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Giovanni GANDINO,
Biografia del musico Carlo Francesco Polaroli, Alveario Cronologico, pp. 382-383.

Un musico tra i  più significativi del barocco bresciano:
Carlo Francesco Polaroli e la sua origine quinzanese
 

 

La brillante carriera di un ragazzo prodigio

di Tommaso Casanova

 

da L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. V n° 39, febbraio 1997, pp. 7-8.

 

 

È un po’ che non parliamo di musica.

Ci era capitato in precedenti occasioni (L’Araldo n° 31, aprile 1996) di svelare la passione organistica del notaio Francesco Gandino, padre di Giovanni, il nostro informatore privilegiato di storia quinzanese seicentesca; e poi di rileggere le controverse notizie sul prezioso organo di San Rocco (L’Araldo n° 32, maggio 1996); infine di approfondire la biografia di Orazio Polaroli, organista del comune di Quinzano tra il 1661 e il 1665 (L’Araldo n° 33, giugno 1996). Da qui, appunto, riprendiamo il filo, avendo informazioni di prima mano anche sul figlio di quel bravo organista: Carlo Francesco. 

 

Orazio Polaroli senior 

Ricapitoliamo in breve, per i lettori distratti, quanto potemmo ricostruire della biografia di Orazio, con l’aiuto del Gandino naturalmente (se ne parla nell’Alveario alle pp. 377-381). Il musico era nato a Codogno presso Lodi probabilmente prima del 1635. A 14 anni, già abile organista, era stato assunto dal Comune di Desenzano col cospicuo salario di oltre 90 scudi. Successivamente lo ritrovavamo alla corte ferrarese del cardinale Fabio Chigi (poi papa Alessandro VII), che abbandonò al momento dell’elezione pontificale, nell’aprile del 1655.

Dopo qualche anno di silenzio, eccolo organista civico a Quinzano, con il compenso di circa 80 scudi, la casa e altri donativi (1661-1665). Passò poi a Brescia dove, oltre all’insegnamento, esercitava la sua arte agli organi di San Nazaro, della Pace, e infine del duomo (1669- 1676). Ceduto l’ultimo incarico al figlio Carlo Francesco, Orazio si era quindi trasferito in Venezia, alle Cittelle e a San Marco: così almeno secondo il Gandino, che però non dice con che qualifica.

Fu infine in Polonia, alla corte del re Giovanni III Sobieski, stentando ad ambientarsi in quella terra lontana; durante il viaggio di ritorno in patria, cessò di vivere a Vienna il 20 aprile 1684.

Il diligente biografo, che per la confidenza che mostra con personaggi e vicende pare uno di famiglia, dedica poi nel seguito del manoscritto un paio di pagine (Alveario, pp. 382-383) a Carlo Francesco. E sono queste che vogliamo pubblicare e commentare.

Non trascureremo, tuttavia, di anticipare che Carlo Francesco Polaroli (o Pollaroli, o Pollarolo, o qualche volta anche Polarola) fu al suo tempo uno dei più rilevanti musicisti di origine bresciana, esecutore conteso e fecondissimo compositore di varie decine di opere teatrali, tuttora oggetto di indagine musicologica. Anche se la cronologia di lui e della famiglia, che annoverava altri musici di fama, è ancora lontana dall’essere delineata in forma definitiva. Basti pensare che i suoi stessi estremi biografici sono tuttora incerti nella letteratura che lo riguarda. 

 

Quinzanese di nascita 

In genere i testi che abbiamo consultato lo fanno nascere a Brescia circa nel 1653 e morire a Venezia nel 1722. Il biografo Gandino, invece, per parte sua fornisce, colla sua solita leziosità barocca, un paio di dati estremamente precisi: in «questo Castello» e in «questa Patria» guardata a vista dai felici raggi di stelle singolarmente propizie, cioè in Quinzano, Carlo Francesco nacque dall’organista Orazio e dalla moglie Lucia; il piccolo fu battezzato «sotto li 30 d’agosto dell’anno 1662 col nome di Giovanni Battista».

Queste perentorie informazioni, soprattutto alla luce dei dati acquisiti dalla critica, possono lasciare un tantino perplessi. Eppure la sicurezza del cronista non sembrerebbe lasciare adito a dubbi; tanto più che il Gandino dimostra – come vedremo – di essere rimasto a lungo in contatto e forse in particolare rapporto di confidenza con il musico anche negli anni della maturità.

Del resto, tanto la questione del nome Giovanni Battista, ribadito anche nel titolo della biografia, quanto quella della data del battesimo sarebbero facilmente verificabili con una indagine tra gli atti dell’archivio parrocchiale. Dico sarebbero, perché purtroppo quel patrimonio di storia e di memoria che appartiene (o dovrebbe appartenere) alla comunità, e a disposizione della comunità dovrebbe sempre essere, si trova soggetto alla gelosa ‘custodia’ delle sante chiavi: è lo scotto che tocca pagare agli ultimi tenaci rimasugli di feudalesimo.

A malincuore, cedo dunque l’incombenza della verifica a chi sia più fortunato o autorevole (o magari più simpatico); e per il momento mi accontento di credere al Gandino. In ogni caso, la data fissata dal biografo, che nella importuna foga dell’entusiasmo si spinge fino al concepimento addirittura, combacia bene con la presenza in Quinzano di Orazio dal novembre 1661. 

 

L’educazione familiare 

Credendogli fin qui, non fatichiamo a condividere anche la convinzione che a Quinzano il piccolo Giovanni Battista, o Carlo Francesco se si preferisce, ricevette la prima fondamentale educazione artistica. «L’imflusi geniali del genitore», col latte soave (!) delle sue virtù, lo nutrirono così che in pochi anni eguagliò il genitore per la tecnica contrappuntistica e compositiva, l’abilità esecutiva e la predisposizione all’insegnamento.

Ma a questo punto dovremo appendere le dilettose metafore e gli appuntiti concettini del nostro infiorettato sacerdote delle muse (il Gandino intendo) al chiodo rugginoso della prosaica cronaca, visto che l’organista Orazio se ne partì da Quinzano verso la fine del 1665, quando il piccolo musico in erba aveva poco più di tre anni.

Gandino si cimenta qui in un giudizio critico sull’abilità artistica del giovane compositore, ma ne riparleremo. Per il momento ci interessa l’avvicendarsi di padre e figlio alla condotta organistica della cattedrale bresciana. Nella biografia di Orazio, dopo la menzione del suo servizio presso la collegiata cittadina di San Nazaro e i padri Filippini della Pace, si descrivono con molti particolari le sue prove di concorso per l’organo del duomo. Basterà qui ricordare l’episodio del plagio tentato dal concorrente Antegnati, «il quale, pensando di sonare ò d’haver fatta pompa d’una sonata che niuno mai havesse <fatta> megliore di lui, li fù pruato ch’era del Polaroli composta e da lui chiamata la Polarola». Orazio l’aveva infatti scritta anni prima per una monaca sua allieva del monastero di Santa Giulia «sopra la fede di non darla ad alcuno». A riprova che la composizione non poteva essere se non sua, Orazio dichiarava che «l’haverebbe anco di subito fatta sonare dal proprio figlio», il quale allora aveva sei o sette anni.

Qualche riga sotto, il cronista aggiunge che Orazio,  

Doppo d’havere poi per piú Anni sonato in Brescia, e fatte le musiche delle Principali Sollenitá nella Città, e Territorio, lasciato l’Organo a Carlo Francesco suo Figlio qui nato [cioè a Quinzano], si portó a Venecia a sonare e far le musiche alle Cittelle, e poi doppo anco nella Chiesa di Santo Marco sour’ogn’altro da quei [di Venezia] Vertuosi, e Nobiltá molto gradito. 

Lo stesso ripete a proposito del figlio: «da quello [Orazio], a questo [Carlo Francesco] lasciato l’organo del Domo di Brescia, da chi ne dispone la condotta ne fù con l’aplauso universale confirmata in lui [Carlo Francesco] la successione».

Di questo lusinghiero esordio della carriera bresciana di Carlo Francesco esiste un riscontro documentario preciso: il 18 dicembre del 1676 il Comune di Brescia nomina Carlo Francesco supplente di suo padre Orazio nel posto di organista della cattedrale, non senza aver appurato che il giovanissimo musico «per la di lui peritia nell’arte stessa ben chiama il concorso universale al suo applauso» (le medesime parole del Gandino! - cfr. Cafiero, 1992, p. 366). Dall’atto risulta pure che il ragazzo era a quell’epoca organista nella chiesa della Pace. 

 

Un ragazzo prodigio 

Può lasciare perplessi, se consideriamo attendibile la data di nascita registrata dal Gandino, che nel dicembre 1676 il nostro Carlo Francesco avesse compiuto da poco quattordici anni, mentre la data tradizionalmente accolta (1653) gli darebbe nove anni in più. Tuttavia va detto che l’assunzione di un musico in giovanissima età non era all’epoca fatto così raro come potremmo pensare: ai superiori premeva più la qualità del servizio che non l’età imberbe del dipendente, che tra l’altro permetteva di contenere il compenso a cifre certamente più modeste di quelle che avrebbero richiesto professionisti di fama consolidata. Il nostro Carlo Francesco era, dopo tutto, un organista di qualità: ne aveva già dato prova alla Pace, e garantiva per lui la competenza di suo padre; tanto poteva bastare.

E poi, non dobbiamo dimenticare che – a dire dello stesso Gandino – anche il padre Orazio aveva avuto la sua prima esperienza professionale impegnativa a quattordici anni, quando il Comune di Desenzano l’aveva assunto con un onorario peraltro non indifferente, superiore a quanto avrebbe ricevuto a Quinzano diversi anni dopo.

Ma le sorprese del nostro precoce adolescente non finiscono qui: al 1 agosto 1678 si riconduce la dedica del libretto di un dramma per musica, la Venere travestita, rappresentata dall’Accademia degli Erranti di Brescia (che darà in seguito origine all’odierno Teatro Grande), con la «musica spiritosa del Sig. Carlo Francesco Pollaroli organista in questa Cattedrale» [Rosa Barezzani, 1981, p. 40]. Dunque un’opera teatrale prima ancora d’avere sedici anni. 

 

Operista di grido 

E al teatro musicale (melodrammi, azioni drammatiche, oratori) egli dedicò gran parte della sua carriera, sia nel periodo giovanile bresciano che in quello veneziano della maturità. A lui la critica attribuisce con certezza più di 25 titoli, di molti dei quali si conservano le parti musicali. Ne citiamo alcuni, a titolo di esempio (cfr. Rosa Barezzani, 1981, pp. 41-ss): l’oratorio La Fenice (1680) per i padri della Pace; Roderico (1684); I deliri per amore e il Licurgo ossia il cieco d'acuta vista (1685); Antonino Pompeiano (1689). Negli anni di Venezia: Amage Regina de' Sarmati (1696); l’azione sacra Le gare dell’India e di Roma (1703); Gli inganni felici (1707); Enigma disciolto (1708); La Fede ne' tradimenti; La Costanza in trionfo, ed Engelberta o La forza dell’innocenza (1711).

All’intensa attività di compositore teatrale, egli affiancava in Brescia le incombenze di organista e poi maestro di cappella al duomo (1676-1689), maestro per le feste principali a San Nazaro (dal 3 settembre 1679), capo musico all’Accademia degli Erranti (dal 1681) e, a quanto pare, capo musico della città di Brescia (dal 1680).

Ad alcuni di questi impegni allude anche il nostro biografo, aggiungendovi l’inse­gnamento pubblico di organo e di composizione: 

Godé egli di sonare per molti Anni quel Organo [del duomo], di far le Musiche principali della Cittá, e Teritorio, come di tenere del componere e sonare aperta scola, con la quale si puó dire habbia senza dubio veruno rinovata tutta la Musica. 

In questa fase di grande fervore professionale si collocano due eventi narrati dal Gandino nella biografia di Orazio.

L’11 ottobre 1682, di ritorno da Venezia, il maturo organista, per un atto di riconoscenza verso il paese che l’aveva ospitato alcuni anni in gioventù, presenziò alla solennità delle “Sante Reliquie”. A maggior segno del proprio affetto, riuscì a condurre a Quinzano l’ormai celebre figlio, per un’esecuzione musicale «che confesó di sua propria bocca esserle piú d’ogn’altra, riusita felicissima, come anco molto dalla gente, e cavaglieri concorsi lodata».

Mai più tornò il nostro Orazio poiché, dopo l’infelice esperienza polacca, lasciò questo mondo – ecco l’altro evento – in Vienna il 20 aprile 1684. 

 

Difficoltà economiche 

Al medesimo 1684 risalgono altri fatti menzionati di passaggio dalle fonti, ma che alla luce delle informazioni del Gandino acquistano un senso più evidente.

Dagli atti del Consiglio Generale di Brescia sappiamo che Carlo Francesco ricevette un aumento di paga per la numerosa famiglia, oltre che per la qualità del suo servizio (Rosa Barezzani, 1981, pp. 32-33).

Un’altra fonte (cfr. Rosa Barezzani, 1981, p. 10) ci rivela che, sempre nel 1684, nella parrocchia cittadina di San Zeno era nato un Orazio Francesco Polaroli (lo chiameremo Orazio iunior per distinguerlo dall’organista di Quinzano). Chi riporta la notizia lo dice fratello di Carlo Francesco, ma è molto improbabile che potesse esserlo. Infatti il Gandino, a proposito di Orazio senior dice che, negli anni bresciani (1666-1676), «della moglie e d’una figlia ancora che ambidue colti da epidemia mortale, nella sua casa accesasi, in un istesso dì morirano [= morirono]». Fortemente colpito dalla disgrazia – aggiunge il cronista – Orazio  

volle che quella, che col sposalizio gli haveva tolta la Veste di Prete, col sciogliemento medemo ancora gli e la rendesse; Cosi che con l’aplauso del Vescovo marino Giovanni Zorzi, delli Canonici, e di quei Virtuosi suoi Amici, che e di Patrimonio e di Beneficio il prouidero, al sacro grado del Sacerdocio felicemente l’inalzó. 

Dunque prima del 1676 il nostro musico aveva perduto la moglie, e si era fatto prete, come i suoi genitori avrebbero voluto fin dal principio. In ogni caso era morto in terra straniera nella primavera del 1684. Non resta, dunque, che ritenere il nuovo piccolo Orazio figlio proprio di Carlo Francesco, all’epoca ventiduenne secondo la cronologia di Gandino.

La morte del padre e la nascita del figlio, nonché la presenza forse in famiglia di altri minori non ancora in età da lavoro, giustificavano bene insomma la richiesta (e la concessione) di un aumento della paga. 

 

Una dinastia musicale 

Ho parlato di Orazio iunior nonché di altri eventuali piccoli in famiglia, e non per puro gusto di erudizione. A Brescia e a Venezia nel secolo XVIII i Polaroli attivi nel campo della musica, oltre a Carlo Francesco, furono almeno tre, ma i loro rispettivi rapporti di parentela non sono ancora perfettamente chiariti.

Si è visto l’equivoco su Orazio iunior, che peraltro appare il più vivace fra i tre, documentato per la prima volta come maestro di cappella in San Nazaro (1703); poi a San Francesco (1726-1752); organista alla Pace (1731-1744); a Santa Maria in Calchera (1737-1738); e ancora maestro al collegio dei Gesuiti di Sant’Antonio (1729 e 1755). Il 1755 è l’ultima data che lo attesti: se è il medesimo personaggio nato nel 1684 (e non magari un omonimo), aveva a quel tempo più di settant’anni e oltre cinquanta di intensa professione.

C’è poi un Paolo Polaroli, considerato talora fratello di Carlo Francesco (Cafiero, 1992, p. 378), talaltra nemmeno parente (Rosa Barezzani, 1981, p. 30). La prima comparsa di questo nome è del 1700-1701: alla luce della notizia sulla numerosa famiglia (1684), credo si possa dare qualche credito all’ipotesi che si tratti di un fratello minore di Carlo Francesco. Paolo fu  autore di alcune opere di carattere oratoriale, come una Azione Sacra per il Pio Luogo della Pietà, dove era maestro (1709); e ancora I trionfi della carità (1710); Fede e amore in armi (1716?); La fede e l’amore in pace (1719); nonché intermezzi per tragedie (1716-1717). Fu, tra l’altro, capo musico all’Accademia degli Erranti (1706), e organista o maestro di cappella alla Pace (1701-1730).

Di un Antonio Polaroli, verosimilmente figlio di Carlo Francesco e dunque fratello di Orazio iunior, poco si sa, oltre che nel 1701 compose una Griselda, e che il 22 maggio 1740 divenne maestro di cappella in San Marco a Venezia. 

 

Il culmine della carriera 

Ma avevamo lasciato Carlo Francesco alle prese con l’organo del duomo di Brescia. Agli ultimi anni bresciani, appunto, appartiene un aneddoto raccontato in lungo e in largo dal biografo.

Al nostro ottimo organista fu proposto di assumere l’incarico nella cattedrale di Trento con cospicuo compenso; i conoscenti, tuttavia, lo sconsigliavano. Nel bel mezzo di quel dissidio il Gandino lo incontrò a Brescia presso il Broletto, e dai comuni amici fu sollecitato a tentare anche lui di dissuaderlo dall’accettare la proposta. Egli allora, da buon medico non digiuno di letteratura qual era, imbastì una dotta concione sull’infelice clima di Trento, e inopportuno alla salute, e rigido, e tramontano, e nevoso fin nell’estate, e sull’aridità di quella terra, e sul costo della vita colà. Se non bastavano le sue parole, si leggesse la descrizione che se ne dà nella Storia del Concilio di Trento. A una simile perorazione, figuratevi se i cavalieri presenti non rimanevano tutti lì a bocca spalancata, e l’organista, con la coda tra le gambe, non si pentiva di aver perfin osato pensare di abbandonare Brescia, benché per il bene della sua carriera.

Questo episodio, a parte la simpatica esibizione di eloquenza del cronista, attesta se non altro la confidenza e l’amicizia che ancora esisteva tra il Gandino e il Polaroli negli anni della sua residenza bresciana (1676-1690).

L’organista non ebbe però altrettanti scrupoli quando gli si offrì la possibilità di essere assunto presso la cappella di San Marco a Venezia, senz’altro uno dei luoghi musicali più prestigiosi e all’avanguardia non solo d’Italia. Lo troviamo infatti, il 13 agosto 1690, secondo organista della chiesa ducale veneziana (erano due gli organi in San Marco). Poiché il suo posto a Brescia era stato occupato dal successore Giovan Battista Quaglia nel dicembre precedente, possiamo supporre che nel frattempo il nostro avesse esercitato altrove. E in effetti ancora una volta il Gandino ci offre un buon indizio: Carlo Francesco era stato nominato organista «con buona provisione» (cioè congrua paga) dalle monache di San Lorenzo di Venezia: un monastero dell’alta aristocrazia, che servì d’appoggio al musico per l’ultimo balzo della sua brillante e precoce carriera (compiva allora 28 anni). A fine maggio 1692 diventerà anche vice maestro della cappella marciana. 

 

Un solo errore 

La breve biografia del Gandino ha due differenti conclusioni. La prima, che porta in calce la data del 4 febbraio 1703, descrive Carlo Francesco nel pieno della gloria, apprezzato dalla Signoria, il governo, e ammirato dallo stesso «Prencipe Serenissimo», il doge, che era in quegli anni Alvise II Mocenigo.

Nel margine, però, è vergata da mano diversa l’ultima postilla «Morse in Venetia dell’anno 1707». E qui per la prima volta dobbiamo riconoscere uno sbaglio. È vero che dopo il 1707 le documentazioni del nostro musico sembrano diradarsi; tuttavia ci sono prove sicure che egli fosse ancora vivo e attivo nel febbraio 1711. A quella data risalgono ben tre sue opere rappresentate a Brescia durante il Carnevale, e una sua esibizione presso la chiesa della Pace per la festa della Purificazione, assieme a un oscuro violinista dal grande futuro: Antonio Vivaldi, e al padre di questi Giovanni Battista, che era di origine bresciana (Termini, 1990).

Resta, dunque, aperta la questione sulla data di morte di Carlo Francesco Polaroli.

Prima di concludere, però, ci rimane da appagare un’ultima curiosità sul valore della sua musica. C’è chi ne ha fatto oggetto di studio musicologico minuzioso (cfr. Cafiero, 1992); noi, nel nostro piccolo, ci accontenteremo del giudizio del Gandino.

Al culmine delle sue pirotecniche lodi, egli confronta lo stile di Carlo Francesco a quello del vecchio Orazio, da cui il giovane aveva appreso tutti i segreti dell’arte così da divenire «a lui affatto simile». Poi continua, con lessico lucente ma dal senso non proprio luminoso: le qualità del figlio fanno viva eco a quelle del padre, al punto da consentire per entrambi un unico eterno elogio e un’unica memoria. Poi viene il bello (anche nella sintassi). Cerco di tradurre dal maldestro italiano del Gandino: pare che Carlo Francesco, per non so che bizaria caratteristica nel sonare certe vaghe arie in uno stile più vicino alla sensibilità dei giovani («che più il senso dell’orecchio a spiriti giovanili ricrea»), per questo appunto si distingua dall’arte del padre, «che nel misto si ferma».

Però qui bisogna che ci fermiamo anche noi.

 

* * *

Riferimenti bibliografici

Cafiero, R., (a cura di), 1992
Liuteria e musica strumentale a Brescia tra Cinque e Seicento. Atti del Convegno, vol. II, Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana

Gandino, Giovanni,
Alveario cronologico, pp. 382-383; ms. di proprietà di Pietro Gandaglia, Quinzano

Rosa Barezzani, Maria Teresa, et al., 1981
La musica a Brescia nel Settecento, Brescia, Grafo edizioni

Termini O., 1990
“Vivaldi a Brescia. La festa della Purificazione alla chiesa della Pace (1711)”, in Proposte d’ascolto alla Pace, Stagione 1990, pp. 23-31

 

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