da Civiltà Bresciana, 2009, a. 18, n. 1-2, pp. 93-153

 

Nicolò Alberghino da Lavena architetto a Quinzano

Precisazioni documentarie sul costruttore delle torri di San Rocco (1603) e di San Faustino (1607)

 

Da qualunque direzione si arrivi a Quinzano, specie nei limpidi giorni d’inverno, quando la vegetazione diradata consente alla vista di spaziare più liberamente, il profilo del paese (a parte lo sgraziato acquedotto, profano ‘santo graal’ del boom economico anni ‘60, conficcato proprio in cuore al centro storico) si caratterizza e si qualifica per la presenza di cinque campanili. Cinque edifici così differenti tra loro, così individualizzati dalle dimensioni, dalle forme, dal modo di offrirsi all’osservatore, quasi fossero dotati ognuno di una singolare personalità, oltre che di una storia e di una vita propria, sono distribuiti in un ordine – per così dire – gerarchico nelle zone storiche del paese, marcando con la loro presenza i centri di gravitazione della vita collettiva di età ormai del tutto estinte.

All’estremo nord-est del paese, un tempo e ancora fino a non molti anni or sono interamente fuori dal reticolo urbano, lo snello campanile della Pieve, attribuito al 1716[1], col suo tetto piano cinto da una bianca balaustra barocca, incrociava lo sguardo di chi entrava in Quinzano giungendo dalla strada di Brescia[2]. Dalla parte opposta dell’abitato antico, a occidente del Castello, nel quartiere del borgo di Borgo, è tornato di recente (1998) a battere le ore col suo asburgico orologio il campanile di San Giuseppe, innalzato una prima volta nel 1576[3], poi abbattuto e rifatto nelle forme attuali nel 1830[4]. Fuori dalla vista di chi non gli sia proprio da presso è invece il campaniletto della Disciplina, che una iscrizione in cotto attribuisce al voto del priore Giacomo Antonio Piozzi e data al primo giugno 1712[5]. E poi ci sono l’elegante campanile di San Rocco, al centro del borgo di Mercato, senza dubbio il più bel manufatto architettonico del paese; e infine l’insolita statura, la mole squadrata e poderosa della torre di San Faustino, che con le sue spalle larghe non teme rivali per un ampio raggio nella Bassa.

 

Istantanee dal passato

Questa linea dell’orizzonte antropico (skyline, dicono oggi) doveva aver colpito anche nei secoli addietro l’occhio dei più sensibili osservatori, poiché ritorna delineata, con cura si direbbe quasi fotografica, in alcuni dipinti locali del cinque e del seicento[6].

L’immagine più ingenuamente dettagliata e fedele di Quinzano prima dello smodato sviluppo d’età contemporanea ce la offre l’anonimo ex voto comunale di santa Caterina d’Alessandria, oggi conservato nella chiesa di San Giuseppe (sulla parete destra della cappella della Natività)[7]. È una teletta non grande (cm 109x60), sviluppata in orizzontale, priva purtroppo di iscrizioni d’alcun genere, in cui si narra un episodio forse bellico, miracolosamente incruento: una lunga schiera in quattro file ordinate di uomini in divisa, conclusa da alcuni cavalieri, proveniente da nord-ovest (lungo la strada Francesca, da Gabiano-Borgo San Giacomo), si incontra, proprio di fronte alla santella della Mórt, all’incrocio dell’antica contrada di Santa Maria barricata da un cancello, con una vasta delegazione di notabili quinzanesi, e quindi se ne allontana deviando verso ovest, senza forzare l’ingresso del paese. Lo stemma comunale dipinto nell’angolo in basso a destra rivela che si tratta di un dono del Comune; la presenza di santa Caterina d’Alessandria, piuttosto rara nell’iconografia sacra quinzanese, allude forse al fatto che l’episodio si svolse il giorno della sua ricorrenza, il 25 novembre, verso sera, come indicherebbe la luna che sorge all’estrema sinistra. Il paese vi è rappresentato con sguardo naïf eppure molto preciso, in una prospettiva a volo d’uccello, come ripresa da un luogo sopraelevato poco fuori a occidente dell’abitato, probabilmente un campanile del Convento di Santa Maria delle Grazie, il cenobio francescano che sorgeva appunto a mille passi dal Castello in fondo alla contrada di Santa Maria. Il dettaglio topografico è straordinario: vi si individuano con chiarezza la contrada stessa (oggi via Santa Maria) in primo piano, a partire dalla santella della Mórt vista da dietro; e poi a sinistra la contrada del Belvidì (via Belvedere e via Sandrini), e più lontana quella della Motella (via Beata Stefana e via Montagna); al centro dell’immagine in lontananza, oltre la chiesa di San Rocco verso l’orizzonte, la contrada di Nemarià (via Almaria); sull’estrema destra il borgo di Borgo (il quartiere occidentale) con al centro la chiesa di San Giuseppe.

Poiché il nostro specifico interesse si appunta qui sui campanili, rileveremo che nel dipinto se ne individuano quattro: sulla destra, accanto alla chiesa di San Giuseppe vista dal suo lato a sera, una torre alta e sottile, suddivisa verticalmente in sette ordini più la cella campanaria a bifore, con una specie di contrafforte o lesena che la attraversa per tutta l’altezza. È una costruzione ben diversa da quella che oggi affianca la medesima chiesa, ma si è già detto che l’odierna è opera del XIX secolo, mentre l’immagine dell’ex voto rappresenta certamente la torre di cui il Pizzoni fa risalire la realizzazione al 1576[8].

Spostando lo sguardo verso sinistra, si incontra poi nel piccolo dipinto la chiesetta della disciplina vista di sguincio, col suo minuscolo campanile, che all’apparenza sembra già così come lo si vede ai giorni nostri: stante il fatto che la datazione indicata nella formella ne fisserebbe la costruzione al 1712[9], ciò potrebbe costituire un termine a quo per la realizzazione dell’ex voto.

Immediatamente adiacente, nel quadretto come nella realtà, si eleva il grande campanile di San Faustino, che (con le debite proporzioni) appare esattamente nella forma che è pervenuta fino a noi, ossia un alto corpo liscio terminante con la cella campanaria, e perfino un accenno di quadrante d’orologio, sormontato da una balaustra a pinnacoli angolari, un tiburio poligonale, e infine una cuspide, coronata da sfera, banderuola segnavento e croce. Due parole merita l’edificio della chiesa sottostante, che presenta una facciata liscia e priva di decorazioni, cinque campate longitudinali (marcate nel dipinto dai contrafforti sulla parete sud del corpo centrale), ed entrambe le navate laterali, che la documentazione studiata fino a oggi dimostra realizzate rispettivamente nel 1669 a sud e nel 1671 a nord[10]: si tratta quindi della chiesa come appariva prima della suo ultimo ampliamento settecentesco, allorché la fronte fu avanzata di una intera campata e ricevette le sue ricche decorazioni architettoniche e scultoree[11].

Spostandosi ancora verso sinistra nel dipinto votivo, si scopre emergere dal tappeto di tetti rossi del borgo di Mercato (il quartiere settentrionale) il timpano coi pinnacoli della facciata di San Rocco, e il suo campanile, di cui sono visibili quattro ordini della decorazione e la cella delle campane.

Infine, isolate quasi nella campagna, a nord-est delle ultime case dell’abitato, le due chiese del cimitero: a destra la pieve di Santa Maria Nascente (l’antica matrice di Quinzano e del circondario) e a sinistra il santuarietto della Madonna del Patrocinio. Ciò che interessa in questo punto è l’assenza nell’immagine della torre che esiste oggi, e la presenza in sua vece di un modesto campaniletto a vela che si appoggia allo spigolo sinistro sulla facciata della chiesa principale (testimoniato del resto ancor oggi da tracce architettoniche all’interno dell’edificio): questo è altresì un preciso termine ad quem per la datazione dell’ex voto, se è vero che la torre della pieve fu innalzata nel 1716[12].

Una veduta forse più nota, perlomeno ai quinzanesi, del castello di Quinzano e delle sue immediate adiacenze è contenuta sullo sfondo di un altro ex voto, questa volta ben più grande e impegnativo, realizzato per volontà anche qui del Comune a seguito della peste del 1630, e divenuto la pala dell’altare civico di Sant’Anna nella chiesa parrocchiale di San Faustino[13]. Lavoro di Gian Giacomo Pasino detto l’Usignolo da Soresina[14], assai operoso in Quinzano negli anni a cavallo del 1620, raffigura sant’Anna (a destra) e la beata Stefana Quinzani (a sinistra) che offrono alla Madonna col Bambino in gloria tra gli angeli l’abitato del paese, rappresentato in basso tra le due sante nei suoi tratti topografici salienti. Lo stemma civico e l’iscrizione alla base del dipinto[15] ricordano l’occasione dell’opera, ossia il voto del Comune di Quinzano in occasione della peste, che fu almeno in parte risparmiata per intercessione delle due sante.

Semplice ma efficace la riproduzione appena idealizzata del nucleo centrale di Quinzano visto da nord-est (ritratto dalla zona della pieve, forse dal tetto della chiesa, non esistendo ancora all’epoca – come si è detto – il campanile). Estremamente fedele è la ricostruzione della topografia, a partire dal ponte di Passaguado sul vaso grande della Savarona, che scorre diagonalmente alla figura: il secondo edificio da destra è un mulino tra le Savarone Vecchia e Nuova; a sinistra alcune case tra le due rogge e il retro della contrada del Rezèt (via Razzetto). Sotto la mano sinistra della beata Stefana si eleva la collina del Castello, priva ormai di mura e fortificazioni: se ne distingue con chiarezza la porta settentrionale (Porta di Mercato) con la sua rampa d’accesso sorretta da spallette in muratura. Sulla sinistra una macchia di fogliame indica la presenza del Terraglio orientale della fossa.

Per quanto concerne i campanili di nostro interesse, sulla destra dell’abitato verso l’orizzonte, all’estremo della sua contrada di cui si notano alcune case in scorcio, si staglia sopra il cielo rosseggiante della sera la sagoma in controluce della torre di San Giuseppe, di cui però non appaiono dettagli descrivibili. Al centro dell’immagine svetta nitida la mole chiara della torre di San Faustino, con la scarpa leggermente inclinata alla base, l’alto fusto liscio, cella, balaustra, tiburio e cuspide con le relative decorazioni in sommità, tutto conforme alla foggia che si è conservata. L’abside poligonale della chiesa si mostra nella sua altezza anche sul lato destro (il fronte nord), rivelando che non esisteva ancora a quel tempo la sacrestia (edificata infatti nel 1682), mentre lungo tutto il fianco settentrionale dell’edificio scorre una specie di sottile corridoio coperto, che non può essere ancora l’odierna navata laterale, realizzata soltanto nel 1671[16].

Quasi certamente derivata dalla pala di Sant’Anna tanto nel soggetto quanto nell’impostazione iconografica, è un’altra immagine sacra in cui compare l’attuale torre di San Faustino: si trova sulla parete di fondo della santella commemorativa dei ‘Morti Abbandonati’, appena ai margini dell’abitato nella zona sud-ovest. L’affresco è coevo alla realizzazione dell’edificio, risalente al 1699 come mostrano due iscrizioni in cotto murate nello stipite destro dell’arcosoglio interno, e rimanda anch’esso, sia pure a distanza di tempo, alla peste del 1630. Vi è rappresentata la Madonna col Bambino e ai suoi piedi i santi Anna e Antonio di Padova[17]; tra le figure dei due santi inginocchiati si estende una riproduzione del paese di Quinzano, da cui emergono un paio di campanili: quello di San Faustino con la facciata della chiesa, e un altro, forse della pieve. La figura dell’abitato però, a differenza dei due dipinti che abbiamo descritto sopra, è generica e abbozzata; la facciata di San Faustino e il suo campanile, in primo piano, sono al contrario assai minutamente descritti, quasi ricopiati da una cartolina moderna: è probabile che siano stati abbondantemente ritoccati da un pittore locale dopo i restauri della chiesa nel 1896 (o addirittura quelli del 1960).

Un’ultima iconografia, di estremo interesse per la nostra trattazione, è un po’ più complessa da definire e da descrivere: si tratta di due immagini del castello di Quinzano appartenenti a un piccolo ciclo di affreschi del ‘500 riemersi nel 1971, durante lavori di ristrutturazione in un edificio privato del paese (casa Cavalli) in via Marconi. Scrostando la scialbatura dalle pareti di una vecchia sala, sono riemerse decorazioni a fresco consistenti in un lungo tralcio di vite che, in corrispondenza di ognuna delle quattro pareti, si attorcigliava in altrettanti medaglioni larghi un’ottantina di centimetri, contenenti rispettivamente tre episodi biblici e un paesaggio realistico[18].

La scena forse più accurata e di più agevole lettura, ricca di personaggi su uno sfondo naturale, rappresenta l’episodio di Mosè che eleva il serpente di bronzo su un palo per guarire la pestilenza tra il suo popolo[19]. Una seconda immagine di più ardua interpretazione raffigura, sullo sfondo di mura generiche e fuori proporzione, un personaggio in piedi in vesti sacerdotali che benedice un altro personaggio inginocchiato in abito dimesso (forse Samuele che unge il re Davide[20]). Il terzo tondo raffigura un vecchio barbuto, assiso davanti alla porta di una città fortificata, immerso nella lettura di un libro di cui scorre le righe col dito; di fronte a lui una donna in piedi, velata di bianco e vestita di un lungo saio nero marcato da una croce bianca decussata, che porta una specie di gerla sulle spalle. Se quanto resta visibile della scritta che sovrasta i due personaggi: «re. xvii.», può essere interpretato come “<iii> re(gum). xvii.”, allora potrebbe trattarsi del profeta Elia che incontra la vedova di Sarephta[21], la quale, pur nella sua estrema indigenza, lo ospiterà e riceverà in cambio da lui i miracoli della farina e dell’olio inestiguibili, e la resurrezione del figlio. L’ultimo affresco è dedicato invece a una scena paesaggistica, in cui campeggia un borgo circondato da mura e spalti e dominato da una rocca circolare con al centro la porta di ingresso[22].

A parte i primi due dipinti, che non contengono elementi topograficamente utili[23], il terzo e il quarto offrono due magnifiche istantanee del centro fortificato di Quinzano così come si doveva presentare agli occhi di chi viveva intorno alla seconda metà del secolo XVI. In particolare il quarto tondo propone con estrema fedeltà la più celebre e bella immagine del Castello, dipinta con intento apertamente mimetico, pur nella sua popolaresca ingenuità[24]. Nel mezzo troneggia il possente bastione circolare con la porta settentrionale d’ingresso dalla via di Brescia, la cosiddetta Porta Mercati (la stessa ritratta circa cent’anni dopo nella pala di Sant’Anna già descritta; oggi corrisponderebbe alla salita d’ingresso a via Cavour venendo da via Marconi). Ai lati del bastione le basse cortine delle fortificazioni lasciano intravedere alcuni edifici dell’abita­to interno, tra cui spiccano due torri alte e sottili: a destra quella di San Faustino, accanto alla sua chiesa a ridosso degli spalti nord-occidentali, dove si nota una sorta di contrafforte piuttosto pronunciato in altezza e larghezza; a sinistra un’altra torre più modesta che, a rigore di prospettiva, doveva trovarsi sul lato opposto sud-orientale della fortezza. All’estremità orientale delle mura (a sinistra) compare ben delineato un secondo bastione circolare più piccolo, in corrispondenza di quella che, allora come oggi, è la contrada del Rezèt (Razzetto).

Purtroppo è difficile ricavare altre informazioni più dettagliate da questo affresco, non avendo a disposizione se non l’unica scialba istantanea che ne fu scattata al momento della scoperta. In compenso il tondo che forse raffigura Elia e la vedova[25], a sua volta rappresenta, in una posizione più marginale dell’imma­gine ma non meno interessante, lo stesso borgo fortificato di Quinzano visto dalla porta occidentale, la Porta Burgi (più o meno dove oggi è l’angolo della piazza Garibaldi all’incrocio tra via Cavour, un tempo contrata Castri, e l’imbocco di viale Chiesa), con gli stessi due campanili dell’altro affresco, invertiti ovviamente nella loro rispettiva posizione. Qui l’osservazione dell’affresco originale, se pur molto rovinato, consente di individuare alcuni dettagli in più: oltre al bastione della porta di Borgo parzialmente coperto dalla figura del vecchio profeta, sulla destra fra i due personaggi si intravede abbastanza bene un piccolo bastione circolare (che dovrebbe corrispondere topograficamente al limite sud-est dell’odierna piazza Garibaldi), dietro il quale entro le mura si erge la torretta sud-orientale di cui dicevamo, una costruzione non alta a sezione quadrangolare, con una monofora alla cella campanaria e una specie di antenna a mo’ di cuspide sopra la copertura piana. Dalla mole della porta di Borgo, sul tetto verso sinistra, fa capolino la parte sommitale di una struttura che potrebbe essere semplicemente un comignolo. Ma il particolare per noi più interessante nel dipinto è la torre che si staglia a sinistra del bastione d’ingresso e domina lo spazio tra esso e il limite dell’immagine. È certamente il campanile di San Faustino, dal fusto alto e sottile, apparentemente di sezione cilindrica a desumere dall’ombreggiatura, dotato di una finestra ampia nella parte bassa, due piccole e rotonde nella zona superiore, e una bifora al livello della cella campanaria, sormontata da una specie di rastremazione pronunciata, e al di sopra uno slargo della struttura, forse un balcone; poi però la zona sommitale dell’edificio scompare occultata dai racemi della cornice.

I due ritratti del Castello quinzanese ora descritti mostrano una singolare coerenza con la descrizione archeologica che ne fece il Pizzoni circa un secolo dopo, quando il luogo era ormai in piena decadenza, pur conservando agli occhi dello storico il fascino della sua antica potenza[26]:

Quinzano hà il suo Castello, se ben hora non è con il suo solito splendore, ma per il sito e sua dispositione dimostra che fosse fortezza di molta consideratione, ritrovandosi molti vestigij di ciò, come verso mezzo dì dove era la sua rocca, nel qual luogo si vedono i fondamenti, in particolare d’una torre, e perciò la contrada a derimpetto si chiama Toresella, così verso Tramontata si sono veduti grossi fondamenti d’una torre detta Posterla [...] Si vedono [...] una contrada detta Agata, appresso la quale vi è la Campana vecchia, dove si potrebbe congetturare ivi fusse la Chiesa di Santa Agata, e che distrutta la Chiesa vi restasse il Campanile, overo si dica Campagna vecchia.

Non è il caso di perdersi in interpretazioni, ma è suggestiva l’idea che la piccola torre quadrata sud-orientale degli affreschi possa identificarsi con quella Toresella di cui Pizzoni vedeva ormai soltanto le vestigia, ma che ha lasciato il suo nome alla frontale contrada del Torezèl (Torricello)[27], e che forse era connessa anche con la scomparsa chiesa di Sant’Agata e con la torre della Campana (o Campagna) Vecchia[28] cui lo storico oscuramente accenna[29].

 

La prima torre di San Faustino

In effetti, l’originaria torre di San Faustino che figura negli affreschi Cavalli, come appare evidente dal confronto con le raffigurazioni di età posteriore e soprattutto con la costruzione odierna, è piuttosto diversa, e costituisce la memoria di un edificio precedente, sostituito radicalmente da quello attuale.

Ma i due dipinti cinquecenteschi non sono l’unica memoria di quel manufatto architettonico: ne possediamo una sintetica descrizione e qualche informazione storica anche dalle cronache del nobile bresciano Pandolfo Nassino, che fu vicario in Quinzano[30] un paio di volte nel 1536 e nel 1540[31]. In una pagina dedicata alla chiesa dei Santi Faustino e Giovita in castello, tra le altre sparse informazioni a proposito delle iscrizioni murate sulle varie pareti, scrive[32]:

sula torre de ditta giesia soprascritta sono li Infrascritti litere videlicet
hoc opus fecit facere comune quinciani 1464.

Anzitutto, dunque, la torre di San Faustino apparteneva al Comune locale, come pure la chiesa stessa, che era a quell’epoca già impiegata ampiamente per le celebrazioni parrocchiali del paese, vista la posizione scomoda e pericolosa dell'antica pieve fuori dalle mura difensive, mentre il cospicuo chiericato di San Faustino era goduto di fatto in commenda da membri della famiglia Duranti di Brescia[33].

Che la torre della chiesa del castello fosse di pertinenza civica non stupisce per niente, soprattutto se si tien conto che, in effetti, prima di essere quell’edificio decorativo e fondamentalmente inutile che appare ai nostri occhi di moderni disinibiti, il campanile era uno strumento indispensabile per la vita comunitaria nei secoli passati. E ciò non tanto per l’utilità di segnare sistematicamente le ore, in un mondo in cui le attività si regolavano meglio sui tempi elastici della luce diurna; e forse nemmeno per l’usanza diffusa di richiamare la gente alle funzioni religiose, che soprattutto nei giorni festivi si susseguivano in continuazione per tutta la giornata. A rendere indispensabile che ogni paese si dotasse di un campanile pubblico abbastanza alto era, sul piano difensivo, la necessità di un controllo assiduo del territorio comunale di giorno e di notte, non soltanto nell’imminenza di invasioni ostili, ma anche per la frequenza in ogni tempo di azioni di furto e brigantaggio, o per incendi e simili accidenti. Sul fronte dell’economia agricola, poi, il rintocco delle campane diffuso in tutto il territorio comunale consentiva di organizzare in maniera agevole e precisa la distribuzione delle acque per irrigare le campagne, in un’età in cui le ore d’acqua rappresentavano uno dei beni più preziosi di cui la nostra gente disponesse, nonché di avvisare prontamente i lavoratori nei campi dell’arrivo del maltempo.

Quanto poi alla data di edificazione della torre testimoniata dall’iscrizione letta dal Nassino, è assai improbabile che si trattasse del primo edificio in assoluto con quella funzione, ma in assenza di documenti dobbiamo limitarci alla pura ipotesi.

È lo stesso Nassino, invece, a offrirci altri particolari sulle ristrutturazioni che la torre del 1464 dovette subire nei decenni a lui precedenti, raccogliendo le informazioni dalla viva voce dei testimoni, oltre che – come abbiamo visto – dalle iscrizioni sparse sui monumenti. Scriveva infatti il cronista nella stessa pagina[34]:

la torre de ditta giesia fo levata overo fatta alzar da li balchoni che sono quasi in mezo fin dove é al presente del anno 1483 per comandamento fatto da parte del duca de Calabria quale era allogiato in ditta terra de Quinzano et li stete allogiato giorni cinquantaquatro, cum tutto lo suo campo nel qual erano assaissimi Signori et in ditto tempo fo fatto ditta tore alta come al presente se pó vedere - li marengoni se chiamava maistro Domanec di Vidali et maistro Antonio Bevelaqua et maistro Iacomí Veza, Zambello di Tagagni de Quinzano alo alzare de ditta torre.[35]

Dunque, la torre nel 1483 fu sopraelevata «da li balchoni che sono quasi in mezo fin dove é al presente»: e con questo si ha una conferma documentaria di ciò che avevamo già intuito attraverso l’analisi iconografica, ossia che quello visto dal Nassino non è il campanile a noi noto, il quale non ha balconi nel mezzo dell’altezza. Se, del resto, si osserva con attenzione la riproduzione offerta dai due tondi Cavalli in cui è raffigurata, si può notare, pur con qualche fatica, che la torre di San Faustino sembra costituita da un fusto cilindrico che termina a circa due terzi dell’altezza con una specie di corona leggermente aggettante, che potrebbe essere interpretata come quel balchone descritto dal cronista; al di sopra, poi, il restante dell’altezza appare costituito da un secondo cilindro poco più stretto del precedente, che termina allo stesso modo, e quindi da un terzo fusto ulteriormente più sottile, anch’esso coronato da qualcosa di simile a una balconata, sormontata infine da una specie di guglia o antenna conica alla sommità. Sarebbe questa porzione terminale – se interpretiamo correttamente l’immagine sbiadita – che corrisponde alla sopraelevazione ordinata dal Duca di Calabria[36] durante l’occupazione del 1483, che durò 54 giorni[37].

Operazione stranamente fulminea; ma il cronista cinquecentesco appare molto bene informato del fatto, al punto che, con la sua consueta minuzia di pubblico amministratore, elenca nomi e cognomi dei quattro marengoni[38] che realizzarono la sopraelevazione dell’edifi­cio: i maestri Domenico Vidali, Antonio Bevilacqua e Giacomino Veza, nonché Zambello Taccagni, tutti quinzanesi.

Anche il Pizzoni[39] fa parola del «Duca di Calabria figliolo del Rè di Napoli, Capitano delle Città collegate contro Venetiani, il qual valicato l’Ollio, prese tutto il paese frà Giorcinovi e la Mella, il cui essercito era di cento vinti compagnie di cavalli, & un’infinità di fantarie dalle Città confederate». E riguardo all’occupazione di Quinzano quindi aggiunge:

venuto finalmente il Calabrese nel Bresciano, s’incontrò nella fortezza di Quinzano, l’assediò e la prese, né sò in che modo, non lo dice i libri publici, e fermatosi ivi si fortificò, mentre i Venetiani raquistorno tutto ciò che esso haveva occupato, fuorché Asola, Quinzano e Seniga; fece intanto il Calabrese fortificar Quinzano circondandolo di più alti fossi e steccati, alzando la torre del Castello per poter scoprire lontano il paese, restaurando ancora la chiesa, gettando à terra un altra torre appresso la casa della Comunità detta la Posterla.

Come si vede, questa narrazione concorda più o meno con quella del cronista di cent’anni prima.

Coloriti e preziosi i dettagli che il Nassino offre sulla permanenza del Calabrese, alloggiato in paese con tutto il suo seguito. Non solo, ma il cronista cinquecentesco ci informa ancora sulla località precisa dove il duca aveva posto il proprio quartier generale, nonché su altri particolari non secondari di carattere storico e topografico a proposito delle sue operazioni di guerra nel paese. Scrive infatti il Nassino a proposito del Duca di Calabria:

lo suo pavione era nel campetto ch·é tra tutti doy li Savaroni qual é al presente de messer Alisandro quondam maistro Agnolí di Patí ma antichamente ditto terreno che ve ho dito tra li Savaroni era dela plebe de Quinzano, nel qual locho era certe case ma foreno ruinati tutti li casamenti che dentro erano in ditto loco, et anche quelli dela porta de Mercato et quello de Borgo de ditta terra, et foreno cazati via fora de ditta terra de Quinzano tutti li homini per essere marcheschi, salvo restete una certa casipula de uno Batista dela Tela, homo d·armi dela Illustrissima Signoria quala al presente ha Tomaso dal Fogo.

Di estremo interesse questi riferimenti topografici e storici, relativi alle costruzioni esistenti sui terreni tra le due Savarone, oggi paralleli alla via Scalone a partire dal ponte di via Marconi fino all’altezza di via Pavesi, attraversati dal viottolo sterrato di via Passaguado. Nella seconda metà del ‘400 questa zona, di antica proprietà della pieve, dominata dai forti bastioni del castello che incombevano lungo il terraglio nord attorno alla chiesa di San Faustino, era dunque almeno in parte edificata, così come la zona della fortificazione immediatamente prospiciente la porta di Mercato: tutte le costruzioni ivi esistenti furono spianate dal Duca, che installò il proprio campo (il pavione è la tenda del comandante) in quel luogo assai opportuno per controllare la via principale di Brescia, che raggiungeva il castello imboccando appunto la sua porta settentrionale[40].

Un po’ più complicato è capire cosa intenda il vicario cinquecentesco in riferimento ai casamenti distrutti «dela porta de Mercato et quello de Borgo de ditta terra»: forse vuol dire che furono abbattute le fortificazioni delle due porte del castello, quella di Mercato (limite nord-orientale di via Cavour) e quella di Borgo (limite occidentale della stessa via, all’ingresso della piazza Garibaldi). Oppure (sempre che si possa interpretare il passo nel senso “tra la porta di mercato e quella di Borgo”) il Nassino sta dicendo che furono rasi al suolo tutti gli edifici compresi entro le mura del castello, meno uno, la «certa casipula de uno Batista dela Tela, homo d·armi dela Illustrissima Signoria quala al presente ha Tomaso dal Fogo». In tal caso si comprenderebbe meglio anche la notizia che segue, secondo la quale furono espulsi tutti gli uomini del paese (terra), perché erano favorevoli alla Serenissima Repubblica di Venezia (marcheschi, partigiani di San Marco). Per homini, qui come sempre, si intendono i componenti del consiglio generale del Comune, ossia i rappresentanti delle famiglie possidenti originarie, che godevano il diritto attivo e passivo nelle elezioni municipali, e ‘comune et homini’ era all’epoca la più consueta denominazione formale dell’amministrazione civica.

Se l’interpretazione è attendibile, si deve dunque pensare che gli edifici più antichi del centro storico del paese di Quinzano (zona Castello) non possano risalire più indietro del 1483, poiché in quella data quasi tutte le costruzioni precedenti furono ruinate, tranne la certa casipula, che chissà mai dov’era e che fine avrà fatto da allora. È pur vero che, a parte le fortificazioni delle mura, le chiese e qualche edificio pubblico, le case medievali dentro la cinta del castello non dovevano essere per lo più che costruzioni in legno e mattoni crudi, coperte di frasche e di paglia; ed è altrettanto vero che l’innal­zamento della torre voluto dagli sforzeschi aveva evidenti scopi militari di sorveglianza del territorio circostante (paese). In ogni caso, quella torre di San Faustino appare uno dei pochi monumenti sopravvissuti alla furia demolitrice degli invasori: e così, se per la sua parte antica costituiva la continuità con la storia precedente del centro abitato, per le migliorie apportatele dal Calabria rappresenta l’avvio della rinascita moderna.

Senza escludere che anteriormente potesse esistere un altro manufatto del genere, possiamo dunque sintetizzare la vicenda della torre quattrocentesca di San Faustino in due fasi fondamentali: nel 1464 fu realizzata (o sistemata) la sezione inferiore, coronata alla sommità da una balaustra, per permetterne l’utilizzo come luogo di vedetta; nel 1483 poi il Duca di Calabria, dopo aver raso al suolo in parte o per intero l’abitato interno alla cinta fortificata, raddoppiò d’altezza la torre di vent’anni prima, per gli stessi scopi militari.

Alcuni lavori di revisione statica furono realizzati anche durante il vicariato del Nassino stesso, il quale annota, tra l’altro:

et in ditta giesia et In la torre foreno messi li chiave de ferro a·costo del comune et homini de ditta terra de Quinzano salvo Lire cinquanta planet foreno dati per lo Reverendo domino Piero di Duranti rectore de ditta giesia, del anno 1537 et per maistro Bertolí di Folzini de Iorci vechij foreno messi ditte chiave doi, et quella de legno verso la porta quala era da basso et tolta via et messa piú alta, a·quello modo che é presente.

A dire il vero, in questa frase non è perfettamente chiaro cosa si riferisca alla torre e cosa alla chiesa, poiché il contributo di 50 lire bresciane da parte del vescovo Piero Duranti, allora rettore del beneficio di San Faustino, parrebbe più coerente in riferimento al tempio che non al campanile[41]. Quasi certamente alla torre è invece connesso quanto fece il «maistro Bertolí di Folzini de Iorci vechiji», che mise due chiavi di ferro e spostò più in alto una chiave di legno che si trovava presso la porta in basso[42]. Allo stesso muratore Bartolino Folzina (o Folchina) si riferiva un’oscura iscrizione, collocata «nella giesia ditta al cantone de sera et de monte parte» (angolo nord-ovest della vecchia chiesa di San Faustino), che il cronista riproduce in questi termini:

1535 die 21 novembris.

Bartolinus Folchina dictus U<n>garon de Urceis veteribus civis brixiensis templum hoc antea periculose dehiscens clauibus ferreis et alij<s> artis sue remedijs solidavit nobili Comunitati Quintiani ita ut neque cicatrices rimarum veterum appareant
siquis scutum quoque dubitarit paratus contra decem quinquaginta deponere,

La prima parte dell’iscrizione è abbastanza chiara: “Bartolino Folchina, soprannominato Ungaron, di Orzivecchi, cittadino di Brescia, per conto del nobile Comune di Quinzano consolidò questa chiesa, già pericolosamente fatiscente, con chiavi di ferro e altri espedienti del suo mestiere, così da nascondere ogni crepa delle antiche fratture”. L’ultima frase, certamente sbagliata (per colpa del trascrittore, oppure forse già corrotta nell’originale) e per questo, così com’è, intraducibile, assomiglia a una specie di scommessa sulle qualità professionali del muratore di Orzivecchi[43].

 

La torre di Nicolò Alberghino (1604-1607)

Ma la torre vista e descritta dal Nassino non è quella che esiste oggi, la quale, come del resto è abbastanza noto da tempo, fu eretta a partire dal 1604 ad opera del comasco Nicolò Alberghino: questo è appunto, né più né meno, quel che ne dice il Pizzoni nel suo prezioso libretto di storia quinzanese[44]: «L’anno 1604 fù fatta la belissima torre di Santo Faustino coperta di/ piombo dal maestro Nicoló Alberghino comasco dal quale furno/ fatte la maggior parte delle fabriche di questi tempi».

L’informazione, a parte l’attribuzione della data[45] e il nome dell’Alberghino, è tutt’altro che chiara nel definire la sua opera sia sulla torre (dal maestro comasco fu fatta dalle fondamenta, o fu coperta di piombo?), sia sulla sua attività di costruttore da cui «furno fatte la maggior parte delle fabriche di questi tempi» (quali sono questi tempi? in che senso fabriche?). E per giunta è strano che il Pizzoni, che all’epoca dei lavori aveva passato i vent’anni e poteva quindi ricordare di persona un evento come l’erezione dell'imponente torre principale del suo paese, si limiti a un rimando così laconico e tutt’altro che perspicuo: forse contava sull'evidenza del fatto e sulla buona memoria dei suoi compaesani.

In effetti almeno una testimonianza che la torre quattrocentesca, pur rimaneggiata nel corso dei decenni, fosse ridotta in condizioni precarie nella seconda metà del secolo XVI, ce la offre la visita apostolica di Carlo Borromeo, laddove il visitatore prende atto nella relazione che «campanile ruinosum est» [il campanile è in rovina] e quindi nei decreti dispone che «ecclesia reficiatur et campanile, quod ruinam minatur» [si rifaccia la chiesa e il campanile, che minaccia rovina][46].

In compenso possediamo una dettagliata documentazione civica che ricostruisce le fasi di deliberazione, progettazione e realizzazione della nuova torre[47]. Non staremo a rifare tutta la storia momento per momento in questa sede: basteranno pochi riferimenti indicativi, a partire dalla nota di spesa in prima pagina: “M.° Nicholo Comasco de’ aver per avere distrutto li casi che erano di S.ti Faustino liri vintiquatro soldi dodici, qual M.° Nicolo si chiama Alberghini”[48]: una nota che rivela come il maestro abbia preso parte ai lavori fin dal principio, all’atto di demolire le case dell’area sulla quale avrebbe dovuto sorgere il nuovo campanile.

Esiste anche un'attestazione[49] che il deputato Domenico Baselli fu inviato “a Cremona per far venire uno perito a veder et fare il desegno de la chiesa tore et sacrastia de S.mo Faustino et Giovita”. Gandaglia[50] vorrebbe distinguere l’anonimo progettista cremonese da Nicolò Alberghino, che invece sarebbe stato soltanto il fabbricatore, il capomastro; tuttavia, di per sé la missione del Baselli non impedisce di attribuire all’Alberghino tutto il lavoro dal progetto alla conclusione. Niente esclude, del resto, che il perito fosse l’Alberghino stesso, il quale poteva trovarsi in quel tempo a Cremona per ragioni di lavoro. E non è nemmeno detto che un eventuale progetto commissionato ad altri, magari per regolarizzare gli appalti, dovesse essere stato per forza consegnato; e se consegnato, non è detto che dovesse essere realizzato così com’era, né dalla stessa persona che l’aveva disegnato. Dopo tutto, sia Gandaglia che Locatelli sono d’accordo su un fatto: non si trovano negli atti contabili municipali relativi alla torre altri nomi di destinatari di compensi all’infuori di Nicolò Alberghino, e ciò dal principio fino alla fine delle opere di costruzione.

Però il 24 luglio 1605 nella commissione che sovrintendeva ai lavori si stava ancora dibattendo “sopra de la fabrica della tore se si ha da fabricare o otramente et considerato che fa bisogno fabricare atteso che si dice che detta tore et coro di detta chiesa menaza rovina et per tanto fa bisogno fabricar”[51]: dunque a rigore la costruzione non doveva essere ancora incominciata.

Tra l’estate del 1605 e la primavera del 1606 i lavori procedettero; poi si arenarono per qualche mese, un po’ per il prosciugamento delle finanze comunali[52], un po’ per episodi di malversazione e di furto[53], un po’ anche per contrasti col costruttore sulle scadenze contrattuali[54]. Finalmente il 25 agosto 1606 si ordinò l’acquisto di quattro colonne in pietra per la decorazione della cella campanaria, che furono poi acquistate a Rezzato[55]: dal che si deduce che si approssimava la conclusione dell’opera.

Il 18 settembre la deputazione si dibatteva però ancora in gravissime difficoltà finanziarie, e deliberò di accendere un mutuo di mille lire planet e di mandare un paio di deputati a tirare le tasche ai Martinengo e agli altri nobili cittadini (ossia i residenti locali con cittadinanza nel capoluogo), proprietari di una consistente porzione del territorio comunale, che non avevano contribuito alle taglie degli anni precedenti[56].

È a questo punto che si collocano i due contratti del primo ottobre 1606[57], che sanciscono le operazioni finali della costruzione dell’imponente edificio. Ma prima di passare a esaminarli, vanno dette due parole sul personaggio dell’Alberghino.

 

Nicolò Alberghino latomo da Lavena

Racimolare la biografia di un artista trapassato dai pochi brandelli di testimonianze che ne sopravvivono non è impresa facile; e tanto più per il nostro oscuro mastro muratore, di cui non risultano – a quel che se ne sa – altre attestazioni di attività se non in Quinzano. Tenteremo comunque di spremere tutto ciò che è possibile dalle scarse informazioni dei pochi documenti sopravvissuti.

Al maestro Nicolò Alberghino – come s’è detto – il Pizzoni attribuisce, oltre alla torre di San Faustino, la realizzazione della «maggior parte delle fabriche di questi tempi» /: si può credere che con queste parole tutt’altro che precise alludesse al fatto che l’Alberghino nei primi anni del ‘600 (questi tempi) realizzò un certo numero di edifici di pregio (fabbriche) nel paese di Quinzano; a questa interpretazione occorrerà aggiungere che presumibilmente si trattava di edifici in buona parte privati.

In effetti il documento (18 dicembre) che fornisce le referenze più precise (o meno imprecise) circa le generalità del costruttore è una testimonianza giurata, proveniente dall’archi­vio del notaio Scipione Gandino[58], purtroppo priva dell’indicazione dell’anno (compreso grosso modo nel primo quindicennio del secolo XVII), che lo mette in relazione con un personaggio in vista del paese a quel tempo, il medico Nicandro Conforto. È relativa alla costruzione di una muraglia di confine tra una proprietà del Conforto e una del Comune, e ha come protagonista «magister Nicolaus filius quondam magistri Ioannis Marie de Alberginis latomus de loco Lavene Diocesis Mediol(an)ensis ad presens se reperiens Quintiani» [maestro Nicolò, figlio del fu maestro Giovanni Maria Alberghini, scalpellino di Lavena nella diocesi di Milano, attualmente domiciliato in Quinzano].

Circa il cognome dell’artista, non si dirà mai abbastanza che in genere per i tempi passati, e così fino al pieno ‘700, non si può fare affidamento a una forma stabile e univoca, poiché le denominazioni potevano variare secondo la pronuncia dialettale o le abitudini idiomatiche e grafiche dei vari scriventi, e secondo che fossero riferiti al singolo o alla famiglia. Siamo noi moderni che, abituati a un nome e soprattutto un cognome pietrificato, sentiamo quasi come un difetto di identità le libere divagazioni sul tema dei nostri antenati.

Il nostro marangone, in ogni caso, si firmava «Nicolao (de) Albrighini»[59], e dunque parrebbe di dover adottare questa formulazione come la più attendibile, in quanto autografa. Tuttavia i documenti quinzanesi, che al momento – per quel che ne sappiamo – sono i soli disponibili sulla persona e attività del nostro artista, ne parlano sempre come Alberghino o Alberghini, e così pure la invero scarsissima bibliografia su di lui. Tutto sommato, nell’incertezza, adottiamo la forma vulgata[60].

Di lui, dunque, l’atto in esame dice che era figlio di certo Giovanni Maria, e su questo punto non c’è molto da disquisire. Più interessante è la definizione del suo mestiere: latomus, che connesso col latino latomiae [cave di pietra] significava propriamente spaccapietre, scalpellino; qualche decennio prima nel bresciano si sarebbe usato il più elegante temine lapicida, comunque col medesimo significato[61].

E qui si potrebbe aprire una dotta parentesi storica e artistica, per definire nei loro rapporti reciproci le figure del progettista e del costruttore nelle età passate: ma questo compito lo lasciamo a chi avrà voglia e dottrina per svolgerlo. Noi ci limiteremo a sottolineare una caratteristica evidente, ma poco consona alla mentalità moderna, abituata a distinguere il ruolo fondamentalmente intellettuale dell’architetto da quello materiale e strumentale del semplice costruttore. In passato, soprattutto nei colti ambienti di provincia, questa netta divisione era inconcepibile, e ogni bravo costruttore, che si era guadagnato sul campo abilità e competenza, era anche in tutto o in parte progettista dei suoi lavori, così come ogni buon progettista metteva mano di persona alle proprie realizzazioni. Dopo tutto, anche i grandi architetti della Brescia manierista, il Piantavigna, il Beretta, il Bagnatore, non disdegnavano di chiamarsi lapicidi; dunque il latomus Alberghino in questo non aveva di che lagnarsi.

Anche se le sue generalità mostrano che egli non era bresciano, bensì «de loco Lavene Diocesis Mediolensis»: appurato che Mediolensis sta evidentemente per Mediolanensis, si capisce che il paese del nostro era nella diocesi di Milano. Ora, il Pizzoni – come s’è visto – lo dice comasco, confermato in questo da una sottoscrizione autografa dell’interessato[62]; ma oggi vi sono due soli paesi che abbiano un nome simile a quello riportato dal documento, e sono Lavéna-Ponte Tresa e Lavèno-Mombel­lo, ambedue in provincia di Varese.

L’incongruenza delle diverse indicazioni geografiche è però soltanto apparente: basta considerare che il territorio di Varese (provincia dal 1927) gravitava dall’età alto-medievale nell’ambito di Como, mentre nel XII secolo fu annesso alla diocesi milanese, alla quale appartiene tuttora. Il fatto, dunque, che il nostro lapicida provenisse dal varesotto non contraddice il riferimento alla diocesi di Milano, né l’attributo di comasco, affibbiatogli del resto da gente della Bassa bresciana, che poteva non orientarsi bene in quelle contrade relativamente lontane.

Quanto al paese d’origine, vista la terminazione femminile de loco Lavene, che compare nell’atto in esame, propenderei a credere che si tratti di Lavena (se fosse stato di Laveno, il notaio avrebbe scritto de loco Laveni). Peraltro, al momento di rendere la sua testimonianza giurata, il nostro muratore dimorava in Quinzano («ad presens se reperiens Quintiani»).

Di fatto, il maestro Alberghino non era l’unico latomus proveniente da Lavena e dimorante in Quinzano a quell’epoca, visto che, ad esempio, nel contesto della medesima testimonianza giurata, subito dopo il capomastro viene interrogato «Magister Ambrosius filius quondam magistri Ioannis Marie de Teratijs de loco suprascripto latomus ad presens se reperiens Quintiani» [maestro Ambrogio del fu maestro Giovanni Maria Terazzi, dello stesso paese, latomo attualmente domiciliato a Quinzano], chiamato a deporre «tanquam coadiutor qui adiu<u>it dictum magistrum Nicolaum in constructione dicte parietis, et socius dicti magistri Nicolai» [in qualità di assistente e aiuto di maestro Nicolò nella costruzione della muraglia e suo socio], e conferma tutto quanto dichiarato dal suo collega. Ma anche in un atto del 10 dicembre 1603[63] – di cui avremo modo di parlare in seguito – si incontra certo «maestro Stefano Comasco marengone» nominato perito di parte dall’Alberghino nell’aspra vertenza che egli ebbe con la deputazione di San Rocco.

Se a queste attestazioni aggiungiamo, in un atto di una dozzina d’anni prima[64], la presenza di un testimone definito in questi termini: «magistro Baptista de Boschettis latomo de loco Lugani Iurisdictionis Commi ad presens moram trahente Quintiani suprascripti» [maestro Battista Boschetti latomo di Lugano, giurisdizione di Como, attualmente domiciliato in Quinzano], vien quasi fatto di pensare a una colonia di scalpellini comaschi trasferitisi dai confini svizzeri a Quinzano per la realizzazione di cospicui interventi architettonici e urbanistici a cavallo tra i due secoli.

Ma torniamo alla muraglia contesa tra il Comune e il medico Conforti. L’atto notarile in sé non è di grande importanza, non foss’altro che per l’incomple­tezza della data: la minuta conservata tra le carte del notaio, in effetti, appare intestata «Die Xmo octavo mensis Xmbris in mane in domo mei notarii infrascripti» [18 dicembre, di mattina, in casa di me notaio sottoscritto], senza indicazione dell’anno. E, del resto, trattandosi di un foglio isolato, nemmeno la sua posizione all’interno della filza (peraltro sfilzata, ossia sfilata dallo spago che tratteneva tutti i documenti) può aiutare a sciogliere l’enigma sul piano della cronologia relativa. A puro titolo di inventario, diremo che il foglio si trovava in mezzo ad altri atti appartenenti al secondo decennio del ‘600: almeno, lì l’abbiamo reperito.

Quanto al contenuto del documento, si tratta appunto di una testimonianza giurata: l’Alberghino depone riguardo alla costruzione da lui fatta di un muro di cinta tra la proprietà del medico Nicandro quondam Girolamo Conforto e un lembo di terreno comunale, forse un argine della Savarona Nuova[65]. Sulla questione era nata controversia tra il privato e la municipalità, da cui una causa civile, definita dal notaio in questi termini:

super eo quod dicti Domini regentes pretendebant quod dictus Illustris Dominus Confortus fecisset construere dictum murum existentem versus mane penes flumen Savarone Nove iuris dicti Comunis que tendit et d[eve]nit ad molendina dicti Comunis, et dictum murum constructum fuisse super solo proprio dicti Comunis.[66]

Identificare la collocazione della muraglia è impresa troppo ardua per imbarcarcisi senza altri indizi: non si capisce neppure versus mane (a est) di che cosa si trovasse questa benedetta recinzione (a est della proprietà Conforti, oppure della Savarona Nuova?); né sono d’aiuto le minuziose dichiarazioni del teste: si capisce solo che doveva essere a monte dei mulini comunali.

Egli, alla domanda «se quando fabrichete detto muro se detto maestro Nicolao si è dilatato et slargato verso il fiume de Savarona et strada del Comune o altramente per usurpar quello del Comune clandestinamente senza che il Comune se·n acorgesse», risponde illustrando il procedere dei lavori: «io ò fatto quello muro qual hora mi diceti in compagnia de altri miei compagni, et eramo quando lo facessimo ora doi hora quatro secundo che si ritrovavamo». Poi descrive le condizioni del luogo: «et quando lo volsemo fara et fabricare, vi era una cese presizza[67] nella qual vi erano dentro delli mori grossi olmi vechij sanibughi et altri sorti de fraschi». Naturalmente il nostro tecnico dice che si rifiutò di procedere allo sradicamento della boscaglia, un’operazione che non si addiceva alla sua qualifica professionale: «et io non la volsi nanche estirpare, ma volsi che detto signor Nicandro la facesse strepar per che erano cose vechie et grosse, et a·me non saria messo à conto a·far simil opera de stripar, ma ben vi era presente per dover fabricar».

In ogni caso, all’atto di edificare la muraglia, tutto fu compiuto secondo le regole della correttezza, della misura e del buon senso:

et quando volsi piantar et principiar al fundamento il detto muro, vi dico realmente et veramente che io piantai il detto muro per iusta et drita linea da dove erano piantati li fundamenti videlicet li zo[cc]honi delli arbori vechij dove era propriamente la detta cese presizza et non altramente, salvo che alcune fiade si andava adosso al Comune alcune volte andava adosso al signor Nicandro verso al suo nel tirar et drizar il muro ma se gli toleva poca cosa et quanto à me non cercava da torne né à l·uno né al altro salvo che del indrizar il detto muro, et questa cosa ... la teneva de poco anzi pochissimo momento, et quanto à me quello che faceva lo faceva solamente per drizar il muro iusto et non altramente ... al meglio che poteva.

Il tutto, invero, all’insaputa e senza alcuna responsabilità del committente: «et questa cosa non era de comissione del detto signor Nicandro altramente, ma era de mia voluntá ... et per far la cosa che stesse bene et che fusse laudata et non altramente etc

Alla fine segue una conferma di tutte le precedenti dichiarazioni dell’Alberghino da parte del suo collaboratore, socio e compaesano, il maestro Ambrogio Terazzi, latomus pure lui, di cui abbiam già fatto conoscenza.

Come si vede, su questo fronte non si possono trarre informazioni significative sul merito della questione della cinta, né sul personaggio del costruttore. Eppure qualche indizio utile si può ancora individuarlo in via indiretta. Anzitutto l’Alberghino, quale che sia l’epoca di stesura del documento e la distanza di tempo fra la realizzazione della parete e la testimonianza, appare in rapporto privilegiato con la nobile famiglia quinzanese dei Conforti, una delle più in vista del paese a quell’epoca. Benché l’opera cui lo troviamo intento, un banale muro di cinta, non sia delle più ricercate, egli figura come tecnico di fiducia del proprietario, in una posizione di responsabilità, e tale da poter apertamente respingere il lavoro di bassa manovalanza per abbattere le piante, perché «a·me non saria messo à conto a·far simil opera de stripar, ma ben vi era presente per dover fabricar».

Ciò sembra collegarsi implicitamente con una delle due notizie offerte dal Pizzoni sul nostro architetto, «dal quale – scriveva lo storico – furno/ fatte la maggior parte delle fabriche di questi tempi». L’espressione, invero alquanto sibillina, ammeso che non sia troppo iperbolica, potrebbe /alludere al fatto che l’Alberghino realizzò una parte non piccola degli edifici di rilievo pubblici e privati in Quinzano nel primo ‘600[68]. Non è dunque improbabile che il rapporto professionale con i Conforti si dovesse a ragioni ben più impegnative di una semplice muraglia di confine, e che la ripetuta presenza dell’architetto in paese, attestata dagli atti di quel periodo, fosse il segno di una intensa attività di progettista e di costruttore, al di là dell’unica opera finora nota: la torre municipale di San Faustino.

La quale all’inizio d’ottobre del 1606 stava per essere completata, come mostrano i due documenti emersi di recente, ignoti a chi finora aveva scritto sull’argomento.

 

La conclusione dei lavori (1606)

Si tratta delle minute di due contratti rogati dal notaio Scipione Gandino, stilati «nel luogo del Consiglio de Quinzano» e datati entrambi al primo ottobre 1606; vi agisce la commissione civica composta, oltre al notaio rogante, di dodici «Deputati eletti per la Comunitá de Quinzano alla fabrica della torre de sancto Faustino», presieduta dal nobile signor Cipriano Giardino.

Il primo atto (1 ottobre 1606)[69] è una convenzione con «maestro Nicolao Alberghini», al quale, per il compenso di 100 lire planet ed entro il temine del mese corrente, viene affidata la torre «da infrascar tutta de fuori via insciema cum le finestre quali hanno da esser intonegati ancora de dentro via». Certamente per finestre si intende le aperture della cella campanaria, o piuttosto l’intera cella. La cura con cui nella minuta viene cancellato e sostituito più volte il verbo intonegar con infrascar relativamente all’intera torre nella sua parte esterna, mentre le finestre devono essere intonacate anche nella zona interna, sembra rivelare che la cella campanaria a quel punto non aveva ancora l’intonaco, mentre il fusto esterno della torre, già intonacato, abbisognava solo dell’ultima mano di infrescatura, prima di togliere del tutto i ponteggi.

Che si faccia un contratto per l’infrescatura della torre, mentre all’apparenza non lo si era fatto per la sua costruzione, potrebbe sembrare strano: tuttavia, la mancanza di atti notarili al principio dei lavori non dimostra per nulla che non ne furono stilati, potendo semplicemente essere andati perduti. D’altra parte si intuisce dai documenti sopravvissuti che non sempre i rapporti tra l’architetto e la municipalità erano stati idilliaci, soprattutto negli ultimi mesi, e quindi si capisce anche la cautela reciproca delle parti prima di iniziare le operazioni conclusive.

Molto interessante l’ultima clausola: l’Alberghino dovrà «parimente desfar tutti li ponti fatti de mano in mano infrascará et stopar le finestre over buse». Dunque la torre era ancora ingabbiata dai ponteggi; l’infrescatore avrebbe iniziato il suo lavoro dall’alto e, scendendo, doveva smontare uno per uno i ponti, tappando i buchi pontali delle pareti nei quali appoggiavano i sostegni orizzontali.

Lo stesso giorno primo ottobre 1606[70], alla presenza del maestro Alberghino e di altri due testimoni, la medesima commissione si accordava con «maestro Zoan Piero quondam Piero Vittale quondam Piero marengo[ne] de legnami»[71], per «far la guzza della detta torre de legnami de castegna et de arese», ossia l’armatura della guglia, della cuspide, in legno di castagno e di larice. Il contratto dettava anche una tassativa condizione: «che la deba dar posta in fabrica in cima della detta torre á sue spese cum la pomma et croce in laudabil forma in quella forma et modella andará fatta in laudabil forma utsupra de altezza de braza quindese».

A parte l’insistenza sulla laudabil forma, si dice che l’artigiano dovrà fabbricare la cuspide della torre, alta 15 braccia (poco più di 10 metri), e porla in opera a sue spese, con la pomma e la croce, ossia una croce sopra una sfera, così come appunto si presenta ancor oggi[72]. Si parla pure di un modello (modella), che potrebbe anche essere un semplice disegno.

Il lavoro dovrà essere compiuto entro il mese di ottobre, per un compenso complessivo di 165 lire planet, 80 anticipate in contanti, più «tutta la materia andará per far detta guzza cossí de legnami come de ferarezza et latta de [= che] fará bisogno circa detta guzza et farla in laudabil forma sotto pena etc. utsupra overo altra materia li andará al far la detta guzza». Con un’ultima precisazione, a scanso di equivoci: «cum questo che andandogli stagno che detti spettabili Deputati siano obligati solamente a far stagnar et non altro».

In realtà, il 27 marzo 1607[73] pare che, pur essendo conclusa la costruzione, la “la balla e la bandiera” non fossero ancora state realizzate, e il Vitali, per colpa di questi ritardi di cui non era responsabile, non avesse ancora potuto terminare di porre in opera la guzza. Lo stesso documento ci dà un’informazione molto rilevante a proposito della “torre vecchia”, che minacciava pericolo di crollo nel sonare le campane: col che veniamo a sapere che la torre del 1464, sopraelevata nel 1483, esisteva ancora, probabilmente adiacente al lato nord del presbiterio[74], e sarà abbattuta di lì a poco per ordine del Comune dallo stesso marengone Vitali.

Aggiungiamo a conclusione che il piombo per la copertura della cuspide fu acquistato a Venezia nel maggio 1607[75], grazie ai buoni uffici del “Priore frate Iacinto”, che potrebbe essere il domenicano di origine quinzanese fra Giacinto Bondioli[76]. Il religioso è nominato altre volte nei registri del comune di Quinzano, e pare che la municipalità se ne avvalesse come di un autorevole e benevolo curatore d’affari presso la capitale veneta.

 

La torre di San Rocco (1600-1603)

Fin qui ci siamo dedicati a esaminare le vicende del campanile principale di Quinzano, di cui del resto si conoscevano già con sufficiente sicurezza l’epoca di realizzazione e il nome dell’autore. Ma c’è un’altra torre a Quinzano che merita una attenzione particolare, così diversa dall’altra per dimensioni, per funzionalità e aspetto estetico, e quasi opposta per molte ragioni, eppure accomunata ad essa da un legame – si può dire – genetico, ben confortato dalle fonti documentarie: si tratta dela torre di San Rocco, forse la più bella costruzione del paese, certo la più originale e artisticamente coerente, progettata e realizzata nel 1603 dal medesimo artista, appena prima di occuparsi del campanile di San Faustino, anche se la stretta vicinanza cronologica, nota da tempo, non ha mai fatto sospettare a nessuno una così stretta parentela.

Di questa costruzione elegante, per certi versi sofisticata e colta, si occupò per la prima volta seriamente negli anni ‘60 del secolo scorso la corposa Storia di Brescia della fondazione Treccani, dedicandole una foto e una pagina di testo. Scriveva allora il Peroni[77]: “ma del S. Rocco di Quinzano conviene ricordare per la qualità intrinseca, e per la data limite che reca, esattamente del 1600, l’alto e slanciato campanile, forse l’unico esempio dell’ultima fase dell’architettura bresciana qui esaminata che meriti un cenno circostanziato”.

In effetti la torre conserva, sul fronte meridionale, quasi a mezza altezza del fusto liscio tra lo zoccolo a scarpa della base e la cornice del primo registro, una formella in cotto con una breve iscrizione dal senso intuitivo:

ANNO
IVBILEI
1600
C(omune) · Q(uintiani) ·

Invero, tanto l’attribuzione al Comune quanto la data giubilare andrebbero ben ponderate nel loro significato preciso; ma anche qui, come per la torre di San Faustino, non è possibile in questa sede seguire dettagliatamente la vicenda storica del monumento[78]. Ci limiteremo a rilevare, a questo proposito, che l’ente interessato doveva essere propriamente la reggenza della chiesa di San Rocco, anche se il Comune fu a più riprese coinvolto in decisioni operative e contribuzioni economiche. Quanto alla data del 1600, essa si dovrebbe riferire a un'eventuale delibera originaria per l’edifica­zione del campanile[79], o al massimo alla realizzazione della sua parte inferiore, forse proprio la porzione non decorata dove è posta l’iscrizione, poiché – come si vedrà – nel luglio del 1603 la torre era ancora largamente incompleta[80]. Del resto il Pizzoni[81], cinque righe sopra le sintetiche notizie sulla torre di San Faustino, ancor più laconicamente si limitava ad annotare che «l’anno 1602 fù alzata la torre di Santo Rocco».

Ma lasciamo di nuovo la parola al Peroni, per una descrizione tecnica dell’opera:

Sopra una zona di fusto liscio si ripetono quattro ripiani modanati, in cui l’architetto dimostra la stessa tendenza alle variazioni decorative, già vista nell’interno della chiesa. I primi due ripiani comprendono una partitura di lesene toscaniche con arcature intermedie; le cornici marcapiano sono variate, con e senza dentelli. Il ripiano successivo comporta lesene ioniche, e infine quello terminale lesene corinzie, con le arcature aperte sulla cella. La cornice d’imposta e quella conclusiva sono rese più complesse da serie <di> mensole. Le modanature sono di non grande aggetto, in materia laterizia, ma di insolita raffinatezza nelle proporzioni e nei particolari.

Dunque, sintetizzando, sei registri (o ripiani, livelli, fasce) orizzontali, che si susseguono in ritmi modulari di circa 5 metri d’altezza, a partire dal basso:

1. zoccolo a scarpa lievemente inclinata (modulo ribassato);
2. fusto liscio (modulo a doppia altezza);
3. primo registro decorato in stile tuscanico e archi ciechi (modulo ribassato) [82];
4. secondo registro decorato in stile tuscanico e archi ciechi;
5. terzo registro decorato in stile ionico e archi ciechi;
6. quarto registro decorato in stile corinzio e archi aperti sulla cella campanaria.

Una complessa articolazione ritmica, in qualche modo quasi musicale, fondata sui principi di itera­zio­ne, simmetria e variazione, in un raffinato e colto gioco di aumentazioni e diminuzioni sopra una figura di basso ostinato, o bordone, come avrebbero detto i musici del tempo.

Il Peroni, per parte sua, ribadiva la convinzione che al medesimo architetto si dovessero progettazione e decorazione così del campanile come della adiacente chiesa di San Rocco, al cui interno egli rilevava

una navata fiancheggiata da quattro cappelle [che] mentre richiama ancora per la partizione in corrispondenti archi trasversi i tipi di origine ‘rustica’, elabora nelle singole campate della volta un gioco di vivaci motivi geometrici di rettangoli, ottagoni, cerchi, che culmina, con maggiore complessità, nella campata centrale.

A proposito dell’impostazione architettonica interna della chiesa, il critico individuava in particolare un’origine manieristica di ispirazione milanese, o più facilmente cremonese, e si spingeva anche a un tentativo di attribuzione:

Nessun esempio più prossimo sappiamo infatti della chiesa di S. Margherita a Cremona, ritenuta opera del pittore Antonio Campi. La vicinanza di Quinzano al confine cremonese spiega benissimo questo contatto, al quale future ricerche documentarie potranno forse dare più sicura consistenza. Importa sottolineare intanto questo riflesso architettonico del Campi che risulta, come pittore, assai attivo anche nel Bresciano.

Infine introduceva, ma con minor convinzione, una seconda ipotesi:

Una analoga attività sia in campo pittorico che architettonico sappiamo che svolse un altro artista cremonese, G B. Trotti, detto il Malosso: ma, mentre disponiamo in questo caso di precisi riferimenti documentari, riguardanti la chiesa dei somaschi di Salò e la partecipazione ai progetti per la costruzione del Duomo Nuovo di Brescia, nulla in concreto ci rimane né dei disegni né delle opere realizzate.

Da come il Peroni descrive la torre di San Rocco, dobbiamo pensare che estendesse anche ad essa le medesime ipotesi attributive riferite alla chiesa: “anche il campanile ribadisce l’impressione di una provenienza dell’architetto dalla zona cremonese-cremasca, data la palese affinità con il più grande e più noto esempio della parrocchiale dei SS. Fermo e Rustico di Caravaggio”.

A queste argomentazioni si accoda, senza nulla aggiungere, Locatelli, nei diversi suoi contributi in proposito (di cui si riportano in bibliografia i principali), propendendo essenzialmente per l’attribuzione al Campi.

 

La vertenza giudiziaria

A fare definitivamente luce sulla annosa e intrigante questione sono emersi, qualche tempo fa, alcuni documenti che non paiono lasciar adito a dubbi. Si tratta di quattro atti[83] pertinenti anch’essi all’archivio del notaio quinzanese Scipione Gandino, che ormai conosciamo bene per le informazioni che ci ha fornito riguardo alla torre di San Faustino[84].

Il primo rogito, alla data 15 luglio 1603[85], è un accordo fra i reggenti della chiesa di San Rocco e «maestro Niocolao [= Nicolao] Alberghino maringone», lo stesso artista cui circa un anno dopo sarà affidata la costruzione del nuovo campanile di San Faustino. I sette notabili del consiglio (uno era assente, ma compare negli atti seguenti) e il massaro (tesoriere) nominato poco dopo, rappresentanti della reggenza della chiesa[86], convenivano coll’architetto «de finir la torre di detta chiesa et copertarla et fargli li balconi iusta al modello di detta torre cum il ciltro sive volto ... balconeri et cornisone». A parte il ciltro, che è un sinonimo di vòlto o copertura a volta[87], questa piccola frase ci fornisce una serie di informazioni preziose.

Intanto, la costruzione della torre non era ancora completata nell’estate del 1603: in particolare, mancavano la copertura superiore (si doveva infatti copertarla, cioè coprirla), la volta di sostegno (ciltro sive volto, appunto), le aperture della cella campanaria (balconi e balconeri), e l’apparato decorativo esterno (cornisone)[88]. Sembra, quindi, che a quell’epoca la bella torre mancasse ancora della parte sommitale, corrispondente al quarto ripiano modanato (sesto ordine) e ovviamente al tetto.

Il documento fa cenno all’esistenza di un progetto (iusta al modello, secondo il disegno), cui il maringone Alberghino avrebbe dovuto attenersi nell’adempiere il suo incarico. È vero che non se ne dichiara esplicitamente l’autore, e ciò potrebbe indurre qualche ipercritico a porre perlomeno in via teorica il dubbio sulla attribuzione dell’intera opera all’architetto di Lavena, al quale, a rigore, ne andrebbe ascritta con certezza solo la direzione dei lavori di completamento. Obiezione puntigliosa, ma non insensata. In realtà, gli altri tre atti successivi forniscono sulla vicenda ulteriori particolari, che non paiono lasciare margini di incertezza al fatto che quanto meno le opere di decorazione (manifestamente le più rilevanti in un’opera d’arte raffinata come quella di cui discorriamo) siano state realizzate interamente dal nostro artigiano. Ma di questo diremo.

Che i committenti stessi considerassero con occhio diverso gli aspetti puramente statici della costruzione e quelli più espressamente decorativi, è evidente nel dettato della convenzione, che tiene ben distinti i due ambiti quanto alle modalità di pagamento, come pure nella rispettiva valutazione dei costi e nelle perizie.

Una frase intercalata aggiunta a margine, non del tutto chiara nella grafia e nella sintassi, dispone infatti che i contraenti si rimettano «dela coperta et ciltro al giuditio de uno marengone della mercadura [?] praticho in simile negotio». In altre parole: il collaudo della volta e della copertura sarà demandato a un tecnico specializzato. Ad altro perito sarà invece sottoposto il giudizio delle decorazioni: lo si comprende chiaramente nel disposto relativo al pagamento dell’Alberghino, che viene fissato «per il pretio de liri dieci de planet à ragione de migliara de quadrelli che si spenderanno in detta torre» (10 lire bresciane ogni mille mattoni impiegati nella costruzione)[89], escluso però «il cornisone, del qual detti agenti et maestro Nicolao si sonno rimessi al iuditio del detto messer Bartolo Marino». Costui era uno dei deputati della chiesa, ed era forse esperto d’architettura più degli altri colleghi, se proprio a lui viene attribuito l’incarico specifico di periziare gli interventi più raffinati ed estetici richiesti dal progetto. Merita notare che, a differenza delle opere murarie, il compenso per i cornisoni non viene fissato preventivamente, ma rimandato al termine dei lavori, forse perché soltanto a opera conclusa si sarebbe potuta valutare con cognizione di causa l’abilità artistica dell’architetto.

In realtà, il contratto del 15 luglio contiene un altro indizio di questa esplicita distinzione fra opere strutturali e decorative, che apre una prospettiva anche sulle vicende antecedenti nella costruzione della torre. Il notaio infatti avverte, in calce al documento, che siano «salvi perhó li ragioni á detto maestro Nicolao delli al[tri] cornisoni giá fatti de quali sin hora non sono altramente decisi della sua mercede etc. tra de lui et li deputati vechij di detta chiesa».

Con ciò si attesta che l’Alberghino aveva realizzato anche gli altri cornisoni, per i quali tuttavia, all’epoca dell’accordo il 15 luglio 1603, non erano ancora stati definiti dalla precedente reggenza di San Rocco i compensi destinati all’artista. Tenuto conto che di solito i consigli amministrativi si rinnovavano annualmente, è probabile che il riferimento ai «deputati vechij di detta chiesa» rinviasse all’anno precedente 1602, che è poi la data attribuita dal Pizzoni[90] alla realizzazione del campanile, quando scrive che «l’anno 1602 fù alzata la Torre di Santo Rocco», senz’altro.

Per fortuna (fortuna nostra intendo), la divergenza aperta con la vecchia deputazione della chiesa non solo non fu appianata dal nuovo consiglio, ma anzi si dovette aggravare negli ultimi mesi del 1603. Al punto che l’Alberghino, il quale nel frattempo aveva concluso anche i lavori di copertura dell’edificio, per ottenere il dovuto pagamento delle sue prestazioni professionali presenti e passate, si vide costretto a rivolgersi all’autorità civile superiore: il podestà veneto di Brescia.

L’archivio del notaio Scipione Gandino conserva infatti copia di due lettere del podestà (praetor) Giovanni Cornaro (Cornelius), date da Brescia il 2 e il 10 dicembre dello stesso anno.

La prima (2 dicembre 1603)[91], in lingua latina, è una citazione giudiziaria, con cui, urbanius agendo, il massaro e i deputati della chiesa quinzanese sono invitati a comparire entro tre giorni davanti allo stesso podestà per opporre le proprie ragioni nella questione con l’architetto. Il documento non è molto generoso di informazioni sul merito della vertenza, né questo era propriamente il suo scopo. Tuttavia alcuni dettagli desunti dall’atto esaminato in precedenza vi trovano conferma e ulteriore esplicazione. In particolare la distinzione fra opere murarie e interventi decorativi: si enuncia, infatti, che il credito dell’Alberghino con il consiglio di San Rocco ammonta a «summa librarum octuaginta quatuor soldorum quinque denariorum quatuor planetorum pro summa liquida seu ressolutio summę liquidę» [alla somma di lire 84 soldi 5 denari 4 bresciani, a titolo di liquidazione], con la dichiarazione che quella cifra gli spetta «vigore mercedis per ipsum magistrum Nicolaum promeritę in fabricando seu complendo turrim predictam» [a titolo di compenso spettante a maestro Nicolò per la costruzione o il completamento della torre]. Successivamente si precisa che ciò è «ultra mercedem promeritam in faciendis cornisonis veteribus et novis liquidandam et taxandam» [in aggiunta al compenso spettante all’architetto per la fattura dei cornicioni vecchi e nuovi, ancora da valutarsi e pagarsi].

Si deduce, dunque, che al principio di dicembre 1603 il campanile era stato completato nella parte muraria fino alla copertura, e per questo l’architetto attendeva di essere liquidato per un totale di oltre 84 lire (probabilmente le 10 lire per migliaio di mattoni previste dalla convenzione del 15 luglio, più qualche eventuale residuo precedente).

Circa i cornisoni, poi, la citazione podestarile ribadisce che alla mano dell’Alber­ghino si dovevano tanto i vecchi quanto i nuovi; e quindi si deve credere che la torre di San Rocco in quei primi giorni di dicembre fosse proprio definitivamente compiuta anche nelle minime rifiniture. Tuttavia, come per i cornisoni vecchi era rimasta ancora in sospeso la preventivata perizia e la relativa valutazione, tanto più tali indispensabili operazioni attendevano quelli realizzati per ultimi.

Questo pertanto è il quadro in cui si collocano le divergenze tra i deputati della chiesa e il progettista: c’era da saldare l’ultima tranche dei lavori edilizi, e da stimare e adeguatamente compensare la qualità artistica di tutte quante le decorazioni eseguite sul campanile da maestro Nicolò comasco negli ultimi due anni.

Il podestà disponeva a questo scopo la nomina di due periti di parte, uno per il consiglio dei reggenti e uno per il capomastro: i deputati dovranno infatti scegliere «unum eorum peritum et amicum comunem, qui una cum elligendo per dictum magistrum Nicolaum habeant extimare et liquidare pretium cornisonorum veterum factorum per ipsum magistrum Nicolaum de anno preterito in ipsa turri» [un proprio perito di fiducia il quale, insieme con il perito che sarà scelto da maestro Nicolò, debba far la stima e liquidare il prezzo dei cornicioni vecchi fatti l’anno precedente dall’Alberghino sulla torre di San Rocco]. I cornisoni nuovi non sono menzionati, probabilmente perché l’esperto della perizia su di essi era già stato incaricato con l’accordo di luglio. In caso di inadempienza del consiglio dei reggenti, il podestà avrebbe provveduto alla nomina d’ufficio di un perito per conto della chiesa.

La lettera podestarile del 2 dicembre 1603 chiamava i responsabili amministrativi quinzanesi a presentarsi in udienza «tertia die post harum presentationem» [il terzo giorno dopo la presentazione della citazione giudiziaria]: calcolando che l’atto non sarebbe arrivato a Quinzano prima del giorno successivo, la convocazione poteva intendersi per il 6 o 7 dicembre.

In effetti, dopo alcuni giorni, il 10 dicembre 1603, lo stesso podestà Giovanni Cornaro emanò contro i notabili quinzanesi una intimazione di pagamento[92] (in italiano questa volta) dai termini perentori e inequivocabili. Un accenno ivi contenuto («hieri in luoro contumatia») mostra che l’udienza giudiziale avvenne il 9 dicembre, in assenza della parte convenuta: di fatto non appare comunque sanato nessuno dei punti all’ordine del giorno.

Commentiamo il documento parola per parola, in quanto rivela diversi dettagli della spinosa vertenza. Anzitutto si stigmatizza il disinteresse dei responsabili locali, «perché li sotto scritti deputati et massaro della fabrica della torre di Santo Roccho nella terra de Quinzano non si sonno curati de satisfar a maestro Nicoló di Alberghini Comasco marengone per la sua mercede del restante della fabrica per lui fatta d’essa torre»; e con ciò si conferma che la deputazione quinzanese non aveva dato cenni di adesione alle richieste della controparte.

Il prezzo spettante al capomastro è definito «de Liri ottanta quattro soldi cinque planet per saldo tra esse parti fatto», inferiore di 4 denari rispetto a quanto enunciato nella citazione del 2 dicembre, ma si tratta di una differenza irrisoria. Concordano invece i due atti podestarili nell’eccettuare da questa somma «la mercede di cornisoni d’essa torre parimente per lui fatti ancorché giá molti giorni et mesi sia sta compita». Compita, evidentemente la fabbrica della torre, molti giorni o mesi prima (forse “molti giorni o qualche mese”: comunque non prima della metà di ottobre).

Una pennellata di vita vissuta è offerta dalla motivazione con cui l’Alberghino sollecitava il suo saldo: il ritardo nei pagamenti, infatti, «è ceduto et cede à grave danno preiudicio et interesse d’esso maestro Nicoló qual intende partirse da questo paese et andar a casa sua di qua delle feste di Natale prossimo futuro»: anche allora “Natale con i tuoi...”. In ogni caso, l’inciso dimostra che l’architetto, domiciliato a Quinzano in tutti gli atti che lo riguardano, non era effettivamente residente in paese: possiamo pensare che vi si trasferisse, anche per lunghi periodi, in occasione dei lavori più impegnativi, forse ospite in casa dei diversi committenti o di qualche facoltoso protettore. La stessa lettera di intimazione si conclude con l’elezione di domicilio del nostro artista, che «si ellegge habitante a casa del Signor Giovanni Pietro Trappa». Pare comunque che di fatto egli avesse allora preso alloggio presso un’hosteria del paese.

Visto pertanto che i sindici di San Rocco non s’erano degnati né di presenziare al giudizio, né d’un cenno di risposta, il podestà di Brescia sottoscriveva senz’altro la sua sentenza, articolata secondo la duplice richiesta del maestro Nicolò: la liquidazione delle opere murarie e la perizia sugli interventi artistici. Quanto al primo aspetto, il giudice, su richiesta della parte lesa, ordina «alli detti infrascritti deputati et massari che per tutto il giorno seguente doppo la presentatione delle presenti debbano haver sotisfatto intieramente al detto maestro Nicoló per il detto suo credito»: un saldo completo entro ventiquattr’ore dalla consegna dell’ingiunzione.

Seguono dettagli sulle procedure esecutive, che non concernono specificamente il nostro tema, ma compongono un lucido scorcio dei rapporti tra società e potere nella nostra terra circa quattro secoli or sono. In caso di inadempienza all’ordine di pagamento, il podestà dispone che

altramente passato detto termino si mandaranno il Cavaglier Pretorio et doi huomini con il salario de doi scudi al cavaglier et un scudo per huomo et cadaun giorno quali habbano star sopra l’hosteria a spese di detti infrascritti deputati et massari sin che detto maestro Nicoló sarrá intieramente sotisfatto per detto suo credito et spese sin hora fatte, Intimandoli ancora de tutti le spese danni et inter essi sin hora fatti et patiti per detto maestro Nicoló et quelli che farrá et patirá et massime di stare sopra l’hosteria a spese luoro sin che sarrá sotisfatto utsupra.

Interpretando: passato senza effetto il termine di 24 ore, il podestà invierà a Quinzano un funzionario del tribunale civile cittadino (cavaglier pretorio) con due guardie di scorta, per la riscossione forzosa del credito. La parcella di due scudi al giorno per il funzionario e di uno scudo per ciascun accompagnatore, nonché le spese di vitto e alloggio (l’hosteria) saranno, evidentemente, a carico dei debitori, fino a rendiconto compiuto; a carico loro altresì le spese che si è trovato e si troverà a sostenere l’Alberghino, per non poter rientrare in patria a causa del disguido.

La seconda questione posta da maestro Nicolò riguardava, poi, la dovuta perizia sulle decorazioni applicate al campanile di San Rocco l’anno precedente. Come minacciato nella citazione giudiziaria del 2 dicembre, e ribadito nell’udienza del 9, il podestà nomina allo scopo un esperto d’ufficio, intimando ai deputati della chiesa «ancora come hieri in luoro contumatia fu per noi elletto messer Hieronimo Zabino perito in Brescia per luoro estimatore il quale insieme con maestro Stefano Comasco marengone estimatore elletto per detto maestro Nicolo habbano de stimare li detti cornisoni fatti in essa torre». Nessun cenno all’identità di maestro Stefano comasco, che doveva essere un compaesano oltre che collaboratore dell’Alberghino. Si dettano poi gli estremi del sopralluogo: il pretore vuole che i sindici della chiesa

debbano redure il terzo giorno doppo la presentatione delle presenti a hore 17 esso Zabino al loco d’essa torre per estimare li detti cornisoni overo anco un’altro luoro estimatore volendone elleger altri perché vi sarrá anco il detto estimatore del detto maestro Nicoló, altramente si starrá alla rellatione et estimo d’esser fatto per il detto maestro Stefano estimatore d’esso maestro Nicoló.

Insomma: tre giorni dopo la presentazione dell’ingiunzione, alle 11 del mattino (cui più o meno corrispondono le 17 dell’ora italica in quei tempi), il perito Zabino doveva essere accompagnato a Quinzano per vedere la torre, a spese dei debitori, i quali potevano anche nominare altri periti a discrezione; in caso contrario avrebbe avuto valore discriminante la sola perizia di parte dell’Alberghino.

Le ultime righe definiscono i termini della consegna legale dell’ordinanza («della presentatione delle presenti si darrá fede alla rellatione di cadaun nuntio con il giuramento»: nuntio è chi avrebbe consegnato l’ingiunzione ai destinatari elencati in calce), e fanno salvi i diritti dell’architetto non contemplati nell’atto medesimo.

I termini fissati dal giudice erano di ventiquattro ore dalla consegna dell’ordinanza per il saldo delle opere murarie, e tre giorni per la perizia sulle decorazioni.

Non sappiamo quando la lettera sia giunta nelle mani dei deputati di San Rocco; di certo le parti avverse, «volendo ... conservar l·amicitia concordia et buona pace», provvidero in quei giorni a raggiungere un accordo (compositione) tutto sommato soddisfacente per ognuno. È questo infatti l’oggetto del quarto documento, datato 13 dicembre 1603[93], in cui ancora una volta si trovano nuovi spunti di interesse a chiarimento di tutta la vicenda.

L’intestazione dell’atto riassume sinteticamente i momenti essenziali della differentia tra «maestro Nicolao Albergino murador» e i notabili quinzanesi; la questione, vista dalla parte dell’architetto, è detta vertere «sopra la diffinitione della sua mercede, cossi della fabrica della torre di detta chiesa, come ancho delli cornisoni di essa, delli quali pretendeva dover esser satisfatto per la sua mercede promeritata» (si noti che si parla della fabrica della torre, non del semplice completamento); si menzionano anche la citatione e l’intimatione del «Chiarissimo signor Potesta di Brescia»: tutti particolari già appresi dagli altri documenti.

Più significativa la definizione dei termini d’accordo, che sono sostanzialmente due, come appunto le legittime rivendicazioni del professionista. Anzitutto si determina «che detto maestro Nicolao sia satis fatto per le liri ottantaquatro soldi cinque planet [che] dimandava per compito pagamento della sua mercede di detta torre»: la questione più semplice risolta nel modo più semplice.

Poi c’era la questione più coriacea: quella dei cornisoni vecchi e nuovi, tutti ancora da valutare e compensare. A questo proposito «maestro Nicolao si è rimesso nella persona del sudetto messer Bernardino Zopetti et me Scipion Gandino cossi da noi pregato». La determinazione dei criteri di pagamento infine è davvero un degno coronamento non solo della vertenza in sé, per la civiltà e urbanità dimostrata dalle parti, ma anche del nostro approccio a tutta la complicata storia, perché ci aiuta a chiarire definitivamente un dubbio rimasto insoluto fin dal principio. Ecco cosa recita l’atto del 13 dicembre:

della qual remissione l’habiamo acomodata cossí contentando detto maestro Nicolao et alla sua presentia in liri cinquantacinque per quello puol dimandar per li trei cornisoni da meggio, atteso che del primo del fundamento, ciové cornisone é statto satisfatto, et de quello de cima detto maestro Nicolao giá per avanti si era giá rimesso in messer Bartolo Marino.

Il dato davvero interessante, più che l’attribuzione dell’ultima tranche delle perizie a Bartolo Marino (riferibile all’accordo del 15 luglio), o il prezzo pattuito in 55 lire bresciane per i lavori pregressi, è la suddivisione delle opere decorative del campanile in tre scaglioni distinti: il cornisone «primo del fundamento», «li trei cornisoni da meggio» e il cornisone «de cima», tutti espressamente e senza alcuna riserva attribuiti all’Alber­ghino. La sezione di fusto più in basso, alta più di un terzo dell’intero edificio ma quasi del tutto priva didecorazioni[94], era già stata pagata all’architetto in precedenza («del primo del fundamento, ciové cornisone, è statto satisfatto»); la fascia superiore corrispondente alla cella campanaria, era esplicitamente regolamentata dall’accordo del 15 luglio («de quello de cima detto maestro Nicolao giá per avanti si era giá rimesso in messer Bartolo Marino»). Restavano in sospeso «li trei cornisoni da meggio», le tre fasce centrali abbondantemente decorate da lesene, capitelli tuscanici e ionici, archetti ciechi e complessi apparati di mensole, dentelli e modanature: è per questi tre registri che il nostro maringone comasco riceverà le 55 lire pattuite.

Nella parte finale del contratto, che attribuisce all’artista una somma complessiva di 139 lire planet, con esclusione del cornisone superiore, sono significative soprattutto le modalità di pagamento: quattro dei deputati presenti versano di tasca propria 14 lire a testa al maestro Nicolò (Francesco Basello solo 10 lire e mezza), cui viene aggiunta una quota di miglio a nome dell’intera deputazione («quarti vintiotto miglio à ragione de liri otto la soma qual monta liri desdotto soldi 14 denari 8»[95]). Sembrerebbe dunque che la somma complessiva spettante all’Alberghino sia stata divisa per dieci, ossia nove componenti del consiglio più il consiglio stesso[96], e ciascuno si sia impegnato a versare la sua parte, chi seduta stante, chi entro il maggio 1604:

del restante che tutti paghino la sua summa alla ratta della soprascritta summa delli soprascritti liri cento trentanove computando dentro tutte le spese fatta [!] in detta lite per detto maestro Nicolao et in caso che non pagassero li soprascritti che detto maestro Nicolao haba regresso contra li agenti della detta chiesa facendoli comoditá a pagar intra al mese de magio prossimo venturo.

Alquanto involuto nella formulazione, ma grosso modo intuibile. Si manifesta in questa peculiare procedura di ripartizione delle spese una delle finalità che connotavano le istituzioni dell’epoca: un atteggiamento che gli storici della tarda antichità chiamerebbero di sostanziale evergetismo, ossia una beneficienza ufficiale e istituzionalizzata, o – se vogliamo – in termini più moderni, una forma di sponsorizzazione dettata da eminenti scopi morali e sociali, piuttosto che semplicemente economici e organizzativi. In altre parole, le amministrazioni delle cose pubbliche (come all’epoca erano anche le chiese e altre istituzioni che oggi considereremmo ecclesiastiche) venivano affidate a consigli di facoltosi notabili residenti nel circondario (vicinìa): ciò dava da un lato alle persone, e alle famiglie da cui provenivano, un vantaggio di evidenza e di autorevolezza sociale, dall’altro alle istituzioni offriva una serie cospicua di vantaggi economici, amministrativi e organizzativi, radicando in ogni caso il sentimento di appartenenza comune di ciò che dalla comunità veniva fruito.

Quanto alla porzione di contributo in miglio, non è da credere che si tratti di un gesto di leggerezza, o peggio ancora uno svilimento della persona dell’artista (come una specie di elemosina a chi non avesse di che mangiare): era assai frequente all’epoca per le istituzioni ecclesiastiche e laiche, quando i loro patrimoni consistevano essenzialmente in possessi terrieri e le elemosine raccolte tra la gente comune erano perlopiù in natura, avere, soprattutto in certi periodi dell’anno, la disponibilità di prodotti agricoli piuttosto che di denaro liquido; in questi casi lo scambio avveniva al prezzo di mercato (lo si vede bene nell’atto in questione), e poi il creditore provvedeva a sua discrezione a vendere il prodotto, oppure a consumarlo in tutto o in parte, o a farne a sua volta oggetto di scambio coi propri debitori.

La convenzione del 13 dicembre 1603 è seguita, nella pagina a fronte, da una ricevuta autografa dell’architetto[97]:

a dí 2 genaro 1604

Confeso io Nicoló contra scrito haver riceuto li contra scriti lire quatordeci. qua<l> mi dovea dar come apar nel presente scrito videlicet – lir<e> 14

Io Nicolao Albrighini comassco marangone ho scrito la presente per fede de la veritá[98]

E con questa dichiarazione pacificatrice, scritta in una grafia alquanto rude e sgraziata, e in un linguaggio stentato, così diverso dalla sicurezza e dall’eleganza della sua arte[99], si chiude definitivamente e amichevolmente la vertenza che aveva diviso il latomo Alberghino dai suoi committenti quinzanesi. Un dissidio che, per quanto duro, non compromise il rapporto di stima fra la classe dirigente locale e l’artista, né l’alta immagine professionale che ci si era fatti di lui, visto che dopo solo pochi mesi il Comune gli affidò il non meno impegnativo compito di edificare la nuova torre municipale, che avrebbe sostituito quella ormai fatiscente del 1464, divenendo in certo senso il nuovo simbolo della comunità che la faceva innalzare.

 

Conclusioni

Abbiamo passato in rassegna, in questo contributo, tutta la documentazione reperibile oggi sull’attività quinzanese del latomo Nicolò Alberghino da Lavena, nel primo decennio del ‘600, attorno alla realizzazione dei campanili di San Rocco e San Faustino. Abbiamo proceduto a ritroso, perché volevamo partire da quanto sull’argo­mento e sul personaggio era già in qualche modo risaputo a proposito della torre civica del Castello (edificata tra il 1604 e la tarda primavera del 1607), per spostarci gradualmente al meno noto, ossia l’attribuzione al nostro della torre finora anonima di San Rocco (la cui costruzione si colloca tra l’estate del 1600 e il dicembre 1603).

È pur vero che le testimonianze esaminate non sono state troppo prodighe di informazioni, soprattutto sui tratti biografici e professionali del marangone comasco; eppure credo che a questo punto la documentazione non lasci adito a dubbi quanto meno sul fatto che entrambe le torri, le più belle del paese, siano state realizzate per intero, dalle fondamenta alla copertura, dall’Alberghino, sotto la sua assidua e preminente direzione; senza escludere peraltro, e anzi rendendo assai plausibile l’ipo­tesi, che possano essere state anche ideate e progettate da lui.

Sotto questa luce, gli atti notarili che lo riguardano e le sue opere tuttora esistenti, conservate praticamente nella forma in cui furono da lui realizzate[100], si integrano fra loro nel tracciare un’immagine dell’uomo e dell’artista: ne viene infatti delineato un carattere forte e deciso, che sa bene quello che vuole e non si perita di adire il tribunale per ottenere quanto gli spetta di diritto; e del resto abbastanza condiscendente da chiudere i conti col passato una volta soddisfatto nelle sue esigenze primarie, e da riprendere serenamente la collaborazione con i suoi committenti, produttiva per ambe le parti. Ma ne emerge anche un artista di notevole talento, dotato di alta competenza tecnica nelle opere edilizie, e di non comune cultura artistica in quelle decorative, consapevole delle acquisizioni estetiche del suo tempo, non limitate al campo delle arti figurative, di sicuro gusto stilistico, aperto a linguaggi differenti, e abile nel mettere in opera strategie comunicative di sin­golare impatto visivo[101].

Mi sembra che, in questo senso, il tratto dominante della sua personalità artistica sia la sua capacità di armonizzare la funzionalità (e durabilità[102]) del manufatto e la sua struttura estetica, come appare nella torre di San Rocco, essenzialmente un edificio di rappresentanza e di esibizione, che tuttavia non rinuncia al suo servizio di campanile della chiesa centrale della vicinia di Mercato; e soprattutto nella torre di San Faustino, che manifesta a chiare lettere la sua funzione a guardia del Castello, senza però rinunciare a quella eleganza di rapporti e proporzioni che è richiesta dalla sua ampia visibilità nel circondario, e dal suo valore di monumento identificativo del Comune di cui è diventato certamente uno dei simboli.

Queste sono considerazioni di carattere artistico-estetico che competono allo specialista della materia più che a me; ma tuttavia sono convinto che, al di là delle considerazioni che si possono e si devono fare sui ruoli detenuti all’epoca dalle varie qualifiche professionali di marengone, latomo, fabro murario e simili, al nostro Alberghino spettino con pieno diritto il titolo di ingegnere come pure quello di architetto, nel senso più completo e moderno, e che la sua figura meriti che altri, con maggiore competenza, estenda le ricerche documentarie e artistiche, perché una simile personalità di costruttore non può non aver lasciato altre tracce concrete del suo passaggio e della sua professionalità.

Tommaso Casanova

 

Il presente saggio riprende e aggiorna quattro contributi comparsi sul periodico locale L’Araldo Nuovo di Quinzano: 1998.01, a. VI n° 49, pp. 7-8; 1998.02, a. VI n° 50, pp. 7-8; 1998.04, a. VI n° 52, pp. 7-8; 1998.05, a. VI n° 53, pp. 7-8. 

 

Documenti e bibliografia

  • Boselli, Camillo, 1977
    Regesto artistico dei notai roganti in Brescia dall’anno 1500 all’anno 1560, Supplemento ai ‘Commentari dell’Ateneo di Brescia’ per l’anno 1976, Brescia, Ateneo di Brescia, vol. I, pp. 332
  • Casanova, Tommaso, 1989
    “Una memoria inedita sull’organo della chiesa del Convento. Un capolavoro dell’organaria rinascimentale”, La Pieve, a. XVIII n° 5, maggio, pp. 14-15
  • Casanova, Tommaso, 1993
    Frammenti di una terra. Il paese di Quinzano intorno al 1540 negli appunti di Pandolfo Nassino e nella relazione di Annibale Grisonio, Quinzano-Bordolano, GAFO-Cassa Rurale ed Artigiana di Bordolano, pp. 128
  • Casanova, Tommaso, (a cura di), 1994a
    Di Agostino Pizzoni Historia di Quinzano Castello del Territorio di Brescia
    (1640). Ristampa anastatica dell’edizione originale a cura di T. C., (‘I Quaderni del Castello’, 3), Quinzano, GAFO-Quinzano, pp. xxvii, 97
  • Casanova, Tommaso, 1994b
    Ritratti di una terra. Paesaggi di Quinzano tra XV e XVIII secolo
    , (Mostra fotografica a cura di I. Gnocchi e T. C.; testi di T. C.), dattiloscritto, pp. 35 [inedito]
  • Casanova, Tommaso, 1996a
    “La biografia del notaio Scipione Gandini (1559-1638) scritta dal medico Giovanni suo nipote. Un professionista del ‘600 fra la cronaca e la storia”, L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. IV n° 28, febbraio, pp. 3-4
  • Casanova, Tommaso, 1996b
    “‘Terra & Civiltà’: una associazione di studi storici che si occupa di Quinzano, Verolanuova e Verolavecchia. Nuove prospettive per la storia locale”, L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. IV n° 35, ottobre, pp. 7-8
  • Casanova, Tommaso, 1997a
    “Don Giovanni Capello (1629-1712), arciprete di Quinzano per 54 anni, e il quadro di S. Francesco Saverio. Le grandi opere di un parroco saggio”, L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. V n° 40, marzo, pp. 9-10
  • Casanova, Tommaso, 1997b
    “Le immagini e il culto di S. Maria Maddalena e di S. Anna a Quinzano nei secoli XVI-XVII. Le sante di luglio e l’altare del Comune”, L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. V n° 44, luglio, pp. 9-10
  • Casanova, Tommaso, 1998a
    “Il campanile è simbolo di una comunità e della sua storia: a Quinzano il più antico di cui si ha notizia fu eretto nel 1464. La vecchia torre di S. Faustino”, L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. VI n° 49, gennaio, pp. 7-8
  • Casanova, Tommaso, 1998b
    “A Nicolò Alberghino da Lavena si deve, secondo Pizzoni, gran parte degli edifici quinzanesi del primo ‘600. L’architetto del campanile”, L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. VI n° 50, febbraio, pp. 7-8
  • Casanova, Tommaso, 1998c
    “Quattro documenti del 1603 fanno luce sulla realizzazione del monumento architettonico più bello di Quinzano. Nicolò Alberghino e il campanile di S. Rocco”, L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. VI n° 52, aprile, pp. 7-8
  • Casanova, Tommaso, 1998d
    “Si conclude la ricognizione degli atti che danno un nome all’autore del monumento più elegante di Quinzano. Nicolò Alberghino e il campanile di S. Rocco (2)”, L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. VI n° 53, maggio, pp. 7-8
  • Du Cange, Charles, 1883
    Glossarium Ad Scriptores Mediae et Infimae Latinitatis, ed. a cura di Léopold Fabre, Parigi, voll. 10
  • Fappani, Antonio, 1964
    Quinzano nella Storia, Quinzano, [Tipografia Mario Novarini], 1964, pp. 104
  • Fappani, Antonio - Locatelli, Angelo, 1986
    Quinzano d’Oglio: Novecento, Quinzano, Marino e Antonio Marini Editori, pp. 229
  • Fappani, Antonio, 1997
    “Quinzano” [s.v.], in Enciclopedia Bresciana, Brescia, Ed. ‘La Voce del popolo’, vol. XIV, pp. 218-242
  • Gandaglia, Pietro, [1964]
    La costruzione della torre parrocchiale di Quinzano d’Oglio, dattiloscritto di pp. 6, presso l’autore; edita in Gandaglia 2000
  • Gandaglia, Pietro, (a cura di), 1988
    “Fra i numerosi manoscritti del locale Archivio Comunale vi sono quelli delle Provvisioni del Consiglio Generale e del Consiglio Speciale” [1ª parte], La Pieve, a. XVII n° 2, febbraio, p. 22
  • Gandaglia, Pietro, (a cura di), 1989
    “Delibere del Consiglio Generale (1478-1599)” [7ª parte], La Pieve, a. XVIII n° 3, marzo, p. 19
  • Gandaglia, Pietro, 2000
    “La torre. La costruzione (1604)”, in Messali 2000, pp. 30-35
  • Gandino, Giovanni,
    Alveario cronologico, manoscritto di pp. c.a 600 (mutilo), primi decenni del sec. XVIII, proprietà di Pietro Gandaglia, Quinzano
  • Guerrini, Paolo, (a cura di), 1936
    Atti della visita pastorale del vescovo Domenico Bollani alla Diocesi di Brescia, vol. II, Brescia, [Arturo Giovannelli stamperia in Toscolano], pp. XXXI 161; rist. anast. in ‘Fonti per la storia bresciana’, vol. VII, Brescia, Moretto, s.d.; “Quinzano”, pp. 38-44; “Serie dei Parrochi - Quinzano”, pp. 138-139
  • Guerrini, Paolo, 1960
    “Le chiese di Quinzano d’Oglio. In alcune note del cronista Pandolfo Nassino”, Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, a. XXVII, pp. 3-9; rist. anast.: Brescia, Moretto, s.d.
  • Locatelli, Angelo, 1981
    “Le chiese di Quinzano”, La Pieve, a. X n° 12, [dicembre], p. 5
  • Locatelli, Angelo, 1982
    “Il campanile della parrocchiale di Quinzano”, La Pieve, a. XI n° 6, [giugno], pp. 5-6
  • Locatelli, Angelo, 1985a
    “Il campanile di S. Rocco: Opera in cerca d’Autore”, La Pieve, a. XIV n° 6, giugno, p. 15
  • Locatelli, Angelo, 1985b
    “Il campanile di S. Rocco”, La Pieve, a. XIV n° 8, ottobre, p. 18 (con rilievo di A. Barbieri)
  • Melchiori, Giovan-Battista, 1817
    Vocabolario Bresciano-Italiano compilato da Giovan Battista Melchiori, tomo I e II [A-L; M-Z], Brescia, [Franzoni e Socio], pp. 725; rist. anast.: Brescia, Giornale di Brescia, 2007
  • Melchiori, Giovan-Battista, 1820
    Appendice e rettificazioni al Dizionario Bresciano-Italiano, Brescia, Foresti e Cristiani, pp. 58; rist. anast.: Brescia, Giornale di Brescia, 2007
  • [Messali, Bruno, (a cura di)], 1998
    La chiesa di S. Giuseppe a Quinzano d’Oglio, Supplemento a La Pieve, a. XXVII n. 5, maggio, Quinzano, Parrocchia dei S. Faustino e Giovita, pp. 30
  • Messali, Bruno, (a cura di), 2000
    La chiesa parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita. Quinzano d’Oglio, s.l., s.e., [CGS - Bagnolo Mella], pp. 126
  • Nassino, Pandolfo,
    Registro di molte cose seguite Scritte da D(omin)o. Pandolfo Nassino nob(ile). di Bressa, Brescia, Biblioteca Civica Queriniana, manoscritto C.I.15, pp. 725 (cfr. Guerrini 1960; Casanova 1993)
  • Nember, Giuseppe - Guerrini, Paolo, 1934
    “Giuseppe Nember. Uomini illustri di Quinzano d’Oglio”, Note bio-bibliografiche con aggiunte a cura di Mons. P. G., Memorie Storiche della diocesi di Brescia, a. V, pp. 67-140; rist. anast.: Brescia, Moretto, s.d.
  • Peroni, Adriano, 1963
    “L’architettura e la scultura nei secoli XV e XVI”, in Storia di Brescia, vol. II parte VI, Brescia, Morcelliana - Banca San Paolo, pp. 619-887
  • Pasero, Carlo, 1963
    “Il dominio veneto fino all’incendio della Loggia (1426-1575)”, in Storia di Brescia, vol. II, Brescia, Morcelliana, pp. 3-396
  • Pizzoni, Agostino, [1640]
    Historia di Quinzano Castello Del Territorio di Brescia. Di Agostino Pizzoni, in Brescia, per Antonio Rizzardi, [16 luglio 1640], pp. 39, [4]; rist. anast. in Casanova 1994a
  • Sala, Mariella, 1984
    Catalogo del fondo musicale dell’Archivio Capitolare del Duomo di Brescia, (‘Cataloghi di fondi musicali italiani’, 3), Brescia, Centro di studi musicali “Luca Marenzio” - Torino EDT, pp. XXIX, 288
  • Turchini, Angelo - Donni, Giovanni - Archetti, Gabriele, (a cura di ), 2004
    Visita apostolica e decreti di Carlo Borromeo alla diocesi di Brescia, vol. III Franciacorta, Sebino e Bassa Occidentale, in Brixia Sacra. Memorie storiche della diocesi di Brescia, ser. III, a. IX n. 2, settembre, pp. 582

Note

[1] Cfr. Locatelli 1981, p. 5.

[2] Oggi purtroppo non lo si vede più, completamente occultato dagli alti capannoni della zona artigianale e industriale.

[3] Cfr. Pizzoni 1640, p. 31.

[4] Cfr. Messali 1998, p. 4.

[5] «MDCCXII | DIE · I · IVN(ii) · | IACOBI AN(tonii) | PIOZZI P(rioRIS V(oto) · D(icatum

[6] Sono stati anni fa oggetto di una mostra fotografica del GAFO-Quinzano: Ritratti di una terra. Paesaggi di Quinzano tra XV e XVIII secolo (cfr. Casanova 1994b).

[7] Il dipinto è stato pubblicato più volte (sia in b/n che a colori): cfr. ad es. Messali 1998, p. 27.

[8] Cfr. nota 3.

[9] Cfr. nota 5. In realtà non sappiamo se prima di quella data esistesse un altro campanile, proprio come non sappiamo bene se nel 1712 esso sia stato eretto dal nulla, oppure magari soltanto restaurato.

[10] Cfr. Casanova 1997a, pp. 9-10.

[11] Cfr. Messali 2000, pp. 17, 21.

[12] Cfr. nota 1. In realtà, non sappiamo a quale operazione militare particolare alluda l’ex voto, che – come si è visto – dovrebbe essere stato dipinto tra il 1712 e il 1716. Non è escluso, comunque, che la veduta di Quinzano in esso contenuta possa essere stata realizzata a distanza di qualche tempo dai fatti cui doveva riferirsi.

[13] Anche questo dipinto è stato più volte pubblicato (cfr. ad es. Casanova 1994a, p. [103] e dettaglio in copertina; Messali 2000, pp. 56-57).

[14] Cfr. Casanova 1997b, pp. 9-10, anche per le informazioni seguenti e la relativa bibliografia.

[15] «VOTVM CO(mun)ITATIS | QVINTIANI | CAVSA PESTIS | ANNO 1630 DIE 24 | LVLY. | GRATIA OBTENTA | EST». La data del 24 luglio 1630 rappresenta il giorno in cui fu deliberata dall’amministra­zione civica l’erezione dell’altare, non quello in cui cessò la pestilenza.

[16] Cfr. Casanova 1997a. Planimetrie storiche in Messali 2000, pp. 17, 21.

[17] Cfr. Casanova 1996b. pp. 7-8.

[18] I tondi sono stati tutti e quattro pubblicati per la prima volta in Casanova 1993, pp. 35 (figg. 1-2) e 39 (figg. 3-4).

[19] Cfr. Num. 21, 4-9. Pare che, in occasione dell’asportazione dalla sua sede originaria, il dipinto sia stato abbondantemente rimaneggiato nella parte destra, quasi del tutto illeggibile al momento della scoperta.

[20] Cfr. I Reg. 16, 11-13 (Vulg.)

[21] Cfr. III Reg. 17, 8-16 (Vulg.)

[22] I quattro tondi a fresco, molto consunti e con ampie alterazioni cromatiche e cadute di intonaco, furono subito strappati dalla parete che li ospitava. Oggi i primi tre sono conservati in una collezione privata, mentre del quarto, di cui fu fatta all’epoca una copia non fedelissima pure in affresco, l’originale è irreperibile, e ne sopravvive soltanto una sfocata polaroid scattata dal vivo all’atto della scoperta.

[23] Nel primo non compaiono edifici; la torre che figura nel secondo, di struttura angolata, non sembra rimandare ad architetture realistiche: si tratta dunque di un paesaggio di fantasia.

[24] È curioso rilevare che l’immagine del Castello è stata probabilmente riprodotta sulla parete proprio come doveva apparire al pittore che ne ossevava il fronte settentrionale dalla finestra della sala in cui stava realizzando le decorazioni. Leggermente normalizzata e stilizzata, questa raffigurazione del Castello è stata adottata come logotipo dal Gruppo Archeologico Fiume Oglio - Quinzano.

[25] Questo dei quattro è il medaglione più pubblicato, ma incredibilmente quasi sempre a rovescio, con la destra a sinistra (cfr. ad es. Messali 2000, p. 22).

[26] Pizzoni 1640, pp. 9'-10'.

[27] Non sembra esserci altra traccia di questa costruzione nelle testimonianze documentarie.

[28] ‘Campanavecchia’ è tuttora il nome della via alberata sul lato sud-orientale esterno della antica fossa, adiacente alla zona del Torricello.

[29] Più ardua da collocare è invece quella torre della Posterla, di cui Pizzoni dice che «si sono veduti grossi fondamenti» verso tramontata, ossia a tramontana, a nord; in un altro passo (p. 15) la colloca «appresso la casa della Comunità» e la dice abbattuta dal Duca di Calabria durante l’occupazione del 1483 (cfr. nota 39), ma questo non aiuta l’identificazione.

[30] Quinzano, comune di antica origine, che contava nel 1540 circa 4000 abitanti, era capoluogo di quadra, e costituiva da principio la sede di un vicariato minore, ma prima della metà del secolo XVI lo si trova elevato al rango di vicariato maggiore: vicario era dunque il funzionario che vi risiedeva per conto del governo. Cfr. Casanova 1993, p. 19; 1998a.

[31] Cfr. Casanova 1993, pp. 17-21. Di Pandolfo Nassino (1486-ca.1544) esponente della modesta nobiltà bresciana a cavallo fra XV e XVI secolo, non si conosce molto, se non la formazione classica e l’interesse acceso per l’arte militare; ma ciò che di lui ha lasciato il segno più vistoso fu la sua passione nel redigere, con minuta e attenta curiosità, le sue impressioni sui personaggi e sui fatti del suo tempo, talora con una vena di mal celato pregiudizio, quando non con autentico gusto del pettegolezzo mondano. Ne costruì giorno per giorno una raccolta di notevoli dimensioni, montata come un collage di piccoli e grandi frammenti, che delineano la vita di una società vivace ed estroversa, ma insieme cinica e violenta, soprattutto nell’immagine che di essa coglieva lo spirito smaliziato dell’osservatore dalla sua posizione di relativa sicurezza e prestigio. Dopo essere stato segretario di Camillo Martinengo da Barco fino al 1524, compì una discreta carriera di pubblico funzionario, esercitando il vicariato a Ghedi (1526), Gavardo (1527-1528), Montichiari e Villachiara (1530), Gottolengo (1533-1534), e infine a Quinzano, esperienze tutte che lasciarono tracce consistenti nel corposo volume delle sue cronache.

[32] Nassino, Registro, p. 678 (cfr. Guerrini 1960, p. 6; Casanova 1993, p. 48).

[33] Cfr. Casanova 1993, pp. 106-109.

[34] Nassino, Registro, p. 678 (cfr. Guerrini 1960, p. 5; Casanova 1993, p. 48).

[35] L’ultima frase, a partire dal trattino, è aggiunta nel margine.

[36] Il Duca di Calabria è Alfonso II d’Aragona (1448-1495), che fu re di Napoli nell’ultimo anno della sua vita. L’episodio cui allude Nassino appartiene alla campagna finale della cosiddetta guerra di Ferrara (1482-1484) alla quale Alfonso partecipò schierato con il duca di Ferrara, Firenze e Ludovico il Moro di Milano contro Venezia e il papa. Fu appunto nell’estate del 1483 che il Duca di Calabria conquistò per gli sforzeschi le campagne della Bassa bresciana. La guerra si concluse nell’agosto del 1484 con la pace di Bagnolo (cfr. ad es. Pasero 1963, pp. 182-ss).

[37] Un successivo appunto di Nassino (Registro, p. 678) dichiara che Quinzano si era arreso l’11 agosto, dunque l’Aragona occupò il paese fino al 4 ottobre.

[38] Marengoni erano di per sé tanto i muratori quanto in genere carpentieri e falegnami, i quali costituivano a Brescia un unico paratico, ossia una associazione professionale, fino al 1574, allorché si divisero per categorie (cfr. Pasero 1963, p. 338 nota 2). Qui probabilmente il cronista intende capimastri, piuttosto che ingegneri o architetti; in ogni caso, i responsabili dei cantieri edilizi.

[39] Pizzoni 1640, pp. 14-15.

[40] A questa iniziativa bellica sembra alluda Pizzoni 1640, p. 15, menzionando la distruzione della torre Posterla (cfr. nota prec.).

[41] Riguardo alla commenda di fatto dei Duranti sul beneficio di San Faustino, cfr. nota 33; qui basti rilevare come la chiesa omonima appaia di pertinenza del Comune e del rispettivo rettore, non della parrocchia, che non vi aveva all’epoca alcuna veste giuridica, tranne il permesso di celebrarvi i riti.

[42] È curioso notare che, sulla scarpa di base della torre odierna (che – come vedremo – certamente non è quella di cui si è detto finora), è presente una porta esterna in posizione sopraelevata di qualche metro dal livello del suolo: un espediente consueto in passato per rendere meno accessibile un edificio ai malintenzionati, e più difendibile da parte di quanti vi si ritiravano dentro, ritraendo la scala a pioli con la quale vi erano saliti.

[43] Il Folchina era un capomastro specializzato nel restauro di vecchi edifici chiesastici: di lui rimane, infatti, anche un contratto del 26 aprile 1543 con il comune di Bione per riparazioni alla pieve di quel paese (cfr. Boselli 1977, I p. 46).

[44]  Agostino Pizzoni (1582-1646), sacerdote secolare quinzanese di famiglia oriunda di Verola Alghisi (Verolanuova), uomo di discreta se pur non eccelsa cultura, esercitò per qualche tempo la sua attività religiosa a Quinzano; poi il 24 luglio 1634 divenne cappellano curato di Santa Maria di Passione nella parrocchia di San Lorenzo in Brescia, dove trascorse il resto della sua vita. Secondo il cronista Giovanni Gandino (che del Pizzoni era pronipote per parte materna) fu padrino ed educatore di Pietro Pelli, maestro di cappella del duomo di Brescia nel 1658 (cfr. Sala 1984, p. XIII), che aveva accolto in casa propria quando la peste l’aveva privato di entrambi i genitori. Fratello minore di Giovanni Maria Pizzoni (ca. 1567-1637), mansionario a Coccaglio, eminente letterato e musico, Agostino, appassionato della storia del suo paese natale, raccolse fin da giovane notizie e memorie, e ne trasse poi un opuscolo d’una quarantina di pagine, dal titolo Historia di Quinzano Castello del Territorio di Brescia, che pubblicò con una lettera dedicatoria al Comune del 16 luglio 1640. Il suo testo per la parte antica e medievale è approssimativo, fantasioso e totalmente acritico, nell’ordine degli sproloqui pseudo-storici e celebrativi dell’epoca; man mano che si avvicina ai tempi suoi, tende a procedere con ritmo annalistico e si fa più attento alle testimonianze documentarie, come rivelano i frequenti rimandi ai libri publici o agli attori dei documenti che va compulsando. Il libretto nell’insieme contiene tuttavia un numero davvero cospicuo di refusi anche marchiani, che insieme alla modestia dell'impaginazione, rivelano il carattere di un prodotto – per così dire – piuttosto economico. Sul Pizzoni cfr. Gandino, Alveario, pp. 274-275; Nember-Guerrini 1934, pp. 113-114, n. 36 (dove è chiamato “Piccioni”); Casanova 1994a, pp. XI-XVII. La citazione che segue nel testo è a p. 34.

[45] In realtà – come vedremo – al 1604 risale la delibera della costruzione, mentre la torre fu realizzata nei tre anni seguenti.

[46] Cfr. Turchini-Donni-Archetti 2004, pp. 471 e 474. Gli atti ufficiali di questa visita apostolica a Quinzano appaiono piuttosto approssimativi e pasticciati, specialmente riguardo ad alcune istituzioni locali che vengono confuse e scambiate una con l’altra; ma le parti che riguardano l’edificio di San Faustino sono abbastanza coerenti. Nelle altre visite pastorali del secolo XVI (ad es. del Grisonio 1540, o del Bollani 1565) non vi è cenno alle condizioni del campanile di San Faustino. Ma una conferma indiretta del cattivo stato in cui versava la torre al principio del secolo XVII l’abbiamo da una transazione, in data 9 giugno 1603, tra il Comune locale e il Seminario di Brescia, in cui il vicario vescovile, fra le altre cose, enfaticamente apostrofava i pubblici amministratori esclamando: «et certe quam indecorum et indignum est, ut Sacristia Seminarij sit in fundo turris, ubi sacra supellex et putet et marcescit?» [“e quant’è indegno e indecente che la sacrestia del Seminario si trovi in fondo alla torre, dove la sacra suppellettile puzza e marcisce!”] (Stralci di atti sulle pertinenze del Seminario di Brescia in Quinzano, foglio senza segnatura, inizio sec. XVII, già archivio eredi Nember, ora presso un privato).

[47] Questi atti sono stati compulsati più di trent’anni fa (1964) da Pietro Gandaglia (le stesse notizie sono riassunte in Locatelli 1982, pp. 5-6, senza però nessun rimando ai documenti né alla bibliografia). Gandaglia menziona in particolare due registri contabili del Comune, rispettivamente “1604. Libro de la spesa de la torre e chiesa del comune di Quinzano” [d’ora in poi Spesa de la torre] e “1607. Libro della spesa della torre”, da cui trae parecchie notizie circa le delibere della commissione municipale preposta ai lavori, le spese effettuate, le difficoltà incontrate, le donazioni in denaro e le taglie, ossia i tributi straordinari imposti dalla municipalità ai possidenti del paese per far fronte alle enormi spese per la costruzione della torre e l’ampliamento del presbiterio di San Faustino. (Gandaglia 2000, in Messali, pp. 30-35, riproduce con pochissime aggiunte il dattiloscritto del 1964).

[48] Gandaglia 2000, p. 30, senza indicazione di data (Spesa de la torre, p. 1). È forse questa nota, insieme col frontespizio del quaderno, la fonte da cui Pizzoni (1640, p. 34) ha tratto la data e il nome.

[49] Gandaglia 2000, p. 30, s.d. (Spesa de la torre, p. 3).

[50] E con lui Locatelli 1982.

[51] Gandaglia 2000, pp. 30-31 (Spesa de la torre, p. 12). La commissione era composta da 13 membri più il cancelliere comunale Scipione Gandino, di cui diremo più avanti (cfr. nota 58).

[52] Delibera 17 febbraio 1606, cfr. Gandaglia 2000, p. 31 (Spesa de la torre, p. 18).

[53] Delibera 27 aprile 1606, cfr. Gandaglia 2000, p. 31 (Spesa de la torre, p. 22).

[54] Delibera 16 luglio 1606, cfr. Gandaglia 2000, p. 32 (Spesa de la torre, p. 23).

[55] Cfr. Gandaglia 2000, p. 32 (Spesa de la torre, p. 24).

[56] Cfr. Gandaglia 2000, p. 32 (Spesa de la torre, p. 24).

[57] Cfr. docc. 5 e 6.

[58] Scipione Gandino (1559-1638) è una delle fonti più preziose per la storia sociale e artistica di Quinzano nei primi decenni del secolo XVII. Uomo della piccola nobiltà locale, colto e religiosissimo, legista esperto in diritto municipale, esercitò la professione notarile in patria e in vari luoghi del distretto; fu a lungo cancelliere ordinario del Comune, nonché di varie scuole, confraternite e reggenze del paese. Ebbe l’onore di tenere il discorso di benvenuto all’arcivescovo Carlo Borromeo in occasione della sua visita apostolica il 29 giugno 1580 e di fornire gli arredi per la camera dove il presule era alloggiato: in famiglia si conservava ancora con devozione, dopo più di cent’anni, lo stramazzo su cui il santo aveva riposato. Compilò anche una specie di cronaca locale, che è andata perduta, ma che fu fonte privilegiata per il nipote Giovanni, dal quale appunto conosciamo svariate informazioni sulla sua vicenda biografica (Gandino, Alveario, pp. 433-436; cfr. Casanova 1996a, pp. 3-4). Riguardo alla sua lunga attività professionale, oltre alla documentazione esistente nell’archivio comunale di Quinzano, ancora tutta da indagare, presso l’Archivio di Stato di Brescia (Bs-ASt), fondo Notarile Brescia (Not. Bs.), in sei filze (4637-4642) sono conservate le carte relative a tutta la sua carriera, svoltasi fra il 1583 e il 1638. Nell’ambito della vicenda della torre di San Faustino ebbe un ruolo di rilievo, come scrive il nipote: «hebbe la gracia ... di vedere stabilite questa Chiesa Parochiale e la torre della medesima Chiesa, riferendo ne suoi manuscriti la memoria, e d’esserne statto eletto Deputato, e d’havere nelli fondamenti d’essa torre con le proprie mani piantate trei Croci d’oliva benedetta» (Gandino, Alveario, p. 435): dal che si ha conferma che l’edificio fu realizzato dalle fondamenta.

[59] Cfr. la firma in calce al doc. 4; oppure Gandaglia 2000, p. 30, che riporta la sottoscrizione autografa di “Nicolo di Albrighini” (Spesa de la torre, p. 89).

[60] Quanto alla -h-, talvolta presente (Alberghino) talaltra no (Albergino), basti osservare che fin oltre la metà del ‘600, almeno nei documenti bresciani, il suo uso per segnalare il suono velare della -g- davanti alla -i- (-ghi-) è raro e discontinuo, senza però che l’assenza indichi per forza una pronuncia palatale (-gi-). In altre parole: che fosse scritto con o senza -h-, il cognome del nostro veniva certamente pronunciato sempre allo stesso modo, ossia Alberghino.

[61] Nelle altre carte sopravvissute il maestro è definito di volta in volta maringone, fabro murario, murador; lui stesso si sottoscrive marangone.

[62] Cfr. appendice, doc. 4: «Io nicolao albrighini comassco marangone».

[63] Cfr. append., doc. 3.

[64] Bs-ASt: Not. Bs., 4642, 1 settembre 1591. Si tratta di un minuzioso inventario, stilato dal solito notaio Scipione Gandino, concernente l’eredità di certo ser Domenico Rossi detto il Bolani, incamerata dalla chiesa di San Rocco.

[65] La Savarona è una grossa roggia, che scorre diagonalmente, in direzione nordovest-sudest, attraverso tutto l’abitato di Quinzano, separando il Castello e il borgo di Borgo meridionali dal settentrionale borgo di Mercato, uniti un tempo soltanto dal ponte detto di Passaguado; è divisa (circa dal 1485 secondo Pizzoni 1640, p. 16, ma probabilmente da almeno un secolo prima) in due rami paralleli: la Savarona Vecchia (naturale e più profonda a nord-est) e la Nuova (artificiale e più alta a sud-ovest, che serviva i mulini e le ruote idrauliche del Comune), che si separano nel Chiavicone a monte del paese, e si riuniscono a valle nella Vincellata.

[66] “In merito alla questione per cui i signori rappresentanti municipali pretendevano che l’illustre signor Conforto avesse fatto costruire il muro esistente verso est, presso il fiume della Savarona Nuova di diritto del Comune, in direzione dei mulini comunali, e che tale muro fosse stato costruito su un terreno di proprietà del Comune stesso”. Cfr. append., doc. 7. Da documenti della metà del sec. XVII (ad es. Bs-ASt, Not. Bs. 5927, 1657 nov 02) risulterebbe che la casa dei fratelli Conforti era sita tra le due Savarone.

[67] La “cese presizza” era verosimilmente una sorta di siepe, costituita da una bassa sterpaglia di rovi e cespugli, e destinata a impedire l’accesso di persone e animali in un’area campestre (cfr. Du Cange 1883, II, p. 278, s.v. “Cesa”). Il participio prezizzo (dal latino praecisum, tagliato) si ritrova anche nei coevi inediti Statuti del Comune di Quinzano (ad es., a c. 20v, si commina una multa di «soldi diece per ogni manigolo prezizzo» a danno di chi «talgiará suso manigoli dalle viti verdi, che sustengeno dette viti»).

[68] Pizzoni usa di frequente l’espressione “in questi tempi” (e simili) quando non ha notizie precise sulle date; essendo poi che la sua narrazione procede annalisticamente, si può ritenere che le informazioni senza data siano da lui inserite nel lasso di tempo compreso fra l’anno esplicito che precede e quello che segue. Nel caso presente, l’espressione potrebbe indicare semplicemente gli anni intorno al 1604 (come in effetti risulta dalle pur scarse testimonianze che in questo saggio si stanno analizzando).

[69] Cfr. append., doc. 5.

[70] Cfr. append., doc. 6.

[71] Giovan Piero qm Piero Vitale (o Vidali) è probabilmente lo stesso personaggio che nel 1585, in veste autorevole, aveva partecipato alla commissione di importanti opere nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Convento di Quinzano, tra le quali l’organo della bottega bresciana di Graziadio Antegnati (cfr. Casanova 1989, pp. 14-15).

[72] Ricordiamo che la torre di San Faustino, dall’epoca della sua edificazione, non subì praticamente alcuna modifica architettonica sostanziale, tranne il rifacimento della cuspide (forse più volte, ma sempre nel rispetto di forme e dimensioni originarie), e a fine ‘800 l’innalzamento d’un paio di metri del tiburio ottagonale che la sorregge (cfr. Messali 2000, pp. 35-36): una lieve differenza estetica, che si riesce a rilevare dal confronto con le raffigurazioni dei secoli XVII-XVIII di cui s’è detto all’inizio.

[73] Cfr. Gandaglia 2000, p. 32 (Spesa de la torre, p. 28).

[74] L’ipotesi potrebbe essere suffragata dall’immagine del Castello riprodotta nel tondo Cavalli, dove il fusto cilindrico del vecchio campanile emerge per un buon tratto dalla cortina delle mura anche nella sua parte inferiore, segno che non era occultato da altre costruzioni, come invece il campanile attuale, e si affacciava direttamente sugli spalti (le sue fondamenta, in questo caso, dovrebbero trovarsi al di sotto dell’attuale sacrestia, edificata nel 1682, cfr. Casanova 1997a).

[75] Cfr. Gandaglia 2000, p. 34 (Spesa de la torre, p. 29).

[76] Fra Giacinto, al secolo Domenico, Bondioli (1572-ca.1637), compositore di polifonia e di musica strumentale sacra, allievo di Giovanni Maria Pizzoni (cfr. nota 44), risiedette appunto per circa trent’anni in Venezia come priore e confessore patriarcale; in età matura apprese anche a sonare l’organo, e fu organista sia in Venezia, sia in San Domenico a Brescia (cfr. Gandino, Alveario, p. 122; Nember-Guerrini 1934, pp. 110-111, che ne dà gli estremi al 1569-1636). Gandino sostiene che «compose in musica piú di trenta opere da cantarsi e sonarsi ne’ tempij con ogni sorte d’Instromenti, dedicate alla Patria»; Nember gliene attribuisce tre, che P. Guerrini integra con altre 6. Era zio materno di uno dei più rinomati musici dell’epoca, Biagio Marini, del quale fu per qualche tempo tutore e maestro, e in una delle cui edizioni a stampa compare una sua canzone: La Hiacintina.

[77] Peroni 1963, pp. 882-883 (anche per le citazioni seguenti); ripreso a sua volta di peso da tutti gli interventi successivi sull’argomento.

[78] In precedenza la chiesa di San Rocco possedeva già un campanile, edificato intorno alla metà del ‘500, che si trova menzionato nelle fonti: in una delibera del 19 dicembre 1549, ad es., il Comune offriva un contributo di materiali edilizi per completare la torre di San Rocco (cfr. Gandaglia 1989, p. 19).

[79] Non era raro, all’epoca, attribuire alle opere pubbliche di vario genere la data della delibera in cui l’organismo preposto ne aveva decretato la realizzazione, piuttosto che quella della consegna dell’opera finita: ne è un esempio la pala di Sant’Anna (cfr. nota 15).

[80] Al 30 giugno 1600 risale una delibera municipale in cui, su richiesta dei reggenti della chiesa, si ordina l’abbattimen­to della vecchia torre che minacciava rovina; il 20 dicembre 1600, e poi di nuovo il 28 febbraio 1603, il consiglio civico stanziava dei contributi (rispettivamente di 200 e 300 lire) per la fabbrica della nuova torre di San Rocco, stante l’indigenza della chiesa stessa (cfr. Gandaglia 1988, p. 22).

[81] Pizzoni 1640, p. 34.

[82] Va aggiunto, per amore di precisione, che il primo dei ripiani decorati è privo delle arcature cieche e della lesena centrale sulla faccia meridionale: probabilmente ospitava un orologio solare, di cui oggi però si è persa la traccia (cfr. Locatelli 1985b, “p. 18).

[83] Bs-ASt: Not. Bs., 4640; cfr. docc. 1-4.

[84] Cfr. nota 58.

[85] Cfr. append., doc. 1.

[86] È da respingere l’ipotesi di Locatelli 1985b, che parla di una proprietà parrocchiale per la chiesa di San Rocco e comunale per il suo campanile: l’una e l’altro, come mostrano ampiamente tutte le documentazioni coeve, erano pertinenze della comunità tramite la vicinia del borgo di Mercato (una specie di comitato di zona), ed erano gestite da una commissione di notabili laici del quartiere, definiti negli atti i Reggenti della chiesa di Santo Rocco, che si occupavano dell’amministrazione economica e della gestione ordinaria e straordinaria degli edifici, come pure dell’assunzione e retribuzione dei sacerdoti che officiavano nel tempio. Il Comune presumibilmente si limitava a subentrare nei negozi di maggiore consistenza, che comportavano le spese più onerose.

[87] Cfr. ad es. Melchiori 1820, p. 33, che alla voce “Silter” dà i significati di “Volta, Soffitta”.

[88] È certo che negli atti in esame con il termine cornisoni si intendono non soltanto i cornicioni costituiti dalle modanature aggettanti, quanto tutto l’apparato decorativo di ogni registro, dalla base d’appoggio di un livello sino alla base di quello superiore, compresi arhcetti ciechi, lesene, capitelli, trabeazioni, dentellature e modanature delle cornici.

[89] Gandaglia 2000, p. 31, propone una comparazione interessante tra il prezzo dei mattoni e la paga giornaliera di un operaio, che a suo dire “equivaleva al costo di quaranta mattoni circa”: una considerazione che andrebbe vagliata però su un numero più consistente di attestazioni, nonché sulla differente qualità dei materiali edilizi e sulle qualifiche dei lavoranti.

[90] Pizzoni 1640, p. 34.

[91] Cfr. append., doc. 2.

[92] Cfr. append., doc. 3.

[93] Cfr. append., doc. 4.

[94] Semplicemente un cordolo in botticino tra la scarpa di base e il fusto liscio, e una cornice in laterizio a due fasce di modanature per separare il fusto dal primo ordine decorato.

[95] 28 quarti sono più o meno 340 litri e mezzo.

[96] Dei quattro atti risalenti al 1603 (cfr. docc. 1-4), solo questo del 13 dicembre registra la presenza di tutti i nove reggenti della chiesa, che dovevano impegnarsi a pagare ciscuno la sua quota (il 15 luglio ne mancano due, mentre nelle citazioni giudiziarie del 2 e del 10 dicembre ne manca uno).

[97] Analoga ricevuta autografa è contenuta nel libro cassa relativo alla torre di San Faustino (Spesa de la torre, p. 89; cfr. Gandaglia 2000, p. 32, che però non ne indica la data).

[98] Strano che ci sia solo una ricevuta di 14 lire, quando erano dieci le quote (ratte, rate) equivalenti che spettavano al costruttore secondo l’accordo. Considerato che il documento medesimo poteva valere come ricevuta delle 85 lire e rotti consegnate al creditore in sede di sottoscrizione, e che la data della ricevuta è di venti giorni successiva, si può pensare che sia inerente a una delle quattro quote che ancora gli spettavano, versata in sua mano dopo il suo ritorno dalle vacanze natalizie trascorse al suo paese. Perché proprio questa e solo questa ricevuta sia stata vergata sulla minuta del notaio, non saprei spiegarlo.

[99] Gandaglia 2000, p. 30, desume che “non era un architetto e nemmeno un perito ma semplicemente un muratore e ciò lo dice la sua incolta calligrafia”, ma l’argomento ha assai scarso valore, come del resto anche oggi, e tanto più allora.

[100] Abbiamo visto che l’unico intervento di rilievo, nel corso del tempo, è stato l’innalzamento di due metri del tiburio ottagonale sulla torre di San Faustino nel 1898.

[101] Rilevante a questo proposito è, ad es., la geniale gestione che egli fa dell’alternanza del modulo ribassato e doppio nella base del campanile di San Rocco, per conferire al manufatto un senso dinamico interno di notevole efficacia; o anche, nello stesso edificio, il minuzioso e consapevole impiego delle tecniche di iterazione e variazione, di impronta schiettamente ritmica e musicale.

[102] Non si dimentichi che la vecchia torre di San Faustino (costruita nel 1464 e demolita nel 1607 perché ormai pericolante) era durata meno di 150 anni; mentre il precedente campanile di San Rocco (realizzato a metà del ‘500) non era rimasto in piedi che per mezzo secolo. Del resto, fra le altre torri di Quinzano, la torre antica di San Giuseppe ebbe vita per circa 250 anni (tra il 1576 e il 1830); mentre la torre della Pieve, dal 1716, ne conta oggi quasi 300. Solo le due torri dell’Alberghino hanno compiuto e superato i 400 anni, praticamente senza alcun serio problema (a parte la cuspide in piombo di San Faustino che, come detto, fu rifatta nelle stesse forme originali almeno un paio di volte, nel 1786 a seguito di un incendio, e poi di nuovo nel 1898, cfr. Fappani 1997, XIV p. 233b).

© 2009 - 2019, GAFO-Quinzano.it