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Chi abbia letto il nostro articolo del mese passato sa che abbiamo in qualche modo contratto un debito con il notaio Francesco
Gandino (1606-1652), di cui in quella sede pubblicammo la biografia dettata dal figlio Giovanni
(1645-1720) nell’ormai celebre suo zibaldone di memorie dal curioso titolo di Alveario Cronologico. La preoccupazione per la scarsa sensibilità culturale dei quinzanesi di oggi ci spinse a riflettere lungamente sulle incongruenze della contemporaneità, togliendo spazio all’illustrazione della pagina antica, che doveva pur costituire il centro di questa rubrica. Rimediamo oggi, affrontando un argomento che
– siamo certi – avrebbe riempito di legittimo orgoglio il nostro
Gandino.
La leggenda dell’organo Antegnati
Da che si ricordi, circola a Quinzano una leggenda che tutti ripetono, senza che sia mai stata in alcun modo dimostrata documenti alla mano. A onor del vero, io stesso, pur con qualche riserva mentale, sono stato tempo fa uno di quei ‘ripetitori’, a mia volta da altri ripetuto.
La leggenda riguarda l’organo monumentale
della chiesa di San Rocco, e si riassume più o meno in questi termini. Per la
chiesa del Convento quinzanese di Santa Maria delle Grazie la bottega bresciana
di Graziadio Antegnati costruì nel 1585 un organo di pregio, che costò ai
committenti oltre 1500 lire di allora [cfr. Casanova, 1989.05]. Poco più di duecent’anni
appresso il Convento e la sua chiesa furono dapprima abbandonati dai frati, quindi incamerati nel demanio a seguito della rivoluzione bresciana del 1796, finché nel 1810 furono venduti e distrutti, per far posto alla cascina, che ne ha conservato il nome e nient’altro. Fin qui tutto è attestato da documenti sicuri.
Privo di qualsiasi ragione documentaria è, invece, quanto si racconta sulle traversìe subìte dallo strumento dell’Antegnati: si sostiene, infatti, che al momento della distruzione della chiesa conventuale l’organo, per non essere distrutto o alienato, fu traslato nella chiesa di
San Rocco, ancora priva di un simile strumento.
Una volta radicatasi questa versione, l’organo di
San Rocco è diventato per tutti l’organo Antegnati di Quinzano. E ciò pure in fonti di prestigio: ricordo, ad esempio, che una sua suggestiva fotografia tra il 1990 e il 1992 è stata testimonial del
Festival Organistico Antegnati curato dalla Scuola Diocesana di Musica S. Cecilia di Brescia, mentre lo strumento (sulla scorta del mio articolo dell’89) viene identificato senz’altro come l’organo di Graziadio Antegnati del 1585 nel volume di
Mischiati [1995], che è la pubblicazione scientifica più aggiornata e completa in materia oggi esistente.
Una soluzione al dilemma
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Organo presunto Antegnati.
Quinzano, chiesa di S. Rocco. |
A questo punto il lettore si aspetterà quanto meno la rivelazione di un documento decisivo, che ribalti la prospettiva della leggenda e risolva
una volta per tutte la questione circa la paternità dell’organo di
San Rocco. In realtà, purtroppo, le ricerche fino a questo punto non hanno apportato soluzioni certe al problema, e siamo tuttora costretti ad avanzare
pure ipotesi, provvisoriamente accettabili, ma che potrebbero venir smentite in futuro da nuove acquisizioni. Ciò non toglie che quanto possiamo ricavare dai documenti già noti sia un punto di partenza solido per delineare i termini dell’indagine. L’illustrazione che tentiamo di offrirne in queste
righe sarà l’occasione per il lettore di accostarsi al metodo della ricerca, per capire cosa i documenti possono
(o non possono) dirci dopo tanto tempo, e per scoprire come è possibile farli parlare, perché rivelino tutto ciò che sanno. Un mestiere da detective.
Partiamo da quello che
sta sotto gli occhi di tutti. La cassa dell’organo, preziosa di intagli e decorazioni policrome, è piuttosto sovra-dimensionata, sproporzionata rispetto alla sede in cui si trova: per questo potrebbe far pensare all’adattamento di
un’opera proveniente da un luogo più grande. Ciò parrebbe consentire con gli eventi divulgati dalla ‘leggenda’. Tuttavia lo stile decisamente barocco dell’insieme
– senza essere esperti di storia dell’arte – ci rimanderebbe ad un’epoca piuttosto posteriore al 1585, cui apparteneva l’organo del Convento. Penseremmo agli anni ‘30-‘40 del secolo XVII, cui si riconducono altre simili soase di organi bresciani, come quella del Carmine in Brescia (1633), o quella pure cittadina di
San Carlo (1636), assai prossima alla nostra per composizione e fattura.
In ogni caso, neppure queste considerazioni sono decisive, riguardando semplicemente la cassa, cioè l’apparato
– diciamo così – scenico esteriore, e non il vero e proprio strumento contenuto, che non è necessariamente coevo del contenitore, ma potrebbe essere più antico o più recente. Dunque la soluzione deve stare altrove.
Un organo in San Rocco
La domanda più semplice che affiora è: da quando esiste un organo nella chiesa di
San Rocco? La risposta potrebbe essere determinante. Infatti, poiché la chiesa di
Santa Maria delle Grazie fu officiata sino al ‘700, è presumibile che fino a quel momento l’organo Antegnati dovesse essere rimasto al suo posto per servire alle funzioni liturgiche di quei frati Minori Osservanti. Se dunque si riuscisse a dimostrare che in
San Rocco esisteva un organo già prima della soppressione del Convento, diventerebbe molto improbabile che vi fosse stato installato nel 1810 quello eventualmente dismesso dalla chiesa francescana poi abbattuta.
Ed è qui che diventa preziosa la
testimonianza di Giovanni Gandino sugli interessi musicali di suo padre.
Leggiamo brevemente il passo che ci interessa [Alveario, pp. 452-453]. L’affermato notaio Francesco
– scrive il biografo – fu assunto come cancelliere della Comunità quinzanese (segretario
comunale); quindi si aggiunge che esercitò la professione con grande scrupolo,
«impartendo alla medema [Comunità] et a queste Chiese il suo Seruiggio di sonarli li Organi».
Non va dimenticato che l’organo della chiesa parrocchiale era civico, e colui che lo suonava nelle solennità era dipendente del Comune o da esso espressamente incaricato di tale ufficio; gli strumenti delle altre chiese erano, invece, di proprietà delle confraternite o delle associazioni dei vicini, che provvedevano autonomamente al servizio musicale.
Il Gandino dunque, organista dilettante di una certa competenza, accompagnava
(probabilmente da volontario, visto che viveva del notariato) le liturgie musicali in parrocchia e nelle chiese sussidiarie. Non solo: il biografo si sofferma a celebrare l’uso dei chierici di quella generazione, che si ritrovavano in casa di suo padre a provare le polifonie da eseguire alle funzioni, senza pretendere compenso, per puro diletto spirituale di se stessi e della gente di Quinzano e dintorni:
Diletavansi in quei tempi questi boni Religiosi asai molto della musica, esercitandola non venalmente ne per vana ostentazione, ma liberalmente, e per solo honore di Dio, e di questa Chiesa, Onde di sovente radunavansi in questa Casa a far le pruove delle messe, Vespri, et
Hinni, et altre composizioni musicali, per meglio riusire poi al Cantarle in Chiesa, con loro somma
alegria, e contento del Popolo, della Patria, e vicinato ancora.
Invidia o emulazione
Ma il passo più rilevante per il nostro oggetto è quello che attribuisce al notaio e organista Francesco l’iniziativa della costruzione di un organo nuovo nella chiesa parrocchiale:
Fù egli quello, che insiunuò [!] al Publico di fare alla Chiesa Parochiale l’Organo presente; mentre per avanti ve n’era un altro portatile nel Coro di niuna veduta, e di pochi Registri, al quale esempio anco la Chiesa di San Rocco ne fabricò un altro di vaga veduta, stati ambidue da lui prima d’ogn’altri sonati.
Il medico Giovanni, che dettò queste righe il 16 maggio del
1703 (come annotato a margine del manoscritto), era nato nel 1645: non aveva dunque ancora 7 anni al momento della morte di suo padre nel 1652, e poteva
non ricordare per via diretta gli eventi di cui fa menzione. Tuttavia possiamo attestare che i suoi dati sono perfettamente corretti, poiché coincidono con quanto documentano gli atti civici da noi studiati alcuni anni or sono, nell’ambito di una ricerca sull’organo della parrocchiale
[1989.06].
Il 6 giugno 1649 il consiglio comunale quinzanese deliberava la realizzazione di un nuovo organo, in sostituzione di quello ormai inagibile, costruito da Giacinto
Gatto nel 1611: è questo lo strumento che il cronista definisce portatile, mobile, collocato nel vecchio coro,
«di niuna veduta, e di pochi Registri», ossia esteticamente brutto e tecnicamente inadeguato. Dai pagamenti effettuati dal massaro civico tra il 18 giugno e il 22 novembre 1650 si vede che il nuovo strumento fu fabbricato in quell’anno dall’organaro milanese Ercole
Valvassore.
Ed eccoci finalmente al punto cruciale: per non essere da meno del municipio, i reggenti di
San Rocco decisero ben presto di commissionare essi pure un organo importante per la loro chiesa, il quale
– a detta del solito Giovanni – risultò «di vaga veduta», cioè
assai bello a vedersi. E, tirando le somme circa i meriti di suo padre, il
biografo rivela infine come gli organi della parrocchiale e di San Rocco furono
«ambidue da lui prima d’ogn’altri sonati»: insomma furono inaugurati entrambi dal pubblico cancelliere e organista Francesco Gandino.
Una fonte attendibile
Abbiamo già fatto cenno
altra volta alla validità delle informazioni offerte da Giovanni
Gandino, che
pure era figlio del protagonista e dettava, a cinquant’anni di distanza, memorie non tutte di prima mano. Ma, se ce ne fosse bisogno, abbiamo un’ulteriore conferma della sua serietà
di testimone, quando definisce una antica usanza delle chiese quinzanesi:
per avanti in quella Chiesa di Santo Rocco, e di Santo Gioseffo solevasi sonare solo il regale portatile, che qui si chiama col titolo di
Cigale: Instromento antico di questa Terra, che poi postosi in disuso, per essere provedute queste Chiese d’Organi, era mal andato, e per vendersi per il solo materiale delle Canne, che lo risolsi comperare per mera
curiosita, et acciò si conservi una memoria di Instromento tanto Antico, ch’ha servito a queste Chiese, del quale tutt’hora se ne honora questa Parochiale nel uficiare la Settimana Santa.
Il regale, a Quinzano detto allora dialettalmente cigàle, era un piccolo organo di due o tre ottave con canne ad ancia e un paio di piccoli mantici a mano, facile da trasportare ma molto modesto nelle prestazioni. All’uso di questo strumento nelle varie chiese del paese fa esplicitamente cenno anche una disposizione del 1641 indirizzata dal civico consiglio all’organista di allora Tommaso Colosso
[cfr.
Casanova, 1989.06].
Tutto confermato, dunque. In più il medico
Gandino
asserisce che il vetusto strumento, utilizzato da tempo immemorabile nelle chiese sussidiarie di
San Rocco e San Giuseppe e alla fine acquistato da lui per affetto e a documento
di veneranda antichità, era caduto in disuso
«per essere provedute queste Chiese d’Organi»: col che sembrerebbe attestare come in quegli anni anche la chiesa di
San Giuseppe fosse stata dotata di un organo. Mancano però al momento conferme documentarie in tal senso.
Due informazioni decisive
Chi abbia seguito fin qui la nostra argomentazione avrà notato che lo scritto di Giovanni
Gandino ci dà parecchie notizie importanti: nella chiesa parrocchiale esisteva un vecchio organo malconcio e sorpassato, mentre in
San Rocco si suonava quando necessario un piccolo strumento portativo; l’organo nuovo della parrocchiale fu commissionato dal cancelliere Francesco
Gandino per conto del Comune; per spirito di emulazione anche in
San Rocco si volle erigerne un altro simile; entrambi gli organi nuovi furono inaugurati da Francesco
Gandino, che era anche buon esecutore dilettante e maestro di coro; il mediocre
organo portatile, una volta dismesso dall’uso, fu acquisito dallo stesso Giovanni
Gandino,
figlio dell’organista, come reliquia di famiglia.
Non sarà tuttavia sfuggito al lettore attento che il biografo tace due informazioni fondamentali per ricostruire compiutamente l’intera vicenda: non ci rivela né la data di costruzione dei due organi nuovi, e neppure le botteghe artigiane che li realizzarono. Ora, mentre per quanto concerne l’organo
della parrocchiale abbiamo potuto recuperare queste informazioni altrove (come si è già detto), nulla sappiamo circa quello di
San Rocco. O meglio: nulla sapevamo fino a quando nelle nostre ricerche sull’argomento ci siamo imbattuti
in due atti, che confermano bensì l’attendibilità delle notizie del nostro cronista, senza tuttavia rivelarci
purtroppo alcunché sui due punti oscuri che ci arrovellano, ossia la data e l’autore dell’organo.
Si tratta di due verbali della vicinia di
San Rocco, vergati – tanto per cambiare – appunto dal notaio Francesco
Gandino, tra le carte del quale li abbiamo
scovati. Sono del tutto simili tra loro, se non per un incanto (cioè
un’asta pubblica di otto piò di terra dell’eredità di certo Paolo
Guadagno, con i relativi capitolati dell’affitto a messer Basilio
Basello) contenuto nel primo, che non ha nessuna rilevanza per la nostra materia.
I nuovi documenti...
Il primo
rogito, del 30 ottobre 1650, dopo il lungo appello dei presenti coi rispettivi titoli e ruoli, e l’elezione di due nuovi deputati (consiglieri) e del massaro (segretario), conferma la decisione di edificare un organo deliberata in una seduta precedente («parte seguita nelli sendicati passati»), e con votazione quasi unanime conferisce ai dirigenti (Reggenti et Deputati) pieno mandato di curarne la realizzazione. Non possiamo non rilevare la coincidenza della data di questa delibera con quella degli ultimi pagamenti comunali all’organaro Ercole
Valvassore per lo strumento della parrocchiale, che sono attestati appunto nell’autunno dello stesso 1650.
Più dettagliato e notevole il secondo
verbale, del 19 febbraio 1651: ancora l’elenco dei vicini precede l’allusione a una delibera anteriore, che deve essere quella del 30 ottobre. Dell’organo da realizzare si dice che dovrà
«esser fatto conforme alla conditione et parità della chiesa», ossia adatto allo stile architettonico dell’edificio sacro e alla dignità che i vicini gli attribuivano. Poi si dichiara che, per
«trattar et stabilir la perfettione di esso organo», è necessario l’intervento di persone di fiducia, qualificate a seguire il delicato affare («Homini sufficienti per trattar simil negotio con li professori dell arte»). Sembra di poter dedurre che mancava poco alla conclusione (perfettione) dei lavori, e il consiglio delibera (sempre con un unico voto contrario) di delegare allo scopo due personaggi al momento assenti, Giovan Paolo Guadagno e Giovanni Sora, ritenuti
«sufficienti rispetto anco alla residenza in città»: la bottega incaricata della realizzazione dell’opera si trovava dunque a Brescia. Ai due procuratori tecnici, cui si attribuisce piena autorità di trattare discrezionalmente con l’organaro, vengono affiancati due componenti del direttivo a garanzia degli associati.
Veniamo a sapere così che nell’autunno del 1650, subito dopo la posa in opera dell’organo
del Valvassore in
San Faustino, i vicini di San Rocco decidono di realizzare qualcosa di simile per la loro chiesa: e con ciò si conferma una delle notizie del cronista Giovanni
Gandino. Sappiamo poi che nel febbraio del 1651 un organo doveva già essere in costruzione presso una bottega della città: ma quale bottega?
La recentissima fabbricazione dell’organo
parrocchiale, le aspirazioni un po’ invidiose dei responsabili di San Rocco, la
coincidenza delle date, ci suggeriscono verosimile che la commissione possa
essere stata attribuita alla medesima bottega di Ercole Valvassore, che era
milanese di provenienza, ma si ritrova operante in Brescia ancora nel 1653 [cfr.
Mischiati, 1995, p. 102]. Se aggiungiamo che l’inaugurazione del nuovo strumento si dovette
– come si sa – a Francesco
Gandino, il quale morì, a detta del figlio, il 5 febbraio 1652, concluderemo che il bell’organo di
San Rocco fu collocato nella sua sede tra il febbraio del 1651 e il gennaio del 1652.
... e i nuovi dubbi
Tutto a posto, dunque, finalmente! Eppure le incognite sono ancora assai più numerose delle certezze.
La relativa rapidità della realizzazione e sistemazione dello strumento, ad esempio, e insieme i già esposti dubbi sulla decorazione del prospetto, che appare di
diversi anni anteriore alla metà del secolo, e le dimensioni spropositate rispetto al sito, indurrebbero a supporre che la sontuosa scenografia barocca della soasa non fosse stata progettata per il nostro organo. Potrebbe essere stato acquisito da una chiesa più grande che se ne voleva disfare, oppure realizzato in tutto o in parte per committenti che non l’avevano alla fine ritirato. Ma se era stata comprata
di seconda mano la cassa, perché non poteva essere lo stesso per lo strumento: in questo caso vacillerebbe anche l’ipotesi dell’identificazione del
Valvassore come autore dell’opera.
In
effetti, come quasi niente sappiamo sulla sua origine, niente affatto conosciamo delle vicende che l’organo subì nella sua storia successiva. Anzi, una traccia vaga e fantomatica ci agita dubbi ulteriori.
Un anonimo e consunto foglietto dell’archivio parrocchiale, crederei di pugno di
don Giulio Donati, sembra la trascrizione di un antico cartiglio («ex antiqua scriptura» dice in margine) trovato sull’organo di
San Rocco in occasione di un restauro nel 1937:
Anno Domini 1764
Praesens Organum comparatum
Expensis Reverendi Domini Erculis
Desiderati et vocibus gravioribus
auctum et
excultum industria Gaudenzij
Boldiga Appolonio Busi
Dunque, nel 1764 l’organo di San Rocco
era stato “comparatum” a spese del prete don Ercole Desiderati, accresciuto nei bassi e rimesso in sesto da Gaudenzio Boldiga per conto dell’arciprete dell’epoca don Apollonio
Busi.
Cosa significherà mai
“comparatum”? vuol dire sistemato? oppure comperato, come è
più probabile. Ma, allora, nel 1764 l’apparato fonico dell’organo precedente era
stato sostituito da quello di un altro vecchio organo rinnovato e adattato al
nuovo uso. Una cosa simile, del resto, era accaduta nella chiesa parrocchiale,
dove lo strumento Valvassore del 1650 fu rimpiazzato ed integrato più di una
volta nel corso dei secoli [cfr.
Casanova, 1989.06].
E ancora, che ne
era a quell’epoca dell’organo Antegnati del Convento (1585)? Non è magari che proprio quello sia stato acquistato dal prete Desiderati per essere aggiornato e collocato dentro la cassa barocca di
San Rocco in sostituzione del precedente strumento dismesso? Così come potrebbe trattarsi di tutt’altro strumento, fabbricato da chissà chi e proveniente da chissà dove.
Ecco che il cerchio si chiude, o piuttosto il dubbio iniziale si riapre: avevamo esordito credendo di confutare quella che chiamavamo la ‘leggenda’ dell’organo di
San Rocco, e ora, dopo la disamina di tanti ineccepibili documenti, ci ritroviamo al punto di partenza, senza uno straccio di certezza in più sull’identità dell’opera d’arte forse più preziosa che a Quinzano si ritrovi. Le
nostre domande sono rimaste tutte senza risposta.
Un modo sicuro per affrontare il problema e risolverlo forse definitivamente ci sarebbe, e non mancherà occasione per parlarne. Comunque lo sconcertato lettore si domanderà ora a cosa servono tanta scienza e tanta affannosa ricerca, se non sanno nemmeno appagare qualche piccola legittima curiosità. Sarà forse che la storia è fatta più di domande che di risposte.
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