saleri angelo 01Angelo Saleri, quinzanese della classe 1932 e tuttora in piena forma, era bersagliere della 5ª Compagnia 8° Reggimento al momento in cui Trieste, dopo nove anni di occupazione degli alleati, venne ripresa dalle truppe italiane. Il 26 ottobre 1954 era tra i sessanta bersaglieri che per primi entrarono in Trieste, tra i festeggiamenti della popolazione della città. Di questa straordinaria esperienza lascia un breve e vivace diario, che ci ha permesso di pubblicare qui di seguito.


Io, caporale Saleri, scrivo il rientro di Trieste. Le date, il perché è toccato alla 5ª Compagnia dell'Ottavo Bersaglieri, questo lo cercate voi se volete. Ecco il vero.

Io Saleri, nato a Fenil di Sotto di Quinzano d'Oglio Brescia il 3-9-1932, vado a Treviglio a fare il premilitare (3 giorni). Vado a rapporto con il capitano, e lui mi ha detto: “Metti giù i tre corpi che vorresti andare”. Le ho risposto: “Lei mi metta nei Bersaglieri”. Risposta: “Sei già bersagliere”.

Partenza 2 giugno 1954, CAR (Centro Addestramento Reclute) Avellino. Passano tre mesi, e destinazione Ottavo Bersaglieri a Pordenone, ed è il 2 settembre, e il 3 compio i 22 anni. Destinazione 5ª Compagnia. Guardi il caso, i grandi della Terra sono venuti alla conclusione che Trieste ritorna alla nostra bella Italia.

Faccio un passo indietro. Questo rientro lo doveva fare la classe del ‘31. Con le trattative di Osimo non sono andati d'accordo, e così li hanno tenuti sotto tre mesi in più (18 mesi). Guardate il caso che il 5 marzo è morto Stalin (questa è una supposizione mia): morendo Stalin, Tito, non avendo più l'appoggio di Stalin, ha toccato cedere e restituire Trieste alla nostra bella Italia, se no noi saremmo stati invasi, come hanno fatto con l'Ungheria e altre.

Alla 5ª compagnia eravamo in 120, tutto il ‘32, e comincia la scelta. Prima il capitano Alfonso Miccichè 100, poi il colonnello 80, poi il generale 60, io appena arrivato incluso.

Comincia l'addestramento: adesso mi portano in Alto Friuli a fare tattiche di guerriglia; mi davano le castagnole. Noi siamo stati i primi addestrati alla guerriglia: prima è venuta la NATO, dopo è venuto Bin Laden.

Partenza per Trieste 24 ottobre, festa. Abbiamo preso il rancio alle ore 10. C'era il sole, destinazione Gradisca d'Isonzo. Lì siamo stati ospiti in una caserma, non mi ricordo di che arma. Mi hanno dato dei pagliericci e abbiamo dormito per terra. Alla sera è uscita la fanfara per rallegrare la città: come sappiamo, la fanfara fa circolo per suonare. Appena finito mi sono sentito chiamare: “Saleri”, e mi sono messo a piangere. "Chi mi chiama a 600 km da casa?" Era un mio amico, che abbiamo passato circa tre mesi insieme al CAR, poi lui è stato congedato perché è morto il padre. Fine capitolo.

Ora si deve andare a Trieste: martedì notte, temporale e bora, sveglia alle 5. La sussistenza l'hanno fatta transitare per i monti per andare su a Opicina Banne. Partenza dalla caserma dove mi hanno ospitato, ore 9 mattino. Eravamo sei Leoncini OM, io ero sul terzo, tutti vestiti da nuovo, armi dotate di MAB (Moschetto Automatico Beretta); avevamo 3 caricatori per ciascuno (60 colpi), un caricatore già in canna e due nelle tasche; in mezzo al Leoncino una cassa di munizioni. Noi non avevamo paura, perché noi siamo Bersaglieri, però sapevamo che la cosa non era facile e facciamo l'avvicinamento.

È qui che dovete mettere attenzione, signori che leggete. Eravamo in anticipo di due ore e ci siamo fermati all'Ossario di Redipuglia. Se noi rientravamo due ore prima, cosa sarebbe successo? Intanto che scrivo sto ricordando l'attacco dei giapponesi (a Pearl Arbor). Ve lo ricordate tutti, vero, cosa è successo?

Ora faccio un passo indietro. Dietro di noi che ci accompagnavano c'era dieci carrarmati Patton di Aviano; fra l'altro chi portava un carro era mio cugino Giovanni Bosio detto Borella. Sul carro c'era piazzato l'artiglieria che, se succedeva qualcosa, potevano intervenire fino a dodici chilometri linea aria. Noi dovevamo rientrare in Piazza dell'Unità a mezzogiorno preciso, e di fatto era mezzogiorno. C'era bora e pioggia, perché noi dovevamo presentare le armi agli Americani e Inglesi che lasciavano il presidio che abbiamo preso noi bersaglieri. Siccome che c'era acqua e bora, le due navi erano in rada, noi ci siamo messi di fianco e loro in plancia e ci siamo presentati le armi. Dopo loro sono partiti, destinazione Livorno.

A questo punto Trieste era nostra. Esultazione dei triestini, ci buttavano sui Leoncini le mule che sono le bimbe. Ci abbiamo messo davvero due ore a attraversare la piazza, destinazione Casermette Banne. Alla sera io e il mio amico Marino ci hanno messo subito di piantone, e gli altri sono andati giù in città. Quando sono tornati su, mi hanno raccontato la festa dei triestini, hanno pagato da mangiare e da bere. La prossima sera toccava a noi andare giù: stessa accoglienza. Spostandosi verso la periferia, ho visto che c'erano le case chiuse: “O, Marino, ci sono le case chiuse! Andiamo dentro”. “O, Bersaglieri, per voi tutto gratis per otto giorni”.

Dunque si avvicina il 4 novembre: cosa c'è il 4 novembre? c'è la sfilata. Sveglia alle 2 del mattino, abbiamo preso il caffè, alle 5 eravamo in via XX Settembre a due chilometri per arrivare in piazza dell'Unità. Nel fare la strada a fanfara spiegata, si sentiva le ante a cento metri a schiudersi e applaudire. Arrivati alle 8 comincia la sfilata, tutti i reparti immaginabili. Nel mare c'erano quattro portaerei americane, inglesi, francesi. Da noi c'era presenti le navi, due caccia torpedinieri. Più volte i caccia aerei pattugliavano i cieli; altro che passeggiata che tanti dicono: ci bastava un passo falso per far scoppiare la Terza Guerra mondiale. Tutto il mondo è stato fortunato che il 5 marzo 1953 è morto Stalin, perché se c'era ancora Stalin che appoggiava Tito, saremmo stati invasi come l'Ungheria, perché Tito voleva tutta la destra del Po, da Trieste a Torino, l'Emilia Romagna non ci interessava.

Ora veniamo alla sfilata: a mezzogiorno toccava a noi chiudere. Sì, è vero, avevamo un piumetto fuori ordinanza, eravamo vestiti bene, e soprattutto eravamo giovani e belli. L'ordine era di stare fermi, le mule mi spogliarono in un batter d'occhio, mi hanno portato via tutto, piume mostrine stellette, e qui è finita.

Siamo andati su a prendere il rancio, e passa la giornata. Alle 5 mi chiama il tenente colonnello, che adesso non mi viene in mente il nome, ma era chiamato ‘il pirata’ perché gli mancava l'occhio e aveva una benda, e mi disse: “Saleri vieni giù alle 7 che dobbiamo fare il drappello di coorti”, perché alle 11 dobbiamo scortare dall'albergo dove alloggiavano e scortarli fino al treno, dove rientravano a Roma, il Presidente del Consiglio Luigi Einaudi e l’on. Selva (Pella?). Siamo rimasti a drappello di coorti, il nostro Colonello è andato in cucina e ha detto al cuciniere: “Noi andiamo giù. Veniamo su verso mezzanotte: tu alle 11 butta la pasta”. II cuciniere alle 11 ha guardato nel sacco: la pasta non era ammuffita, e allora non l'ha buttata. Arriviamo su: il cuciniere dice al colonello che non ha buttato la pasta, perché non era ammuffita. Lui ha capito subito: non faccio sapere di che parte era il cuciniere, perché non voglio offendere nessuno. “Bersaglieri mangiate quello che volete!” E qui finisce il 4 novembre.

Noi il 7 8 9 10 dovevamo rientrare all'Ottavo, invece cos'è successo? La richiesta dai triestini: “No, i Bersaglieri rimangono qua”. Perché giù in città pattugliavano i titini, che erano militari slavi, erano in divisa in bicicletta con il mitra in spalla. Allora hanno voluto che ci fermassimo.

E qui passa novembre, e il primo ‘32 va in congedo. Il capitano maggiore Cioni si congeda e mi disse: “Saleri, io mi congedo (era delle Marche), e il tenente mi ha detto che ti dà le consegne a te dell'armeria”. Io le ho detto che non voglio un impegno così grosso, e il giorno dopo Cioni: “Saleri, a rapporto con il tenente". “Comandi signor tenente”. “Cioni va in congedo, e tu prendi la responsabilità della 5ª. Saleri, tu fai quello che ti dico, hai capito? Domani ti do il grado di caporale. Dopo rientriamo a Pordenone che c'è l'Ottavo e ti mando all'armeria regimentale a imparare”. “Va bene”.

L'8 dicembre, primo giorno di caporale di giornata, io e il mio tenente – dopo 60 anni lo chiamo sempre il mio tenente, perché quando sbagliavo mi rimproverava sempre dicendomi: “Saleri, nella vita ti darai tante di quelle zappate sui piedi”. Sono stato insieme 7 mesi prima di congedarmi. Dopo 60 anni non l'ho ancora dimenticato: si chiamava Filiberto Bertolassi; era figlio di un generale dei Carabinieri, era di Ancona. Non l'ho più visto: è questo il mio cruccio. Circa 15 anni fa ero a fare il raduno a Leno; dopo la sfilata sono rimasto a pranzo: eravamo in 200 e – come si sa – tutti gli ufficiali si mettono fra loro; e uno di loro – come si sa tutti vogliono essere protagonisti – ha detto che era lui il portabandiera, cioè l'alfiere (a Trieste). Uno che era presente, e sapeva che avevo partecipato al rientro, è venuto da me e mi chiede: “è vero che era lui il portabandiera?" “Dica di stare zitto, perché di lombardo c'ero solo io”.

Ora finisco. Il primo ‘32 è congedato, e siamo rimasti una trentina. E lì si avvicina la metà di dicembre, e il nostro colonnello ci dice: “Bersaglieri, domani ci sarà una bella giornata di sole: andiamo in perlustrazione sul confine fra noi e la Slovenia. Ma guardate che lì non ci vogliono, però noi andiamo lo stesso. Stiamo uniti, perché se vogliono avere delle storie, rompiamo qualche scatola cranica”. Quando hanno sentito che stavamo arrivando, si sentiva chiudere ante e porte, c'era fuori neanche un gatto. Però mi è tanto piaciuto, perché il colonnello mi ha portato a vedere delle bellissime grotte.

Io sono venuto giù il 23 dicembre, che dopo mi hanno dato tre giorni di permesso per le feste di Natale. Però, dopo tanti anni, dico sempre “il mio Trieste”. Però nel ‘50 a San Remo Nilla Pizzi cantava “Le ragazze di Trieste”, che volevano tutte i bersaglieri.

Caporale SALERI ANGELO

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