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Le Dimesse Oblate del
Santissimo Sacramento di Quinzano (già
denominate Vergini della Madonna in Castello),
sono una congregazione religiosa femminile
semi-claustrale, fondata il 25 novembre 1611 e
soppressa il 12 settembre 1811, dedita
specificamente alla educazione civile e
religiosa delle ragazze del paese e dei
dintorni.
L’origine del collegio
Entrambi i
principali cronisti quinzanesi, Giovanni Gandino
nell’Alveario cronologico (inizio sec.
xviii)
e Giuseppe Nember nelle sue Memorie sulle
chiese del luogo (inizio sec.
xix),
concordano nell’affermare che tra la fine del
‘500 e i primi anni del ‘600, dopo qualche tempo
di esperienza non istituzionalizzata, sei donne
devote di Quinzano, nubili e vedove, si unirono
spontaneamente a vita comune in un edificio
accanto alla antica pieve romanica, l’ultimo di
via Verolavecchia, ai margini settentrionali
dell’abitato. In principio la loro convivenza
era informale, priva di una regola approvata
canonicamente dall’autorità ecclesiastica e del
consenso di quella pubblica.
Dalla lettura del
Nember emerge che, viste le potenzialmente
positive ricadute sociali della presenza in
paese di una congregazione di dimesse, dedite
sia al perfezionamento spirituale personale che
alla collaborazione educativa e pastorale
nell’ambiente locale, la spinta determinante a
istituzionalizzare il gruppo venne dal Comune.
In un’assemblea pubblica, alla presenza
dell’arciprete don Vincenzo Manzino, il 15
novembre 1611 il consiglio civico decise di
appoggiare la costituzione della nuova comunità
femminile, e i responsabili municipali si
impegnarono a inoltrare la proposta alle
autorità superiori, per ottenere
l’autorizzazione ufficiale a erigere un
collegio, ossia una comunità di donne che
conducevano una vita non totalmente claustrale,
emettevano solo il voto di castità e si
impegnavano a vivere insieme in povertà e
obbedienza, ma senza vincolo di peccato mortale.
Appartenevano dunque alla categoria di religiose
che non erano né monache (come le benedettine)
né suore (come le francescane o le domenicane),
e che dalla modestia dell’abito e
dell’atteggiamento prendevano il nome generico
di dimesse.
A quel punto si
doveva provvedere anche una sede adeguata per il
nuovo istituto: l’amministrazione locale e
l’arciprete si accordarono per mettere a
disposizione delle sorelle una vecchia casa di
proprietà parrocchiale e alcune ortaglie
circostanti di pertinenza del Comune, in
contrada della Rosa o degli Origéni (oggi via
Gian Paolo Rubino), nella zona meridionale del
Castello, lungo il terraglio della fossa sud. La
casa originaria, che era stata abitata tra
xv
e xvi
secolo dalla famiglia del celebre umanista Gian
Francesco Conti detto Quinziano Stoa, e in
sèguito per qualche tempo era stata anche sede
degli arcipreti, occupava all’incirca il corpo
orientale dell’attuale edificio delle scuole
medie.
In quei locali
del centro storico, dunque, si insediarono le
prime sei dimesse, accompagnate con una solenne
processione dall’arciprete, dai rappresentanti
del clero e del Comune e dalla popolazione
festante, nella ricorrenza della santa martire
Caterina d’Alessandria, patrona delle giovani e
delle vergini consacrate, il 25 novembre
dell’anno 1611. Le fondatrici erano guidate da
Laura Pagana, e rispondevano ai nomi di Maria
Pagana, Maddalena Farina, Maria Cavalli, Lucia
Stabile, e Giulia Basella, tutte di Quinzano
tranne le sorelle Pagane originarie di Gabiano
(Borgo S. Giacomo).
Dopo l’ingresso
nella nuova casa, la stima e la simpatia della
gente quinzanese verso quelle pie donne si
accrebbe, come pure le donazioni in beni e in
denaro dalle più varie provenienze. Dal 1612
ebbe inizio la ristrutturazione dell’edificio
collegiale, e allo scopo si decise di
raccogliere elemosine e legati. L’iniziativa
ebbe buon esito e i lavori procedettero spediti:
nel 1616 il collegio poteva finalmente
accogliere le prime cinque novizie. Si pose mano
anche alla edificazione della chiesa, nonostante
una certa perplessità per il fatto che veniva
costruita con la facciata esposta a tramontana e
per questo si sarebbe rivelata troppo umida e
fredda, con conseguenze deleterie per la salute
delle consorelle. Nel 1620 i locali principali
dell’ala vecchia dell’edificio erano completati,
insieme con l’aula della chiesa, il cui altare
fu benedetto nel 1621. Il coro e altre adiacenze
furono realizzati negli anni seguenti.
Il primo sviluppo
edilizio
L’istituzione
aveva assunto inizialmente il titolo di
Collegio delle Vergini della Madonna in Castello,
ed era governata da una commissione esterna,
presieduta dall’arciprete in carica e composta
per metà di sacerdoti della parrocchia e per
l’altra metà di notabili laici locali, tra i
quali particolarmente attivo e generoso fu per
molti anni il magnifico signor Camillo Planerio.
Nel frattempo non
cessavano le adesioni da parte di ragazze del
paese e dei dintorni (Verola, Bassano, Ovanengo,
Manerbio), ma anche dalla città e perfino dalla
Valtellina. E intanto si continuava a lavorare
per ampliare il recinto conventuale,
nell’intento di occupare un intero isolato, fino
all’angolo sud-occidentale della cinta del
Castello (oggi al margine di piazza Garibaldi).
Le iniziative per acquisire poco a poco le
proprietà adiacenti, abbatterne le costruzioni
preesistenti e adattare gli spazi alle esigenze
della vita e delle attività comunitarie del
collegio, si susseguirono per tutto il ‘600.
Un momento di
crisi drammatica dovette essere quello degli
anni della peste 1630-31, dopo il quale
tuttavia, su sollecitazione del sacerdote don
Pietro Antonio Gandino (zio paterno del cronista
Giovanni: una delle nostre fonti principali), la
vita della comunità riprese più vivace di prima,
con un rilevante mutamento dell’organizzazione e
anche del titolo. In effetti, a partire dal 1632
la congregazione cambiò la sua primitiva
denominazione mariana in quella di Collegio
delle Oblate del Santissimo Sacramento, si
aprì con maggiore determinazione alla vita della
comunità locale e adottò un sistema di governo
più agile, costituito dall’arciprete per le
questioni spirituali, da un protettore laico per
quelle materiali (una carica assunta in
esclusiva dalla famiglia Conforti), e da una
commissione interna di cinque sorelle:
prefetta, vicaria e tre discrete,
democraticamente elette dal capitolo della
comunità ogni due o tre anni (il Nember riporta
diligentemente tutti i governi
succedutisi dal 1645 al 1800). La congregazione
aveva raggiunto la sua piena maturità.
L’erezione canonica
Però, trent’anni
dopo la loro fondazione, le dimesse quinzanesi
non avevano ancora ottenuto dall’autorità
ecclesiastica l’approvazione ufficiale per il
loro istituto. A dire il vero, il vescovo di
Brescia Marino Zorzi aveva espresso loro, forse
fin dal 1612, un consenso a voce, che però le
sorelle e i loro protettori non avevano più
provveduto a far mettere per scritto a propria
garanzia, come si richiedeva per istituzioni di
quel genere. Il capitolo delle allora 17
sorelle, quindi, riunito in seduta solenne il 12
dicembre 1643, incaricò un emissario di
sollecitare dal vescovo di Brescia Vincenzo
Giustiniani la necessaria approvazione. Ne seguì
il decreto episcopale del 22 dicembre, che
erigeva canonicamente la congregazione delle
Oblate del Santissimo Sacramento di Quinzano
e concedeva loro l’autorizzazione a redigere in
autonomia la propria regola di vita. Il breve
episcopale fu eseguito il 14 gennaio 1644,
allorché l’arciprete Giovan Battista Alghisio,
responsabile spirituale delle sorelle in nome
del vescovo ordinario, si recò solennemente al
collegio per prendere possesso formale della sua
giurisdizione, accolto e riconosciuto dalle
religiosecome loro legittimo superiore.
L’approvazione
delle Regole (di cui sopravvivono, per
quel che si conosce, tre esemplari manoscritti
di epoca diversa, fra la metà del ‘600 e la metà
del ‘700) fu invece rimandata ancora di vari
decenni, e fu ottenuta soltanto il 16 febbraio
1687 dal vescovo Bartolomeo Gradenigo; anche se
si può pensare che gli ordinamenti del collegio,
nella loro sostanza, dovevano essere già
compiuti e osservati di fatto fin dalla erezione
canonica del 1643.
Intanto i lavori
di ampliamento e ristrutturazione dei vecchi
edifici non vedevano soste. Il cronista Giovanni
Gandino, che era anche il medico privato della
comunità religiosa, riferisce che spesso si
trovava a dover curare le dimesse per malattie
riconducibili al freddo e all’umidità, e che per
questo suggerì loro con insistenza di
riprogettare l’orientamento dei dormitori, per
correggere la cattiva esposizione a tramontana.
L’intervento costruttivo, databile agli anni ‘80
del ‘600, produsse il corpo di fabbrica
nord-sud, perpendicolare all’edificio principale
sul fronte della contrada, e consentì in questo
modo la realizzazione di una specie di chiostro
interno, circondato su tre lati da un porticato.
Fu questo l’ultimo impegno consistente delle
dimesse nel campo edilizio, e portò il complesso
delle costruzioni conventuali alla forma che
hanno pressoché conservato fino a oggi (come si
può vedere nell’attuale sede delle scuole
medie), mentre l’area occupata dal recinto dei
cortili e delle ortaglie si estendeva su quasi
tutto il fronte del terraglio sopra la fossa
meridionale, in sèguito riempita nel secolo
xix.
L’attività
istituzionale
Il Nember,
conformandosi al dettato delle Regole,
definisce lo scopo del collegio «non solamente
diretto alla propria santificazione delle
religiose sotto di esso raccolte, ma al servizio
inoltre spirituale e temporale del paese, per
quanto almeno può competere a religiose
persone».
Le dimesse si
impegnano a vivere in comune e in obbedienza
all’arciprete di Quinzano e alla madre
prefetta (superiora). Vestono un abito
semplice, di sarza o panno nero, con una
veletta triangolare di lino bianco sul
petto e un grembiule bianco senza decorazioni;
in casa probabilmente portano i capelli raccolti
in una crocchia, ma quando escono o ricevono
ospiti devono indossare un largo pannetto da
testa (velo) di lino bianco non inamidato,
che copre per riserbo parte del volto.
A differenza di
quasi tutte le comunità religiose femminili del
tempo, la congregazione non ha il carattere
della clausura stretta, ma è orientata al
servizio della comunità locale, con particolare
riferimento all’educazione cristiana e
all’istruzione delle giovani ragazze, cui le
dimesse insegnano la lettura (non la scrittura,
che non competeva normalmente alle donne in quei
tempi) e i lavori femminili, come pure il
catechismo. Dalle fonti sappiamo che l’attività
educativa delle dimesse si rivolgeva a
quindici-diciotto donzenanti interne, che
costituivano l’accademia vivendo nel
collegio, nonché a circa duecento ragazze
esterne, che frequentavano la scuola durante il
giorno, ritornando la sera a casa propria. Le
attività scolastiche si svolgevano d’estate
all’aperto, nella cosiddetta ‘corte dei carri’
(un cortile settentrionale a fianco della
chiesa, oggi ridotto a minuscolo parcheggio),
d’inverno probabilmente in una grande
caminata (sala con camino) esistente in
quella che talora i documenti chiamano la ‘casa
del poeta’ o ‘degli arcipreti’, ossia nell’ala
vecchia dell’edificio.
Ma le dimesse
quinzanesi, oltre alla scuola quotidiana,
esercitavano anche altre attività di rilievo
nella comunità locale: ad esempio, era loro
affidata la dottrina cristiana delle donne, la
domenica pomeriggio, nelle chiese sussidiarie di
S. Rocco e di S. Giuseppe (un impegno che
conferma la non stretta clausura in cui le
sorelle vivevano). Un’altra attività assidua,
certo insospettabile per il lettore moderno, era
la sottoscrizione di censi, ossia la
concessione di modesti prestiti in denaro al
tasso del 7%, che era per le oblate una maniera
efficace di gestire il patrimonio costituito
dalle loro doti, e per il ceto medio-basso del
paese un metodo di finanziamento agile ed equo,
documentato da un consistente numero di
contratti per tutto l’arco della vita del
collegio.
Se a questi
interventi concreti e utili nella vita della
comunità locale si aggiunge che la congregazione
offriva un ruolo sociale preminente (alle
dimesse spettava il titolo signorile di ‘donna’)
e una dignitosa occupazione lavorativa alle
figlie cadette delle famiglie possidenti,
impossibilitate a maritarsi per non disperdere
troppo il patrimonio, si capisce per quale
motivo il Comune di Quinzano abbia sempre
mostrato una particolare predilezione per il
collegio del Santissimo Sacramento, al quale fu
largo di donativi e di privilegi, come ad
esempio quando cedette una via pubblica che
conduceva al terraglio quale sito per
l’edificazione della chiesa.
La soppressione
napoleonica
Nel ‘700 la vita
del collegio si assestò in una regolarità senza
gravi scosse, anche se verso la metà del secolo
dovette subire dei ridimensionamenti, che si
intuiscono dalle carte senza che si possano
individuare con precisione. Sembra che negli
ultimi decenni si tentasse un rilancio, al punto
che fu preventivato addirittura l’acquisto di un
nuovo caseggiato a mattina del corpo principale,
per allargare la proprietà conventuale e fornire
nuovi spazi alla scuola femminile, la quale per
ignoti motivi era stata ridimensionata nel
periodo precedente. Ma tuttavia non se ne fece
nulla, e poi subentrò la tempesta
rivoluzionaria.
Dopo due secoli
di attività ininterrotta, a sèguito della
conquista napoleonica, la comunità religiosa e
la scuola da essa gestita dovettero chiudere per
sempre la loro singolare esperienza. L’ultimo
atto fu sancito per legge il 25 aprile del 1810,
con il decreto generale di soppressione degli
enti religiosi improduttivi, ma il collegio
quinzanese proseguì in qualche modo la sua vita
per quasi un anno e mezzo. Finché il 12
settembre 1811, regnando Napoleone I «per la
grazia di Dio e per le Costituzioni, Imperadore
de’ Francesi e Re d’Italia», l’incaricato
dell’Intendenza di Finanza di Brescia Spiridione
Castelli si recò di persona in Quinzano per
«apporre la mano regia» sulle proprietà del
soppresso collegio del Santissimo Sacramento:
neppure l’evidente scopo sociale dell’istruzione
femminile, cui le brave dimesse avevano assolto
per lunghi decenni, le aveva salvate dalla laica
condanna a scomparire.
All’epoca la
comunità era composta da quattordici coriste
(di cui cinque maestre) e due coadiutrici
(inservienti), provenienti oltre che da
Quinzano, da Cadignano, Acqualunga, Pavone,
Ovanengo, Gambara e Carcina, presiedute dalla
prefetta madre Anna Maria Cicognini di
Pontevico. Furono tutte rimandate a casa presso
le loro famiglie, e la proprietà collegiale fu
inventariata e posta all’incanto. La mobilia
rimasta fu acquistata da privati locali, ma gli
immobili e la chiesa coi suoi arredi e la
bellissima pala dell’altare, un’Ultima cena
firmata e datata da Ottavio Amigoni nel 1643
(oggi conservata nella parrocchiale di S.
Faustino), vennero acquisiti dal Comune il 14
marzo 1812, dietro l’appassionata insistenza del
podestà cavalier Francesco Peroni, con l’intento
di farne la sede stabile della scuola comunale
maschile e femminile. Il progetto
effettivamente, pur con qualche contrarietà
iniziale soprattutto di ordine finanziario, fu
realizzato, mentre la chiesa fu trasformata in
teatro.
È proprio
all’iniziativa di questi intelligenti
amministratori del primo ‘800 che dobbiamo se
l’edificio del collegio delle dimesse, che aveva
ospitato per duecento anni precisi la comunità
religiosa e la scuola per le ragazze di ogni
estrazione sociale, continuò ad essere per molti
decenni la scuola infantile ed elementare del
paese, per diventare infine, dopo la costruzione
delle nuove elementari nei primi anni ’60 del
‘900, la sede delle scuole medie, come è
tuttora.
(tc) |