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È un po’ che non parliamo di musica.
Ci era capitato in precedenti occasioni (L’Araldo
n° 31, aprile 1996) di svelare la passione
organistica del notaio Francesco Gandino, padre
di Giovanni, il nostro informatore privilegiato
di storia quinzanese seicentesca; e poi di
rileggere le controverse notizie sul prezioso
organo di San Rocco (L’Araldo n° 32,
maggio 1996); infine di approfondire la
biografia di Orazio Polaroli, organista del
comune di Quinzano tra il 1661 e il 1665 (L’Araldo
n° 33, giugno 1996). Da qui, appunto,
riprendiamo il filo, avendo informazioni di
prima mano anche sul figlio di quel bravo
organista: Carlo Francesco.
Orazio Polaroli
senior
Ricapitoliamo in breve, per i lettori distratti,
quanto potemmo ricostruire della biografia di
Orazio, con l’aiuto del Gandino naturalmente (se
ne parla nell’Alveario alle pp. 377-381).
Il musico era nato a Codogno presso Lodi
probabilmente prima del 1635. A 14 anni, già
abile organista, era stato assunto dal Comune di
Desenzano col cospicuo salario di oltre 90
scudi. Successivamente lo ritrovavamo alla corte
ferrarese del cardinale Fabio Chigi (poi papa
Alessandro VII), che abbandonò al momento
dell’elezione pontificale, nell’aprile del 1655.
Dopo qualche anno di silenzio, eccolo
organista civico a Quinzano, con il compenso di
circa 80 scudi, la casa e altri donativi
(1661-1665). Passò poi a Brescia dove, oltre
all’insegnamento, esercitava la sua arte agli
organi di San Nazaro, della Pace, e infine del
duomo (1669- 1676). Ceduto l’ultimo incarico al
figlio Carlo Francesco, Orazio si era quindi
trasferito in Venezia, alle Cittelle e a
San Marco: così almeno secondo il Gandino, che
però non dice con che qualifica.
Fu infine in Polonia, alla corte del re
Giovanni III Sobieski, stentando ad ambientarsi
in quella terra lontana; durante il viaggio di
ritorno in patria, cessò di vivere a Vienna il
20 aprile 1684.
Il diligente biografo, che per la confidenza che
mostra con personaggi e vicende pare uno di
famiglia, dedica poi nel seguito del manoscritto
un paio di pagine (Alveario,
pp. 382-383) a Carlo Francesco. E sono queste
che vogliamo pubblicare e commentare.
Non trascureremo, tuttavia, di anticipare
che Carlo Francesco Polaroli (o Pollaroli, o
Pollarolo, o qualche volta anche Polarola) fu al
suo tempo uno dei più rilevanti musicisti di
origine bresciana, esecutore conteso e
fecondissimo compositore di varie decine di
opere teatrali, tuttora oggetto di indagine
musicologica. Anche se la cronologia di lui e
della famiglia, che annoverava altri musici di
fama, è ancora lontana dall’essere delineata in
forma definitiva. Basti pensare che i suoi
stessi estremi biografici sono tuttora incerti
nella letteratura che lo riguarda.
Quinzanese di nascita
In genere i testi che abbiamo consultato lo
fanno nascere a Brescia circa nel 1653 e morire
a Venezia nel 1722. Il biografo Gandino, invece,
per parte sua fornisce, colla sua solita
leziosità barocca, un paio di dati estremamente
precisi: in «questo Castello» e in «questa
Patria» guardata a vista dai felici raggi di
stelle singolarmente propizie, cioè in Quinzano,
Carlo Francesco nacque dall’organista Orazio e
dalla moglie Lucia; il piccolo fu battezzato «sotto
li 30 d’agosto dell’anno 1662 col nome di
Giovanni Battista».
Queste perentorie informazioni, soprattutto
alla luce dei dati acquisiti dalla critica,
possono lasciare un tantino perplessi. Eppure la
sicurezza del cronista non sembrerebbe lasciare
adito a dubbi; tanto più che il Gandino dimostra
– come vedremo – di essere rimasto a lungo in
contatto e forse in particolare rapporto di
confidenza con il musico anche negli anni della
maturità.
Del resto, tanto la questione del nome
Giovanni Battista, ribadito anche nel titolo
della biografia, quanto quella della data del
battesimo sarebbero facilmente verificabili con
una indagine tra gli atti dell’archivio
parrocchiale. Dico sarebbero, perché purtroppo
quel patrimonio di storia e di memoria che
appartiene (o dovrebbe appartenere) alla
comunità, e a disposizione della comunità
dovrebbe sempre essere, si trova soggetto alla
gelosa ‘custodia’ delle sante chiavi: è lo
scotto che tocca pagare agli ultimi tenaci
rimasugli di feudalesimo.
A malincuore, cedo dunque l’incombenza
della verifica a chi sia più fortunato o
autorevole (o magari più simpatico); e per il
momento mi accontento di credere al Gandino. In
ogni caso, la data fissata dal biografo, che
nella importuna foga dell’entusiasmo si spinge
fino al concepimento addirittura, combacia bene
con la presenza in Quinzano di Orazio dal
novembre 1661.
L’educazione familiare
Credendogli fin qui, non fatichiamo a
condividere anche la convinzione che a Quinzano
il piccolo Giovanni Battista, o Carlo Francesco
se si preferisce, ricevette la prima
fondamentale educazione artistica. «L’imflusi
geniali del genitore», col latte soave (!)
delle sue virtù, lo nutrirono così che in pochi
anni eguagliò il genitore per la tecnica
contrappuntistica e compositiva, l’abilità
esecutiva e la predisposizione all’insegnamento.
Ma a questo punto dovremo appendere le
dilettose metafore e gli appuntiti concettini
del nostro infiorettato sacerdote delle muse (il
Gandino intendo) al chiodo rugginoso della
prosaica cronaca, visto che l’organista Orazio
se ne partì da Quinzano verso la fine del 1665,
quando il piccolo musico in erba aveva poco più
di tre anni.
Gandino si cimenta qui in un giudizio
critico sull’abilità artistica del giovane
compositore, ma ne riparleremo. Per il momento
ci interessa l’avvicendarsi di padre e figlio
alla condotta organistica della cattedrale
bresciana. Nella biografia di Orazio, dopo la
menzione del suo servizio presso la collegiata
cittadina di San Nazaro e i padri Filippini
della Pace, si descrivono con molti particolari
le sue prove di concorso per l’organo del duomo.
Basterà qui ricordare l’episodio del plagio
tentato dal concorrente Antegnati, «il quale,
pensando di sonare ò d’haver fatta pompa d’una
sonata che niuno mai havesse <fatta>
megliore di lui, li fù pruato ch’era del
Polaroli composta e da lui chiamata la Polarola».
Orazio l’aveva infatti scritta anni prima per
una monaca sua allieva del monastero di Santa
Giulia «sopra la fede di non darla ad alcuno».
A riprova che la composizione non poteva essere
se non sua, Orazio dichiarava che «l’haverebbe
anco di subito fatta sonare dal proprio figlio»,
il quale allora aveva sei o sette anni.
Qualche riga sotto, il cronista aggiunge
che Orazio,
Doppo d’havere poi per piú Anni
sonato in Brescia, e fatte le musiche delle
Principali Sollenitá nella Città, e Territorio,
lasciato l’Organo a Carlo Francesco suo Figlio
qui nato [cioè a Quinzano], si portó a
Venecia a sonare e far le musiche alle Cittelle,
e poi doppo anco nella Chiesa di Santo Marco
sour’ogn’altro da quei [di Venezia]
Vertuosi, e Nobiltá molto gradito.
Lo stesso ripete a proposito del figlio: «da
quello [Orazio], a questo [Carlo
Francesco] lasciato l’organo del Domo di
Brescia, da chi ne dispone la condotta ne fù con
l’aplauso universale confirmata in lui
[Carlo Francesco] la successione».
Di questo lusinghiero esordio della
carriera bresciana di Carlo Francesco esiste un
riscontro documentario preciso: il 18 dicembre
del 1676 il Comune di Brescia nomina Carlo
Francesco supplente di suo padre Orazio nel
posto di organista della cattedrale, non senza
aver appurato che il giovanissimo musico «per la
di lui peritia nell’arte stessa ben chiama il
concorso universale al suo applauso» (le
medesime parole del Gandino! - cfr. Cafiero,
1992, p. 366). Dall’atto risulta pure che il
ragazzo era a quell’epoca organista nella chiesa
della Pace.
Un ragazzo prodigio
Può lasciare perplessi, se consideriamo
attendibile la data di nascita registrata dal
Gandino, che nel dicembre 1676 il nostro Carlo
Francesco avesse compiuto da poco quattordici
anni, mentre la data tradizionalmente accolta
(1653) gli darebbe nove anni in più. Tuttavia va
detto che l’assunzione di un musico in
giovanissima età non era all’epoca fatto così
raro come potremmo pensare: ai superiori premeva
più la qualità del servizio che non l’età
imberbe del dipendente, che tra l’altro
permetteva di contenere il compenso a cifre
certamente più modeste di quelle che avrebbero
richiesto professionisti di fama consolidata. Il
nostro Carlo Francesco era, dopo tutto, un
organista di qualità: ne aveva già dato prova
alla Pace, e garantiva per lui la competenza di
suo padre; tanto poteva bastare.
E poi, non dobbiamo dimenticare che – a
dire dello stesso Gandino – anche il padre
Orazio aveva avuto la sua prima esperienza
professionale impegnativa a quattordici anni,
quando il Comune di Desenzano l’aveva assunto
con un onorario peraltro non indifferente,
superiore a quanto avrebbe ricevuto a Quinzano
diversi anni dopo.
Ma le sorprese del nostro precoce
adolescente non finiscono qui: al 1 agosto 1678
si riconduce la dedica del libretto di un dramma
per musica, la Venere travestita,
rappresentata dall’Accademia degli Erranti di
Brescia (che darà in seguito origine all’odierno
Teatro Grande), con la «musica spiritosa del
Sig. Carlo Francesco Pollaroli organista in
questa Cattedrale» [Rosa Barezzani, 1981, p.
40]. Dunque un’opera teatrale prima ancora
d’avere sedici anni.
Operista di grido
E al teatro musicale (melodrammi, azioni
drammatiche, oratori) egli dedicò gran parte
della sua carriera, sia nel periodo giovanile
bresciano che in quello veneziano della
maturità. A lui la critica attribuisce con
certezza più di 25 titoli, di molti dei quali si
conservano le parti musicali. Ne citiamo alcuni,
a titolo di esempio (cfr. Rosa Barezzani, 1981,
pp. 41-ss): l’oratorio La Fenice (1680)
per i padri della Pace; Roderico (1684);
I deliri per amore e il Licurgo ossia
il cieco d'acuta vista (1685); Antonino
Pompeiano (1689). Negli anni di Venezia:
Amage Regina de' Sarmati (1696); l’azione
sacra Le gare dell’India e di Roma
(1703); Gli inganni felici (1707);
Enigma disciolto (1708); La Fede ne'
tradimenti; La Costanza in trionfo, ed
Engelberta o La forza dell’innocenza (1711).
All’intensa attività di compositore
teatrale, egli affiancava in Brescia le
incombenze di organista e poi maestro di
cappella al duomo (1676-1689), maestro per le
feste principali a San Nazaro (dal 3 settembre
1679), capo musico all’Accademia degli Erranti
(dal 1681) e, a quanto pare, capo musico della
città di Brescia (dal 1680).
Ad alcuni di questi impegni allude anche il
nostro biografo, aggiungendovi l’insegnamento
pubblico di organo e di composizione:
Godé egli di sonare per molti
Anni quel Organo [del duomo], di far le
Musiche principali della Cittá, e Teritorio,
come di tenere del componere e sonare aperta
scola, con la quale si puó dire habbia senza
dubio veruno rinovata tutta la Musica.
In questa fase di grande fervore
professionale si collocano due eventi narrati
dal Gandino nella biografia di Orazio.
L’11 ottobre 1682, di ritorno da Venezia,
il maturo organista, per un atto di riconoscenza
verso il paese che l’aveva ospitato alcuni anni
in gioventù, presenziò alla solennità delle
“Sante Reliquie”. A maggior segno del proprio
affetto, riuscì a condurre a Quinzano l’ormai
celebre figlio, per un’esecuzione musicale «che
confesó di sua propria bocca esserle piú d’ogn’altra, riusita felicissima, come anco molto
dalla gente, e cavaglieri concorsi lodata».
Mai più tornò il nostro Orazio poiché, dopo
l’infelice esperienza polacca, lasciò questo
mondo – ecco l’altro evento – in Vienna il 20
aprile 1684.
Difficoltà economiche
Al medesimo 1684 risalgono altri fatti
menzionati di passaggio dalle fonti, ma che alla
luce delle informazioni del Gandino acquistano
un senso più evidente.
Dagli atti del Consiglio Generale di
Brescia sappiamo che Carlo Francesco ricevette
un aumento di paga per la numerosa famiglia,
oltre che per la qualità del suo servizio (Rosa Barezzani, 1981, pp. 32-33).
Un’altra fonte (cfr. Rosa Barezzani, 1981,
p. 10) ci rivela che, sempre nel 1684, nella
parrocchia cittadina di San Zeno era nato un
Orazio Francesco Polaroli (lo chiameremo Orazio
iunior per distinguerlo dall’organista di
Quinzano). Chi riporta la notizia lo dice
fratello di Carlo Francesco, ma è molto
improbabile che potesse esserlo. Infatti il
Gandino, a proposito di Orazio senior
dice che, negli anni bresciani (1666-1676), «della
moglie e d’una figlia ancora che ambidue colti
da epidemia mortale, nella sua casa accesasi, in
un istesso dì morirano [= morirono]».
Fortemente colpito dalla disgrazia – aggiunge il
cronista – Orazio
volle che quella, che col
sposalizio gli haveva tolta la Veste di Prete,
col sciogliemento medemo ancora gli e la
rendesse; Cosi che con l’aplauso del Vescovo
marino Giovanni Zorzi, delli Canonici, e di quei
Virtuosi suoi Amici, che e di Patrimonio e di
Beneficio il prouidero, al sacro grado del
Sacerdocio felicemente l’inalzó.
Dunque prima del 1676 il nostro musico aveva
perduto la moglie, e si era fatto prete, come i
suoi genitori avrebbero voluto fin dal
principio. In ogni caso era morto in terra
straniera nella primavera del 1684. Non resta,
dunque, che ritenere il nuovo piccolo Orazio
figlio proprio di Carlo Francesco, all’epoca
ventiduenne secondo la cronologia di Gandino.
La morte del padre e la nascita del figlio,
nonché la presenza forse in famiglia di altri
minori non ancora in età da lavoro,
giustificavano bene insomma la richiesta (e la
concessione) di un aumento della paga.
Una dinastia musicale
Ho parlato di Orazio iunior nonché di
altri eventuali piccoli in famiglia, e non per
puro gusto di erudizione. A Brescia e a Venezia
nel secolo XVIII i Polaroli attivi nel campo
della musica, oltre a Carlo Francesco, furono
almeno tre, ma i loro rispettivi rapporti di
parentela non sono ancora perfettamente
chiariti.
Si è visto l’equivoco su Orazio iunior,
che peraltro appare il più vivace fra i tre,
documentato per la prima volta come maestro di
cappella in San Nazaro (1703); poi a San
Francesco (1726-1752); organista alla Pace
(1731-1744); a Santa Maria in Calchera
(1737-1738); e ancora maestro al collegio dei
Gesuiti di Sant’Antonio (1729 e 1755). Il 1755 è
l’ultima data che lo attesti: se è il medesimo
personaggio nato nel 1684 (e non magari un
omonimo), aveva a quel tempo più di settant’anni
e oltre cinquanta di intensa professione.
C’è poi un Paolo Polaroli, considerato
talora fratello di Carlo Francesco (Cafiero,
1992, p. 378), talaltra nemmeno parente (Rosa Barezzani, 1981, p. 30). La prima comparsa di
questo nome è del 1700-1701: alla luce della
notizia sulla numerosa famiglia (1684), credo si
possa dare qualche credito all’ipotesi che si
tratti di un fratello minore di Carlo Francesco.
Paolo fu autore di alcune opere di carattere
oratoriale, come una Azione Sacra per il
Pio Luogo della Pietà, dove era maestro (1709);
e ancora I trionfi della carità (1710);
Fede e amore in armi (1716?); La fede
e l’amore in pace (1719); nonché intermezzi
per tragedie (1716-1717). Fu, tra l’altro, capo
musico all’Accademia degli Erranti (1706), e
organista o maestro di cappella alla Pace
(1701-1730).
Di un Antonio Polaroli, verosimilmente
figlio di Carlo Francesco e dunque fratello di
Orazio iunior, poco si sa, oltre che nel
1701 compose una Griselda, e che il 22
maggio 1740 divenne maestro di cappella in San
Marco a Venezia.
Il culmine della carriera
Ma avevamo lasciato Carlo Francesco alle prese
con l’organo del duomo di Brescia. Agli ultimi
anni bresciani, appunto, appartiene un aneddoto
raccontato in lungo e in largo dal biografo.
Al nostro ottimo organista fu proposto di
assumere l’incarico nella cattedrale di Trento
con cospicuo compenso; i conoscenti, tuttavia,
lo sconsigliavano. Nel bel mezzo di quel
dissidio il Gandino lo incontrò a Brescia presso
il Broletto, e dai comuni amici fu sollecitato a
tentare anche lui di dissuaderlo dall’accettare
la proposta. Egli allora, da buon medico non
digiuno di letteratura qual era, imbastì una
dotta concione sull’infelice clima di Trento, e
inopportuno alla salute, e rigido, e tramontano,
e nevoso fin nell’estate, e sull’aridità di
quella terra, e sul costo della vita colà. Se
non bastavano le sue parole, si leggesse la
descrizione che se ne dà nella Storia del
Concilio di Trento. A una simile
perorazione, figuratevi se i cavalieri presenti
non rimanevano tutti lì a bocca spalancata, e
l’organista, con la coda tra le gambe, non si
pentiva di aver perfin osato pensare di
abbandonare Brescia, benché per il bene della
sua carriera.
Questo episodio, a parte la simpatica
esibizione di eloquenza del cronista, attesta se
non altro la confidenza e l’amicizia che ancora
esisteva tra il Gandino e il Polaroli negli anni
della sua residenza bresciana (1676-1690).
L’organista non ebbe però altrettanti
scrupoli quando gli si offrì la possibilità di
essere assunto presso la cappella di San Marco a
Venezia, senz’altro uno dei luoghi musicali più
prestigiosi e all’avanguardia non solo d’Italia.
Lo troviamo infatti, il 13 agosto 1690, secondo
organista della chiesa ducale veneziana (erano
due gli organi in San Marco). Poiché il suo
posto a Brescia era stato occupato dal
successore Giovan Battista Quaglia nel dicembre
precedente, possiamo supporre che nel frattempo
il nostro avesse esercitato altrove. E in
effetti ancora una volta il Gandino ci offre un
buon indizio: Carlo Francesco era stato nominato
organista «con buona provisione» (cioè
congrua paga) dalle monache di San Lorenzo di
Venezia: un monastero dell’alta aristocrazia,
che servì d’appoggio al musico per l’ultimo
balzo della sua brillante e precoce carriera
(compiva allora 28 anni). A fine maggio 1692
diventerà anche vice maestro della cappella
marciana.
Un solo errore
La breve biografia del Gandino ha due differenti
conclusioni. La prima, che porta in calce la
data del 4 febbraio 1703, descrive Carlo
Francesco nel pieno della gloria, apprezzato
dalla Signoria, il governo, e ammirato
dallo stesso «Prencipe Serenissimo», il
doge, che era in quegli anni Alvise II Mocenigo.
Nel margine, però, è vergata da mano
diversa l’ultima postilla «Morse in Venetia
dell’anno 1707». E qui per la prima volta
dobbiamo riconoscere uno sbaglio. È vero che
dopo il 1707 le documentazioni del nostro musico
sembrano diradarsi; tuttavia ci sono prove
sicure che egli fosse ancora vivo e attivo nel
febbraio 1711. A quella data risalgono ben tre
sue opere rappresentate a Brescia durante il
Carnevale, e una sua esibizione presso la chiesa
della Pace per la festa della Purificazione,
assieme a un oscuro violinista dal grande
futuro: Antonio Vivaldi, e al padre di questi
Giovanni Battista, che era di origine bresciana
(Termini, 1990).
Resta, dunque, aperta la questione sulla
data di morte di Carlo Francesco Polaroli.
Prima di concludere, però, ci rimane da appagare
un’ultima curiosità sul valore della sua musica.
C’è chi ne ha fatto oggetto di studio
musicologico minuzioso (cfr. Cafiero, 1992);
noi, nel nostro piccolo, ci accontenteremo del
giudizio del Gandino.
Al culmine delle sue pirotecniche lodi,
egli confronta lo stile di Carlo Francesco a
quello del vecchio Orazio, da cui il giovane
aveva appreso tutti i segreti dell’arte così da
divenire «a lui affatto simile». Poi
continua, con lessico lucente ma dal senso non
proprio luminoso: le qualità del figlio fanno
viva eco a quelle del padre, al punto da
consentire per entrambi un unico eterno elogio e
un’unica memoria. Poi viene il bello (anche
nella sintassi). Cerco di tradurre dal maldestro
italiano del Gandino: pare che Carlo Francesco,
per non so che bizaria caratteristica nel
sonare certe vaghe arie in uno stile più
vicino alla sensibilità dei giovani («che più
il senso dell’orecchio a spiriti giovanili
ricrea»), per questo appunto si distingua
dall’arte del padre, «che nel misto si ferma».
Però qui bisogna che ci fermiamo anche noi.
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