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Fonti |
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Giovanni GANDINO
Notizie di Paolo Pizzoni e
della sua famiglia,
Alveario Cronologico,
pp. 270-271. [pdf] |
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Biografia di Agostino Pizzoni,
Alveario Cronologico,
pp. 274-275. [pdf] |
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Agostino PIZZONI
Historia di Quinzano
Castello del Territorio di Brescia,
1640. [pdf] |
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Agostino Pizzoni e la sua
Storia di Quinzano
di Tommaso Casanova
dalla “Presentazione”, in
Di Agostino Pizzoni
Historia di Quinzano Castello del Territorio di Brescia
(1640).
Ristampa anastatica dell’edizione originale a cura di
T.C., (‘I Quaderni del Castello’, 3),
Quinzano, GAFO-Quinzano, 1994, pp.
xxvii, 97
[pdf]
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Con frequente insistenza si sente riproposta,
ora da giovani studenti o insegnanti, ora da
persone comuni attente alla storia locale
presente e passata, la richiesta di un libro
sulla storia di Quinzano, tanto più pressante
quanto più lontana è la memoria degli studi già
pubblicati in materia in varie occasioni da vari
studiosi.
Chi espone simile domanda manifesta una
curiosità culturale (ma sarebbe meglio dire una
necessità) precisa e ben calibrata nel clima
sociale sradicato e anonimo in cui stiamo
rischiando di scivolare in questi nostri magri
giorni. Eppure, basterebbe anche solo avere
un’approssimata idea della mole di materiali,
noti in piccola misura ma per grandissima parte
inediti o addirittura inesplorati, che si
riconducono alle vicende del castello di
Quinzano e dei suoi abitanti dal secolo X in
qua, per rendersi conto che stilare oggi una
specie di storia del paese condurrebbe perlomeno
a due inconvenienti opposti: o impegolarsi in
indagini specifiche su argomenti circoscritti,
rimandando le sintesi di un certo respiro a
tempi migliori; oppure acquietarsi a rimestare
la solita minestra già più d’una volta
riscaldata da ricercatori frettolosi.
Ora, senza rinunciare a seminare qualcosa
che potrà crescere domani, abbiamo badato a
evitare l’uno e l’altro estremo: se troppo è
pretendere che si riscriva sui due piedi un
libro della storia quinzanese e troppo poco
appagarsi di un ennesimo riciclaggio dell’usato,
perché non mettere a disposizione dei lettori
quelle fonti appunto da cui tutti hanno attinto,
e da cui dunque tutti possono partire per
ripercorrere la strada? Ecco tutto.
Con uno sforzo non irrilevante di rigore e
anche, crediamo, di coraggio offriamo, così, ai
nostri concittadini e a tutti i cultori di
piccole grandi storie l’opera di un dotto ed
ambizioso sacerdote del seicento, don Agostino
Pizzoni, che volle lasciare memoria di sé e
della patria in una quarantina di pagine fitte
di dati e ancor più di affetto per la propria
terra e per la sua vicenda secolare. Un nome e
uno scritto non del tutto sconosciuti a qualcuno
dei lettori; ma anche a chi li incontri qui per
la prima volta diverranno ben presto familiari,
nella loro veste di quando in quando aulica e
affabile, con la loro espressività ora
colloquiale ora pretenziosamente barocchetta.
Parole non sempre agevoli da penetrare;
notizie assai spesso scarsamente attendibili;
stampe abbondanti di refusi: uno scritto,
dunque, privo di molti crismi della moderna
storiografia critica. Però, se prendiamo tra le
nostre mani il libretto così com’era uscito da
quelle del vecchio sacerdote l’ormai
incomparabilmente lontano 16 luglio 1640, con
un’ombra di candore ce lo sentiremo un po’
contemporaneo: contemporaneo per la curiosità di
sapere e di capire, per il gusto di comunicare i
suoi studi alle persone colte e sensibili, per
l’ambizione di lasciare un segno consistente di
sé, del suo veloce passaggio in una cronaca che
è ormai divenuta a tutti gli effetti una storia.
Così, nello sfogliare le sue carte sbiadite ci
accorgeremo che non aveva poi tutti i torti a
sognare un po’ di eternità: per noi la storia
nostra oggi è lui.
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L’autore
Di Agostino Pizzoni (1582-1646), sacerdote
quinzanese di ceppo originario da Verola Alghise
(oggi Verolanuova), non si hanno allo stato
informazioni contemporanee particolarmente
significative, all’infuori dei magrissimi cenni
che di sé ci offre l’autore nella sua stessa
operetta.
Qualche notiziola meno nebbiosa su di lui e
sulla famiglia ci viene, invece, da un suo
compaesano della generazione successiva, il
medico Giovanni Gandino (1645-1720), autore tra
la fine del XVII e il principio del XVIII secolo
di un corposo zibaldone di cronaca e di araldica
locale, conservato in parte presso il sig. Piero
Gandaglia di Quinzano (che ringraziamo per la
disponibilità e la cortesia con cui ha
collaborato alla presente pubblicazione). Il
Gandino, pronipote per parte di madre del
vecchio storico, descrive in alcune pagine del
suo manoscritto l’origine e la genealogia della
famiglia Pizzoni, quindi si sofferma sulle
figure di alcuni dei suoi membri più segnalati,
tra i quali Agostino. Ne riproduciamo di seguito
pochi passi salienti, tutti inediti (dal
medesimo registro sono tratte anche le
illustrazioni delle pagine seguenti).
Della Famiglia Pizzoni Nel
Bresciano
[pp. 270-271]
La Nobile Famiglia Pizzoni dallo
Stemma di due Pizzoni, che beuono in una
Fontana di marmo artificialmente in Campo d’Aria
rissorgente prende il Cognome, e la lei Origine
dalla Cittá di Lodi, Oue ancora per soggietti
nell’arme, Lettere, e Virtú con distinto Lustro
si conserua, e con il suo uolo, (passati li
Fiumi adda, Po, ed Olio) ha anche qui nel
Bresciano fatto un nido, da’ che copiosi naquero
parti á loro Maggiori uniformi, e che molto con
sue Nobile, Generose, e uirtuose attioni non
meno se stessi, che le loro Patrie fregiorno; E
quelli che di qua passorno presero le sue
habitatione, prima in Virola Alghise, e poi in
Quinzano, oue apare che Paulo Figlio di
Gieronimo, e di Madalena Loda sua moglie fosse
il primo, che quiui si Piantasse Homo ne maneggi
di comendata prudenza, e di Costumi pij, ed’
eleganti ben adorno. Fu quello, che col proprio
eresse l’Altare Nella Chiesa di Santa
Maria del Conuento delli PPadri di
Quinzano, con la palla effigiata del Crocifisso
sopra cui in un angolo della medema Appare anco
la lui effigie in atto orante con la soscritione
del lui nome, dell’anno dell’eretione «Iussu’
Pauli Pizzoni 1602. Camillus Peregrinus Fecit.»
Hebbe uari Frattelli, fra quali
Letantio prette sacerdote, e dottor delle Leggi
di cui in Casa nostra in Brescia si gode il
ritratto; ed’ Ottauiano, che s’amoglió con
Agostina spalenza della Famiglia, che per anco
si conserua in Virola Algise, ed’ in Farfengo,
Colá delli spalenzi detti del Confortino, et in
questo delli Orsi noui, e Farfengo, quali tutti
con le loro attioni honorate á gran passi si
portano alla Nobiltá. Hebbe in moglie Vittoria
Toscana donna saggia, ed’ Adorna del Leggere ben
scriuere, e parlar corispondente al Cognome,
Come dell’altre uirtú, al sesso spetanti di
modo, che la sua casa era fatta congresso de piú
nobili spiriti di queste Gentildone le piú
riguardeuoli di questo Castello, ed’ il suo
Habitato di bel nouo se lo fece anesso alla
porta del del [!] Castello che guarda
uerso mercato. ed’ in facia alla casa publica.
Fatalmente morse Alli 17 Aprile 1601,
lasciando dopo se Sor Madalena, Sor Vittoria
Monache. Vetoria maritanta [!] con
Cesare Pea, e Marta Con Antonio Zerlino, il
quale da questa <ha> hauuti Affra Demessa
del Consortio di Queste Demesse, e Giouanni
Battista Prette della Congregatione di Santo
Filipo Neri, Dottore di LLeggi, e di
Sacra Teologia, trouandosi come Priuo de Figli,
risolse con la moglie d’unanime e concorde
sentimento Lei Monacarsi, e Lui uestirsi dell’Habito
della tanto stretta Religione de Certosini, e
cosi Conseguentemente bene terminar la casa sua
Zerlini; Com’anco Giouanni Battista,
Giouanni Maria, Agostino, e Giouanni.
Di Agostino Pizzoni Prette
Sacerdote, ed’ Historico
[pp. 274-275]
Sarebbe ingrato Colui, e
sconoscente della uirtú se tributti d’honorata
mentione ed ossequij non porgesse al Memorabile
nome d’Agostino Pizzoni, degno Fratello
di Giouanni Maria, Giouanni ch’ambo trei
cosi bene con le loro honorate attioni si
fessero conoscer per ueri germogli della loro
casa, ed’ honerorno non meno se stessi, che le
patrie loro. Essendo egli Prete sacerdote era hornato dell’Humane lettere, delle dottrine
speculatiue, morali, ed’ Historiche, con l’accopiamento
appresso de costumi d’Ottimo Religioso, che
attraheuano l’amore ed amicitia di tutti, Ond’é, che quiui era per cosi dire il
Padrino Batisimale d’ogni uno. Fú perció á
beneficio dell’anime della Preu<o>stura
di Santo Larenzo [!] di Brescia
fatto Curato, Alle quali sinche uisse con zelo
di fedel Pastore asistí, Come si sa hauersi
fatto conoscer con Pietro Pelli suo Figliocio,
quale rimasto á causa della Peste senza Genitori
in Pupilare etá e Pouero, con hauerlo preso in
casa propria educato, insegnato, e fatto
insegnare nelle belle lettere, nelle speculatiue
morali, e nella musica in Brescia, Bologna, ed
in Venezia ancora, che riusí d’esser degno
Maestro di Capella della Catredale [!] di
Brescia, ed’ anoverato fra l’Erranti di quella
Accademia. Com’inamorato poi, che egl’era di questa
sua Patria uolse alla medema dargline etterni
argumenti del suo perfetto amore, hauendo
raccolte, nel modo, che li fú dalle sue molte
cure permesso le memorie, con stamparne
l’Istoria, ed’ alla medema dedicarla l’anno
1640, Onde questo Castello sará sempre obligato
celebrare con distinta memoria, la di lui
memoria. Questo soggietto affabile, di maestosa,
e uenerabile presenza, di procedura soaue, e di
probatissima bontá, di uirtú, e costumi, fú poi
al cielo in etá d’anni 64 alli 16 8bre 1646
chiamato. In casa nostra si conserua la lui
effiggie t<r>atta dall’originale con l’iscritione
mia seguente
Augustino Pizzono
e Quinzano
Historie Patrię Auctori
Animarum Sancti Laurentij
Brixię
Amore
more
Ore
Re
Curatori ob anno ętatis suę 64:
16 8bre 1646
Ioannes Gandinus Pręnopos
memoriam Posuit
|
|
Passarono altri decenni, e di nuovo un
letterato quinzanese si occupò della persona e
dell’opera del Pizzoni, con uno stile forse meno
curiale e con una sensibilità decisamente più
prossima alla nostra: Giuseppe Nember
(1752-1815), autore di uno studio
bio-bibliografico sui personaggi in qualche modo
significativi di Quinzano, parla anche del
nostro storico, aggiungendo alle informazioni
del Gandino un acuto giudizio sul suo valore di
ricercatore [1934, pp. 113-114]:
Agostino Piccioni - sacerdote
Il Piccioni, o Pizzoni come
alcuni leggono, illustrò col suo nome la
famiglia e colla sua penna la patria. Nacque
l’anno 1582; la natura non fu avara con lui dei
suoi favori, e con lo studio severissimo
perfezionò d’avvantaggio le doti del suo
spirito. Tutti i lumi che traeva dai suoi
maestri e che ricavava dalla lettura de’ buoni
libri li dirigeva a fine di rendersi degno di
essere un giorno tra le mani del Signore un
istrumento delle sue misericordie per la salute
delle anime. Giunto all’età di 19 anni abbracciò
lo stato ecclesiastico. In Brescia diede
pubbliche prove de’ suoi studi tanto filosofici
quanto teologici. Il suo procedere tanto dolce,
manieroso e modesto obbligava ognuno ad amarlo e
a riverirlo. Queste belle prerogative, unite a
quelle del suo sapere gli procacciarono somma
stima ed amore dal Vescovo di Brescia Mons.
Vincenzo Giustiniani, il quale essendo vacata la
dignità di curato della Prevostura di S. Lorenzo
di quella città, volle commettere, mediante il
consenso di quel Prevosto, al suo zelo la cura e
lo spirituale governo della medesima. Egli
giustificò questa scelta coll’esercizio di tutte
le virtù pastorali, onde fu per quella greggia
tanto salutare.
Siccome dalla sua più tenera
gioventù pose ogni attenzione nel raccogliere
memorie spettanti a questa sua patria, così nei
momenti di ozio che gli accordava il suo
ministero, le compilò e le diede anche alle
stampe in Brescia l’anno 1640 col titolo
Istoria di Quinzano castello del Territorio di
Brescia. In questa storia (1)
v’ha delle favole invero, ma la credulità dei
tempi non illustrati dal genio della critica che
regna al presente, scusa il Piccioni. Egli non
esaminò parecchie tradizioni popolari che non
hanno fondamento, e che egli ci ha trasmesse
sulla parola di persone per altro autorevoli,
che a lui le avevano raccontate. Ma altre regole
di verità ci conviene ora seguire quando
trattasi d’informare il pubblico. Tuttavia
Quinzano è molto obbligato alla sua diligenza;
se non avesse avuto questo scrittore, che in
parte lo illustrasse, le sue memorie sarebbero
all’estremo ristrette.
Il Piccioni morì alli 16 di
Ottobre dell’anno 1646 (2).
(1) Il Sig. Conte G.
M. Mazzucchelli, di sempre gloriosa e onorata
ricordanza, nelle sue Memorie Letterarie
mss. Tomo V pag. 74 riferisce onorevolmente
questa Istoria.
(2) Di lui parla con
lode il P.
Leonardo Cozzando nella Libreria
Bresciana parte II p. 222 e nella Storia
Bresc. parte I pag. 142.
Nel trascrivere la suddetta biografia Paolo
Guerrini [1934, p. 114 n. 2] annotava:
D. Agostino Pizzoni fu nominato
Cappellano curato di S. Maria di Passione in S.
Lorenzo il 24 luglio 1634 dal prevosto
Giambattista Ermanni, che era stato suo
predecessore nello stesso beneficio. Il Peroni
Bibl. Bresc. III, 55 lo chiama “prete secolare
di ottimi costumi e versato nella erudizione e
belle lettere”. Egli scrisse la storia di
Quinzano a Brescia, durante la residenza in cura
d’anime e in un periodo tristissimo delle
condizioni economiche e sociali della città,
decimata dalla peste nel 1630. Anche le
condizioni della cultura non erano le più
propizie per tentare un simile lavoro di storia
locale, che risente quindi le difficoltà
dell’ambiente e della mentalità del tempo. Ad
ogni modo a ragione il Nember scrive che
dobbiamo essere grati a questo modesto curato
per la prima (e finora unica) storia di
Quinzano, come dobbiamo essere grati al
domenicano Codagli per quella di Orzinuovi e al
francescano Rinaldi per quella di Iseo, primi
tentativi di illustrare la storia locale dei
principali paesi della nostra provincia.
E con questo ci sembra sufficientemente completo
il ritratto del nostro storiografo e della sua
non inutile fatica.
|
|
Il paese
In copertina figura una rara immagine del paese
di Quinzano nel 1630, ossia una decina d’anni
prima dell’edizione rizzardiana dell’Historia
di Agostino Pizzoni.
Quale consistenza avesse dal punto di vista
sociale ed economico il laborioso borgo della
bassa in quello stesso spazio d’anni, possiamo
intuirlo alla lontana dalla rapida e lusinghiera
presentazione che ne dava un testimone
d’eccezione a quell’epoca: Ottavio Rossi,
scrittore di cronaca e di letteratura ed attento
osservatore del proprio tempo e del proprio
mondo. Scriveva nel 1616 [p. 210]:
Quinzano è Terra grosissima, e
molto onorata per essere stata patria del
Quinzano gran letterato, buon Poeta, ed ottimo
Astrologo; hà ‘l Vicariato, e sono le sue Terre
Scarpizzolo, Pedergnaga, Oriano, Scorzarolo,
Trignano, Cadignano, Fauerzano, Cremezano, e
Virola vecchia.
Ma un disegno più rigoroso di Quinzano nel
primo seicento è da ricercare nelle puntuali
annotazioni di Giovanni Da Lezze, un funzionario
governativo che ci ha lasciato una relazione
completa di tutto il territorio bresciano negli
anni 1609-1610. Riprendiamo le informazioni che
riguardano il nostro paese [cc. 368r-370v; cfr.
rist. facsim. 1973, vol. II, pp. 299-304]:
Quinzano Capo di Quadra.
|
Terra
in piano con Castello |
N°.
1. |
|
fuoghi,
et Anime |
N°.
2. |
|
Entrata del Commun |
N°.
3. |
|
Porto
del fiume oglio |
N°.
4 |
|
Vicario mandato dalla Città
|
N°.
5. |
|
terra,
et territorio ottimo |
N°.
6 |
|
Contadini le due parti de beni, et
le 3 de Cittadini
|
N°.
7. |
|
Gouerno del commun con li Ministri
|
N°.
8. |
|
Nobili
Bresciani, et Contadini |
N°.
9. |
|
Chiesa
Pieue con altre |
N°.
10. |
|
Monte
di Pietà còl Massaro |
N°.
11. |
|
Animali, et Carri |
N°.
12. |
|
N° de
Piò, et prezzo, Vna seriola, et
Molini del commun |
N°.
13. |
Q V I N Z A N O.
1. Terra discosta dalla Città 20
miglia in piano con un Castello circondato da
fosse di raggione del Commune de fuoghi 500.
2 Anime 3600 de quali
utili 600.
3. Hà il Commun di entrata L 300
che caua da Molini, et da alcuni liuelli, che si
scodono à raggione de pascoli, discosta dal
fiume oglio miglia due,
4 Et ui è un Porto che passa
detto fiume per andar à Bordolano terra del
Cremonese.
5. La Città Manda un Vicario,
qual rende raggione à tutta la detta
quadra per la summa de L 5.
6. questa è una delle buone del
Territorio, et delli 13 – li terreni sono buoni
da lini, feni, et biaue.
7. In questa terra li contadini
ui hanno delle cinque parte delli beni, due et
li altri tre sono del Cittadino
8. E’ gouernato da 24 Conseglieri
con L 4. all’anno per uno di salario. Dui al
mese sono fatti dalla uicinia à bossoli, et
balle. Detti Conseglieri eleggono altri 24
appresso di loro per gionta, che in n° di 48 fanno
à bossoli, et balotte tre Sindici con Salario de
L 3 all’anno, et cinque Raggionati con L 4
all’anno per uno.
Vn’Andador publico con L 120 di
salario et un Procuratore L 50. Dui huomini, che
assistono al Conseglio generale, et spetiale del
Territorio.
Questi 48 fanno à balle un
Massaro generale, che scode, et paga con salario
de L 220 all’anno, et un Cancelliero con
L 100.
Il Commun è in estimo còl
Territorio fuoghi cinque, et un marchetto
quattro campari, à quali si dano L 60 all’anno.
9. Nobili Bressani. li ssignori
Maggi, li ssignori Pianeri li ssignori
Conforti, li ssignori Trappi, et altri.
Contadini principali. li Peroni,
Baseggi, Gandini, Cirimbelli Sori.
10. La Pieue chiesa parochiale
con entrata de Ducati tresento, et con
pensione de L 300, che paga à Monsignor
Antonio Scaino.
Santo faustino, et Giouita
con entrada de L 2700 posseduta dal
Seminario di Brescia.
Vna Disciplina di raggione del
Commune con entrata de L 600 all’anno gouernata
dalli confratri, che hanno obligo di far le
spese al Predicator, et al Natale dano una
scudella de farina à tutti i poueri della Terra,
et à gli infermi, che sono raccomandati.
chiesa di Santo Rocco
senza entrada solum doi perteghe di terra, et il
Commune mantiene una Messa del suo.
Santo Ioseph chiesa
fabricata dal Commune con doi piò di terra, et
un pocco di Boschetta, officiata da un Prete
mantenuto dalle elemosine, et da quel pocco, che
li dà il Commune
Santa Maria delle Gratie
habitata dalli frati Zoccolanti senza entrada in
numero de uinti uiuono d’elemosine.
Santa Maria di Corte Milia
chiesa in campagna di ragione della Pieue, doue
ui stà del continuo un’Heremità. Santa
Maria di Montechio di raggione di detta
Pieue situata nel sodetto luoco
11. Vn Monte di Pietà con
capitale de somme 185. quarte 8 miglio,
et segalla gouernata in questo modo.
Il conseglio con l’aggionta fanno
un Massaro, che hà cura del detto Monte con
sallario de L 30 all’anno, et hà carico di
dispensar la biaua à poueri della terra imprestido con piezaria di restituir al nouo
Raccolto con obligo di scoder, et pagar.
12.
|
Animali Bouini |
pera
n°. |
80 |
|
Caualli n°. |
– |
50 |
|
Pecore
n°. |
– |
200 |
|
Carri
n°. |
– |
60 |
|
Carrette n°. |
– |
12 |
13. Nel territorio Piò n° 3500 et
uagliono fino 200 ducati il campo. Vi è la
Seriola detta la Quinzana sopra la quale sono
construtti li Molini di raggion del sodetto
Commun.
Nell’operetta pizzoniana un lettore accurato
saprà trovare ulteriori informazioni, da cui
ricavare una panoramica abbastanza
significativa, se pure inevitabilmente
imperfetta, del paese, le sue strutture urbane,
la sua vita economica e sociale, e, in parte
almeno, la sua gente.
|
|
Il testo
Non mancando alla scelta di intervenire il meno
possibile e per lo più dall’esterno sulle
testimonianze che riproponiamo all’attenzione
dei lettori, offriamo in questo Quaderno
la ristampa anastatica di una delle opere forse
più interessanti e saccheggiate di quella che,
con un pizzico di enfasi, potremmo chiamare la
storiografia quinzanese. Nessuno prima di
Agostino Pizzoni, per quanto se ne sappia, aveva
posto mano a redigere una Historia del
castello di Quinzano; e nessuno dopo di lui si
azzarderà ad arrischiare un’impresa come quella
di affidare alle stampe uno scritto che
ripercorresse fino all’età moderna le diverse
fasi di una evoluzione secolare, iniziata
nell’età romana se non prima.
L’originalità del lavoro e – per dir così –
la sua singolarità, pur nel solco delle
tradizionali celebrazioni di storia patria di
sapore umanistico, è segnata dalla fortuna che
il libretto ebbe presso quanti nel tempo
decisero di dedicare alcune loro fatiche a
scrivere sul nostro passato: primi fra tutti i
già citati Giovanni Gandino (1645-1720) e
Giuseppe Nember (1752-1815), per limitarci ai
cronisti di una volta; e poi i moderni, che
troveremo abbondantemente ricorrenti nella
bibliografia. Tant’è: non si può non riconoscere
come nessuno di coloro che intrapresero a
scrivere di Quinzano poté né volle prescindere
dall’annale pizzoniano: e non è vanto da poco
per il sacerdote secentesco.
Per parte nostra, abbiamo ritenuto doveroso
rispetto dell’autore, pur nelle relative
difficoltà di lettura e nelle mancanze di tipo
tecnico, conservare il suo breve opuscolo nella
forma editoriale originale: un mezzo ulteriore
per accostare chi legge al sapore del testo,
fatto spesso anche delle sensazioni solo
apparentemente esteriori suscitate dal profumo
del passato che emana dalla pagina antica.
L’Historia di Quinzano fu stampata in
Brescia dalla tipografia di Antonio Rizzardi
senza indicazione dell’anno di edizione. La
lettera dedicatoria dell’autore «Alli Molto
Magnifici Signori Consiglieri» (ossia al
consiglio comunale del paese) che compare nelle
prime pagine è datata «Di Brescia il di 16
Luglio 1640», ed è quindi a quegli stessi
giorni o poco dopo che possiamo attribuire
l’uscita del volumetto dai torchi della
stamperia. La compilazione effettiva dovette,
invero, occupare il Pizzoni fino all’anno
precedente, come risulta dalle righe dedicate
alla biografia di uno dei più rinomati
quinzanesi dell’epoca, il musico fra Giacinto
Bondioli [p. 38], che si conclude datando
appunto al 1639 la presenza dell’infaticabile
organista presso la chiesa bresciana di San
Domenico.
Un’impresa, quella pizzoniana, che nella sua
ingenua ambizione risente di tutti gli
inconvenienti di uno scritto di quel periodo, di
quella tipologia, di quella mano. Impresa ardua
e forse inutile qui sarebbe, comunque, lo sforzo
di individuare minutamente gli aspetti
storico-critici e letterari del lavoro, o i suoi
rapporti con la letteratura e la storiografia
bresciana coeva: impresa che lasciamo volentieri
a mani più esperte. Ci basterà qui chiarire
alcuni dettagli che consentano anche al lettore
non provvedutissimo un approccio ottimale con il
seicentesco libretto.
Il primo impatto è con i problemi
strettamente formali. I testi a stampa, come
anche i manoscritti dei secoli passati fino al
Settecento, manifestano rispetto ai nostri
costumi odierni alcune differenze di ortografia
e di grammatica che vale la pena di elencare,
almeno nei tratti salienti:
- la lettera -s- è scritta nella forma
allungata -ſ- (come una -f- senza il
tratto intermedio)
- le lettere -v- ed -u-
solitamente si differenziano non per il suono ma
soltanto per la posizione: -v-
all’inizio, -u- all’interno delle parole,
le quali, peraltro, venivano pronunciate
esattamente come nell’italiano contemporaneo
- talora i suoni nasali -m- ed -n-
sono abbreviati nella forma di un trattino posto
sopra la vocale precedente (es.: fondamēti =
fondamenti, nō = non, cētro = centro,
prebēde = prebende)
- frequenti sono le abbreviazioni della -p-
e della -q- (es: per, perche,
que)
- altre abbreviazioni più rare e complesse sono
elencate nell’indice lessicale
- in fine di parola la doppia -i- è
segnata nella forma -ij
- talora si incontrano apostrofi divergenti
nell’uso dall’ortografia contemporanea (es.:
gran’)
- gli accenti grafici molto spesso sono assenti
(es.: e = è, li = lì, si = sì,
perche, finche); in qualche caso, al contrario,
sono usati a sproposito (es.: frà, trè, lì =
li, è = e)
- l’uso delle lettere maiuscole e minuscole
differisce talvolta dal nostro
- alcune ortografie si richiamano più o meno
correttamente alle forme originali latine
(grafie etimologiche), benché la pronuncia sia
quella dell’italiano moderno (es.: hauer =
aver, Oratio = Orazio, fattioni =
fazioni)
- talora, secondo l’uso antico, non sono
espressi i pronomi relativi (es.: «quella
credenza li pare» = quella credenza che gli
pare)
- i cognomi, tranne poche eccezioni, sono di
norma al singolare quando si tratti
dell’individuo (es.: Basello, Gianolio); al
plurale (Baselli, Gianogli) o al femminile (Basella,
Gianolia), se si allude a più individui o alla
famiglia (negli indici li abbiamo se possibile
uniformati per facilitarne la ricerca).
Circa i contenuti, ci limiteremo ad alcune
osservazioni generali utili per la comprensione
immediata, riservandoci in altra occasione di
argomentare più minutamente sulla validità delle
informazioni storiche del prete quinzanese.
Il Pizzoni conduce il suo lavoro secondo un
criterio rigidamente cronologico, partendo, dopo
un aulico e piuttosto involuto esordio carico di
riferimenti letterari e culturali [pp. 5-6],
dalle presunte origini romane di Quinzano e dei
suoi fondatori, con ampio apparato di
leggendario tradizionale e di epigrafi malamente
riportate da altre fonti edite ai tempi suoi [pp.
6-8]. Il tutto con poco o nullo valore critico,
e una approssimazione che ci ha convinti a
evitare di tentare trascrizioni o traduzioni dei
testi latini, il più delle volte erronei e
affatto incomprensibili.
Dopo un elenco piuttosto vanesio di
personalità antiche dal nome riecheggiante
quello del suo castello [p. 8], il cronista si
volge finalmente a una descrizione più
verosimile e documentata del paese come appariva
ai suoi giorni [pp. 8-11']; quindi passa
decisamente agli sviluppi della storia
medievale, seguendo abbastanza pedissequamente
le sue fonti dichiarate nella pagina
introduttiva: Iacopo Malvezzi, Elia Capriolo,
Camillo Maggi, Patrizio Spini; con gli altri che
diligentemente richiama quando gli si dia il
caso: il Liber Clausurarum di Brescia,
Domenico Codagli, il cremonese Campi, e via
discorrendo.
Il corso della sua scrittura cavalca spiccio
dall’anno 953 ai primi secoli dopo il Mille [pp.
11'-9"], fino al XV, allorché si precisa il suo
procedere sostanzialmente annalistico, che
sfoglia la storia quasi anno dopo anno, almeno
dove le fonti gli consentono di indagare,
aprendo qua e là misurate digressioni su aspetti
particolari.
Un simile andamento, nient’affatto originale
e un po’ noioso, ci permette tra l’altro di
constatare la ricorrenza di errori tipografici
nelle date, che possono in parte essere
ripristinate con sufficiente attendibilità (es.:
p. 12': «1389» = 1289; p. 13: «1447»
= 1474?; «1449» = 1479?; p. 35: «2617»
= 1617; le correzioni verosimili sono indicate
anche nell’indice cronologico). E ancora
inerente al mediocre artigianato dell’opera
tipografica è lo scarto nella numerazione delle
pagine, che portano per due volte i numeri 9-12:
un inconveniente che ci ha costretto, per
evitare equivoci e confusioni, a usare nelle
premesse e negli indici le forme 9'-12'’ per la
prima ricorrenza e 9"-12" per la seconda.
In ogni caso, a lode del nostro dilettante
storico, dobbiamo riconoscergli un qualche
rigore nella compulsazione e nella citazione
delle diverse fonti; e tanto più quando,
trattando del quattrocento quinzanese [pp.
9"-18], e poi con maggior frequenza nel secondo
libro, dove scrive del secolo a lui precedente e
dei suoi tempi [pp. 19-35], ricorre con
opportuna serietà ai documenti soprattutto
civici e parrocchiali, che non manca occasione
di menzionare, se pure con certa approssimazione
(negli indici abbiamo riportato le ricorrenze
dei vocaboli che alludono agli atti pubblici e
privati utilizzati dall’autore). Del resto,
molteplici indizi egli ci dà di aver consultato
di persona alcuni rogiti, a proposito dei quali
offre la data, qualche volta ne riassume il
contenuto, spesso ne echeggia la terminologia
specifica.
La conclusione dell’opuscolo [pp. 35-38],
infine, sulla traccia dello Stoa e del Planerio,
i più illustri precursori del Pizzoni
nell’elogio della loro terra, è dedicata ad uno
sconfinato elenco dei personaggi quinzanesi di
qualche interesse nel cinque-seicento, secondo
una gerarchia dettata dalla condizione stessa
del nostro cronista: preti secolari, canonici
regolari, monaci benedettini, frati domenicani
(ben 25) e francescani; ultimi i laici. La
pagina finale (non numerata e fuori testo) è
sperticato elogio di un religioso defunto pochi
mesi prima della pubblicazione dell’Historia,
certo Girolamo Zoppetti (1562-1640), verso il
quale l’autore doveva avere qualche debito di
stima.
Con questo cediamo subito il luogo al lettore,
che saprà giudicare il valore della cronistoria,
accogliendola come fonte di informazioni di
varia attendibilità sul passato di un borgo non
del tutto trascurabile un tempo, o ancor meglio
come documento essa stessa di un’epoca, di una
società, di un uomo che ha speso un po’ della
sua esistenza per farsi ricordare anche da noi;
e noi siamo qui a ricordarlo.
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NB: Del libretto di Pizzoni,
ormai rarissimo, non è questa la prima
riproduzione anastatica: nel 1945 per iniziativa
di Giuseppe Ciocca fu realizzata, presso lo
stabilimento Pizzi di Milano, una ristampa
fotografica del testo originale, in 12
esemplari, con nota di Alfredo Galletti e 5
tavole del pittore Nino Ramorino [cfr. GUERRINI,
1960, p. 3 n. 1]. |
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