... Ardens evexit ad aethera virtus
...
Aeternumque tenet per secula nomen.

Virg. Aeneid. Lib. VI.

 

MEMORIE INTORNO ALLA VITA AI COSTUMI ED AGLI SCRITTI D I GIUSEPPE NEMBER DI QUINZANO

RACCOLTE ED ESTESE DA GERMANO JACOPO GUSSAGO EX-MINOR OSSERVANTE

* * *

BRESCIA

PRESSO SPINELLI E VALOTTI TIP.r

1815

<3>

AGLI ORNATISSIMI SIGNORI
VINCENZO E FRATELLI NEMBER

L’ AUTORE

La vera, e non mai interrotta amicizia, che sino da miei più verd’anni io ebbi coll’amabil vostro Genitore, mi ha destato il pensiero di scrivere queste Memorie spettanti alla vita, ai costumi ed alle opere di lui, <4> onde a perire non abbia nella oblivione chi si distinse vivendo per le qualità sociali di un cuor generoso, non che pel suo sapere, e pei suoi talenti. Queste le consacro a Voi, ornatissimi Signori, e per ogni titolo vi si appartengono; perciocchè si tratta in esse di un pegno, che non può esservi più caro, cioè a dire di un Padre amabile, che teneramente vi amò, e che voi pure amaste, e che vi risguardò mai sempre come una porzione di se medesimo, e ciò che più monta, attese sollecito a darvi una Cristiana, e civile <5> educazione, che a dì nostri è proprio di pochi. Io le ho scritte queste Memorie, non già per accattarmi applausi, o riconoscenza di chicchesia. Esse sono dettate dalla vera amicizia, e dalla sincera stima e venerazione, che sempre io ebbi verso l’ama­bile persona del Genitor vostro. Se elleno giugneranno a destare in Voi, e in qualche anima sensibile una tenera emozione, compiuti saranno appieno i miei voti.

<7>

Un talento risvegliato e combinatore, arricchito d’interessanti, e solide cognizioni, che somministrano l’erudizione, e le scienze; un cuore benefico amico della verità, e fornito di una soda pietà religiosa verso Dio, e verso de’ suoi simili, furono le caratteristiche prerogative di Giuseppe Nember, nostro illustre concittadino, di cui imprendiamo ad onorarne la memoria, e che ci rendono con ogni ragione estremamente sensibile la di lui perdita, Benchè a me sembri di aver in poche parole bastevolmente rappresentata, ed esposta in un vantaggioso prospetto la singolarità del suo merito; nulla ostante però per dimostrare di non essermi in nulla dilungato dal vero, e a giustificare maggiormente in faccia del Pubblico il nostro rammarico, e le cagioni di quegli encomj, che siamo per tributargli; alquanto più col ragionamento ci stenderemo sulla azioni della sua vita, e sulle produzioni della sua men-[8]te, non dubitando, che dove i fatti medesimi serviranno d’irrefragabili documenti a’ miei detti, svanirà ogni sospetto di parzialità, e di esaggerazione.

In Quinzano, Castello situato nella pianura del territorio Bresciano ([1]), in distanza di venti miglia dalla sua Capitale, capo de’ Cenomani, fecondo sempre di varj ed eccellenti [9] ingegni, che illustrarono la patria ([2]), nacque Giuseppe il dì 11 di gennajo dell’anno 1752, [10] avendo a genitori Giambattista Nember, e Lucia Sora, amendue di civile, ed onesta condizione. Sin da giovinetto dimostrò del talento, e della vivacità, accompagnata però sempre da sodezza di giudizio, e da chiarezza di discernimento. Venne pertanto sin dalla sua più tenera età applicato agli studj. Ebbe i primi elementi delle lettere in sua patria sotto la disciplina del Sacerdote Don Giovanni Galenti natìo pur di Quinzano, uomo di probità, e di aurei costumi, e sufficientemente versato nella lingua latina, che fu poscia Rettore di Cremezzano. Da giovinetto si trasferì a Brescia, ove apprese la Grammatica alla scuola del benemerito Don Giuseppe Mattanza, e da questa passò all’Umanità sotto il valoroso Abate Don Pietro Antonio Barzani, Letterato assai chiaro a quei [11] tempi ([3]), e la compì nell’Accade­mia del Sacerdote Don Francesco Supersti. Nell’ottobre del 1767 fu mandato a Venezia perché vi apprendesse la mercatura. Poco più d’un anno colà vi si trattenne, e fece ritorno a Quinzano, da dove passò di nuovo a Brescia, per coltivare le Lettere amene sotto la disciplina del sovraccennato rinomatissimo abate Barzani. Attese di poi alle Filosofie, ed ebbe per Maestro in queste facoltà il Padre Agostino Rainieri dell’Ordine de’ Predicatori, rinomato Professore, che per lo spazio d’anni trenta circa insegnò con plauso universale le dette scienze nella Casa de’ Padri dell’Oratorio, detta la Pace. [12]

Avendo finito il corso de’ suoi studj scolastici, si restituì alla patria, e il dì undici di novembre del 1772 sposò la signora Margarita Cirimbelli, figlia del signor Angelo Gabriele, donna fornita di soda pietà verso Dio, e di carità verso il prossimo, la quale lo ha renduto padre di quattro maschi, e tre femmine, che tuttora si distinguono per la bontà de’ costumi, non che per la loro onoratezza. Ivi indefessamente coltivò egli i cari, e ameni suoi studj di belle lettere, leggendo i migliori Autori Latini, non meno che i volgari. Inclinato per genio alla Storia Letteraria della patria, s’indusse a raccogliere, e stendere alcune Memorie spettanti alla Vita, ed agli Scritti di due celebri e valorosi Soggetti del suo Municipio, cioè di Gianfrancesco Quinziano Stoa, che in età ancor verde fu coronato in Milano istorico e poeta da Lodovico XII Re di Francia, e di Giovanni Planerio, Medico insigne, che servì alla Corte di Vienna, e si meritò il favore di Massimiliano II, e di Ferdinando Re de’ Romani ([4]). [13]

Coteste Memorie, onde secondare il desiderio di alcuni suoi amici, e in ispecialità delleruditissimo abate Don Giambattista Rodella ([5]); che assaissimo lo pregiava, vennero nel 1777 da lui esposte al pubblico con le stampe di Pietro Vescovi Tipografo in Brescia. Non sì tosto le ebbe lette il sopra citato abate Rodella, che trovandole scritte con una particolar precisione, e con isquisita eleganza di stile, le inviò all’Accademia degli Agiati di Roveredo, a cui piacquero in modo, che a cagion di esse venne ascritto alla stessa Accademia col titolo di Messer Corneliano, e a’ 31 di maggio del 1778 gli fu spedita la Patente della sua aggregazione. Ciò impariamo dal discorso, che in siffatta occasione recitò il celebre cavaliere Clementino Vannetti Segretario della medesima alla presenza di quegli Accademici il giorno sei di maggio dello stesso anno ([6]):

Nunc au‑[14]tem, quando huc omnes de more convenistis, habeo et ego quem nominem dignum coetu vestro, vestrisque suffragiis. Is est Josephus Nemberius adolescens Brixianus, cujus libellum de Francisci Stoae, ac Joannis Planerii vita, quum ejus familiaris Joannes Baptista Rodella, vir clarissimus, mihique in primis amicus, nuper ad me misisset, sic ejus lectione sum delectatus, ut statim de adjungendo nobis auctore cogitaverim. Nihil, inquam, eo libello limatius, nihil candidius. Quum enim hoc historiae genus vel difficillimum sit, propterea quod et res, ac mores hominum describi eatenus oportet, ut levicula, aut supervacua non ingerantur, et ad hoc ipsum oratione cum expressa, ac suavi, tum brevi, et pura opus est; Nemberius ita utrumque est assequutus, ut in utro excellat, judicari satis non possit. Nam et duos illos litteratissimos viros penitus nobis tradit inspiciendos, quod sane paucorum Historicorum est, et si qua ejusmodi dicenda sunt, quae ad temporum notationem, et aliorum testimonia, atque ad similia potius, quam ad ipsas personas referantur, ea omnia ab historiae perpetuitate sejungit, et stylo utitur, qui vim, qui acumen habeat, idemque lenitatem, et elegantiam, quo denique, si linguarum discrimen excipias, nullus sic Corneliano similior. De ipsius autem Nemberii virtutibus si quaeritis ... scitote, juvenem esse prudentem, modestum, gravem, stu‑[15]dio­sum, quique et sibi, et suis, et patriae ornamento sit longe maximo, Quapropter si hunc recipietis, maximos ex ejus observantia, atque industria fructus, maximamque voluptatem capietis.

Malgrado però gli applausi, che delle anzidette Memorie ne riportò il Nember dallAccademia di Reveredo, non che dal comune aggradimento de’ letterati, un Claustrale, che avrebbe attaccato gatta con Achille, benchè di critica scarso e digiuno, e poco o nulla istrutto nella Storia Letteraria, ebbe il coraggio dimpugnarle con alcune Osservazioni da lui dette Critiche.Ciò raccogliesi da una lettera di lui indiritta all’abate Rodella suo intimo amico, nella quale così si esprime:

Ho esteso alcune Memorie spettanti alla vita, ed agli scritti di due celebri uomini Stoa, e Planerio. Il mio genio alle Lettere mi ha obbligato a lor consecrare qualche dolce momento, e l’amor patrio a trattare delle memorie, che gli sono preziose. Così le ho pubblicate. Mi son lusingato, che nessuna onesta persona avria preso ad inquietarmi d’aver tentato di rendere qualche onore a due morti illustri. In fatti molti uomini letterati, forse per incoraggire una timida gioventù, mi hanno felicitato della mia qual che siasi fatica. Solo un Reverendo Padre, che si tiene post tabulam, nè si lascia ravvisare, se non quanto occorresse per ricever umilmente gli applausi, mi si offre un [16] censore, e con Osservazioni, ch’egli chiama Critiche, a luogo a luogo mi carpisce, e mi sferza, o almeno vi c’ingegna, perchè fortuna o disgrazia egli val poco. Ma mentre tutta la secolare Letteratura, sia merito dell’opera, ossia più veramente moderazion sua, mi lascia in pace, dovea io aspettarmi un attacco Claustrale? Eccomi nondimeno in una guerra letteraria, cioè a dir di parole.

Con quanto ardore prendesse il Nember ad azzuffarsi contro del suo avversario, vedendosi censurato il primo saggio ch’ei diede del suo sapere nella Storia Letteraria, si rende manifesto da una Lettera del Rodella, che su tal proposito gl’indirizza, segnata di

Brescia li 26 novembre 1777. Appena giunto, scrive egli, dal picciolo deserto del Celiverghe alla Città mi veggo presentata la vostra lettera coll’involtino contenente il vostro Esame Apologetico sulle Osservazioni Critiche del vostro avversario. Ho divorata la vostra scrittura in un fiato con infinito piacere, perchè ho anch’io una pendenza naturale alle pettinature, che si va però coll’età temperando, e colla riflessione correggendo in maniera, che mi par d’essere al presente altr’uomo, da quel che già tempo era. L’Avversario, chiunque sia, è servito assai bene. Concedetemi per grazia, ch’io tiri una copia del vostro Esame, sul quale proccurerò di pensar sodamente, e di [17] gettar qualche stilla d’acqua sul vostro fuoco, onde, salve le vostre ragioni, la persona dell’avversario non abbia a dolersi della vostra penna, e l’argomento serva per luna, e per l’altra parte d’esemplare per chi maneggia le contese letterarie. La copia, ch’io ho cavata delle Osservazioni farà sempre più onore a voi, e vorrei che pure l’Esame vostro vi conciliasse la stima di tutti i veri Letterati.

Spiacque però non poco all’abate Rodella il veder attaccate le giudiziose ed erudite Memorie del Nember relative allo Stoa, e ciò tanto più, in quanto che l’avversario non adduceva alcun documento, che infermar potesse in una particella sola, quanto avea egli scritto; quindi non potè a meno di non entrare esso pure in iscena per difenderlo, e a tal uopo accompagnar volle le Osservazioni Critiche dell’avversario con perpetue note a piè di pagina sotto il finto nome di Nemberfilo Cenomanifilo, che Mss. originali esistono presso di noi. Tanto accenna egli medesimo in altra Lettera al nostro Nember, segnata li 9 di dicembre del 1777 in questi termini:

Festina lente. Voi siete uno dei due Scipioni. Siete un fulmine. Vorrei ch’entraste nelle massime di Fabio Massimo, che cunctando restituit rem. Aspettiamo da Roma, da Parigi, da Pavia, e da Venezia de’ lumi circa il Magistero, la Rettorìa, la rinunzia della Cattedra [18] Ticinese, ed il Cavalierato. Non vi date alcun minimo affanno. Nelle mie note perpetue in piè di pagina alle Osservazioni Critiche, o ghiribizzi, o sivvero Osservazioni triviali in grado superlativo voi siete difeso quanto basta. Si fa toccar con mano, che l’Osservator Critico non vi ha potuto torcere un pelo, e che la sua diceria è un miserabile Zibaldone tessuto di malignità, e che non conchiude niente contra le vostre giudiziose, ed esatte Memorie. Son persuaso, che l’autore non si lascierà levare il cervello di pubblicare i suoi sogni, e se mai avesse il prurito di farlo, vi prometto, che nelle note perpetue egli è servito da galantuomo.

Questa letteraria contesa presto cessò, perciocchè fu consigliato il buon Padre di non impacciarsi colla Critica, se prima non avea dato al suo critico osservatorio maggior orizzonte. Bramavano non per tanto alcuni amici del Nember di leggere la sua difesa dalle Osservazioni Critiche fattealle Memorie spettanti alla Vita, e agli Scritti dello Stoa dal sopra mentovato avversario, ma siccome era essa dettata con istile un pò acre, e caustico, credette meglio di non essere tanto compiacente, e di serbarla piuttosto ne’ suoi privati cancelli, anzi che offendere la Cristiana carità.

Pochi anni dopo tornò a risvegliarsi di nuovo siffatta contesa. Il celebre, ed eruditissimo ca-[19]valiere abate Tiraboschi parlando nella plausibile sua Opera della Letteratura Italiana di Gianfrancesco Stoa ([7]), non si trovò troppo soddisfatto su di quanto a suo favore ne scrisse il nostro Nember, cioè a dire, nè della Cattedra da esso sostenuta in Parigi, nè sull’onore che vuolsi, che ivi avesse di esser Maestro di Francesco I, nè tampoco della maniera del suo scrivere. Il perchè soggiugne:

Nulla inferiore allo Stoa (cioè Lucio Giovanni Scopa Napoletano) nell’arroganza, ma forse superiore alquanto in sapere, fu Gianfrancesco Quinziano Stoa, di cui abbiamo di fresco avuta la vita scritta dal signor Giuseppe Nember piena di esatte, ed erudite notizie, ma nelle quali io temo, che il dotto Scrittore abbia secondato alquanto le favorevoli sue prevenzioni per questo grammatico.

Non tacque il Rodella a queste espressioni dell’abate Tiraboschi, ma uscir volle di nuovo in battaglia per difendere il suo amico Nember, e quanto avea questi asserito nelle sue Memorie. A tal effetto ne formò egli la risposta col titolo: Le Memorie della Vita e degli Scritti di Gianfrancesco Conti detto Quinziano Stoa, Bresciano, scritte da Giuseppe Nember difese contra la Storia della Letteratura Italiana dell’ab. Girolamo Tiraboschi, stampate in Sideropoli [20] colle stampe di Simon Piscopio nel 1779. Quest’Apologia è fatta con tutti i numeri della Cristiana carità, e l’abate Tiraboschi non ebbe di che lamentarsi per nessun riguardo. In essa protestasi di non azzuffarsi alla Spagnuola, come ha fatto l’abate Tommaso Serrano pel suo Marziale. Dice le sue ragioni, fa le sue doglianze, e sostiene con valide prove quanto il Nember detto avea nelle sopracitate Memorie spettanti allo Stoa.

Io non ardisco da me formar giudizio per qual parte stia la ragione, o il torto, sì perchè non mi conosco capace di tanto, e sì ancora perchè temo d’incontrare la taccia d’essere prevenuto di troppo in favore d’un amico, ch’io ho intrapreso a celebrare. Certo è però, che il nostro Nember per un uomo celebre, e suo Municipale ha dimostrato della stima, e ha procurato di formarne un’idea vantaggiosa non per alcuna prevenzione, ma per quel solo oggetto di far rivivere la memoria d’un suo compatriotta, che aver dee ogni onesto uomo, che ami la gloria della propria nazione, e della patria. Egli non ha avvanzato nè più, nè meno di quel, che i Biografi, le Storie, i Documenti e i Monumenti ci hanno tramandato di quel suo Letterato, e con ingenua libertà ha messo in veduta il pro, e il contra, che n’è stato scritto, e che gli è venuto a notizia. D’ altra [21] parte ci è noto altresì, che nelle Aggiunte fatte di poi dall’Autore alle sue Memorie riporta nuovi documenti, che provano il Magistero, e la Rettoria dello Stoa, che dal Tiraboschi vengono impugnati, o per lo meno posti in dubbio, e che il detto Tiraboschi nella risposta che diede all’Opuscolo del Rodella ([8]) pare che si cavi d’impaccio con disinvoltura, e franchezza, seguendo il suo costume di non voler entrare in contese, nè in dispute con chicchessia.

Non ostanti le opposizioni fatte alle Memorie dello Stoa scritte dal Nember e dal critico Minor Osservante, e dallabate Tiraboschi, non si rallentò punto il nostro Autore a proseguire gli ameni, e letterarj suoi studj, che anzi con maggior attività vi attese. Di fatti riflettendo egli, che uno de’ più importanti servigi, che prestar possa alla sua patria un Cittadino, quello si è d’illustrare la memoria degli uomini, che contribuiscono a renderla chiara, e pregiata, più assai che gli archi, e le tele de’ seguaci di Vitruvio, e di Apelle, imprese egli a raccogliere, e a stendere le Notizie di parecchi altri Scrittori, che onorarono il di lui Municipio co’ loro natali, le quali serbansi tuttora inedite presso de’ suoi Figliuoli. [22]

Tra gli Scrittori natii di Quinzano annoverò egli Serafino Cavalli, chiarissimo lume dell’Ordine di san Domenico, ma ciò gli venne conteso dal chiaro conte Giambattista Corniani ([9]), il quale nel suo Saggio di Storia Letteraria della Fortezza degli Orzi nuovi ([10]), l’avea egli pure annoverato tra i suoi Patriotti Scrittori. Ciò si raccoglie da una Lettera dello stesso Corniani, segnata li 22 aprile 1778, e indiritta al nostro Nember, in cui leggesi:

Egli è vero, che tempo fa negli Opuscoli Mandelliani io diedi alla luce [23] un mio Saggio intorno agli illustri trapassati della mia patria. È vero altresì, che annoverai fra di essi il Padre Serafino Cavalli. Io ciò asserii non solo appoggiato all’autorità del Codagli contemporaneo, e dell’ordine istesso, ma ancora ad alcune originali sue lettere, che tutte si conservano dalla famiglia di lui, ed a parti di questo Consiglio registrate negli atti pubblici di quel tempo. Intendo ora dal suo pregiatissimo foglio, ch’ella voglia arricchire Quinzano di quest’uomo celebre. Può darsi che mi convincano le sue ragioni, può darsi anche di nò. In ogni modo io l’assicuro, che non mi avrò a male di questo suo assunto. Possiamo essere d’opinione discordi, ed essere amici ancora. Io son persuaso, che impugnando anche la mia asserzione ella ciò farà con quella urbanità, che onora le lettere, e gli uomini onesti, che le coltivano.

Di fatto questa contesa si terminò placidamente tra una parte, e l’altra, e senza entrare in dispute e in gare, si decise, che il Cavalli di famiglia fu originario degli Orzi, e per patria ebbe Quinzano. In questo modo si salvarono tutti i diritti a’ due cospicui luoghi, a’ quali quel celebre uomo appartiene per origine, e per patria.

Io ho riferita questa Lettera dell’egregio ed erudito signor conte Giovanni Battista Corniani, che fu uno de’ miei particolari amici, perchè serva di [24] esempio, e di modello alle letterarie contese, Non si può opporre con maggior polizia. Sì l’uno, che l’altro recano colla maggior modestia le loro ragioni senza lesione dell’urbanità e della carità Cristiana. Si cerca la verità senza passione, senza amor proprio, senza ostinazione; qui spicca una gara di pulitezza non comune a tutti i Letterati.

Ma là ritornando, da dove si siam dipartiti, non è a dubitar punto, che un simil lavoro di stendere le Notizie spettanti a quaranta e più Scrittori, che Quinzano sua patria ha dati all’Italia, a costar non avesse al nostro Nember molta fatica. Non pago egli di questo studio, s’invogliò di scrivere eziandio la Storia Civile della patria, derivandone la sua origine dai Quinzi, ovvero Quinziani, amendue cospicue famiglie Romane, ch’ebbero nel Bresciano Territorio il loro stabilimento, col fine di darla alla pubblica luce unitamente all’opera degli Scrittori, che già prima avea apparecchiata; sebbene, non so per qual motivo, tal pensiero non l’abbia di poi eseguito. Ottima cosa sarebbe, che i suoi eredi, o alcun’altra persona, che si diletta di sì fatti studj sinvogliasse di render pubblica colle stampe sì l’una, che l’altra, dappoichè onor grande ne verrebbe da ciò alla patria, e alla nazione, e immortale si renderebbe la memoria del nostro Autore. [25]

La troppa applicazione però a’ siffatti studj fu dessa la cagione per cui ebbe a risentirsi non poco nello stomaco, e divenne quasi inabile a far la dovuta concozione de’ cibi, sicchè dovette suo malgrado abbandonar intieramente qualunque siasi letterario lavoro, e volgersi ai piacevoli divertimenti, e al passeggio, onde ripristinare le perdute forze, e rimettersi nel primiero stato di salute.

Riavutosi dopo lunga pezza di tempo da tal malore, prese per le mani le Memoriedel suo Quinziano Stoa, e vi fece delle note, e aggiunte non poche, il qual esemplare essendogli stato richiesto da un soggetto, amante de’ patrj studj, nostro Bresciano, sino dal 1807, come consta da sua lettera, segnata gli 11 d’aprile dell’anno medesimo, che esiste presso di noi, tuttora lo trattiene presso di sé, malgrado le varie, e replicate lettere dell’Autore, che instava d’averlo, siccome parto suo, e che col tempo può farsi di alcun altro.

Ma qui non si ristettero le serie applicazioni del nostro Autore, e quantunque venisse egli a quando a quando distratto dagli affari sì domestici, che pubblici; tuttavia non obbliò giammai gli ameni e geniali suoi studj. Sappiamo in fatti da parecchie Lettere del più volte rinomato abate Rodella a lui dirette, e che esistono presso di noi, ch’egli s’accinse a de-[26]scrivere l’orribile Sacco di Brescia, accaduto nel 1512 sotto Gaston di Foix, generale delle truppe Francesi.

Il nobile signor Antonio Brognoli, così egli scrive in data dei 22 di maggio 1780, ha apparecchiate le Memorie Anedote dell’assedio di Brescia del 1438, e delle cose relative al medesimo. Le incomincia dal 1404, e passa oltre il 1440. Resta il campo a voi per la Storia del Sacco di Brescia. A questo uopo vi occludo uno Stampo consegnatomi dal signor Brognoli, cui farete trascrivere, e poi mi rimanderete per restituirlo al medesimo.

E in altra pure segnata dei 24 giugno dello stesso anno gli dice:

Potrete trattenervi lo Stampo relativo al Sacco di Brescia, tanto più che spetta a voi, che volete darci la Storia ragionata di quell’orrido Sacco. La Città ne conserva alcune altre copie stampate. Vi raccomando di non darvi fretta nella vostra impresa. Prendete le cose con flemma, e con giudizio. Aspettate che sia uscita la Storia dell’Assedio del 1438. In queste materie conviene non aver premura. Intanto andrò ancor io rivolgendo le Memorie Mss. Mazzucchelli, e trovando qualche cosa a proposito, o qualche anedoto, ve lo comunicherò.

Ma o sia che egli non abbia eseguito sì bel pezzo di patria storia, oppure se eseguito, egli è a dolersi assaissimo, che non si sia tra le sue scritture ritrovato. Chi sa, che vivendo non l’abbia egli dato a leggere ad alcuno, e che poscia [27] per nostra sventura siasi smarrito, come avvenir suole ad altre Letterarie produzioni.

Intento, come egli era, al pubblico bene s’accin­se a scrivere un’altra Opericciuola d’agricoltura, addattata alla capacità de’ contadini, cui diede il titolo di Almanacco. Il motivo che lo indusse a comporla, lo esprime egli medesimo nel Proemio che premette alla detta Opericciuola.

Ho fatto, dic’egli, il presente Almanacco d’agricoltura per rendere più comuni delle notizie preziose, e per contribuire per quanto io posso al pubblico vantaggio. Agostino Gallo, nobile Bresciano, nato nel 1499, il quale nella villa di Poncarale seppe trovare la sua felicità dirigendo il travaglio de’ contadini coi lumi, ch’egli avea acquistati nell’agricoltura, lasciò dopo di sé un opera, che tratta di quest’arte, a cui i Francesi vi aggiunsero nuova fama, traducendola eglino stessi, quando sembrava riservata all’uso, e all’ammirazione della sola nostra Provincia. L’Accademia Georgica di Brescia ha fatto ristampare sin dall’anno 1775 quest’opera, che ha per titolo: Le Venti Giornate dell’Agricoltura, e de’ piaceri della Villa ([11]). Questa vien ad essere forse la vigesimaquarta edizione, ed è la più corretta, e corredata di aggiunte, e di annotazioni d’un uomo versatissimo nella Storia Naturale delle no‑[28]stre contrade ([12]). Ma la grandezza dell’accurata impressione non può servire a mettere sotto degli occhj de’ contadini gl’insegnamenti di questo valoroso Agricoltore. I libri, che sogliono essi aver alle mani, son libri di poche carte, e di poco prezzo, e un volume è mal a proposito per istruirli. Perciò io ho pensato di render loro un servigio col facilitar ad essi l’acquisto di molte nozioni rurali di questo autore, col restringerle, per quanto mi sarà possibile, a poche carte. Ai documenti del Gallo aggiungerò alle volte alcune mie riflessioni, e alcune altre tratte d’altri Scrittori. Anzi mi converrà usare dei vocaboli Lombardi. Per ottenere il mio fine, fui d’avviso di scriver così. Io ascriverò a somma mia gloria, se potrò insegnar cose, che possano servire di qualche lume e vantaggio ai contadini principalmente della Provincia nostra, e particolarmente delle Basse.

Oltre a ciò da passarsi non è sotto silenzio l’eleganza, e la schiettezza del suo stile in prosa. Autentiche prove di questo suo pregio si deducono e dalle sue Memorie spettanti alle Vite ed agli Scritti di Gianfrancesco Stoa, e di Giovanni Planerio, non che [29] dalle sue Lettere fiamigliari indiritte a’ dotti amici di lui. Si scorge in esse una limpida chiarezza, ed una fluida, e facile esposizione, con cui le proprie idee, e i pensieri con naturalezza si spiegano senza stento alcuno. Nè solamente scriveva egli con eleganza in prosa, ma anche nel verseggiare il suo stile era netto e leggiadro; e quantunque non facesse egli professione di Poeta, nulla ostante non era schivo di comporre anche in metro; di maniera che era pronto a compiacere chiunque lo pregasse di allestire qualche Sonetto, o Canzone sopra argomenti sacri, o profani. Ma il verseggiare era per lui un passatempo, e trastullo piuttosto ne’ suoi ozj letterarj, che una seria occupazione. Soleva egli in fatti compiangere la sventura di certi giovani, che forniti di non ordinario talento, nel più bel fiore dell’età loro, i migliori studj trascurano, onde applicarsi soltanto a tessere qualche composizioncella poetica, come la fantasia spontaneamente lor detta.

Arricchita, com’ella era, la sua mente di molte cognizioni, e di egual finezza di critica dotato il di lui sapere, formar solea sodi giudizj sopra qualunque opera, che da suoi dotti amici veniva a lui consegnata, e quando di consiglio lo richiedevano. Io medesimo non ho mai ardito di esporre al pubblico alcuna mia [30] qualunque siasi, produzione, se prima sentito non avea il suo parere, tanta era la stima ch’io faceva de’ suoi dottissimi, e retti giudizj.

Egli ebbe letterario carteggio con varj insigni, ed accreditati soggetti, e fra questi principalmente col chiaro ed erudito don Baldassare Zamboni, noto alla Letteraria Repubblica per le sue dotte produzioni, e che ci fu tolto dalla morte con dispiacere di tutta la Città il giorno 21 di marzo dell’anno 1797, col valoroso letteratissimo abate Giambattista Rodella, coll’egregio e dotto ex-gesuita Girolamo Padovani, scrittore elegante in prosa e in versi, e valente oratore, e con altri non pochi. Auguro, che per decoro di Quinzano il suo commercio epistolare unitamente alle altre sue produzioni inedite non si disperda e perisca, non insolita fatal vicenda delle cose migliori.

Qui termina l’Elogio del mio più intimo, e caro amico Giuseppe Nember, considerato come persona di letteratura, e di cognizioni. Ad oggetto ora di verificare il rimanente di ciò, che delle di lui rare qualità morali premisi sul cominciamento del mio discorso, farò passaggio a dare un’occhiata riflessiva sul suo carattere, semplicemente risguardandolo come uomo. E giacchè ho avuta io la sorte di famigliarmente secolui trattare, posso asserire con certezza quanto sono per dire. [31]

Alla bravura dell’ingegno congiunse il nostro Nember sin da giovinetto un’incomparabile onestà e amabilità di costumi, ed una soda religiosa pietà, checchè in contrario ne abbian detto alcuni satirici, maligni e invidiosi. Egli non perdette mai di veduta il suo dovere verso Dio, e fu sempre costante nel suo metodo di vivere, nella frequenza de’ Sacramenti, e nel frequentare la Dottrina Cristiana, alla scuola della quale presiedette molti anni, ed agli esercizj spirituali. Non mancò quasi mai d’assistere alla santa Messa ogni mattina, e tutte le sere costumò la visita del SS. Sacramento, e la recitazione immancabile del Rosario.

Da chi ha avuto la fortuna di praticarlo parecchi anni famigliarmente si attesta di non essersi mai sentita dalla sua bocca una parola men che decente, un equivoco men che modesto, un motto men che onesto e d’averlo sentito tal volta a reprimere con forza l’audacia di qualche soggetto, che incominciava a violare le leggi della modestia con equivoci, e con vocaboli poco civili e casti.

Osservò sempre con inviolabile puntualità la giustizia, e l’equità, e nessuno mai ebbe motivo di dolersi di lui, nulla mai avendo operato se non colla ragione, e con le regole d’un esatta cristiana morale.

Egli era affabile, piacevole e cortese verso [32] tutti, e dava facile e pronto accesso a chiunque ricorreva a lui, ed era intendentissimo sopra il povero, ed il bisognoso. Nelle disgrazie non si vide mai uscire in parole, e moti d’impazienza, o di lamenti, sempre immerso ne’ suoi cari, e geniali studj soleva con questo dar refrigerio a’ suoi affanni.

Attentissimo a’ doveri del suo stato vigilava da vero, e amoroso padre di famiglia sopra de’ suoi figliuoli, e domestici, da cui esigeva l’esecuzione immancabile al debito di Cristiano, volendo che frequentassero i Sacramenti, e la Dottrina Cristiana, e si conservasse la divozione, la pietà, e la quiete nella sua famiglia, studiando egli di mantenere in essa la pace, e proccurandola colla sua destrezza, e co’ suoi sempre ottimi consiglj.

In tutte le famiglie suol nascere talvolta qualche sconcerto, qualche contrasto, qualche disarmonìa, e in conseguenza qualche altercazione. Egli avea per costume di por riparo con dolcezza a tutto, dissimulando le picciole cose, purchè non prevedesse, che pregiudicar potessero al ben pubblico, o promovere mali esempj.

In qualunque società degli uomini si trovano de’ soggetti invidiosi, maligni, satirici, maledici o per natura, o per indole, o per sistema. Egli faceva conto di tutti, rispettava tutti, nè si sentì mai a dir una minima sillaba pregiudi-[33]zievole al decoro, al nome, o al vantaggio altrui, e procurava di prestarsi al servigio di tutti, e senza alcun interesse.

I lumi, e le cognizioni che possedeva non giunsero mai a farlo insuperbire, anzi gli servirono di freno alle naturali passioni, a cui ogni uomo è soggetto, Egli fu sempre schivo delle altrui lodi, nè mai dalla sua bocca uscì una parola che sentisse di vanagloria. Io mi rammento, che avendogli richieste con lettera le notizie spettanti alla sua vita onde registrarle nell’Istoria degli Scrittori e Letterati Bresciani, che da parecchi anni si va da noi allestendo, mi rispose in questi termini ([13]): Quando vorrà le Memorie spettanti alla mia vita, le manderò la mia Confessione generale, in cui ammirerà la mia cattiveria, e la misericordia del Signore. Se questo non è un sentir bassamente di se stesso, qual altro sarà mai?

Uomo di senno, e di consiglio, di maturità, e prudenza fornito, egli veniva consultato, e adoperato in sua patria, e nelle vertenze, che talvolta insorgono tra le famiglie, e in occasione di divisioni, tanto tra le case più ricche e benestanti, che tra quelle di minori fortune, e con somma carità, e senza alcun privato interesse, egli sempre si adoperò, onde proccu-[34]rarne la pace, e la quiete, e ne riuscì sempre con universale soddisfazione.

Sostenne in sua patria con riputazione d’illiba­tezza, e d’integrità gli onorevoli impieghi di Cancelliere di quella Comune, indi di Presidente alle pubbliche Scuole sino dal 1778, di Giudice di Pace in tempo del Governo Democratico, di Procuratore del Collegio delle Dimesse, di Membro della Congregazione detta di Carità, e destinata pel soccorso de’ poveri, di Savio della Municipalità. In siffatti impieghi non mancò di parlare con zelo, e con energia, onde togliere di mezzo certi disordini, che s’erano introdotti, o stavano per introdursi a danno del comun bene e vantaggio di quella popolazione.

La sua passione predominante era per la Storia Letteraria della patria. Nella sua gioventù, nella sua virilità, non ha fatto altro, che cercar notizie, libri, documenti spettanti all’illustrazione della vita de’ suoi Terrazzani, che si sono distinti nelle Lettere, e nelle Scienze, e che hanno onorato la patria co’ loro Scritti. A tal uopo non ha perdonato a diligenze, a spese, a fatiche, onde raccoglierne le Memorie Mss. che di essi rimanevano sepolte nell’obblìo in varie case.

Conservò pur sempre un genio particolare per l’uccellatura a franguelli a’ soliti tempi [35] autunnali; in questa divertiva lo spirito dalle applicazioni, e dalle più serie occupazioni, ed essa formava le innocenti, e care sue delizie. Negli ultimi anni della sua vita, lasciati quasi del tutto i profani studj, si volse singolarmente a’ sacri, e si occupò in particolar modo nella lettura de’ santi libri, da cui ne’ suoi malori traeva conforto, e sollievo.

Dopo tante fatiche sofferte, e nella direzione degli affari pubblici e privati, e massimamente nelle sue liti per difesa delle proprie ragioni, che per lungo tratto di tempo ebbe a sostenere pazientemente, e ciò che è più da ammirare, senza lesione della carità cristiana, e dopo aver passata l’età sua più soda nelle geniali meditazioni di letteratura, e delle più severe discipline, nel 1808 sullo stinco della gamba destra alla distanza di quattro pollici dal ginocchio si manifestò un sarcoma, ossia un’escre­scenza carnea della grossezza d’un pisello mobile, e indolente. In progresso del tempo divenne grandicello, e qualche rara volta produceva del dolore. In questa situazione si opinò per l’estirpazione, che non venne addottata, attesa la timidezza del Soggetto. Si aumentò indi il volume ancora, e dava frequentemente dei dolori lancinanti, cosicchè a poco a poco si ulcerò mandando dell’acquarella mista con marcia, e manifestando il [36] carattere di un vero fungo pernicioso. Impedito nel principio del novembre 1813 di usare della gamba, fu chiamato il celebre Professore signor Luigi Mosti a farne l’incisione, ma per mala sorte non fu possibile di cicatrizzarne la piaga, cui essendo sempre infestata da fongosità riproducentisi a fronte de’ rimedj consigliati da celebri Medico-Chirurghi, passò allo stato cancheroso incurabile, e quindi sopravvenne l’emaciazione e la consunzione dell’amma­lato, e in fine la morte, solita conseguenza di questi mali ([14]).

Egli sofferse colla solita sua eroica pazienza i dolori della sua ben lunga, e penosissima infermità, e rassegnato sempre al voler di Dio sopportò con constanza il proprio gravissimo male, nè mai fu sentito a dolersi, o a dimostrare rincrescimento, o noja, fuorchè alle volte disse in maniera di esclamazione: I miei dolori sono pressochè insoffribili, e fra tanti rimedj non ve n’ha pur uno, che vaglia tampoco a temperarli, o diminuirli!Finalmente la morte ci rapì questo pio, dotto, umano, savio, e amatissimo Soggetto, munito già de’ Sacramenti [37] della Chiesa il giorno 26 Aprile 1815 in età d’anni 63, lasciando a’ suoi amatissimi figliuoli alcuni salutari e cristiani ricordi (15).

(15) Stimiamo di far cosa grata a chi legge il riferir qui i sovraccennati Ricordi, perchè dettati da un tenero cuor di padre, e pieni di vera e soda religione verso Dio, e de’ suoi simili:

GIUSEPPE NEMBER

ai suoi amatissimi figliuoli

  1. Dio vi ha dato l’essere, perchè lo serviate, e vi facciate santi.
  2. Voi siete un nulla; godete di non aver alcun bene proprio; così Dio sarà la sorgente di tutti i vostri beni.
  3. Dio è il condottiere degli uomini, che operano il bene.
  4. Abbiate Dio presente in ogni luogo, e in ogni tempo.
  5. Più della vostr’anima, amate il Signore.
  6. Se amerete Dio, per quanto può conoscerlo una creatura, lo conoscerete.
  7. Qualunque spazio di tempo, che lasciarete passare senza pensare di Dio, consideratelo come perduto.
  8. Onorate il Signore sopra tutte le cose.
  9. Dio vi ha dato il libero arbitrio, onde viveste senza peccato, e vi faceste così simili a lui.
  10. Siate contenti della condizione, e dello stato, in cui Dio vi ha posti.
  11. Il desiderio di possedere è origine di avarizia.
  12. Amministrate i beni della Famiglia, come tanti Agenti, o Fattori di Dio.
  13. Il primo benefattore è Dio; il secondo è quello, che fa del bene al suo prossimo.
  14. Qualunque cosa voi vogliate, prima di farla, invocate l’ajuto del Signore.
  15. Se volete che il Signore ascolti le vostre preghiere, ascoltate ancora voi le preghiere de’ poveri. [38]
  16. Siate limosinieri, e servitevi bene dei beni di fortuna, che Dio vi ha dato.
  17. Quando date qualche cosa ad alcuno non rimbrottategli la dimanda; altrimenti sembrerete piuttosto contumeliosi, che benefici.
  18. Non dite al povero, tornate dimani, ma se potete, prestategli subito soccorso.
  19. Non aspettate gratitudine del bene, che avete fatto agli altri = dite, abbiam fatto il nostro dovere.
  20. Quando il povero è in estrema necessità, siete obbligati a soccorrerlo, restringendovi nella tavola, nel vestito, ec.
  21. Quando il Signore vi benedirà, e vi darà molto, allargate la mano nella limosina.
  22. Il Signore riceve fatta a sé la limosina, che si fa al povero, e dona il centuplo al limosiniero anche nelle terrene sostanze.
  23. La limosina vi libererà dai peccati.
  24. Tutto quello, che noi facciamo, ha il suo vero valore dalla conformità che abbiamo con la volontà di Dio.
  25. La volontà di Dio, secondo san Francesco di Sales, si manifesta in tre maniere: per la necessità, per l’ubbidienza, e per la carità.
  26. La dolcezza, e l’umiltà sono la base della pietà.
  27. È meglio prevenire gl’inconvenienti, che applicarvi i rimedj dopo che sono nati.
  28. I timori, e gli spaventi sono giusti, quando sono moderati, e quando nascono dall’umiltà. Ma quando sono eccessivi, e degenerano in inquietudini, sono ingiuriosi alla bontà di Dio, e recano danno alla pietà coll’indebolirne la speranza.
  29. Gesù non vi giudicherà sulla testimonianza de’ vostri amici, nè su quella de’ vostri nemici. Egli vi conosce quali voi siate.
  30. Nel bene che si dirà di voi, trovate sempre materia di umiliarvi, e nel male di che istruirvi.
  31. Procurate d’imparar a conoscere la vostra viltà e temete sempre voi stessi. [39]
  32. Se cadete in qualche mancamento, pensate ch’è segno, che non avete corrisposto alle ispirazioni di Dio: umiliatevi.
  33. Non cercate mai la vostra difesa, quando l’onor di Dio, o qualche necessità noi richieda.
  34. Negli affari più difficili confidate nel Signore.
  35. Il parlar basso è indizio, ed esercizio ancora dell’umiltà.
  36. Non lodatevi mai, nè amate mai, che altri vi lodino.
  37. Non temete altra confusione, e vergogna che quella, ch’è dovuta alle vostre mancanze.
  38. Fuggite, quant’è da voi, ogni sorta d’onore, e di comando.
  39. Non fate mai ad altri di Maestro.
  40. Non vi sottraete però mai da quei pesi, che sono portati dagli altri.
  41. Temete sempre, che i doni del Signore non vi diventino per vostra colpa occasione di maggior dannazione.
  42. Non vi fidate de’ vostri talenti, della vostra prudenza, del vostro credito, della vostra virtù, de’ vostri meriti, de’ vostri amici. Senza l’ajuto di Dio non potete niente.
  43. Nascondete sempre le vostre virtù, e mettete fuora i vostri difetti.
  44. Esser buono, e comparir tale è cosa pericolosa. Parer buono, e non esserlo è una viziosa ipocrisia. Esser buono, e non parerlo è la più santa, e vantaggiosa condizione.
  45. Quando gli uomini si burleranno di voi: Dite, rendono testimonianza del nostro merito.
  46. Il disprezzo de cattivi è l’apologia dei buoni. La sentenza di questi è sempre nulla, perchè pronunciata senza autorità.
  47. Ricordatevi, che chi vi loda, v’inganna. Tutto il bene è della grazia del Signore.
  48. Il cammino più spedito per giungete alla pace del cuore, e alla vera felicità è quello dell’umiltà, e delle umiliazioni.
  49. Tutte le virtù senza l’umiltà non vi salveranno, e tutti i vizj, e i vostri peccati coll’umiltà non vi danneranno. L’umiltà [40] bandisce tutti vizj, rimedia a tutti i difetti della carità, e sana tutte le piaghe dell’anima,
  50. Fate dunque gran conto dell’umiltà. La superbia è la regina dei principali vizj.
  51. Se sarete umili, sarete ancora grati: soffrite il disprezzo, e disprezzate il disprezzo.
  52. Pensate spesso alla terribile incertezza di compiere i giorni vostri nell’amicizia del Signore. Gli uomini più santi sono sono soggetti all’incostanza, ed al cangiamento.
  53. I più bei doni, che il Cielo abbia fatto agli uomini, sono di dire la verità, e di fare buoni uffizj agli altri.
  54. Dio ha in abbominazione la menzogna. Alli bugiardi non credono gli uomini neppure la verità.
  55. È meglio restar vinti dicendo la verità, che vincere col dire la falsità.
  56. La loquacità non va esente di peccato, e un discorso troppo lungo è indizio d’imperizia.
  57. Prima di parlare, pensate cosa volete dire, onde non abbiate a dir quello, che non  è spediente che diciate.
  58. Se amerete piuttosto di udire, che di parlare, vi farete conoscere per amatori della sapienza.
  59. Persuadetevi, che sarà sempre meglio, che gettiate al vento delle pietre, che delle parole.
  60. Se non vi sforza la carità, o la giustizia, tacete inviolabilmente gli altrui difetti.
  61. Quelli che parlano male danno indizio di avere un’anima, ed un cuore cattivo.
  62. Parlate sempre di cose buone. Dio non ama, nè esaudisce gli uomini, che non sono casti. È cosa perniciosa servire al vizio.
  63. Il fondamento della pietà è la continenza.
  64. Ne’ cuori fedeli non annida la passione. Qualunque cosa che farete, quando avrete la mente offuscata dalla passione, non [41] passerà gran tempo, che vi rattristerà, e non servirà che di occasione a pentirvi.
  65. Se sarete morigerati, avrete una vita beata.
  66. È meglio morir di fame, che macolar l’anima d’incontinenza.
  67. La modestia è quella delle virtù, che dà luce atutte le altre.
  68. Sia il vostro zelo regolato dalla dolcezza; sicchè non sia maggior del dovere, nè divenga o indiscreto per soverchio ardore, o amaro per soverchio disgusto.
  69. Mostratevi sempre indifferenti tanto nei casi, ne’ quali la fortuna vi felicita, quanto in quelli, ne’ quali vi molesta.
  70. State sempre preparati alle tribolazioni, se volete essere allegri.
  71. Non cercate che la volontà di Dio si accomodi alla vostra, chiedendo d’esser liberati dai mali con ardore, che partecipa assai più d’un naturale trasporto, e d’una inquietudine del tutto umana, che di un vero fervore.
  72. Conformità perfetta al voler del Signore in tutti i mali.
  73. I vostri lamenti sieno amorosi, e abbian origine da una figliale confidenza e tenerezza, la quale scarichi il dolor del suo cuore nel seno amoroso di Gesù Cristo.
  74. Ricordatevi, che i travaglj di questa vita sono doni, e favori, che fa il Signore alle anime elette.
  75. Guardatevi da ogni moto d’invidia, nè vi rattristate del bene del vostro prossimo.
  76. Se provate dispiacere quando vedete prosperato un uomo senza meriti, temete di opporvi allo Spirito di Gesù Cristo. Voi crederete che la vostra indignazione nasca dal desiderio della gloria di Dio, e da zelo che salvi sieno i diritti della giustizia divina, e forse nascerà dal vostro amor proprio
  77. Pensate bene di tutti, e pensate del vostro prossimo, come vorreste che il prossimo pensasse di voi. [42]
  78. Non vi vendicate mai di alcuno, e fate del bene ancora agli uomini ingrati.
  79. Se la ragione vi obbliga a disapprovare una condotta assai sregolata, e a biasimare i falli del vostro prossimo, risparmiate con dolcezza la persona.
  80. Non vi curate di piacere alla maggior parte degli uomini.
  81. È maggiore il pericolo di chi giudica, di quello che ha da essere giudicato.
  82. Non prendete mai consiglio da chi amministra male le cose sue.
  83. State in pace con tutti,           e guardatevi dal litigare. Le liti sono la rovina dell’anima, e del corpo.
  84. Siate amici di tutti, ma famigliari di pochi.
  85. Guardatevi dai guadagni illeciti, e non fate società. La carità, e la giustizia sieno le guide de’ vostri negozj.
  86. Obbedite alle leggi del vostro Governo.
  87. Il vostro vestito sia decente, e pulito, non splendido, nè alla moda.
  88. Mortificate le vostre inclinazioni naturali, operate senza darvi fretta. Questo è uno dei nemici più traditori della divozione, e di ogni opera buona.
  89. Non imitate quelli, che intraprendono molte cose, e non fate mainiente per rispetto umano.
  90. Divertitevi tra voi in casa, ma santamente: Andate alla caccia, e uccellate ai vostri Redizini. Basta che non diate danno, e che non rubbate il tempo, che dovete a Dio, allanima, ed alla Famiglia
  91. Abbiate pazienza in sofferire tutto ciò, che il Governo vi comanda, purchè non sia contrario alla legge di Dio. Se vi dispiaceranno i suoi ordini, quando sieno giusti, vi lamenterete a torto, e se avrete voi ragione dovete temere, che i vostri lamenti lo faccian più tiranno.
  92. Se avrete bisogno degli uomini, preferite quelli che cono-[43]scete per pratica, e per esperienza a quelli, che conoscete solamente per fama.
  93. Procurate di non essere eletti arbitri tra due vostri amici, o parenti, perchè con la sentenza che darete per giusta chella sia, ne perderete uno.
  94. Saranno più facili a dar orecchio alle concordie quelle persone, che abbian provato il danno, e i travagli delle liti di quello che se sono preparate a litigare.
  95. Se vi verranno fatte delle interrogazioni impertinenti, prima di rispondere pensatevi bene, perchè siccome l’interrogazione ha per madre l’ignoranza, così la risposta deve avere per madre la prudenza.
  96. Quei padroni, che cangiano spesso i Massari, i Bifolchi, e li Bracenti, o Servitori, per lo più sono instabili, di poca bontà, e di manco cervello. Non li imitate.
  97. Non amate la conversazione degli uomini collerici, benchè questi ordinariamente sieno amorevoli. La collera suol procedere da soverchio amor proprio. Così fuggite quella degli ostinati, specialmentese sono malinconici.
  98. Fate stima del vostro prossimo, e onoratelo, perchè chi non istima, e chi non onora, non è stimato, nè onorato.
  99. Battete il sentiero delle azioni virtuose, e abbiate sempre in orrore anche l’ombra dell’iniquità. Ricorrete spesso a Dio, e battete e ribattete di quando in quando nella vostra mente questa gran verità; cioè che la felicità dell’uomo consiste nell’aver amico Dio, e che la maniera d’averlo è l’amare, e praticar la virtù per amor di lui, e per piacere a lui.
  100. Il governo della famiglia non sia Anarchico. Sovrasti a questa, e la dirigga quello, che ha maggior capacità, più prudenza, e più timor di Dio.

Chiudo, Figliuoli dilettissimi, i miei ricordi, raccomandandovi la divozione al SS. Sacramento, a Maria Santissima nostra cara [44] Madre, ed ai Santi del vostro nome. Confessatevi spesso da un Confessore pieno di carità, di scienza, e di prudenza. Non vi lasciate sedurre dalle nuove dottrine. Siate figliuoli ubbidienti della Chiesa. Vi raccomando di rispettare vostra Madre, e di pregare il Signore per l’anima mia, sperando che per puro atto di sua misericordia la manderà nel Purgatorio a scontare la pena dovuta a’ miei peccati. La benedizione del Signore discenda per sua bontà, e misericordia sopra di trotti voi.

VOSTRO PADRE GIUSEPPE

Fu compianto da quanti conobbero l’onesto carattere, l’animo liberale, e religioso, e il [39] valore di sì illustre Uomo, la di cui memoria, a dispetto de’ maligni, e invidiosi, che l’hanno [40] censurato, vivrà immortale. Non finirei più di parlare delle lodi dovute ad un Uomo nel‑[41]letà nostra assai raro. Dirò soltanto, che contrassegni maggiori di salvezza possonsi de‑[42]siderare, ottenere non già. Ha colmato tutti di edificazione, ed ha insegnato a’ giovani, [43] non che a’ vecchj come religiosamente muoja chi va dotato di quelle morali virtù, che l’animo di lui adornavano. [44]

In lode di sì illustre Soggetto estese il celebre e rinomato signor Prevosto di Chiari Stefano Antonio Morcelli la seguente Iscrizione:

h · s · e ·
iosephvs · ioan · f · nember
generis · svi · et · patriae · decvs
vir · mvltarvm · litterarvm
idemqve · scriptis · et · ervditione · clarissmvs
qvem · relligio · modestia · misericordia
sociae · a · pvero · virtvtes
ad · tvmvlvm · vsqve · seqvvtae · svnt
vixit · annos · lxiii · m · ii · d · iiii ·
abitqve · ad · svperos · vi·kal·maias · an · m·dccc·xv·
liberi · eivs · moerentes
fac · cvr ·
patri · incomparabili
sancte·tenes·tibi·qvod·non·hosticvs·avferet·ensis
non · vis · v lla · tvos · qvam · fera · bella · manent

[45]

Ora non ci resta se non di parlare delle sue Opere, che si hanno alla Stampa, e sono le seguenti:

I.     Memorie Anedote Critiche spettanti alla Vita, ed agli Scritti di Gianfrancesco Quinziano Stoa raccolte, ed estese da Giuseppe Nember di Quinzano. In Brescia 1777. Presso Gio. Maria Rizzardi, in 8.°

II.   Memorie spettanti alla Vita di Giovanni Planerio. Ivi per lo stesso, in 8.° Queste sono unite a quelle dello Stoa, e formano un sol Volume.

III. Sei Sonettidi lui si hanno alle stampe, abbenchè non portino il suo nome, e stanno a carte 4. 5. 9. 31. e 56 delle Poesie per l’Ingresso sospirato del Reverendissimo D. Stefano Gussago alla Chiesa Prepositurale di Quinzano. Brescia nella Tipografia Bendiscioli 1803in 8.° In essa Raccolta pure a carta 6 si ha dello stesso una Canzonetta senza il di lui nome, e un’altra Canzone parimenti con un Sonetto sotto il nome di Nemberfilo Corneliano a carte 19 e 24.

Opere Mss.

I.     Memorie spettanti alla Storia di Quinzano, in 4.° Queste Memorie giungono sino al Secolo XVIII, che fin da’ primi giorni fu segnato [46] infaustamente della guerra, che nacque per la successione al trono di Spagna, vacato dopo la morte di Carlo II. L’Italia fu uno dei teatri di essa guerra, e in particolare il Bresciano.

Seguita la Rivoluzione di Brescia a’ 18 di Marzo del 1797; aggiunse il nostro Autore alla detta Storia un’Appendice, scrivendo tutto ciò, che può interessare il Paese di Quinzano, e molti altri, che gli fanno corona.

II.   Notizie Storico-Critiche intorno alle Vite, ed alle Opere degli Scrittori e Letterati di Quinzano, in fog.°

In fine di quest’Opera soggiugne il nostro Nember queste parole:

Ho dipinto i pregi del Paese della mia natività, non già perchè abbia la pretesa di saper l’arte di ben dipingere; ma perchè i miei Oppidani abbiano sotto degli occhj, bene, o male, dipinte le gloriose imagini da imitare a gloria di Dio, e di Quinzano. Ho usato lo stile laconico e conciso, e con questo con poche parole ho fatto il carattere, e spiegate le virtù degli uomini, che meritavano d’esser lodati, per non far un Volume più grosso del dovere. Non avrò forse soddisfatto al desiderio, e alla aspettazione del pubblico, pazienza, rispetterò il suo giudizio. Mi basta di poter dire, che ho fatto quel poco, che ho potuto. Dal mio dotto, e valente Maestro di Rettorica l’abate Don [47] Pietro Barzani ho imparato la gran Sentenza: La Botte non dà se non del vino ch’ella ha. Questa è la mia difesa.

III. La mia Difesa dalle Osservazioni Critiche fatte alle Memorie Anedote Critiche spettanti alla Vita, ed agli Scritti di Gio. Francesco Quinziano Stoa dal P. N. N. M. O. Copia di quest’Opera esiste presso di noi.

IV. Memorie spettanti alle Chiese, ed alle Fabbriche di Quinzano.

V.   Serie Cronologica degli Arcipreti di Quinzano dall’anno 1400, sino al 1803.

VI. Memorie spettanti alle Acque, che irrigano il Territorio di Quinzano.

VII. Governo di Brescia dopo la di lei dedizione alla Sereniss. Repub. di Venezia, seguita nel 1426, e dopo un’Assedio de’ più memorabili del Secolo XV. Si dà in esso la Serie Cronologica di tutti i Capitani, e Podestà, che governarono Brescia durante la Repubblica Veneta, cioè dal 1426 che furono Silvestro Morosini, e Vittore Bragadino Provveditori, sino al 1796 che fu l’ultimo, cioè Alvise Mocenigo Capitanio, e Vice Podestà.

VIII. Almanacco d’Agricoltura per rendere più comuni alcune interessanti notizie, e per contribuire al pubblico bene. Questa Opericciuola è divisa in 30 Paragrafi. Merita d’esser letta la bella, e dotta Prefazione, ch’egli vi pre-[48]mette. Dopo aver detto, che l’Agricoltura è Madre di tutte le Arti, la più utile, la più ampia, la più essenziale, e che fu tanto apprezzata da’ Greci, e da’ Romani, passa a ricercare il perchè chi ne fa oggi la professione, non merita più la stima di alcuno, anzi da ognuno è disprezzato, e stabilisce, che l’origine dell’infamia non può venire che dal delitto.

Il Filosofo, dic’egli, non fa alcun conto delle distinzioni civili; la porzione più numerosa, più utile, e più morigerata è quella che più l’interessa. Un Bifolco, se è un Uomo dabbene, s’onora, come qualsivoglia Signore. Egli condanna il costume dell’insolente Staffiere, che dà del tu al Contadino, benchè il Contadino dia del signore allo Staffiere. Ma quando mai gli Uomini impareranno a rispettare l’onoratezza della vita villareccia, e il contadino? Quando voi, o Signori, ad esempio del Nort, che compose un’Orazione per la morte d’un Calzolajo, un diritto uffizio presterete all’onorata memoria de’ vostri Uomini di Villa, e a spargere vi farete a significazione di onore fiori di eloquenza sulla loro tomba; allora i Cittadini impareranno a rispettarli, e la virtù plebea animata da questa stima, e da questa lode farà, che la terra vi dia i suoi frutti ancor in abbondanza. Togliete dalla miseria i vostri poveri Agricoltori, fate che ad esempio vostro sieno rispettati da chicchessia, [49] provate una qualche volta a por mano all’aratro per eccitar emulazione, e vedrete le vostre Ville popolate e felici.

IX. Essendosi dilettato della Poesia Latina, e Volgare, egli compose, e lasciò dopo di sé alcuni Pezzi in un Volume raccolti, de’ quali noi diamo il presente Saggio al Pubblico, onde viva la memoria di lui, anche in questi pochi, immortale.

 

LE ROVINE DI BRESCIA

Per lo scoppio della polvere accaduto la mattina
del giorno 19 Agosto 1769
.

epigramma

Dum tenebras inter noctis placidumque, soporem
Turba, auro, gemmis, Urbs opulenta jacet.

Fulmen ab excelso stridens devolvitur axe
Ictu oculi, et Pirii pulveris antra subit.

Icta fragore gravi scinduntur Moenia circum
Aerea lapidum nimbus ab Arce pluit.

Hic dolet, ille trahit suspiria pectora ab imo:
Cum clade ingenti motus ubique pavor.

Artubus infractis alii subjere ruinam:
Ille gemens tumulo conditus ante necem.

Dextera Dei, sine fine, potens apparet in omni
Tectus in obscura nube laborat homo.

Nec scit utrum Pietas divina, utrum ira triumphet,
Deque his, exacto tempore, certus erit. [50]

AD SOROREM CATHARINAM

In Coenobio hujusce loci Demissarum ingredientem

Elegia

Perge, Soror, Sacras quo te prius ardor ad aras
Impulit, optatam porge tenere viam.

Prata novo cernes florum radiantia culto,
Ducit ubi festas purus amor chorea,

Sedulus, et varias nectit mira arte coronas
Mollibus intexens lilia mixta rosis.

Perge, Soror, sic ille volens tua tempora cingat,
Candidaque aeternum sit tibi virginitas.

Auguror: en patrios linquit Soror cara penates
Omnigenas spernens delitias, et mores.

Quare age, Musa, novum mihi nunc edissere carmen,
Ut possim dignis hanc celebrare modis.

Adspice, ut haec taedas nimium indignata jugales
Haud ullis velit arsisse cupidinibus.

Quin imo aetheria jam pridem exercita flamma
Ardet virgineo se insevisse choro.

Nec potis est Mater dilectam avcrtere gnatam
Illa licet madidis obsecret usque genis.

Nil prosunt lacrimae, nil vota, precesqueParentum,
Flectuntur nulla fortia corda prece.

Sed jam florigeris devota advolvitur aris,
Seque pio sistit laeta ministerio.

Hanc Sociae excipiunt, laeto et clamore salutant:
Ahi utinam Fratris sit memor ipsa sui! [51]

PER UN SACRO ORATORE

Sonetto

Qual folgor parve, allorchè irato e fero
Su lo stuolo idolatra il braccio spinse,
E il nudo acciaro nel rio sangue tinse
A stragi aprendo, e a morte ampio sentiero.

Quindi con grido orribile severo,
Ch’ogni empio il volto di pallor si pinse,
L’ idolo infranse, e il fuoco impuro estinse,
Rendendo a Dio il vero orior primiero.

Sagro invitto Orator, nel tuo gran zelo
Del buon Mosè, e a’ detti, al guardo, al viso,
La verace immago io discopro, e svelo:

Già per te il vizio al suoi rotto, e conquiso
Veggio cader, e in su le vie del Cielo
Cento e mill’alme in libertà ravviso.

PER MONACA

Sonetto

Dirà lo stolto: ahi! così dunque asconde
Le sue bellezze un fior sì gajo e verde,
Che bear potea queste nostre sponde?
Come sì tosto a noi s.i occulta, e perde?

Oimè! le chiome inannellate, e bionde
Qual nuova crudeltà tronca, e disperde? [52]
Chi velò gli occhi bei, dove risponde
Amor, la cui speranza or giunta è al verde?

Stolta pietade! il Giardinier superno
Ben or lo toglie dal materno stelo
Insin che passi il rigid’ Ostro, e il verno.

Ma taceranno i fieri nembi, e il gelo;
E là tra i gigli dell’Aprile eterno
Quai non saran le sue bellezze in Cielo!

A MARIA VERGINE

Madrigale

Vergine tu bella sei
Come la bella aurora,
Eletta a consolar l’egra natura,
E vago e bello è il Figlio
Come il candido giglio:
Ma del candido giglio, e dell’aurora
Siete più belli ancora:
Non però il vago aspetto
Vinci del Pargoletto,
Che il suo leggiadro viso
Ne mostra il Paradiso,
E il bianco giglio, e la ridente aurora,
Ei solo imbianca, e indora,
Ma i più bei raggi sui
Egli a te vibra, e sì t’adorna, e abbella,
Che sol Vergin di lui
Tu sei men bella.


Note

(1) Quinzano è un nome derivante dai Romani. Questa è una ragione, per cui nell’inquisizione del suo Fondatore non conviene volgersi altrove, che ad alcuna Famiglia Romana di questo nome. Nel. Bresciano istesso abbiamo parecchie Terre, che portano nomi latini, e che senza contraddizione derivano dalle illustri persone, che le denominarono così. Per esempio Rus Metelli, or detta volgarmente Remedello, Vicus Caii, Cajonvico, Petroniaca, Pedergnaga, son tutti nomi de’ Fondatori. Io credo di uscire dalle regole più sicure e probabili nella inquisizione del vero a rifiutare questa origine anche a Quinzano. Molti nondimeno ebbe Roma Quinzj, e Quinziani, ma quali di questi precisamente sieno stati in Brescia, e nel Bresciano v’abbiano avuto stabilimento, e v’abbian lasciati i loro nomi, non mi azzardo a dirlo. In Brescia tuttavia una Famiglia di Quinzj vi fu, celebre per grandezza di fortuna, e splendore di titoli, e di cariche illustri. Nelle Memorie Bresciane di Ottavio Rossi io vi trovo delle Lapidi, che ne han tramandata la ricordanza, fra le quali a c. 274 vien riferita la seguente, che anche al giorno d’oggi vedesi nel Muricciuolo esteriore della Piazzetta di s. Agata

C · QVINTIVS
C · F · FAB -

Alcuno dunque dei Quinzj, o dei Quinziani sarà stato il Fondatore di Quinzano.

(2) Ecco la serie degli Scrittori spettanti al Municipio di Quinzano, de’ quali il nostro Nember ne ha estese le Vite, come più sotto diremo:

I. Baselli Giovanni Battista. II. Baselli Giovanni Pietro, Prete. III. Baselli Serafino, Monaco Benedettino. IV. Bondioli Giovanni, Prete. V. Bondioli Giacinto, Domenicano. VI. Calzavacca Illuminato, Minor Osservante VII. Cavalli Serafino, Domenicano. VIII. Conforto Cecilio. IX. Conforto Girolamo, Prete. X. Conforto Stefano, Carmelitano XI. Conti Domicio Celio Cinzio XII. Conti Giovanni. XIII. Conforto Stefano, Domenicano. XIV. Conti Gianfrancesco Quinziano Stoa. XV. Conti Maffeo. XVI. Conforto Girolamo. XVII. Cremezzano Giulio Francesco XVIII. Gandino Giovanni. XIX. Giardino Giuseppe. XX. Massimo Giacomo. XXI. Padovani Bartolommeo. XXII. Padovani Girolamo Giorgio Giuseppe, Prete. XXIII. Patina Alessandro. XXIV. Patina Gianfrancesco. XXV. Patina Vicenzo, Domenicano. XXVI. Pavesio Giulio, Arcivescovo di Sorrento. XXVII. Piccioni Agostino, Prete. XXVIII. Piccioni Giammaria, Prete. XXIX. Piozzi Gabriele Maria. XXX. Planerio Andrea. XXXI. Planerio Bono. XXXII. Planerio Cornelio. XXXIII. Planerio Gabriele. XXXIV. Planerio Giovanni. XXXV. Planerio Giambattista, Arcidiacono. XXXVI. Planerio Marco, Prete. XXXVII. Planerio Pietro. XXXVIII. Quinzano Guglielmo da, Domenicano. XXXIX. Quinzano Paolo da, Domenicano. XL. Rossi Marco Antonio. XLI. Scelleri Pietro, Domenicano. XLII. Teanio Bartolommeo. XLIII. Zoppetti Gio. Battista, Prete. XLIV. Zoppetti Girolamo, Domenicano.

(3) L’Abate Don Pietro Antonio Barzani tenne in Brescia aperta scuola di lingua latina e greca, e di rettorica pel corso di quarant’anni in compagnia del valoroso suo fratello Abate Don Paolo con molto concorso, e con notabile profitto della Bresciana Gioventù. Fu egli perito ancora nell’ebraica lingua, in cui venne ammaestrato dal dotto Sacerdote Don Pio Rossini delle sacre orientali lingue benemerito Professore. Ei fu elegante Scrittore in versi latini, ed ha pubblicato sullo stile d’Orazio tre Epistole; una è diretta all’Abate Don Girolamo Baruzzi anch’esso buon Poeta, ed erudito grecizante; la seconda al Padre Don Federico Commendoni della Congregazione di Somasca; e la terza è una bella descrizione d’un viaggio Autunnale ad imitazione d’altri Poetici viaggi. In queste Lettere risplende la purità della lingua latina a dispetto di chi la vorrebbe sbandita. Esso Letterato cessò di vivere nel 1784 con danno assai grande della studiosa Gioventù Cenomana.

(4) Questi due valenti Scrittori dovean essere illustrarti dal chiaro Canonico Gagliardi, il cui nome sarà sempre immortale, tra i 24 Bresciani illustri, de’ quali meditava di stenderne le Vite co rispettivi loro ritratti, ma distratto da altri studj non potè eseguirne il bel disegno.

(5) Del valoroso Ab. Rodella veggansi le Notizie Istorico-Critiche intorno alla vita, ed agli scritti di lui da noi raccolte, e pubblicate in Padova nel 1804. Dalla Stamp. in Scalona in 8.

(6) Il nome di esso Cavaliere è di già illustre ne’ fasti della Repubblica delle Lettere. Ei fu Direttore delle Scuole pubbliche della sua patria; fece i suoi corsi di lettere, di erudizione, di filosofia, e di matematiche, e il suo amore fu per le lettere, pei Letterati, e per la pittura. Di lui si hanno diversi pezzi elegantissimi latini e volgari, pubblicati colle stampe da sé, e inseriti ne’ Giornali, senza computare i moltissimi, che conservava Mss. Fu aggregato a varie Accademie, e si meritò l’ onore, e la stima universale.

(7) Tom. VII. Par. III. a car. 329 e segg.

(8) Veggansi le Aggiunte al Tom. VII. Par. III. pag. 329 che stanno nel Tom. IX.

(9) ll Conte Giambattista Corniani, uno de’ più illustri, e rinomati Scrittori di questo Secolo, nacque nella Fortezza degli Orzi nuovi a’ 28 di febbrajo del 1742. Ei fu ad un tempo in grado eccellente filosofo. metafisico, storico e poeta volgare, amato e ammirato da tutti gli amatori dell’onestà, e del buon gusto, ed io pure mi vanto d’essere stato grandissimo estimatore di lui, e di aver avuto luogo nell’aurea e pregiata sua amicizia. Egli è autore di molte opere italiane in prosa e in versi, di cui si fa onorevole ricordanza in varj Giornali Letterarj. I Secoli della Letteratura Italiana dopo il suo risorgimento stampati in Brescia per Nicolo Bettoni 1810. in 8.°, e che è stata l’ultima sua opera, hanno recato lustro e splendore al proprio nome per consentimento comune. Chiuse i suoi giorni questo dotto Soggetto a’ 7 di Novembre del 1813 in età d’anni 72. Veggasi il suo Elogio esteso dall’egregio signor Gaetano Fornasini, vice-Bibliotecario della Quiriniana, e stampato in Brescia presso Nicolò Bettoni 1815 in 8.° Di esso pure in attestato di stima, e amicizia si sono da noi estese le Notizie spettanti alla sua vita ed agli scritti, le quali forse vedranno un giorno la pubblica luce.

(10) Il detto Saggio è inserito nel Tom. XXI. della Nuova Raccolta Calogeriana continuata dall’abate Mandelli.

(11) In Brescia nella Stamperia di Gio. Battista Bossini in 4.°

(12) L’Autore delle aggiunte, e annotazioni fatte alla sovraccennata edizione del Gallo, è il valoroso abate Don Cristoforo Pilati, soggetto noto alla Letter. Repub. per altre sue erudite produzioni.

(13) La Risposta è segnata Quinzano li 2 Dicembre 1805.

(14) Dell’anzidetta fisica descrizione intorno alla malattia del nostro Nember siamo debitori alla gentilezza dei valoroso signor Bernardino Armanti, Medico attuale di Quinzano, non che all’egregio Professore signor Luigi Mosti.

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