad una attenta indagine il lettore potrà scoprire altri indizi che rimandano più o meno chiaramente alle diverse epoche della composizione dei vari brani, al punto da riuscire a ricostruire almeno le fasi principali della redazione di un testo privo, tutto sommato, di una revisione definitiva che ne amalgamasse i numerosi scompensi crononlogici e in qualche caso stilistici.

 

La storia

Certo non si può riconoscere nel libretto del Planerio quello che saremmo normalmente indotti a cercare nella “storia” di un paese: ed in effetti le informazioni di tipo storico su Quinzano sono scarsissime e ridotte alla rapida citazione di quattro delle chiese locali, che all’epoca dovevano essere ben più numerose. Per il resto prevalgono gli intenti dottrinali-didascalici (la lunga digressione sull’immortalità dell’anima, che abbiamo omesso nella nostra traduzione), le ambizioni letterarie (il trittico per così dire “manzoniano” di peste-fame-guerra, costituito dalle descrizioni dell’epidemia del 1529, dell’occupazione francese di Brescia del 1512 e dell’alluvione del 1530), le mitologie familiari (la storia della romana famiglia Planeria) religiose (le reliquie di Terrasanta raccolte dal fratello Pietro) sociali (le violente ed inverosimili invettive contro i Giudei ed i Turchi) e politiche (la esaltazione della politica internazionale di Pio V e della vittoria di Lepanto).

In realtà l’operetta non ha per nulla di mira il passato, come dimostra il fatto che degli oltre trenta quinzanesi enumerati nemmeno un quarto sono quelli già estinti all’atto della stesura del testo, e due o tre soltanto l’autore non li aveva conosciuti di persona. È chiaro, allora, che al Planerio premeva essenzialmente comporre un elogio letterario della élite culturale contemporanea del proprio paese d’origine, di cui si sentiva – forse non a torto – un po’ la guida morale, soprattutto dopo la morte dello Stoa; se si guardava alle spalle era semplicemente per segnalare le radici di questa singolare fioritura, libero comunque da qualsiasi preoccupazione per una storia che non fosse la peraltro poco credibile leggenda di famiglia.

È dunque in questo elogio, stilato nel genere letterario consueto del catalogo infarcito di dotte digressioni stilisticamente assai curate, che si dovrà ricercare il valore della Descrizione, non tanto documento minuto di storia locale ma preziosa testimonianza, personalmente sentita, del clima culturale animato e vivace che Quinzano conobbe nel secolo XVI, toccando allora il culmine del proprio sviluppo morale e civile.

 

Il testo riportato qui di sèguito è, come s’è detto, la traduzione dell’edizione veneziana del 1584, con la sola esclusione della digressione sull’immortalità dell’anima (cc. 5r-6r). Le titolature in margine ad alcuni paragrafi figurano effettivamente nell’originale, mentre redazionale è la suddivisione in capoversi, l’evidenziazione dei nomi dei personaggi e le note esplicative.


 

 

Di Giovanni Planerio Quinzano
Bresciano
Dottore di Arti & Medicina

BREVE DESCRIZIONE
DELLA SUA PATRIA
& ELENCO
DEI PERSONAGGI ILLUSTRI DI ESSA
IN CUI SI DICUTE DELL’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA

(1584)


AI MAGNIFICI ED ILLUSTRISSIMI SIGNORI
MARCO, GIOVANNI, GIROLAMO E GIACOMO
FRATELLI FUGGER
SUOI PADRONI,
GIOVANNI PLANERIO QUINZIANO

Quando giunsi nella capitale austriaca di Vienna e per l’inclemenza del suo clima caddi ammalato, credetti opportuno ritornare in Italia, in patria, a rivedere il mio campicello, i colli soleggiati, i corsi d’acqua presso i boschi, le mie viti un tempo piantate con le mie mani, far crescere le vecchie, piantarne delle nuove; innestare peri ed alberi di varie specie; incanalare fonti e rogge, bere quelle salutari acque sorgive; e dedicare così il resto della mia vita all’agricoltura, alle scienze religiose, alla filosofia, alla medicina, all’astronomia e alle matematiche.

Poiché invero tra i piacevoli e fertilissimi campi della Gallia Cisalpina la campagna bresciana merita davvero un affettuoso ricordo, ho appunto pensato di condensare in questo breve opuscolo la descrizione della mia patria e dei suoi personaggi celebri, e a voi, signori magnifici e molto illustri, ho ritenuto opportuno dedicare questa mia fatica, dal momento che la città di Augusta, vostra nobilissima patria, soprattutto si distingue tra le altre città della Germania per costumi, leggi, istituzioni, modo di vivere, civiltà, così che a buon diritto “Augusta”, ossia prima e regina di tutta la Germania, è denominata, la città nella quale si tengono le assemblee dei principi.

Così la vostra famiglia, notissima dovunque nel mondo anche tra i popoli stranieri per la sua splendida ricchezza, è assai rinomata: è infatti abbastanza risaputo che vostro padre Antonio, un uomo davvero singolare, è dotato di generosità e di spirito religioso al punto che, oltre al denaro che ogni giorno distribuisce a chi non ha nulla, cento e più dignitosissimi locali offre gratuitamente ai poveri per abitarvi: un gesto pietoso, santo, umano e degno di menzione per tutti.

Anche voi siete persone umanissime e ben nobili, fedeli alle orme di vostro padre, per la vostra eccezionale benevolenza e generosità verso il prossimo e per la vostra speciale attenzione nei confronti di tutti i migliori che dimostrino qualche buona qualità. Così siete apprezzati da tutti i sovrani, al punto che non c’è più un angolo d’Europa in cui non sia giunta la fama delle vostre virtù.

Pertanto, umanissimi come siete, accettate questa mia opera con quella disposizione con cui avete dimostrato di accogliere da altri doni anche meno impegnativi.

Vienna (Austria), nel mese di agosto 1556.


DI GIOVANNI PLANERIO QUINZIANO
BREVE DESCRIZIONE DELLA SUA PATRIA
ED ELENCO DEI PERSONAGGI ILLUSTRI

Sorge nella Gallia Cisalpina il castello di Quinzano, a venti miglia dalla città di Brescia verso meridione, nei pressi del fiume Oglio, che segna i confini del bresciano dal cremonese con piacevolissima corrente; bagnato inoltre dalla Severona[1], altro corso d’acqua assai tranquillo e salubre.

Un castello oggi celebre anche per quanto ha generato: da esso, come dal cavallo di Troia, uscirono personaggi davvero illustri: infatti, oltre al clima temperato ed alla fecondità del suolo, senz’altro nel campo militare e in quello intellettuale fu sempre fiorente e ne riuscì tanto noto e famoso che si potrebbe definire non semplicemente un castello, ma una vera e propria città.

Mi sarei certo dimostrato del tutto ingrato verso la mia patria, se non avessi fatto menzione di alcuni personaggi degni che essa generò e che io stesso conobbi, se li avessi trascurati in un colpevole e disonesto silenzio.

È grande oggi e lo sarà per sempre Giovanni Francesco Quinziano Stoa (Quinzano, 1484 - Villachiara, 1557)[2], poeta premiato di corona d’alloro, mio concittadino e contemporaneo, di non comune livello intellettuale e integrità di vita, il quale nella prestigiosissima Università di Pavia con grande ammirazione degli uditori insegnò letteratura latina.

Nelle sue lodi ora mi diffonderei volentieri, se non fossero i suoi scritti – già trenta e più quelli pubblicati da molti anni in qua – a manifestare l’eccezionale cultura di quell’uomo straordinario e a renderla a tutti evidente. La sua opera maggiore sono le Epografie, ora ampliate e rielaborate al meglio dall’autore; e ancora la Vita di Cristo nostro Salvatore, composta in versi di vario metro. Ma egli ha varie altre opere di imminente pubblicazione: io ne faccio menzione ben volentieri poiché lo ritengo benemerito non meno della sua patria che della letteratura, e anche perché egli mi ha sempre seguito con particolare benevolenza ed affetto.

Così suo fratello Celio (1498-1557)[3], acutissimo scopritore di talenti, il quale dall’intera cittadinanza di Brescia fu incaricato di sovrintendere alla realizzazione degli archi di trionfo eretti in onore del cardinale Cornaro, nuovo vescovo della città: egli li arricchì di svariate e dotte iscrizioni, tali da suscitare in tutti uno splendido e incondizionato consenso[4]. Anch’egli ha diverse opere in corso di pubblicazione.

Costoro ebbero dalla sorte un padre, Giovanni (1437-1529)[5], uomo colto per quei tempi e integerrimo – erano trascurati allora gli studi classici – dal quale come da una sorgente, per dir così, sgorgarono innumerevoli discepoli: egli infatti per sessant’anni e più insegnò grammatica e letteratura latina, e lo fece con impegno e attenzione così magnanimi, che volle istruire non soltanto i propri figli ma anche numerosi altri: da lui anch’io appresi da piccolo i primi rudimenti della cultura umanistica. Una personalità certamente degna d’ogni lode e di perenne ricordo.

Altri personaggi si sono pure discretamente distinti così nella teologia come nel diritto civile e nella medicina.

Fra Stefano Conforto (1480-1572)[6] carmelitano, docente e conferenziere, superiore provinciale, profondissimo conoscitore della sacra teologia, che noi abbiamo visto vecchio a Padova e a Venezia in pubblici dibattiti.

Girolamo Conforto, esimio esperto di diritto cesareo e pontificio.

Un secondo fra Stefano Conforto (1487-?)[7], nipote del precedente, anch’egli insegnante e insigne dottore in sacra teologia, che per la sua straordinaria cultura l’Ordine Domenicano promosse inquisitore degli eretici.

Luigi Conforto suo fratello, giurista oggi a Brescia celeberrimo, i cui tre figli, degni di nota non meno per il rigore morale che per la cultura, si sono fatti un buon nome[8].

Il domenicano fra Vincenzo Patina (1490-1582)[9], personaggio degno di menzione per la cultura e la santità della vita, maestro acutissimo e rinomato dottore in sacra teologia, che un giorno a Brescia, in un affollatissimo convegno di religiosi, mi esortò a pronunciare anch’io un intervento. Egli, per la sua straordinaria preparazione, al tempo del papa Paolo III fu inviato dai padri a trattare dei dogmi della fede ortodossa al Concilio di Trento; in parecchi convegni in Italia non solo presiedette i lavori, ma intervenne anch’egli con grande sapienza, attirando su di sé l’attenzione generale.

Speriamo che un giorno pubblichi quanto ha scritto: in effetti ha illustrato ogni genere di complessi problemi di filosofia dialettica, al punto che tutti coloro che finora hanno scritto di tali argomenti, li ha agevolmente superati. In teologia, poi, i temi più ardui li ha sviscerati in maniera così originale e personale, che non v’è rimasto più alcun punto di dissenso o di controversia.

Ormai, invero, conseguite le più elevate cariche dell’Università di Bologna, oggi per la straordinaria cultura e integrità di vita è ammesso alla corte dei principi di Mantova, presso la segreteria. Io ho veduto molti dei suoi libri non ancora editi: ha scritto infatti commenti agli Analitica Posteriora di Aristotele, agli otto libri della Physica, ai tre libri De Anima e al nono capitolo del terzo libro del De Philosophica Consolatione del santo Severino Boezio. Ma altresì ha esplicato la teologia con ispirati e corposi trattati.

Giovanni Francesco Patina (1496-1540)[10] suo fratello, già magnifico reggente presso l’Università di Pavia[11], illustre giurista e diplomatico, il quale, mentre si trovava a Roma segretario e uditore del cardinale Marco Cornaro ed era stato nominato governatore della città di Corneto (Lazio), ancora assai giovane fu estinto dal fato.

Alessandro Patina[12] fratello dei precedenti, persona di spiccata intelligenza e buon senso, che agevolmente godeva in Brescia la preminenza nelle cause civili e penali.

Antonio Bisiolo († 14 giugno 1528)[13], medico celeberrimo. Battista Basello (1528- 1611)[14], Maffeo Conte (c.1470-1521)[15] odierni dottori in medicina.

Fra Giulio Pavesi domenicano (1507-1571)[16], insegnante eloquentissimo e rinomato dottore in sacra teologia: egli dapprima fu priore – così si dice – di conventi domenicani in molte città italiane; poi fu promosso nel napoletano superiore provinciale, altissima dignità che nelle circoscrizioni in cui si suddivide quell’Ordine di solito non viene conferita che a persone segnalate e di provato valore; in seguito fu creato vescovo di Vieste (Gargano) dal papa Paolo IV; quindi fu preposto all’arcidiocesi di Napoli come ausiliare nunzio e vicario, e pochi mesi dopo nominato vescovo di Sorrento e inviato quale ambasciatore ai più lontani principi di Germania dal papa Pio V.

Di questo personaggio è forse consentito presagire che giungerà ai più alti cardini della Santa Chiesa Romana, dal momento che le nazioni estere, per la sua formidabile saggezza onestà e abilità diplomatica, a gara l’hanno elevato fino a tali gradi di dignità.

Lui e io fin dalla tenera fanciullezza frequentammo in patria la scuola dello stesso maestro: questa circostanza ha fatto sì che egli mi abbia seguito sempre con grandissimo affetto e amicizia.

Stavo scrivendo queste righe quando mi fu recata la notizia che egli aveva abbandonato questa vita, con grave commozione della sua patria e di tutto il mondo cristiano[17].

Il reverendissimo fra Serafino Cavalli (1522-1578)[18], attuale degnissimo superiore generale dell’Ordine Domenicano: egli, nato a Brescia, fu tuttavia nella mia patria allevato e istruito nelle materie umanistiche.

Vi sono altresì oggi non pochi giovani di ottime speranze nella medesima famiglia di San Domenico, i quali, tenendo conferenze l’uno meglio dell’altro in pubblici dibattiti, si sono fatti un buon nome e speriamo conseguiranno un successo durevole: essi per la loro propria intelligenza e sulle mie esortazioni e i miei consigli, si dedicano giorno e notte agli studi di filosofia e di teologia. Li abbiamo visti e ascoltati tutti predicare in pubblico, ma sarebbe troppo lungo se elencassimo coloro che abbiamo riconosciuto più validi: temo anzi già con quelli fin qui menzionati di aver ingenerato fastidio al cortese lettore[19].

Giuseppe Giardino (ca.1512-1599)[20], mio grande amico di famiglia, oltre alla padronanza delle lingue classiche, espertissimo altresì della dialettica. Egli, molti anni fa, insegnava in patria letteratura latina e greca: dalla sua scuola uscirono preparatissimi discepoli, alcuni dei quali sono entrati nell’Ordine Domenicano, altri oggi in Brescia sono essi stessi a insegnare le lingue classiche con grande successo.

Il reverendo Giovanni Pietro Basello (†1610)[21], notevole per cultura e buon carattere: sono lodevoli in lui la limpidezza della vita, la severità nel correggere i vizi, l’affabilità nel visitare gli ammalati. Ottimo direttore spirituale e assetato di cultura classica: a lui io un tempo spiegai la dialettica e gli elementi dell’astronomia, ed erano presenti in quell’occasione anche altri che venivano numerosi ad ascoltare le mie lezioni. Avevo in animo di affrontare anche la filosofia, se non me lo avessero impedito la morte improvvisa di mio fratello Egidio e la malferma salute dell’altro mio fratello Pietro in Venezia.

Marco Antonio Rossi (†1606)[22], per quanto ancor giovane, oltre alla padronanza del latino e alla raffinatezza del tenore di vita, vantò tale profitto ancora nel diritto civile, che per la sua bravura superò di gran lunga la sua età: dopo aver conseguito la laurea a Padova, ora tiene pubbliche lezioni di diritto civile.

Giacomo non meno per cultura che per cognome Massimo (1522-1592)[23]: matematico e latinista di vaglia, nella nostra epoca, oltre a distici ed epigrammi, restituì e integrò altresì l’opera di Terenziano in buona parte lacunosa verso la fine e frammentaria, imitando con i suoi versi lo stesso Terenziano.

Bartolomeo Teanio (c.1512-1598)[24], personalità di versatile cultura e specialista di lingue classiche, che oggi in Brescia tra i professori di retorica e poetica può rivendicare il primato. Magari quanto egli ha scritto un giorno vedesse la luce! Ha infatti cercato di provare che la Rhetorica ad Herennium fu scritta da Cicerone, con validissime e argomentate ragioni contro quanto sostengono gli antichi, in un suo breve trattato non ancora edito. Ha scritto anche un coltissimo commento al De Arte Rhetorica, in cui con abilità ha mostrato quanto spesso sonnecchiasse e si ingannasse Trapezunzio[25].

Ha redatto inoltre parecchi discorsi d’occasione: tra i tanti, l’orazione funebre in cui compiange la dipartita di Matteo Avogadro, celebre giurista, a tal segno mi commosse, a tal punto intenerì il cuore dei presenti, che più volte strappò le lacrime. Ha pubblicato ancora uno splendido discorso sul piacere della conoscenza. Ha composto altresì parecchi versi che profumano della compostezza di Virgilio e della scioltezza di Ovidio, pubblicando appunto una narrazione in stile epico della conquista di Brescia da parte dei Francesi.

Mi piacerebbe che quest’uomo insegnasse nelle più prestigiose Università italiane. La nostra amicizia, riposta soltanto nella virtù, stretta fra noi negli anni della fanciullezza alla scuola del maestro elementare in patria, sempre più si accrebbe e si intensificò, e durerà ancora fin dopo la morte fisica, dato che abbiamo sempre fermamente sostenuto l’immortalità dell’anima, non soltanto sull’autorità dell’unico e vero Signore Gesù Cristo, ma anche conforme ad Aristotele, checché frattanto ne abbia delirato Pomponazio[26] mantovano, il quale, mentre a Bologna teneva lezioni su Aristotele, essendo d’età avanzata e prossimo alla fine, in punto di morte rivolto agli amici presenti esclamò: “Adesso, amici, io potrò dimostrare se l’anima sia mortale o immortale”.

[...] [27]

 

Non sarà fuori luogo rispetto al catalogo che abbiamo intrapreso, se vi introdurrò ancora mio padre e mio fratello.

Lode del padre dell’autore. Compianto sulla morte del padre dell’autore.

Ludovico Planerio, mio padre, persona limpida di integrità morale, inflessibile nel riprovare i vizi, irreprensibile nella vita talché si sarebbe detto un nuovo Catone Censore, o un Porzio. Egli fin dalla mia fanciullezza con tutta devozione mi educò nella pietà cristiana, nella dottrina della Santa Chiesa Romana, nei migliori costumi; e mi fece istruire nelle materie umanistiche. A lui, certo, dopo Dio – come dice Platone – riconoscerò sempre di essere immensamente debitore. Ero ancora ragazzo quando con infinito dispiacere lo perdetti: la sua morte piansi con molte lacrime; anche gli altri rimpiangevano l’innocenza, l’onestà, l’integrità di quell’uomo.

Descrizione della peste del 1529.

Accrebbe le nostre disgrazie ancora la peste che l’anno successivo alla morte di mio padre aveva invaso tutta quanta l’Italia: in quella circostanza anche mia madre, colpita dal morbo, la perdetti; tutti i nostri beni di casa si estinsero per i furti, le rapine, gli incendi.

Cause della pestilenza.

Cominciò in estate la peste, e in autunno si intensificò: l’aveva preceduta una diffusa carestia e le insistenti piogge nell’estate afosissima avevano contaminato dapprima l’atmosfera, poi il fisico degli animali e di tutti i viventi. Da qui una repellente pestilenza ben presto seguì: anzitutto febbri insistenti, quindi pustole infette; il contatto con gli ammalati e il servizio domestico intorno a loro diffondevano il morbo. Così trascurati ed abbandonati dai vicini per paura, privi di qualunque assistenza, morivano in ogni dove: ecco allora funerali ogni giorno, e la morte faccia a faccia.

Ma anche quanti assistevano gli ammalati, procurandogli da mangiare e da bere, afferrati dalla violenza di quel male, morivano insieme con loro. Dovunque di giorno e di notte si udivano lamenti: alla fine per assuefazione alla peste gli animi si erano esasperati al punto che non si udiva più alcun lutto di sopravvissuti, e addirittura c’era chi proprio accanto alle salme in decomposizione mangiava, beveva, dormiva.

I cadaveri, poi, venivano rimossi senza mesto corteo, e non deposti ciascuno nel proprio sepolcro, ma in fosse scoperte, alla rinfusa, rovesciati uno sull’altro, senza che li si coprisse di un pur sottile strato di terra, e mandavano un orribile e fetido odore, impestando di quel sentore pestilenziale perfino il cielo e ogni specie di animali terrestri e volatili. E, siccome i becchini non bastavano a seppellirli, giacevano per strada, insepolti, e agli occhi dei moribondi, che potevano aspettarsi analoga fine, offrivano un tremendo e lugubre spettacolo; qua e là salme occultate: ci furono di quelli che in casa propria seppellirono i corpi dei loro.

Si videro persino colombe o rondini che volando in alto per sfuggire a quel fetore di marcio, soffocarono lassù presso le nubi e caddero poi in terra stecchite. Ma anche il bestiame, soprattutto i buoi, sotto l’aratro con un forte muggito si schiantavano. Cessava ormai anche il destriero di mordere le briglie schiumanti, e di nitrire rampando, e contratto in sé il male, si abbatteva. I cani, affetti da rabbia, senza un latrato si avventavano contro i padroni. Perfino le pecore, tra tutte le bestie le più miti ed utili, con il latte consunto dalla peste nelle mammelle, spiravano nel mezzo dei prati. Il pastore allora bruciava la lana infettata dai liquami malsani.

Inquinò quella pestilenza fiumi, pozzi e fonti saluberrime, tant’è che le acque, che prima agli infermi, se ne bevevano, recavano salute, in seguito corrotte dal morbo gli infliggevano morte.

Lode del maestro dell’autore, e sua morte.

Quella pestilenza fu resa degna di nota dalla morte bensì matura, ma pursempre acerba di Giovanni da Gandino[28], mio affettuosissimo e austero precettore, che arricchì la nostra patria di cultura umanistica: fu lui ad insegnarmi i primi elementi della lingua latina; dalla sua scuola come da un nido tanti illustri ingegni, tanti commentatori di letteratura sacra, tanti conferenzieri, fino ai confini del mondo, alle isole felici si involarono.

Il colmo dei mali.

È questa la tragica e memorabile strage che un tempo, come narra Tucidide, sbaragliò gli ateniesi; quella che tante volte, come scrive Livio, la città di Roma spopolò di abitanti, e infinite famiglie sprofondò nel lutto; quella che Lucrezio nel sesto libro del De Rerum Natura, Ovidio nel settimo delle Metamorfosi, Virgilio nel terzo delle Georgiche e dell’Eneide con perfezione di stile cantarono; quella che Boccaccio meravigliosamente descrisse nel Decameron.

1512, 1529, 1556, 1576-77.

Questa stessa peste tante volte ai nostri giorni afflisse l’Italia intera, e in specie Venezia e Brescia in modo miserevole: queste due città dalla recente peste del 1576-77 furono consunte e decimate, al punto che sembravano abbandonate radicalmente dalla civiltà umana. Più nessuno in esse si vedeva giungere o partire: dovunque orrendo, inusitato deserto. A Venezia cadaveri ammucchiati a cadaveri, sparsi di calce, venivano cremati sulla spiaggia; persone ancora vive coi morti – non dico sciocchezze – da disumani becchini erano gettate nelle fosse.

Ecco cosa porta la guerra.

Era esplosa anche in precedenza per il frastuono delle armi l’Italia, devastata la patria, scacciati dalle proprie dimore i nostri poveri infelici padri e costretti a emigrare altrove, con la casa di famiglia assediata da truppe armate, tutti i beni distrutti e dispersi dalla rabbiosa follia dei soldati.

L’occupazione di Brescia: 19 febbraio 1512.

Già vari decenni prima, nel 1512, la città di Brescia era stata occupata dai Francesi e tutti i notabili che pure si erano rifugiati nei palazzi pubblici e nelle chiese, se erano in età da portare armi erano stati trucidati dall’irato superbo vincitore; dopo la strage dei maggiorenti, nessuno ebbe più ritegno nei confronti dei mortali: nessuna distinzione d’età o di sesso operò la brutalità dei nemici. Importanti luoghi di culto furono violati; sante monache stuprate; santuari venerandi saccheggiati; tutto ciò che era sacro profanato; per tre giorni di seguito messa sottosopra la città con ingente bottino; tutte le biblioteche date alle fiamme; i prigionieri parte gettati in catene, parte deportati, parte dal crudele nemico sgozzati: nessun genere di supplizi di empietà e di delitti fu tralasciato.

Vi era allora nell’esercito francese un’empia compagnia di Giudei[29]. Giacomo Moresco, un soldato semplice, fatto prigioniero, disgraziato lui, dai soldati Giudei – non sto dicendo insensatezze – vivo su una grata di ferro incandescente, con un supplizio come quello di san Lorenzo, fu bruciato. Altri – il cuore ne prova ribrezzo – furono costretti a cibarsi delle proprie carni arrostite. Altri furono afflitti da diverse torture. Altri ancora – quale delitto! – furono sotterrati vivi. Tutto ciò dai Giudei – come ho detto – non dai Francesi fu perpetrato; furono rapite e stuprate parecchie ragazze.

L’anno precedente erano stati scacciati dalla città alcuni Giudei: perciò costoro si erano vendicati delle ingiurie loro inferte. In quell’occasione anche l’esercito Veneto a Brescia fu sbaragliato e il capitano Andrea Gritti condotto prigioniero in Francia. Sedicimila uomini furono uccisi: si vedevano alcuni ammazzati, altri straziati di ferite; il suolo era inondato di sangue, le strade tutte solcate da rivoli rossi, ad ogni angolo stragi e cumuli di ammazzati, cadaveri trasportati nei carri a caterve fuori della città verso le fosse: tre giorni abbisognarono per seppellire le salme.

Si trascinò la disgrazia della guerra fino all’anno di salvezza 1530, al punto che, per le incursioni da ogni parte dei nemici, non ci fu più concesso di riaverci da quella ecatombe.

La terribile e rovinosa calamità dell’alluvione.

A quel punto, oppressi già a sufficienza dalle nostre disgrazie potevamo apparire, se tuoni e nubi diffuse insieme a copiosa grandine, accompagnati da violente trombe d’aria, non avessero raso al suolo tutte le biade, i cereali e persino le vigne, e sradicato le querce e tutti gli alberi da frutto. Parve allora che con quella selva di fulmini avessero congiurato e cospirato contro di noi il cielo stesso e le stelle, che l’influsso dei pianeti e di tutti gli astri ci minacciasse la morte.

In quei giorni in tutte le strade e le case si udiva a tratti il pianto delle donne e dei bambini, il lamento dei poveri; le madri stringendo al petto gli infanti, assorte, barcollanti, scarmigliate, di lacrime singulti e grida riempivano tutte le contrade, le case e le chiese. In seguito, per la somma benevolenza del fisco, si giunse almeno a vendere dallo Stato il pane di crusca.

Un triste episodio degno di commiserazione: Cristoforo Pavesi[30], mio grande amico di famiglia, eccellente pittore, mentre dipingeva la sommità della torre, infelice, colpito da un fulmine precipitò al suolo; esanime tutto sfracellato e ustionato con questi occhi l’abbiamo visto; le sue esequie le abbiamo seguite in lacrime con doloroso corteo.

 

Molti altri, miei grandi amici per le loro virtù e la loro onestà, li ho persi, deceduti in quella pestilenza e in quella guerra.

Santissime reliquie presso l’autore.

Da una così grande accozzaglia e Iliade di mali, poi, null’altro mi conservò la sorte che certe sante reliquie, che tempo prima mio fratello Pietro da Gerusalemme aveva portato in dono a mio padre: quando gliele offrì, mio padre, devoto com’era, le baciò piangendo.

Possiedo, infatti, in casa mia un piccolo frammento della colonna di marmo alla quale Cristo nostro Salvatore fu legato; possiedo anche una grossa scheggia d’olivo del Monte degli Olivi, dove Cristo pianse il futuro sterminio dei Giudei; ho anche alcune mandorle del giardino in cui Cristo pregò, colte dalla pianta. Con devozione non minore sono conservate anche le pietre dove Cristo, abbracciata la dolcissima sua madre, cadde a terra con lei: quel luogo oggi si chiama Santa Maria dello Spasimo. C’è anche un grosso pezzetto della porta del tempio di Salomone; ci sono le pietre dove il feroce Erode aveva ordinato ai suoi empi sgherri di trucidare i bambini innocenti ancora caldi del parto, strappati dal seno della madre: “e una voce in Rama si udì: pianto e grida altissime”. Ci sono anche quelle che si chiamano le rose di Gerico, avvolte in varie fasce di seta di diversi colori. Con cura ancora maggiore si conservano le pietre raccolte dal monte Calvario, dove Cristo innalzato in croce emise lo spirito al Padre: allora “si fece buio su tutta la terra, e ci fu un grande terremoto”, tale che distrusse molte città dell’Asia; il mare si riversò nei fiumi: appunto di questo terremoto sembra parli Plinio, nel secondo libro della Naturalis Historia, cap. 84, dove si dice: “Il più grande terremoto a memoria d’uomo si verificò al tempo dell’imperatore Tiberio Cesare, e in una sola notte distrusse dodici città dell’Asia”.

Queste e molte altre reliquie in casa mia si conservano devotamente, a lode e onore di Dio.

Ma ritorniamo al nostro argomento.

Pietro (1501-1584)[31], mio fratello, per la sua straordinaria abilità e onestà e competenza in greco ed in latino, dipendente del Serenissimo Doge di Venezia ed esimio scrittore; egli, partito da giovane per Creta, Cipro, poi Alessandria d’Egitto e Gerusalemme, la città dove visse un tempo Cristo il Redentore del genere umano, vi rimase per sei mesi, visitò accuratamente quei santi luoghi di culto, ne raccolse le santissime reliquie.

Mentre però si approntava a ritornare a Creta, colpito dal vento contrario e da un’improvvisa tempesta di mare, fu trascinato dapprima sull’isola di Rodi, quindi su altre isole del mare Egeo. Finalmente, giunto incolume a Venezia, continua a frequentare la corte dei Dogi, nella loro incessante successione, con grande serietà e successo. Una persona benemerita così della sua patria come dell’intera società civile.

 

Origini della famiglia dell’autore.

Questa nostra famiglia Planeria[32], celebre nell’antica Roma, dopo essersi trasferita in diverse province, giunta sotto la guida di un Quinziano nella pianura bresciana, fondò l’omonimo castello: ciò si desume con evidenza dai più antichi edifici pubblici e privati: luoghi sacri, infatti, ormai fatiscenti per l’antichità, e perfino alcuni marmi sono ornati del nostro stemma[33].

Ci sono ancor oggi fuori del castello alcuni santuari, anticamente profani oggi sacri. Sorge a oriente l’antichissima chiesa della Pieve, in cui si vedono imponenti colonne di pietra, le quali in passato aveva eretto la folle e sciocca antichità in onore di Apollo e di idoli del demonio: ora la chiesa è intitolata alla Natività della Vergine.

A occidente sorgono altri due edifici sacri, di uno dei quali, poiché non ha più nient’altro che ruderi sventrati e fondamenta, non ho nulla da scrivere: una volta era consacrato a Venere e alle Vestali, oggi a San Tommaso[34]. L’altra è la chiesa eretta in onore di Maria Vergine per iniziativa del Beato Amedeo di Spagna, degna di menzione per le recenti e splendide costruzioni: in essa officiano i poverissimi Amadeiti[35].

Entro le mura del castello si trova la chiesa parrocchiale, dedicata ai Santi Faustino e Giovita, nella quale si custodisce devotamente il Santissimo Corpo di Cristo.

Esiste ancor oggi a Roma la famiglia Planeria, cui apparteneva un tempo il capostipite Quinziano: questi, dopo aver fondato il nostro castello, ritornò a Roma e fece edificare per sé e per i suoi genitori questo monumento, che ancor oggi si vede nella chiesa della Santa Croce:

“Ad Azzia Quinta ottima moglie Tazio Plegone e Tazio T.
F. Pla. Quinziano Roma per i suoi pietosissimi genitori”.[36]

In Roma, all’epoca dell’imperatore Domiziano, era noto per la sua cultura anche un altro Quinziano, che il poeta Marziale con perfetto stile cantò nel primo libro degli Epigrammi quale “liberatore” delle sue poesie:

Ti raccomando, Quinziano, le nostre poesie,
– sì, le nostre, se così posso chiamarle –
quelle che il tuo poeta compone,
se sono gravate di umiliante schiavitù.
Vieni, liberatore: sii tu il loro signore;
e se quell’uomo si dichiarerà lui loro padrone,
digli che sono mie, ed emancipate:
se lo griderai tre o quattro volte
costringerai il plagiario alla vergogna.[37]

Al medesimo Quinziano nel quinto libro il poeta canta:

Poiché in dicembre – il mese in cui svolazzano le bandiere
e le stringhe sottili e i ceri e i fogli di carta,
il mese del coccio spigoloso con le prugne mature –
oltre alle mie poesie non ti ho spedito giovani schiave,
forse ti sembrerà avaro o disumano.
Io odio le ingannevoli e malfide arti dei regali;
assomigliano all’amo i doni: e chi non lo sa
che il pesce vorace, divorata la mosca, è preso in trappola?
Ogni volta che a un amico ricco non dona nulla,
o Quinziano, allora è generoso il povero.[38]

Esiste nell’Aquitania francese una nota città dell’Alvernia, chiamata nella lingua locale Clermont, nella quale ancor oggi si può vedere il corpo, celebre per i suoi miracoli, di San Quinziano, già vescovo di quella città: fu veduto anche dal nostro Giovanni Francesco Quinziano Stoa, il quale scrisse con stile sublime la sua biografia, che noi abbiamo visto tra gli scritti dell’autore.

Ma la digressione ritorni da dove era partita.

Giovanni Battista Planerio (1445-1505)[39], già canonico e arcidiacono di Brescia.

Suo fratello Marco (1455-1498)[40], ex giudice della Sacra Rota: una altissima carica che a Roma non viene concessa se non ai più segnalati giuristi.

Cornelio Planerio[41], oggi bravo dottore di filosofia e medicina.

Il reverendo Gabriele Planerio (1498-1575)[42], mio cugino e mio grande amico per la sua cultura e il rigore morale, già presso la segreteria del papa Marcello II e poi del santo pontefice Pio V.

Questi era, cortese lettore, il pontefice dalla cui generosità ci attendevamo che gli studi letterari e tutte le scienze riguadagnassero l’originaria purezza. Egli, che al principio dall’assemblea unanime dei cardinali ricevette il nome di Pio, in seguito si dimostrò pio anche nei fatti: in realtà all’imperatore Massimiliano che si apprestava ad imbracciare le pie armi contro il tremendo nemico turco, contribuì con ingenti esborsi personali: un dono che risultò pio, santo e memorabile per tutti i sovrani cristiani. Anche negli anni precedenti aveva recato soccorso finanziario ai cavalieri di Gerusalemme che combattevano coraggiosamente contro i turchi per l’isola di Malta. Orbene, quando la Francia vacillava a causa della guerra civile, il papa Pio V offrì senza ritegno al re cristianissimo tutta quanta l’offerta della Chiesa. Estinse il fisco di Roma per la difesa della fede cristiana contro i turchi: portò infatti aiuto all’illustrissimo senato di Venezia che stava allestendo molte navi da guerra contro la flotta turca.

Ammaestrò la città di Roma con la santità della vita, l’irreprensibi­lità, le sante leggi e istituzioni. Tutti gli intellettuali li elevò alle cariche più eminenti. La virtù e l’onestà durante il pontificato di Pio V ripresero vigore e rifiorirono

Mentre sto scrivendo questa pagina ci viene riferito che è passato a miglior vita e che gli è succeduto il sommo pontefice Gregorio XIII[43], il quale ha intenzione di attaccare i turchi con un apparato bellico ancora maggiore: Dio consenta che questo ottimo Pastore possa vivere più a lungo e sopravanzi gli anni di Nestore.

Ma ritorniamo da dove ci eravamo allontanati.

 

Vita dell’autore.

Dopo che i miei genitori, come ho detto, furono morti, io ancor troppo giovane e ancora poco esperto delle cose umane partii per Venezia; là frequentai per alcuni anni la scuola di Giovanni Battista Egnazio, un coltissimo insegnante di letteratura. Poi, attratto dallo studio della filosofia, iniziai a dedicarmi ad essa, e così nell’Università di Padova, la più prestigiosa di tutta l’Italia, attesi agli studi di filosofia e di medicina, sotto la guida di Marco Antonio Ianuense e Vincenzo Maggi, filosofi di ottimo livello, e di Francesco Frizimelica, Benedetto Faentino e Giovanni Battista Montano, eccellenti medici; e in tre giorni consecutivi a Padova discussi pubblicamente la mia tesi – non vorrei comunque dare l’impressione di vanagloria.

Frattanto, sempre con la fortuna dalla mia parte, dopo aver finalmente conseguito la laurea a Padova, esercitai con la massima serietà e con rigore la professione medica dapprima in Italia, soprattutto a Venezia, quindi in Ungheria presso quella corte per qualche anno.

Ora, nel 1570, all’età di 61 anni, ritornato in patria, colpito dalle avversità, senza correr dietro alle ricchezze, al denaro, al successo, al vantaggio personale, ma a ciò che è onesto e lodevole, ho rinunciato alla pratica medica, ed ho cercato riposo nel tranquillo studio delle scienze religiose, lodando e benedicendo sempre Dio.

Ma torniamo al racconto principale.

Quanto poi il castello di Quinzano oggi si segnali, e si sia ancor più distinto in passato, per l’impegno nella scienza militare e nelle arti della guerra riteniamo sia ben noto a tutti. Torna infatti alla memoria come Gabriele Rossi[44] attivissimo soldato agli ordini del re di Napoli Ferdinando, si sia comportato così bene, abbia servito con tale coraggio da essere acclamato da tutti comandante generale dell’intero esercito. I suoi discendenti, infiammati dal suo straordinario successo, non furono interessati ad altro che all’esercizio delle armi: Giovanni Francesco Rossi, suo fratello Cristoforo e i loro figli; Giacomo Pedretti e i suoi figli; Marco Marino (†1553)[45]: guerrieri corazzati, fior fiore di uomini, di cavalieri e di fanti, ufficiali che sconfissero in duello il nemico, quando con baldanzosa efferatezza invadeva e saccheggiava la loro patria. Questi ed altri il Senato Veneto in guerra e in pace gratificò e continua a gratificare di ricompense. Girolamo Sgaruga comandante di vascello nella flotta di Venezia, attualmente è morto con grave dispiacere dell’ambiente militare.

Ci sono infine quanti con i loro negozi commerciali si sono arricchiti: il principale tra loro è oggi Bartolo Giannolio[46], attivissimo uomo d’affari: egli, dopo aver viaggiato in varie città d’Italia, di Germania, Francia e Inghilterra, e aver compiuto tra l’altro parecchie traversate in Siria con gran fortuna, ora vive ad Anversa, tra i finanzieri ricco della sua assoluta affidabilità ed onestà.

Tutti costoro li ho voluti ricordare perché, se per caso questa mia descrizione della patria capiterà nelle mani dei miei concittadini, essi badino a non allontanarsi dai loro predecessori e a conservarsi saldi dietro le loro orme.

 

Appendice dell’autore.

Ancora una volta oggi, nel 1570, ha invaso l’Italia intera una tremenda e spaventosa carestia: una misura di frumento – in italiano si dice soma – si vende a dodici soldi d’oro; si vive tutti di crusca e radici pestate ridotte in focacce. Accresce la presente disgrazia il nemico turco, che ha mosso guerra a Venezia e che ha bloccato gli approvvigionamenti di grano all’Italia: prima, infatti, parecchio frumento veniva importato dal Peloponneso e dall’Asia.

7 ottobre 1571.

Invero, dopo le molte disgrazie dell’Europa, risplendette alla fine il felicissimo giorno in cui la flotta cristiana nel golfo di Naupatto a nord del Peloponneso, combattendo validamente contro lo smisurato nemico turco, con l’aiuto di Dio riuscì vittoriosa, in una battaglia che ha dissolto e messo in fuga tutta quanta la flotta musulmana[47].

Settemila dei nostri sono caduti, ma più numerosi nella barbara accozzaglia dei turchi, ossia ventimila. Erano proprio tutti pirati: Bassano l’ammiraglio della loro flotta è stato fatto fuori, cinquemila nobili fatti prigionieri, gli altri gettati in mare; diecimila nostri prigionieri hanno riacquistato la libertà. Si è combattuto da entrambe le parti per oltre quattro ore con grande foga; vinta finalmente e sbaragliata la flotta nemica, i nostri puntano ad espugnare la penisola del Peloponneso.

Comandanti della flotta cristiana erano per Venezia il nobilissimo Sebastiano Venier, per la Spagna l’illustrissimo Giovanni d’Austria, per la Liguria Andrea Doria, per i romani Marco Antonio Colonna. Il mese precedente l’isola di Cipro – ahimè – era stata occupata e devastata dai turchi.

 

Al cortese lettore.

Abbiamo aggiunto molti episodi vissuti, nel prosieguo del tempo, ai nostri giorni: come ad esempio la peste a memoria d’uomo più terribile, l’ultima cosa da noi narrata, della quale sulla terra non ci fu mai nulla di più grave o pericoloso. Tu dunque, cortese lettore, prendi per buono se in momenti diversi abbiamo scritto anche cose differenti e ne abbiamo intessuto una specie di storia.

 


[1]Severona” (e non Savarona) è la forma in cui Planerio scrive il nome della roggia quinzanese: tuttavia il valore del toponimo non è qui molto indicativo, sia per il fatto che il libro fu stampato almeno due volte, ma sempre lontano da Brescia, sia per la scarsa attenzione con cui all’epoca si pronunciavano e specialmente si scrivevano i nomi di persona e di luogo. Di passaggio ricordiamo che Pizzoni 1640, p. 8, dice “Saverona”.

[2] Poeta latino di grande fecondità, scrisse oltre settanta opere, non tutte stampate né pervenute fino a noi. Su di lui la bibliografia è piuttosto abbondante, soprattutto nei secoli passati (ma anche di recente sono state ristampate alcune sue opere poetiche). Ci limitiamo a citare Pizzoni 1640, pp. 16, 28-30; e l’operetta di Nember 1777, pp. IX-LXXX, che precede la biografia del Planerio riedita nel cap. 3 di questo quaderno. Una lettera scritta dallo Stoa il 12 luglio 1533 da Villachiara figura nell’epistolario di Planerio 1584, n° 40, c. 27r, mentre seguono cinque lettere a lui indirizzate dal Planerio, da Venezia la prima e le altre da Padova: n° 41, c. 27rv, 1 gennaio 1534; n° 42, c. 27v, 1 giugno 1534; n° 43, cc. 27v-28r, 1 settembre 1536; n° 44, c. 28r, 3 settembre 1536; n° 45, c. 28rv, 17 gennaio 1537.

[3] Cfr. Pizzoni 1640, pp. 16, 29; Nember-Guerrini 1934, n° XIII, pp. 86-88. A Celio, detto anche Domizio Cinzio, sono dirette due lettere dell’autore e una di Mario Nizolio, riprodotte nell’epistolario di Planerio 1584 a, rispettivamente: n° 16, cc. 15v-16r, 15 ottobre 1536; n° 17, c. 16r, 15 ottobre 1540; n° 54, c. 30rv, 15 settembre 1540.

[4] Delle fastose cerimonie d’ingresso del cardinale Francesco Cornaro il 24 giugno 1532 parla diffusamente Pandolfo Nassino nel suo celebre e imponente diario, dove riporta anche il testo delle iscrizioni degli archi trionfali realizzati per l’occasione (Brescia - Biblioteca Queriniana: ms C.I.15, cc. 208v-209v [pp. 389-391]; in proposito cfr. Guerrini 1917).

[5] Cfr. Pizzoni, 1640, pp. 16, 26; Nember-Guerrini 1934, n° IV, pp. 76-78.

[6] Cfr. Nember-Guerrini, 1934, n° VIII, pp. 79-80.

[7] Cfr. Pizzoni 1640, p. 37; Nember-Guerrini 1934, n° IX, pp. 80-81.

[8] Dei figli di Luigi Conforto: il sacerdote Girolamo (1523- c.1590), il giurista Cecilio (1526- c.1606) e Pompeo eccellente musico, parla Nember-Guerrini 1934, n° XXVI e n° XXVIII, pp. 104 e 105. A Cecilio è indirizzata la lettera n° 6 dell’epistolario di Planerio 1584, cc. 8r-9v, che porta la data 1 giugno 1558.

[9] Cfr. Pizzoni 1640, pp. 36-37; Nember-Guerrini 1934, n° X, pp. 81-84. Una lunga lettera datata da Brescia 13 settembre 1559 compare indirizzata all’illustre teologo domenicano in Planerio 1584, n° 7, cc. 9v-10v: in essa, tra le altre cose, l’autore compiange la morte dei fratelli Gianfrancesco e Celio Conti, avvenuta un paio d’anni avanti.

[10] Cfr. Nember-Guerrini 1934, n° XI, pp. 84-85.

[11] Il testo latino (cc. 3v-4r) dice: “olim Ticinensis gymnasij Rector magnificus”, ma Guerrini, nella nota 3 a Nember-Guerrini 1934, p. 84, spiega che si trattava probabilmente di una carica rappresentativa della corporazione degli studenti delle Arti, ossia della Facoltà di Lettere.

[12] Cfr. Nember-Guerrini 1934, n° VII, p. 79.

[13] Cfr. Pizzoni 1640, pp. 19, 25.

[14] Cfr. Pizzoni 1640, pp. 30-31; Nember-Guerrini 1934, n° XXX, p. 107.

[15] Cfr. Pizzoni 1640, p. 38; Nember-Guerrini 1934, n° VI, p. 79. La cronologia offerta da Nember-Guerrini 1934 per questi medici quinzanesi è però alquanto discutibile: sarebbe strano, infatti, che Planerio annoverasse il Conte ed il Bisiolo tra i medici contemporanei, se fossero morti oltre una generazione prima.

[16] Cfr. Pizzoni 1640, p. 36; Nember-Guerrini 1934, n° XVIII, pp. 91- 94 (dove si dà come data di nascita il 1504); ma soprattutto Trombetta, 1934: un buon articolo ben documentato.

Tra le lettere morali di Planerio 1584, due date da Brescia hanno come destinatario l’amico vescovo di Sorrento: n° 12, c. 14rv, 5 aprile 1566; n° 13, c. 14v, 13 aprile 1566.

[17] La data della morte del Pavesi, 11 febbraio 1571, è segnalata dall’iscrizione funebre conservata nella cattedrale di Sorrento, il cui testo è riprodotto da Trombetta 1934, p. 140. Questo appunto, se non è un espediente letterario, rivela che almeno una parte del testo della Brevis Patriae descriptio fu rielaborato alcuni anni prima della seconda edizione.

[18] Cfr. Pizzoni 1640, p. 31; Nember-Guerrini 1934, n° XXIV, pp. 98-103; ma Guerrini avanza dei dubbi sulla giovanile residenza quinzanese di questo illustre prelato.

[19] Una autentica fioritura di vocazioni domenicane vantò Quinzano tra la fine del ‘500 ed il principio del ‘600: Pizzoni 1640, pp. 36-38 ne annovera ben 22, oltre agli illustri predicatori delle generazioni precedenti. Ricordiamo qui un solo nome non menzionato dal Planerio: Giacinto Bondioli (1569-1636), buon musico organista e compositore, oltre che intraprendente organizzatore, sempre devoto al suo paese d’origine, per il quale pare si prestasse talora in mediazioni d’importanza e al quale dedicò una delle sue composizioni (cfr. Pizzoni 1640, p. 38; Nember-Guerrini 1934, n° XXXIV, pp. 110-111). Egli era zio per parte di madre, e forse fu anche tra i maestri, di uno dei maggiori musici italiani del secolo XVII: Biagio Marini, il quale incluse un lavoro del frate, la “Hiacintina”, in un suo libro di opere strumentali.

[20] Cfr. Pizzoni 1640, pp. 16, 33, 38; Nember-Guerrini 1934, n° XX, p. 96. Esistono nell’epistolario di Planerio 1584, due lettere che confermano la relazione d’amicizia tra l’autore ed il più giovane maestro: n° 25, cc. 18v-19r, Giardino 1 marzo 1570; n° 26, c. 19rv, Planerio 7 marzo 1570; inoltre la lettera n° 53, c. 30r, 1 luglio 1579, è indirizzata al Planerio da Cipriano Giardino, figlio di Giuseppe.

[21] Cfr. Pizzoni 1640, p. 16; Nember-Guerrini 1934, n° XXVII, p. 105. Questo sacerdote appare, come curato e sostituto del parroco assente don Stefano Bertazzolo da Salò, anche nel verbale della visita pastorale del vescovo di Brescia Domenico Bollani il 21 settembre 1565 (cfr. Guerrini 1936). A lui appartiene con ogni probabilità il ritratto di profilo scolpito sul coperchio circolare della tomba marmorea ai piedi dell’altare nella chiesa della Pieve, con una scritta latina che tradotta significa: “1560. Il Reverendo Giovanni Pietro Basello per tutti i sacerdoti che vi saranno in futuro fece edificare questo sepolcro” (iscrizione edita da Pizzoni 1640, p. 30).

[22] Cfr. Nember-Guerrini 1934, n° XXI, pp. 96-97.

[23] Cfr. Nember-Guerrini 1934, n° XXIII, p. 98.

[24] Cfr. Pizzoni 1640, p. 38; Nember-Guerrini 1934, n° XIX, pp. 94-96. A questo professore, assai famoso in Brescia ai suoi tempi, appartengono alcuni atti conservati presso l’Archivio di Stato di Brescia, Archivio Storico Civico: reg 758, cc. 166r-167r, 25 ottobre 1548; reg 762, cc. 1r-2r, 18 gennaio 1559; reg 762, cc. 53v-54r, 6 dicembre 1559; reg 827, cc. 77v-78r, 4 settembre 1567; reg 827, cc. 102-106, 1563-1570; e un testamento del 25 gennaio 1585, nel Notarile Brescia, filza 2597, con vari altri atti relativi al figlio Sallustio. Con il Teanio, Planerio ebbe una corrispondenza abbastanza intensa lungo tutto l’arco della maturità, come dimostra il fatto che esistono sei lettere dei due amici nell’epistolario di Planerio 1584: n° 27, cc. 19v-20v, Planerio 13 agosto 1558; n° 28, c. 20v, Teanio 21 agosto 1558; n° 29, cc. 20v-21r, Planerio 1 marzo 1569; n° 30, c. 21rv, Teanio 20 maggio 1569; n° 31, c. 22r, Planerio 25 ottobre 1569; n° 52, cc. 29v-30r, Teanio 1579.

[25] Giorgio Trapezunzio (1395-1484), filosofo e umanista italiano, tradusse tra l’altro la Retorica di Aristotele.

[26] Pietro Pomponazio (1462-1525), filosofo di Mantova, insegnò a Padova e a Bologna, dove morì suicida. Raccolse le proprie convinzioni naturalistiche sull’anima, assai discusse al suo tempo, nel trattato De immortalitate animæ (1516).

[27] A questo punto inizia una lunga digressione di oltre due pagine, in cui Planerio intende dimostrare la concordanza del Vangelo e di Aristotele circa il tema dell’immortalità dell’anima, con una nutrita serie di citazioni dal Nuovo Testamento e soprattutto dalle opere del filosofo greco. Qui la omettiamo perché troppo tecnica e comunque non pertinente al soggetto che più ci interessa.

[28] Cfr. nota 5.

[29] Questa violenta e inverosimile invettiva contro gli ebrei, come del resto l’atteggiamento acremente anti-islamico delle ultime pagine di questo scritto, vanno evidentemente collocati nel clima di crociata cristiana che dominava in Europa nel secondo ‘500 e sono da accostare con serietà di analisi, evitando di giudicare con criteri moderni, che risulterebbero perlomeno anacronistici, se non addirittura strumentali.

[30] Nessun’altra notizia si ha di questo pittore quinzanese amico del Planerio.

[31] Cfr. Nember-Guerrini 1934, n° XVII, pp. 90-91.

[32] Le notizie che qui dà l’autore circa l’origine romana della propria famiglia sono nulla più che tradizioni leggendarie senza alcun fondamento, frutto di una “mitologia di famiglia” abbastanza frequente negli scrittori classicheggianti rinascimentali. Allo stesso modo prive di riscontri attendibili sono le sue affermazioni relative alla fondazione pagana delle chiese della Pieve e di San Tommaso. Di fatto, comunque, non pare dubbio che Quinzano in età romana abbia avuto una sua importanza, la quale meriterebbe uno studio accurato.

[33] Lo stemma dei Planeri (Pianeri) è “troncato: nel primo d’oro all’aquila spiegata di nero; nel secondo bandato di nero e d’argento”. In termini meno tecnici, significa che è diviso orizzontalmente in due sezioni: nella superiore compare un’aquila nera ad ali spiegate in campo giallo; nella inferiore sei bande (inclinate da sinistra a destra) di colore alternato nero e bianco. Quest’arma si vede, per es., alla base della pala dell’altar maggiore nella chiesa di San Giuseppe, accanto alla dedica del dipinto offerto dai fratelli Pietro e Giovanni quondam Ludovico nel 1570; oppure (ovviamente senza i colori) sulla cornice del bel ritratto xilografico del medico Giovanni in testa al suo opuscolo Febrium omnium simplicium Divisio & Compositio, stampato a Venezia nel 1574. I marmi antichi ornati dello stemma di famiglia si spiegano per il fatto che i Planeri erano notabili quinzanesi da diverso tempo.

[34] Si tratta, probabilmente, della chiesa appartenente al priorato cluniacense che, appunto con il titolo di San Tommaso, è documentato a Quinzano a partire dal 16 marzo 1095 (cfr. per es. Bonaglia 1972, p. 193), e che doveva sorgere, si suppone, nei pressi della località che oggi si chiama popolarmente “Casì d’Emanuele”. Al tempo in cui Planerio scriveva l’edificio non era dunque più in uso già da molto tempo, ma ne sopravvivevano i ruderi, nonché una abbastanza precisa memoria.

[35] Quella descritta è, come si può facilmente comprendere, la chiesa di santa Maria delle Grazie, presso il Convento fondato nel 1469 dallo spagnolo-portoghese beato Amedeo Menezes de Silva (1420-1482; cfr. Pizzoni 1640, p. 13”) e officiata dagli Zoccolanti in un primo tempo, poi dai Minori dell’Osservanza, fino alla soppressione avvenuta nel 1810. Oggi non resta più che una santella in ricordo della antica costruzione.

[36] La stessa iscrizione in Pizzoni 1640, p. 7, il quale l’ha tratta evidentemente dal Planerio.

[37] Marziale I, 52.

[38] Marziale V, 18.

[39] Cfr. Pizzoni 1640, p. 24; Nember-Guerrini 1934, n° V, pp. 78- 79. Di questo prelato, nominato arcidiacono della cattedrale bresciana con lettere apostoliche del 14 luglio 1488 (cfr. Archivio Capitolare di Brescia: fald. 134a, cc. 104v, 120v) conosciamo quasi tutti gli atti della carriera dai coevi registri della Mensa canonicale, fino alla morte, la cui data, 22 febbraio 1505, risulta però da un altro documento pubblicato da Guerrini 1951, p. 47 n. 11. La lastra sepolcrale con il suo ritratto funebre, anche se piuttosto consunto giacché si trovava fino a un secolo fa sul pavimento, è tuttora conservata presso il duomo vecchio di Brescia, collocata lungo la parete settentrionale del transetto, accanto all’uscita che dà sul corridoio verso il duomo nuovo. La scritta latina, oggi non più leggibile, è riportata dal Nember e tradotta significa: “Sepolcro dedicato a Giovanni Battista Planerio, Arcidiacono di Brescia defunto nel 1505” (cfr. Terraroli 1987, scheda 2, pp. 45-46, con foto).

[40] Cfr. Nember-Guerrini 1934, n° III, pp. 75- 76.

[41] Cfr. Nember-Guerrini 1934, n° XV, p. 89.

[42] Cfr. Nember-Guerrini 1934, n° XII, pp. 85-86.

[43] Pio V morì il primo maggio 1572 ed il suo successore fu eletto il 13 maggio successivo.

[44] Cfr. Pizzoni 1640, p. 15”, che cita episodi del 1484.

[45] Cfr. Pizzoni 1640, p. 28, che ne riporta anche l’epigrafe tombale, oggi perduta, nella chiesa di San Faustino.

[46] Cfr. Pizzoni 1640, pp. 19”-20”, ove è riportata l’iscrizione funebre della famiglia, nella chiesa di San Faustino, oggi non più esistenti.

[47] Si tratta evidentemente della tanto celebrata vittoria di Lepanto (cui corrisponde la data in testa), la quale diede origine nelle nostre parrocchie alla festività annuale della Madonna del Rosario, che ancor oggi si celebra, appunto, il 7 ottobre o in una domenica vicina.

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