Già nel 1686 uno dei primi esponenti noti della famiglia Nember a Quinzano, il notaio Giovanni Battista, possedeva una casa nell'isolato dietro la chiesa di San Rocco: l'attuale palazzo Nember è quindi un esempio di dimora borghese che si costituì nel corso del tempo mediante l'aggregazione successiva di diversi edifici minori, rustici e ortaglie, acquisendo una fisionomia in qualche modo unitaria nei primi decenni dell'800, per poi venire di nuovo smembrata in varie proprietà dai successivi eredi del casato fino a oggi.

Nel palazzo padronale affacciato su via Beata Stefana nacque, visse e morì il cronista locale Giuseppe Nember (1752-1815), al quale venne poi dedicata la via (già contrada Bertolotti) che sbocca davanti all'ingresso occidentale. Si deve probabilmente a lui di aver accorpato l'edificio principale a sera con i due corpi laterali e con la cascina che costeggia a monte la casa civile.

Alla sistemazione del fronte a mattina, che pone problemi di impiego utile dello spazio costruito per la sua inclinazione di circa 30° dalla perpendicolare del giardino, provvide il figlio Giovanni Battista (1788-1866), rimasto unico erede dal 1825, dopo la morte precoce dei suoi fratelli maschi Francesco, Vincenzo e Carlo: sono sue le iniziali "NGB" che campeggiano al centro della griglia in ferro nella lunetta sopra l'accesso carraio. Questo corpo ad est, posto sulla strada principale del paese (già strada Regia, oggi via Matteotti), presenta una pianta complessa a forma di due triangoli col vertice di uno inserito nella base dell'altro: espediente per poter costeggiare il tracciato obliquo della via.

L'ingreso monumentale, in stile neoclassico sobrio e solenne, fu progettato dall’architetto bresciano Giovanni Cherubini (1805-1882): il Gafo-Quinzano ne conserva i disegni firmati e datati «Brescia, 24 luglio 1833» (▼). Nella facciata, interamente decorata a finto bugnato, il portone è affiancato da due lesene in pietra, su un corpo centrale leggermente aggettante e sormontato da un semplice timpano; sulle due ali laterali si aprono quattro finestre, due per parte, coronate da profonde lunette e coi davanzali sorretti da strette mensoline.

Ma il vero effetto scenografico si gode entrando, dove la pura linearità esterna si tramuta nella concavità di un androne di pianta circolare, coperto da una cupola e affiancato da due vasti ambienti di servizio a destra e a sinistra, in corrispondenza delle quattro finestre. Dal cerchio dell'atrio la prospettiva si sfonda poi in un cannocchiale prospettico che sfocia nella testata della serra (giardino d'inverno), aprendosi a sinistra sul cortile padronale e a destra sull'aia della cascina, come per celebrare senza distinzione di valore i due cardini della vita dei proprietari, egualmente fieri della loro qualità di ricchi borghesi e di agricoltori.

Negli anni 30 del '900 il lato destro della prospettiva fu modificato con la collocazione di pilastri in muratura a reggere grossi vasi da fiori. Più di recente un basso corpo di fabbrica con tetto a terrazza ha isolato del tutto l'area del palazzo dal cascinale a monte, venduto ad altri proprietari.


 

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