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5 settembre 1621
La Compagnia della Dottrina Cristiana delibera la propria aggregazione all’altare di San Nicola in San Faustino ed elegge i deputati.

Giovanni GANDINO,
Biografia del prete Giovanni Battista Bertòla, Alveario Cronologico, p. 148.

La festa dei bambini il 6 dicembre: una tradizione della scuola
e del catechismo a Quinzano nei secoli XV-XVII
 

 

San Nicola di Bari: il Babbo Natale del 1600

di Tommaso Casanova

 

da L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. V n° 48, dicembre 1997, pp. 3-4.

 

 

Chissà quante volte in questi giorni di festività di fine anno il lettore sarà bombardato da stampa e televisioni con notizie più o meno folcloristiche sull’origine delle tradizioni natalizie. E, d’altra parte, quale occasione migliore di questa per concludere il discorso aperto l’ultima volta (L’Araldo, n° 47, novembre 1997) su san Nicola di Bari?

 

La figura leggendaria

Non staremo a ripercorrere minutamente la biografia, peraltro affatto incerta e leggendaria, del santo vescovo di Mira in Licia (oggi territorio della Turchia) nel iv secolo, il quale diventò “di Bari” soltanto dopo che nel 1087 le sue spoglie furono trafugate da mercanti di quella città per arricchire la loro chiesa con reliquie di grande richiamo – diremmo oggi – turistico. Succedeva anche questo, nel lontano medioevo.

Tra gli episodi più curiosi della sua vita, vi è quello relativo al riscatto di tre sfere d’oro (o tre monete, o sacchetti di monete) che egli donò nascostamente a tre ragazze, avviate a una vita poco virtuosa da un padre ridotto al lastrico. E ancora si raccontava la ricomposizione dei resti e la resurrezione di tre ragazzini, fatti a pezzi da un sadico macellaio e messi in conserva sotto sale. Prodigi stupefacenti a parte, con l’orecchio alla cronaca attuale, non molto pare mutato nel comportamento disumano degli uomini da quei secoli oscuri fino a oggi.

Di fatto, queste pittoresche narrazioni agiografiche hanno determinato alcuni dettagli ricorrenti nell’iconografia di san Nicola, spesso raffigurato con tre globi dorati nelle mani o istoriati sul pastorale, e ancor più frequentemente accompagnato da tre fanciulli, che ricordano il miracolo della resurrezione e giustificano la predilezione del santo per l’infanzia e per i doni.

Anche il quadro quinzanese che lo rappresenta, nella chiesa parrocchiale (secondo altare della parete nord: ne abbiamo fatto parola nello scorso numero di questa rubrica) mostra attorno al vescovo tre bambini in atto di giocare, che Locatelli (1990), con un guizzo di audace fantasia, tenta addirittura di identificare con nome e cognome in personaggi locali dell’epoca rinascimentale. Ma non è questo il nostro argomento.

 

Le tradizioni popolari

Più difficile dire se le tradizioni sgorgate intorno alla figura del vescovo di Mira discendano dalle leggende che si narravano sul suo conto, o al contrario siano le leggende a essere state ricamate sulle tradizioni che portano il suo nome. O addirittura (come oggi si propende a ritenere), se alcune di quelle tradizioni non risalgano piuttosto a tempi ben più remoti della diffusione del culto a san Nicola, il quale si sarebbe innestato, a partire dal ix secolo e progressivamente fino al xvi, su credenze e usi di età pre-cristiana.

Alla leggenda delle tre ragazze da marito rimaste senza dote si ricondurrebbe, per esempio, l’abitudine di varie confraternite intitolate al nome del santo di destinare una parte dei redditi per fornire appunto la dote a fanciulle povere della comunità: una usanza, del resto, comune anche ad associazioni di altro titolo.

Ma le tradizioni più affascinanti e insieme nebulose sono quelle tipiche di varie popolazioni europee nel periodo prossimo al solstizio d’inverno, e caratterizzate dall’offerta di regali ai bambini. Era questa una usanza piuttosto diffusa in antico sia nel mondo romano, dove ci si scambiava le cosiddette strennae nei Saturnali di fine anno, sia in quello centro-europeo, dominato dalla caratteristica figura del vecchio che premia i fanciulli buoni e punisce i cattivi.

Se, oltre a questi dati, si considera il titolo nordico di Santa Claus (evidentemente germanizzato dal latino Sanctus Nicolaus, cioè san Nicola), prototipo del moderno Babbo Natale, si comprende il legame stretto che si instaurò nel tempo tra la figura del santo patrono di Bari e quella del vecchio barbuto portatore dei doni ai bambini. Tanto più che in diverse zone dell’Europa centro-settentrionale il vecchio buono è ancora raffigurato con veste ecclesiastica e mitria, mentre la rossa casacca di Babbo Natale continua a richiamare il colore tipico dell’abito vescovile.

Si vede dunque come nella figura di Babbo Natale, oggi divenuta il simbolo della festa consumistica, convergano stratificazioni secolari di tradizione in parte cristiana, con non pochi tratti di paganesimo assai più remoto.

 

La festività quinzanese

Ma a noi interessa soprattutto inquadrare il culto di san Nicola in Quinzano.

Già si è detto, il mese scorso, della notizia offerta dal Pizzoni (1640, p. 16) riguardo al maestro Giovanni Giacomo Conti, a opera del quale, negli ultimi anni del ‘400, «hebbe origine la solita solennità all’Altare di S. Nicolò protettore/ e Tutelare de Scolari, al cui Altare, il che si usa fin’hora, il suo giorno/ andavano trionfanti cantando Hinni, vestiti in forma d’Angioli». Sembra dunque che la solennità annuale del 6 dicembre, poi divenuta consueta (solita), a onore di san Nicola patrono degli scolari, sia stata promossa per la sua scolaresca dal devoto maestro umanista, cui si dovrebbe attribuire, secondo lo storico, anche l’usanza di condurre in processione all’altare del santo i ragazzi abbigliati da angioletti, col canto di sacre canzoni: una tradizione perdurante ancora a metà del ‘600.

Non mi sembra, in ogni modo, plausibile l’idea che l’altare di San Nicola sia stato fondato dallo stesso Conti, e anzi propenderei a credere che la devozione per il santo di Bari dovesse essere piuttosto antica anche da noi come altrove: il maestro si limitò a adottarlo come protettore della sua famiglia e soprattutto della sua scuola, adeguandosi così a una abitudine che proprio a quell’epoca si stava consolidando in buona parte dell’Europa.

Quanto poi alla possibilità che al Conti si debba pure la commissione del quadro dell’altare (come vorrebbe ritenere Locatelli, che vede addirittura il maestro in persona immortalato nei tratti del san Girolamo), manca al momento una severa perizia tecnica e artistica sull’opera, anche soltanto per definirne di preciso la datazione.

 

Una festa di preti

Nello zibaldone del medico Giovanni Gandino (di proprietà Gandaglia), cui per convenzione abbiamo preso l’abitudine di attribuire il titolo di Alveario Cronologico, si ritrovano diverse menzioni della solennità quinzanese di San Nicola, talvolta in forma puramente generica, talaltra con qualche informazione accessoria che ci aiuta a integrare il quadro, invero piuttosto sommario. Se ne parla quasi sempre in biografie di sacerdoti locali, per cui se ne ottiene l’immagine di una devozione tipica in modo particolare dell’ambiente clericale.

Leggiamo, ad esempio, la rapida biografia del prete Cipriano Baselli (Alveario, p. 117):  

Cipriano Prete Sacerdote fù Religioso di buonissima vita, diligentissimo, e rigido insegnatore della Dottrina Christiana, Devotissimo del Glorioso San Nicolò lasciandone l’evidenza coll’havernegli fatto ristampare gl’Inni, e versi, che da questi Scolari nella solennità li 6 dicembre solita qui da medesimi con distinzione celebrarsi si cantano. Morse d’anni 55 il primo di maggio 1645 stava in Castello.

L’epoca è la stessa del Pizzoni, e le notizie si conformano in effetti a quelle dello storico: in più veniamo a sapere che i canti e i versetti interpretati dagli scolari nella consueta processione annuale venivano conservati in copie a stampa, ed eventualmente ristampati a spese di qualche devoto. Il lettore faccia qui caso alla menzione della Dottrina Cristiana, perché dovremo ritornare sull’argomento.

Ancora: il prete don Giovanni Battista Bergamaschi, del ramo denominato dei Sandrini, era nato intorno al 1633; dopo gli studi teologici e musicali in Milano a Brera, era stato per lunghi anni organista nella chiesa di Gussago, fino alla morte che lo colse ottantenne il 16 gennaio 1713. Di costui il Gandino scrive (p. 145): «Era divoto di San Nicolò, che sempre che ha potuto soleva venire alla Patria á goderne la sua Festa con li suoi Amici, e parenti con tutta allegria».

 

Altre testimonianze della tradizione

Più indiretto è il cenno alla festività quinzanese di San Nicola nella vita del prete don Francesco Capredoni (1609-1689), arciprete di Corticelle, dove era succeduto al compaesano Guadagni. Il medico Gandino, dopo aver celebrato le qualità umane e cristiane del Capredoni e compendiato le sue disposizioni testamentarie, rivela che il sacerdote (p. 168)

Era molto Amico della nostra Casa, essendovi dà giovine Sta allevato, et in ogn’Anno nella Festa di San Nicolò del quale n’era sommamente Divoto, voleva venire ò a goderla, ò visitarla almeno, memorandone sempre il suo possesso antico con la sua forma allegra di dire.

Un vecchio amico di famiglia, insomma, che amava tornare ogni anno a far visita ai suoi antichi protettori e ricordare col suo spiccato senso di umorismo le vicende del passato comune, proprio nella ricorrenza di San Nicola, verso il quale nutriva una devozione tutta speciale.

Stessa abitudine aveva pure il fratello di don Francesco, don Andrea Capredone (1619-1680): cappellano per tutta la vita a Capriano, anch’egli a detta del Gandino (p. 168) «nell’Infanzia sua s’allevó quasi in questa nostra Casa, che molto sempre poi l’amó volendola nella Festa del glorioso San Nicolo suo gran Divoto ó godere, ó almen’ almeno visitare».

Un altro prete – ricorda il cronista – era devoto del santo protettore dei bambini e partecipava quasi ogni anno alla sua festa in Quinzano: si tratta di don Nicolò Capra (1611-?), dapprima cappellano presso la chiesa delle Dimesse, in seguito rettore del beneficio di Fiesco, e infine prevosto di San Leonardo in Casalmaggiore, ambedue nel cremonese.

C’entrerà poco col nostro argomento, ma è un divertente squarcio di sensibilità secentesca, troppo simpatico per tralasciarlo: così il Gandino inquadra la persona del prevosto Capra (p. 172):  

Vestiva vesti ordinariamente alla Duccale di seta fiorata et alla nobile; onde per antonomasia qui era chiamato il Prete Nobile, et essendo di costumi per altro civilissimi, mà di troppo contegno, e fastosi, non hebbe ad incontrare tutta l’aura popolare.

Dunque un prete alquanto scostante, che amava vestire alla moda, e piuttosto che l’austero abito talare (allora si diceva veste all’apostolica), preferiva indossare abiti sgargianti di fiori e di colori, come d’uso presso la nobiltà veneziana (alla ducale).

Non so se basterà a riscattarlo ai nostri occhi disincantati, ma il seguito della descrizione afferma che il nostro sofisticato don Nicolò

fù amatore della Patria (ossia di Quinzano), e di questa nostra Casa, che tanto qui, che in Brescia ne suoi diporti visitare soleva: e gran Divoto del Santo del Suo Nome, che potendo quasi annualmente quì festare voleva ancora.

 

Il miracolo di don Bertòla

Ma l’episodio più singolare collegato al culto quinzanese di San Nicola di Bari rasenta l’ingenuo stupore di un grazioso piccolo miracolo. Il cronista Gandino (p. 148) ce ne riferisce a proposito di un altro prete, pure lui vecchio amico della sua famiglia, don Giovanni Battista Bertóla (Bertholla nel manoscritto), oriundo da Ponte di Legno, per quasi tutta la vita sagrestano in Quinzano: a quell’epoca, in effetti, il sagrestano era il responsabile della parte monumentale e delle suppellettili preziose della chiesa o dell’altare a lui affidati, e pertanto la carica veniva attribuita quasi sempre a persona di rango o a un sacerdote.

Tralasciamo i dati biografici, che il lettore potrà divertirsi a decifrare; ci soffermeremo su ciò che tocca il culto di San Nicola. Il biografo sostiene che il nostro don Bertóla era devoto della Dottrina Cristiana (ancora una volta questa istituzione), devoto dei morti e contabile delle elemosine per gli uffici generali mensili, e devoto ancora «Del Glorioso Santo Nicoló», al cui altare era solito celebrare nei giorni feriali, mentre la festa celebrava presso la chiesa campestre (romitorio) di Santa Maria di Cortemilia, detta allora di Balgarossa: la Madonnina delle Malgherosse, insomma.

Quanto a San Nicola, il prete Bertóla era – a detta del Gandino – il più sensibile alla cura dell’altare e delle relative funzioni, particolarmente in occasione della solennità del 6 dicembre, quando provvedeva di persona a «hornarli l’altare, la Chiesa, e procurarli la Musica, e dare i Maggiori argomenti di Solenitá, ed honori dovuti al Santo». In questo modo veniamo indirettamente informati che, oltre alla decorazione dell’altare, il giorno della festa si adornava tutta la chiesa parrocchiale, e si faceva musica in una forma più fastosa del consueto. Collegando questo particolare con la notizia del corteo di bambini inneggianti al santo patrono, possiamo pensare che venissero ingaggiati per l’occasione alcuni cantori e strumentisti che accompagnavano la processione e la funzione in chiesa con un apparato più sontuoso del semplice suono dell’organo.

Il santo amico dei bambini, dunque, volle premiare la assiduità del devoto sagrestano con una specie di prodigio («con la specialità seguente» scrive la cronaca). Una volta si dovette festeggiare il 6 dicembre in una grave ristrettezza economica, al punto che l’altare «non n’haveva il Comodi di far le spese n’anco delle sere (cere) per li lumi»: nemmeno i soldi per le candele della messa. Il previdente cappellano provvide allora a prendere in prestito i ceri dalla ricca scuola del Santissimo Sacramento, col patto evidentemente di rimborsarne l’usura al termine della celebrazione. Vennero così pesate le candele prima del prestito, e si ripeté la pesatura dopo l’utilizzo. Ma ecco che il nostro buon Bertóla «dopo adoperate ancora le trovó le medesime nel medesimo peso di prima, senza essersene consumate in parte alcuna, come se non fossero state adoperate». Una bella storia natalizia.

 

La Dottrina Cristiana

La povertà dell’altare di San Nicola doveva essere endemica, almeno dopo il periodo florido della sua rifondazione a opera del maestro Conti. Tuttavia, abbiamo visto la scorsa volta che nel novembre 1621 gli amministratori avevano provveduto a consistenti spese per dotare il loro altare di una degna ancona scolpita da un ottimo maestro. Cos’era successo nel frattempo?

In realtà, dobbiamo aprire una breve parentesi. Il 5 settembre del medesimo 1621, in casa dell’arciprete don Pompeo Zambone, si riuniva «la Compagnia della Dottrina Christiana de Sancti faustino et Iovitta della terra de Quintiano», con lo scopo di «regolar alcune cose di detta Congregatione».

Che cosa fosse e quali finalità si prefiggesse tale confraternita è abbastanza intuibile dal suo stesso nome. Si trattava infatti di una associazione con collegamenti extra-parrocchiali ed extra-diocesani, dedita all’insegnamento sistematico del catechismo, fondata nel 1536 a Milano e approdata a Brescia nel 1554. Negli anni dell’episcopato del Bollani (1559-1579) tale istituzione si era diffusa capillarmente quasi in ogni parrocchia del bresciano, come appare dalle relazioni della visita pastorale 1565-67.

La catechesi veniva tenuta la domenica pomeriggio da sacerdoti e da persone colte della classe medio-alta del paese. I contenuti riguardavano gli articoli del Credo e del Padre nostro, i comandamenti e i precetti della carità, i sacramenti e le norme della chiesa. La didattica, per la quale i maestri disponevano dell’ausilio di pubblicazioni specifiche, consisteva soprattutto in domande e risposte da apprendere mnemonicamente; le lezioni si svolgevano con canti, gare e dialoghi (le cosiddette dispute), e si concludevano di solito con la recita del vespro mariano.

Tutti i fedeli della parrocchia erano tenuti ad assistervi, maschi e femmine separatamente e suddivisi in quattro gruppi di età: i bambini piccoli (prima classe) e grandicelli (seconda classe), gli adolescenti in età di ricevere la cresima e la comunione (terza classe), e gli adulti (quarta classe). Per avere un’idea dell’importanza attribuita dalle istituzioni a questa forma di catechismo popolare, basti pensare che si conservano ancora in molti archivi parrocchiali, per i secoli xviii-xix, i registri di presenza della quarta classe, nei quali venivano rigorosamente annotati, domenica dopo domenica, i nomi degli adulti frequentanti, dove dunque potevano risultare ben evidenti le assenze, per le quali si agiva anche con provvedimenti punitivi.

 

L’aggregazione all’altare

La sezione quinzanese della Dottrina Cristiana, come risulta dall’atto del 5 settembre 1621, era composta di ventun persone, oltre al notaio rogante: una decina di sacerdoti (presumibilmente tutti quelli residenti in parrocchia), alcuni chierici e diversi notabili laici, i quali tutti dovevano fungere da maestri o da assistenti (silenzieri si diceva) per i gruppi delle varie classi. L’ultimo dei presenti è l’intagliatore Giacomo Manente. Non appaiono donne tra i componenti della confraternita, ma è probabile che ci fossero anche alcune maestre, poiché le classi femminili difficilmente venivano affidate a uomini che non fossero sacerdoti.

Comunque, nell’assemblea a casa dell’arciprete si prendeva atto che «nella sudetta chiesa de Sancto Faustino vi é L’altare de Sancto Nicolao qual è quasi derelitto», cioè abbandonato: si era dunque esaurita la vena devozionale della famiglia e della scuola del maestro Conti. Con l’intento, dunque, di ridare lustro e decoro all’antico altare del patrono degli scolari, si decide di «volergli agregar Al detto altare la Compagnia della Dotrina Christiana», richiedendo al vescovo gli opportuni permessi. La delibera è presa a maggioranza di 18 voti contro 4.

Segue l’elezione dei responsabili della congregazione e insieme dell’altare: cinque deputati (due preti e tre secolari), un massaro (amministratore) e un segrestano. Infine don Giambattista Manente (il fratello dell’intagliatore dell’ancona), forse tesoriere in scadenza, rende i conti del bilancio pregresso, che indicano una certa disponibilità economica della congregazione. Le ultime righe del manoscritto riportano la classifica dei votati.

In realtà saranno appunto i componenti di questo direttivo (tranne il Bertoglio) a sottoscrivere il contratto del successivo novembre con l’intagliatore Gian Giacomo Manente per l’ancona nuova dell’altare di San Nicola, di cui abbiamo ampiamente riferito negli scorsi nostri interventi.

 

Vediamo, così, che il santo protettore dei bambini, verrebbe quasi da dire il Babbo Natale dei secoli passati, che era stato oggetto principale di devozione per una delle prime scuole semi-pubbliche del contado bresciano all’inizio dell’età moderna, dopo alcuni decenni di decadenza, divenne la sede della congregazione che curava la scuola di catechismo per tutti i fedeli quinzanesi nel secolo xvii.

Si aprirebbe qui un capitolo di grande interesse per la storia della cultura locale e generale, anche se tuttora in gran parte trascurato e ignoto: l’evoluzione delle istituzioni didattiche locali nel periodo precedente all’unità italiana. Ma non possiamo per ora far altro che auspicare l’interessamento delle istituzioni per una ricerca in questo campo fondamentale. Intanto dovremo accontentarci di aver aperto uno piccolo spiraglio su un aspetto ignorato della nostra civiltà locale, quando i personaggi di riferimento delle devozioni popolari non erano ancora stati soffocati e soppiantati dai grandi faccioni barbuti e incappucciati, che vendono giocattoli ai bambini dell’era post-industriale.

 

* * *

Riferimenti bibliografici

Gandino, Giovanni,
Alveario cronologico, ms. di proprietà del sig. Pietro Gandaglia, Quinzano

Locatelli, Angelo, 1990
“La Pala con i Santi Silvestro, Nicola e Girolamo. Nella Chiesa parrocchiale”, La Pieve, a. XIX n° 5, pp. 23-24

Lombardi, Roberto, 1992
“La catechesi dal concilio di Trento al Vaticano II”, in Diocesi di Brescia (“Storia religiosa della Lombardia”, vol. 3), Brescia, La Scuola, pp. 217-238

Pizzoni, Agostino, 1640
Historia di Quinzano Castello del territorio di Brescia, Brescia, Rizzardi

 

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