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Chissà quante
volte in questi giorni di festività di fine anno il lettore sarà bombardato da
stampa e televisioni con notizie più o meno folcloristiche sull’origine delle
tradizioni natalizie. E, d’altra parte, quale occasione migliore di questa per
concludere il discorso aperto l’ultima volta (L’Araldo, n° 47, novembre
1997) su san Nicola di Bari?
La figura leggendaria
Non staremo a
ripercorrere minutamente la biografia, peraltro affatto incerta e leggendaria,
del santo vescovo di Mira in Licia (oggi territorio della Turchia) nel
iv secolo, il quale diventò “di
Bari” soltanto dopo che nel 1087 le sue spoglie furono trafugate da mercanti di
quella città per arricchire la loro chiesa con reliquie di grande richiamo –
diremmo oggi – turistico. Succedeva anche questo, nel lontano medioevo.
Tra gli episodi
più curiosi della sua vita, vi è quello relativo al riscatto di tre sfere d’oro
(o tre monete, o sacchetti di monete) che egli donò nascostamente a tre ragazze,
avviate a una vita poco virtuosa da un padre ridotto al lastrico. E ancora si
raccontava la ricomposizione dei resti e la resurrezione di tre ragazzini, fatti
a pezzi da un sadico macellaio e messi in conserva sotto sale. Prodigi
stupefacenti a parte, con l’orecchio alla cronaca attuale, non molto pare mutato
nel comportamento disumano degli uomini da quei secoli oscuri fino a oggi.
Di fatto, queste
pittoresche narrazioni agiografiche hanno determinato alcuni dettagli ricorrenti
nell’iconografia di san Nicola, spesso raffigurato con tre globi dorati nelle
mani o istoriati sul pastorale, e ancor più frequentemente accompagnato da tre
fanciulli, che ricordano il miracolo della resurrezione e giustificano la
predilezione del santo per l’infanzia e per i doni.
Anche il quadro
quinzanese che lo rappresenta, nella chiesa parrocchiale (secondo altare della
parete nord: ne abbiamo fatto parola nello scorso numero di questa rubrica)
mostra attorno al vescovo tre bambini in atto di giocare, che Locatelli (1990),
con un guizzo di audace fantasia, tenta addirittura di identificare con nome e
cognome in personaggi locali dell’epoca rinascimentale. Ma non è questo il
nostro argomento.
Le tradizioni popolari
Più difficile
dire se le tradizioni sgorgate intorno alla figura del vescovo di Mira
discendano dalle leggende che si narravano sul suo conto, o al contrario siano
le leggende a essere state ricamate sulle tradizioni che portano il suo nome. O
addirittura (come oggi si propende a ritenere), se alcune di quelle tradizioni
non risalgano piuttosto a tempi ben più remoti della diffusione del culto a san
Nicola, il quale si sarebbe innestato, a partire dal
ix secolo e progressivamente fino
al xvi, su credenze e usi di età
pre-cristiana.
Alla leggenda
delle tre ragazze da marito rimaste senza dote si ricondurrebbe, per esempio,
l’abitudine di varie confraternite intitolate al nome del santo di destinare una
parte dei redditi per fornire appunto la dote a fanciulle povere della comunità:
una usanza, del resto, comune anche ad associazioni di altro titolo.
Ma le tradizioni
più affascinanti e insieme nebulose sono quelle tipiche di varie popolazioni
europee nel periodo prossimo al solstizio d’inverno, e caratterizzate
dall’offerta di regali ai bambini. Era questa una usanza piuttosto diffusa in
antico sia nel mondo romano, dove ci si scambiava le cosiddette strennae
nei Saturnali di fine anno, sia in quello centro-europeo, dominato dalla
caratteristica figura del vecchio che premia i fanciulli buoni e punisce i
cattivi.
Se, oltre a
questi dati, si considera il titolo nordico di Santa Claus (evidentemente
germanizzato dal latino Sanctus Nicolaus, cioè san Nicola), prototipo del
moderno Babbo Natale, si comprende il legame stretto che si instaurò nel tempo
tra la figura del santo patrono di Bari e quella del vecchio barbuto portatore
dei doni ai bambini. Tanto più che in diverse zone dell’Europa
centro-settentrionale il vecchio buono è ancora raffigurato con veste
ecclesiastica e mitria, mentre la rossa casacca di Babbo Natale continua a
richiamare il colore tipico dell’abito vescovile.
Si vede dunque
come nella figura di Babbo Natale, oggi divenuta il simbolo della festa
consumistica, convergano stratificazioni secolari di tradizione in parte
cristiana, con non pochi tratti di paganesimo assai più remoto.
La festività quinzanese
Ma a noi
interessa soprattutto inquadrare il culto di san Nicola in Quinzano.
Già si è detto,
il mese scorso, della notizia offerta dal Pizzoni (1640, p. 16) riguardo al
maestro Giovanni Giacomo Conti, a opera del quale, negli ultimi anni del ‘400, «hebbe
origine la solita solennità all’Altare di S. Nicolò protettore/
e Tutelare de Scolari, al cui Altare, il che si usa fin’hora, il suo giorno/
andavano trionfanti cantando Hinni, vestiti in forma d’Angioli». Sembra
dunque che la solennità annuale del 6 dicembre, poi divenuta consueta (solita),
a onore di san Nicola patrono degli scolari, sia stata promossa per la sua
scolaresca dal devoto maestro umanista, cui si dovrebbe attribuire, secondo lo
storico, anche l’usanza di condurre in processione all’altare del santo i
ragazzi abbigliati da angioletti, col canto di sacre canzoni: una tradizione
perdurante ancora a metà del ‘600.
Non mi sembra,
in ogni modo, plausibile l’idea che l’altare di San Nicola sia stato fondato
dallo stesso Conti, e anzi propenderei a credere che la devozione per il santo
di Bari dovesse essere piuttosto antica anche da noi come altrove: il maestro si
limitò a adottarlo come protettore della sua famiglia e soprattutto della sua
scuola, adeguandosi così a una abitudine che proprio a quell’epoca si stava
consolidando in buona parte dell’Europa.
Quanto poi alla
possibilità che al Conti si debba pure la commissione del quadro dell’altare
(come vorrebbe ritenere Locatelli, che vede addirittura il maestro in persona
immortalato nei tratti del san Girolamo), manca al momento una severa perizia
tecnica e artistica sull’opera, anche soltanto per definirne di preciso la
datazione.
Una festa di preti
Nello zibaldone
del medico Giovanni Gandino (di proprietà Gandaglia), cui per convenzione
abbiamo preso l’abitudine di attribuire il titolo di Alveario Cronologico,
si ritrovano diverse menzioni della solennità quinzanese di San Nicola, talvolta
in forma puramente generica, talaltra con qualche informazione accessoria che ci
aiuta a integrare il quadro, invero piuttosto sommario. Se ne parla quasi sempre
in biografie di sacerdoti locali, per cui se ne ottiene l’immagine di una
devozione tipica in modo particolare dell’ambiente clericale.
Leggiamo, ad
esempio, la rapida biografia del prete Cipriano Baselli (Alveario, p.
117):
Cipriano Prete Sacerdote fù Religioso di buonissima vita,
diligentissimo, e rigido insegnatore della Dottrina Christiana, Devotissimo del
Glorioso San Nicolò lasciandone l’evidenza coll’havernegli fatto ristampare
gl’Inni, e versi, che da questi Scolari nella solennità li 6 dicembre solita qui
da medesimi con distinzione celebrarsi si cantano. Morse d’anni 55 il primo di
maggio 1645 stava in Castello.
L’epoca è la
stessa del Pizzoni, e le notizie si conformano in effetti a quelle dello
storico: in più veniamo a sapere che i canti e i versetti interpretati dagli
scolari nella consueta processione annuale venivano conservati in copie a
stampa, ed eventualmente ristampati a spese di qualche devoto. Il lettore faccia
qui caso alla menzione della Dottrina Cristiana, perché dovremo ritornare
sull’argomento.
Ancora: il prete
don Giovanni Battista Bergamaschi, del ramo denominato dei Sandrini, era nato
intorno al 1633; dopo gli studi teologici e musicali in Milano a Brera, era
stato per lunghi anni organista nella chiesa di Gussago, fino alla morte che lo
colse ottantenne il 16 gennaio 1713. Di costui il Gandino scrive (p. 145): «Era
divoto di San Nicolò, che sempre che ha potuto soleva venire alla Patria á
goderne la sua Festa con li suoi Amici, e parenti con tutta allegria».
Altre testimonianze della tradizione
Più indiretto è
il cenno alla festività quinzanese di San Nicola nella vita del prete don
Francesco Capredoni (1609-1689), arciprete di Corticelle, dove era succeduto al
compaesano Guadagni. Il medico Gandino, dopo aver celebrato le qualità umane e
cristiane del Capredoni e compendiato le sue disposizioni testamentarie, rivela
che il sacerdote (p. 168)
Era molto Amico della nostra Casa, essendovi dà giovine Sta
allevato, et in ogn’Anno nella Festa di San Nicolò del quale n’era sommamente
Divoto, voleva venire ò a goderla, ò visitarla almeno, memorandone sempre il suo
possesso antico con la sua forma allegra di dire.
Un vecchio amico
di famiglia, insomma, che amava tornare ogni anno a far visita ai suoi antichi
protettori e ricordare col suo spiccato senso di umorismo le vicende del passato
comune, proprio nella ricorrenza di San Nicola, verso il quale nutriva una
devozione tutta speciale.
Stessa abitudine
aveva pure il fratello di don Francesco, don Andrea Capredone (1619-1680):
cappellano per tutta la vita a Capriano, anch’egli a detta del Gandino (p. 168)
«nell’Infanzia sua s’allevó quasi in questa nostra Casa, che molto sempre poi
l’amó volendola nella Festa del glorioso San Nicolo suo gran Divoto ó godere, ó
almen’ almeno visitare».
Un altro prete –
ricorda il cronista – era devoto del santo protettore dei bambini e partecipava
quasi ogni anno alla sua festa in Quinzano: si tratta di don Nicolò Capra
(1611-?), dapprima cappellano presso la chiesa delle Dimesse, in seguito rettore
del beneficio di Fiesco, e infine prevosto di San Leonardo in Casalmaggiore,
ambedue nel cremonese.
C’entrerà poco
col nostro argomento, ma è un divertente squarcio di sensibilità secentesca,
troppo simpatico per tralasciarlo: così il Gandino inquadra la persona del
prevosto Capra (p. 172):
Vestiva vesti ordinariamente alla Duccale di seta fiorata et alla
nobile; onde per antonomasia qui era chiamato il Prete Nobile, et essendo di
costumi per altro civilissimi, mà di troppo contegno, e fastosi, non hebbe ad
incontrare tutta l’aura popolare.
Dunque un prete
alquanto scostante, che amava vestire alla moda, e piuttosto che l’austero abito
talare (allora si diceva veste all’apostolica), preferiva indossare abiti
sgargianti di fiori e di colori, come d’uso presso la nobiltà veneziana (alla
ducale).
Non so se
basterà a riscattarlo ai nostri occhi disincantati, ma il seguito della
descrizione afferma che il nostro sofisticato don Nicolò
fù amatore della Patria (ossia di Quinzano), e di questa nostra
Casa, che tanto qui, che in Brescia ne suoi diporti visitare soleva: e gran
Divoto del Santo del Suo Nome, che potendo quasi annualmente quì festare voleva
ancora.
Il miracolo di don Bertòla
Ma l’episodio
più singolare collegato al culto quinzanese di San Nicola di Bari rasenta
l’ingenuo stupore di un grazioso piccolo miracolo. Il cronista Gandino (p. 148)
ce ne riferisce a proposito di un altro prete, pure lui vecchio amico della sua
famiglia, don Giovanni Battista Bertóla (Bertholla nel manoscritto),
oriundo da Ponte di Legno, per quasi tutta la vita sagrestano in Quinzano: a
quell’epoca, in effetti, il sagrestano era il responsabile della parte
monumentale e delle suppellettili preziose della chiesa o dell’altare a lui
affidati, e pertanto la carica veniva attribuita quasi sempre a persona di rango
o a un sacerdote.
Tralasciamo i
dati biografici, che il lettore potrà divertirsi a decifrare; ci soffermeremo su
ciò che tocca il culto di San Nicola. Il biografo sostiene che il nostro don
Bertóla era devoto della Dottrina Cristiana (ancora una volta questa
istituzione), devoto dei morti e contabile delle elemosine per gli uffici
generali mensili, e devoto ancora «Del Glorioso Santo Nicoló», al cui
altare era solito celebrare nei giorni feriali, mentre la festa celebrava presso
la chiesa campestre (romitorio) di Santa Maria di Cortemilia, detta
allora di Balgarossa: la Madonnina delle Malgherosse, insomma.
Quanto a San
Nicola, il prete Bertóla era – a detta del Gandino – il più sensibile alla cura
dell’altare e delle relative funzioni, particolarmente in occasione della
solennità del 6 dicembre, quando provvedeva di persona a «hornarli l’altare,
la Chiesa, e procurarli la Musica, e dare i Maggiori argomenti di Solenitá, ed
honori dovuti al Santo». In questo modo veniamo indirettamente informati
che, oltre alla decorazione dell’altare, il giorno della festa si adornava tutta
la chiesa parrocchiale, e si faceva musica in una forma più fastosa del
consueto. Collegando questo particolare con la notizia del corteo di bambini
inneggianti al santo patrono, possiamo pensare che venissero ingaggiati per
l’occasione alcuni cantori e strumentisti che accompagnavano la processione e la
funzione in chiesa con un apparato più sontuoso del semplice suono dell’organo.
Il santo amico
dei bambini, dunque, volle premiare la assiduità del devoto sagrestano con una
specie di prodigio («con la specialità seguente» scrive la cronaca). Una
volta si dovette festeggiare il 6 dicembre in una grave ristrettezza economica,
al punto che l’altare «non n’haveva il Comodi di far le spese n’anco delle
sere (cere) per li lumi»: nemmeno i soldi per le candele della messa.
Il previdente cappellano provvide allora a prendere in prestito i ceri dalla
ricca scuola del Santissimo Sacramento, col patto evidentemente di rimborsarne
l’usura al termine della celebrazione. Vennero così pesate le candele prima del
prestito, e si ripeté la pesatura dopo l’utilizzo. Ma ecco che il nostro buon
Bertóla «dopo adoperate ancora le trovó le medesime nel medesimo peso di
prima, senza essersene consumate in parte alcuna, come se non fossero state
adoperate». Una bella storia natalizia.
La Dottrina Cristiana
La povertà
dell’altare di San Nicola doveva essere endemica, almeno dopo il periodo florido
della sua rifondazione a opera del maestro Conti. Tuttavia, abbiamo visto la
scorsa volta che nel novembre 1621 gli amministratori avevano provveduto a
consistenti spese per dotare il loro altare di una degna ancona scolpita da un
ottimo maestro. Cos’era successo nel frattempo?
In realtà,
dobbiamo aprire una breve parentesi. Il 5 settembre del medesimo 1621, in casa
dell’arciprete don Pompeo Zambone, si riuniva «la Compagnia della Dottrina
Christiana de Sancti faustino et Iovitta della terra de Quintiano», con lo
scopo di «regolar alcune cose di detta Congregatione».
Che cosa fosse e
quali finalità si prefiggesse tale confraternita è abbastanza intuibile dal suo
stesso nome. Si trattava infatti di una associazione con collegamenti
extra-parrocchiali ed extra-diocesani, dedita all’insegnamento sistematico del
catechismo, fondata nel 1536 a Milano e approdata a Brescia nel 1554. Negli anni
dell’episcopato del Bollani (1559-1579) tale istituzione si era diffusa
capillarmente quasi in ogni parrocchia del bresciano, come appare dalle
relazioni della visita pastorale 1565-67.
La catechesi
veniva tenuta la domenica pomeriggio da sacerdoti e da persone colte della
classe medio-alta del paese. I contenuti riguardavano gli articoli del Credo e
del Padre nostro, i comandamenti e i precetti della carità, i sacramenti e le
norme della chiesa. La didattica, per la quale i maestri disponevano
dell’ausilio di pubblicazioni specifiche, consisteva soprattutto in domande e
risposte da apprendere mnemonicamente; le lezioni si svolgevano con canti, gare
e dialoghi (le cosiddette dispute), e si concludevano di solito con la
recita del vespro mariano.
Tutti i fedeli
della parrocchia erano tenuti ad assistervi, maschi e femmine separatamente e
suddivisi in quattro gruppi di età: i bambini piccoli (prima classe) e
grandicelli (seconda classe), gli adolescenti in età di ricevere la
cresima e la comunione (terza classe), e gli adulti (quarta classe).
Per avere un’idea dell’importanza attribuita dalle istituzioni a questa forma di
catechismo popolare, basti pensare che si conservano ancora in molti archivi
parrocchiali, per i secoli xviii-xix,
i registri di presenza della quarta classe, nei quali venivano
rigorosamente annotati, domenica dopo domenica, i nomi degli adulti
frequentanti, dove dunque potevano risultare ben evidenti le assenze, per le
quali si agiva anche con provvedimenti punitivi.
L’aggregazione all’altare
La sezione
quinzanese della Dottrina Cristiana, come risulta dall’atto del 5
settembre 1621, era composta di ventun persone, oltre al notaio rogante: una
decina di sacerdoti (presumibilmente tutti quelli residenti in parrocchia),
alcuni chierici e diversi notabili laici, i quali tutti dovevano fungere da
maestri o da assistenti (silenzieri si diceva) per i gruppi delle varie
classi. L’ultimo dei presenti è l’intagliatore Giacomo Manente. Non appaiono
donne tra i componenti della confraternita, ma è probabile che ci fossero anche
alcune maestre, poiché le classi femminili difficilmente venivano affidate a
uomini che non fossero sacerdoti.
Comunque,
nell’assemblea a casa dell’arciprete si prendeva atto che «nella sudetta
chiesa de Sancto Faustino vi é L’altare de Sancto Nicolao qual è quasi derelitto»,
cioè abbandonato: si era dunque esaurita la vena devozionale della famiglia e
della scuola del maestro Conti. Con l’intento, dunque, di ridare lustro e decoro
all’antico altare del patrono degli scolari, si decide di «volergli agregar
Al detto altare la Compagnia della Dotrina Christiana», richiedendo al
vescovo gli opportuni permessi. La delibera è presa a maggioranza di 18 voti
contro 4.
Segue l’elezione
dei responsabili della congregazione e insieme dell’altare: cinque deputati (due
preti e tre secolari), un massaro (amministratore) e un
segrestano. Infine don Giambattista Manente (il fratello dell’intagliatore
dell’ancona), forse tesoriere in scadenza, rende i conti del bilancio pregresso,
che indicano una certa disponibilità economica della congregazione. Le ultime
righe del manoscritto riportano la classifica dei votati.
In realtà
saranno appunto i componenti di questo direttivo (tranne il Bertoglio) a
sottoscrivere il contratto del successivo novembre con l’intagliatore Gian
Giacomo Manente per l’ancona nuova dell’altare di San Nicola, di cui abbiamo
ampiamente riferito negli scorsi nostri interventi.
Vediamo, così,
che il santo protettore dei bambini, verrebbe quasi da dire il Babbo Natale dei
secoli passati, che era stato oggetto principale di devozione per una delle
prime scuole semi-pubbliche del contado bresciano all’inizio dell’età moderna,
dopo alcuni decenni di decadenza, divenne la sede della congregazione che curava
la scuola di catechismo per tutti i fedeli quinzanesi nel secolo
xvii.
Si aprirebbe qui
un capitolo di grande interesse per la storia della cultura locale e generale,
anche se tuttora in gran parte trascurato e ignoto: l’evoluzione delle
istituzioni didattiche locali nel periodo precedente all’unità italiana. Ma non
possiamo per ora far altro che auspicare l’interessamento delle istituzioni per
una ricerca in questo campo fondamentale. Intanto dovremo accontentarci di aver
aperto uno piccolo spiraglio su un aspetto ignorato della nostra civiltà locale,
quando i personaggi di riferimento delle devozioni popolari non erano ancora
stati soffocati e soppiantati dai grandi faccioni barbuti e incappucciati, che
vendono giocattoli ai bambini dell’era post-industriale.
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