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Quattro secoli di arte e di preghiera
Le vicende
storiche
dell’organo parrocchiale
di Quinzano
di Tommaso Casanova
da
La Pieve, a. XVIII n° 6, giugno 1989, pp. 8-14.

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Le origini
Una qualche forma di strumento che accompagnasse
il canto liturgico doveva forse esistere da
sempre nella chiesa, un tempo piccola e
disadorna, del castello di Quinzano. Tuttavia,
non era certo un organo fisso, di grandi
dimensioni, come quello che oggi si vede
campeggiare in cornu epistulæ, cioè sul
lato destro del presbiterio.
La mancanza di testimonianze dirette fino al
secolo XVII ci obbliga ad operare una
ricostruzione approssimativa, fondata su poche e
imprecise attestazioni posteriori. Ben nota è la
questione della traslazione della sede
parrocchiale dalla antica pieve alla chiesa di
San Faustino, entro le mura del castello: tale
traslazione era già di fatto definita nel 1565,
quando il vescovo di Brescia Domenico Bollani ne
prese atto in occasione della sua visita
pastorale.
A quella data la pieve, per la sua inagibilità e
scomodità, era ormai ridotta al rango di chiesa
sussidiaria, in cui non si celebrava che una
messa al mese.
La chiesa di San Faustino, che vedeva
intanto accrescere la propria importanza
all’interno della comunità ecclesiale e civile,
era a quell’epoca in diritto di patronato della
nobile famiglia Duranti, e i suoi beni erano
goduti dagli alti prelati di quella famiglia.
Il problema della giurisdizione sulla chiesa non
è irrilevante per quanto concerne la storia
dell’organo, poiché l’iniziativa e la spesa da
sostenersi per edificare uno strumento
impegnativo come l’organo competeva
evidentemente a chi aveva l’autorità sul luogo
di culto. Laddove, nel territorio della pianura
bresciana come anche altrove, le pievi erano
stabilmente officiate, erano le amministrazioni
civili che, compartecipi della proprietà degli
edifici plebani e responsabili della loro cura,
si accollavano spesso per intero le spese di
progettazione, costruzione e manutenzione degli
strumenti monumentali che vi erano posti.
A Quinzano invece la chiesa plebana non era
frequentata da tempo e tutte le funzioni
parrocchiali si svolgevano in San Faustino, che
però non era di pertinenza comunale e quindi di
essa il consiglio cittadino non si occupava, né
possediamo altre fonti che ci illuminino meglio
in proposito.
In questo silenzio delle fonti riusciamo,
forse, ad arguire che non esisteva un organo
fisso, e che il culto pubblico veniva
accompagnato da piccoli strumenti portativi,
come d’uso altrove. A questo proposito, è
interessante un cenno contenuto in un documento
più tardo, in cui il consiglio del Comune fa
obbligo all’organista Tommaso Colosso «di
sonar a tutte e indiferente nelle Nostre Chiese
e sue solemmita si con l·organo come con il
Regale»,
dove è chiaro che il regale dovrà suonarlo nelle
chiese del paese che non hanno l’organo. Non è
difficile immaginare che la stessa pratica
poteva valere cinquant’anni prima anche in San
Faustino, quando l’organo non esisteva neppure
in quella chiesa.
C’è, però, da precisare che la tradizione di
accompagnare le celebrazioni liturgiche con uno
strumento non era ben accetta a tutti i
quinzanesi del tempo, se ancora il 20 aprile
1636 il consiglio doveva risolvere un diverbio
che aveva per oggetto tale prassi:
Nel qual Consilio e·sta proposto che hauendo il molto Reuerendo
signor Don || Hieronimo
Guadagnio presentata una lettera a questa
Comunita di tenore come in quella etc
qual letta nel Consilio et nella quale
esso Reuerendo si dole che hauendo alli
giorni passati fatta la musicha nella Chiesa
Parochiale con l·organo solo a sua instantia
hora uolendo alcuni leuare cotesta buona
introdutione del cantare in organo
diuertendola con il cantar in choro benche la
nostra Comunita habbia fatto una grossa
spesa in comperar l·organo a cio. Pero essendo
sta cio prudentemente considerata l·andara parte
chi uole che esso Reuerendo Signor
Don Hieronimo faccia la musica in
organo metta in bianca et chi non uole in negra
Leuata la parte fu
presa con balle affirmatiue numero
trenta due negatiue dieci
La posizione conservativa di certa frangia
dei fedeli quinzanesi poteva essere residuo
della prassi precedente, conforme alla quale i
canti liturgici venivano eseguiti con il “cantar
in choro” anziché “in organo”, cioè
preferibilmente a voci scoperte, senza
accompagnamento strumentale. Il consiglio
salomonicamente decise che, se l’organo era
stato acquistato a quello scopo, a tale scopo
doveva essere utilizzato; ma non mancarono
opposizioni.
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Il primo organo municipale (1585)
A
conferma che fino al principio del ‘600 non
doveva esistere alcuno strumento fisso, è anche
il fatto che nella copiosa documentazione degli
Atti del Consiglio, di cui nell’archivio
comunale si conservano molti registri a partire
dalla fine del secolo XV, non si fa mai cenno a
spese per organi, né ad assunzioni o riconferme
di organisti municipali.
Anzi, in un elenco dei dipendenti salariati del
Comune
non c’è traccia nemmeno di un levamantici,
personaggio umile ma assolutamente
indispensabile dovunque si volesse far
funzionare un organo.
Del resto il Comune quinzanese, in mancanza
di una chiesa ‘civica’ in cui investire il
denaro pubblico a gloria di Dio, e un po’ anche
degli amministratori locali, nel 1585 aveva
partecipato al finanziamento dell’organo nobile
e solenne della chiesa di Santa Maria delle
Grazie, presso il Convento francescano appena
fuori del paese, allora fiorente di devozione e
di attività artistica.
Non si può dire se fin dall’inizio il Comune
considerasse quello l’organo ‘civico’, e
pertanto contribuisse alla sovvenzione
dell’organista (che probabilmente era uno dei
frati del Convento), poiché mancano gli atti del
consiglio e i libri di cassa di quegli anni. Di
fatto troviamo che l’11 gennaio 1609 i frati
richiesero al Comune un contributo per
l’organista della loro chiesa, e il Comune, pur
con qualche riserva, acconsentì:
Insuper Essendo
sta preposto In questo Consilio, anzi
dimandato, Vna Elemosina per li Reuerendi
frati di Santa maria per pagare l’orginista,
qual || proposta Intesa hanno ordinato che gli
sia donato lire dieci planet per Vna
Volta sola
Il
dato è significativo a proposito della
considerazione in cui l’amministrazione pubblica
teneva l’organo di Santa Maria delle Grazie.
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L’organo di Giacinto Gatti (1611-12)
Fu
certo lo splendore dello strumento antegnatiano
della chiesa del Convento che suggerì agli
amministratori locali di inserire nel progetto
di ristrutturazione della chiesa di San
Faustino, ormai anche giuridicamente
parrocchiale, la costruzione di un organo
interamente municipale.
I primi anni del ‘600 videro un susseguirsi
animato di intensa attività attorno all’edificio
della chiesa del Castello: il piccolo tempio,
passato definitivamente sotto la giurisdizione
comunale, veniva ampliato con l’abbattimento
delle vecchie case che lo circondavano a est e
con l’allungamento del presbiterio e del coro;
si portava, intanto, a termine la grande
macchina della torre, ma i soldi parevano non
bastare mai.
Quindi, dopo che gli aspetti architettonici
e strutturali furono almeno in parte risolti, i
rappresentanti del Comune poterono pensare ad
arricchire l’edificio rinnovato con uno
strumento che fosse di decoro oltre che di
utilità. Purtroppo gli atti di delibera degli
anni 1610-1618 non sono stati conservati: tra
essi si trovava certamente l’ordine di edificare
l’organo nuovo di cui si parla nella citata
provvisione del 1636. In compenso, troviamo il
resoconto dei pagamenti effettuati dal massaro
comunale ai costruttori dello strumento e della
cassa in due registri contabili del periodo, e
grazie a queste informazioni preziose ne
possiamo conoscere i nomi: a Giacinto Gatti di
Brescia fu commissionato l’organo, mentre la
cassa per contenerlo fu realizzata da Ludovico Manenti.
I primi pagamenti sono computati all’inizio del
1612, allorché lo strumento sembra già pronto, o
comunque in fase di avanzata realizzazione, per
cui si può ritenere che la commissione e
l’esecuzione del lavoro siano da ascriversi
all’anno precedente 1611.
Di Giacinto Gatti da Brescia non si aveva
finora notizia che fabbricasse organi, tuttavia
il suo nome non è del tutto ignoto nell’ambiente
musicale cittadino a cavallo tra i due secoli.
Un musico di quel nome era stato assunto dal
Capitolo della cattedrale bresciana come
sostituto del maestro di cappella, allora
assente, e aveva prestato servizio per oltre un
anno, dai primi di maggio del 1600 al luglio
1601. Ma già da alcuni anni, certamente dal
1598, figurava tra i salariati di quella
cappella musicale in veste di cantore.
Un Giacinto Gatto “Musico di Trombone”
risulta anche da una polizza d’estimo del 1627.
Che si tratti della stessa persona non è certo,
ma è assai probabile.
Quanto alla cassa, doveva essere molto
semplice e priva di particolari ornamenti, come
si deduce dal prezzo non molto elevato che il
Comune versò al falegname.
In quello stesso anno 1612
l’amministrazione, che poteva ormai vantare il
suo organo civico, assunse un organista che
suonasse stabilmente il nuovo strumento: si
chiamava don Fedrico e servì alcuni anni, primo
di una lunga serie di esecutori che, quasi
ininterrottamente, giunge fino ai nostri giorni.
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L’organo di Ercole Valvassore (1649-50)
Dopo i primi entusiasmi cominciarono le
difficoltà, che culminarono nella vertenza del
1636, conclusasi come sappiamo. Da un lato le
ristrettezze economiche del Comune non
permettevano in certi periodi l’assunzione
stabile di un organista civico,
e – dobbiamo credere – nemmeno la cura di una
manutenzione assidua del delicato strumento;
d’altro canto l’organo del Gatti non era forse
della qualità e imponenza che speravano i
notabili quinzanesi, i quali peraltro avevano
giocato forse troppo al risparmio.
Di fatto, non erano ancora trascorsi quarant’anni che già si sentiva il bisogno di
sostituire al vecchio e inadeguato organo uno
strumento nuovo, più valido e moderno. Perciò,
anche per insistenza del clero locale che fruiva
del tempio, si deliberò di incaricare alcuni del
consiglio allo scopo di raccogliere denaro
presso la popolazione: col denaro raccolto,
integrato eventualmente da fondi municipali, si
sarebbe provveduto alla costruzione del nuovo
organo. La delibera, in data 6 giugno 1649, si
esprime in questi termini:
Essendo rissoluta
intentione di questo publico di douer
uenir alla deliberatione di far altro
organo magiore et di piu perfetta bonta di
quello hora si retroua nella Chiesa Parochiale
cosi anco instanti li Reuerendi SSignori
Sacerdoti della Terra nostra opera per certo
risultante in honore del signore Id Dio
et di supremo honore e ornamento della Terra
nostra alla qual operatione ogni uno con
affetto di spirito concorre douera; Che pero l
Andara Parte che sia fatta da persone d’ellegersi
una essatta Cercha in generale
alle case del scosso della quale si fara debba
esser impiegato a tal operatione e del sopra
piu sia aggionto a spese publiche Vnde chi uole
sia fatto tal organo metta il loro uoto in
bianca con la medesima una et chi no in
negra
Presa la parte ha
obtenuto a·tutte balle eccetto una negatiua.
Segue l’elezione degli incaricati per la ‘cerca’.
La commissione fu affidata l’anno successivo
all’organaro Ercole Valvassore, a nome del quale
risultano diversi pagamenti dal 18 giugno al 22
novembre 1650, per un totale di lire 1245
planet.
Il Valvassore, di cui non abbiamo altre notizie,
apparteneva forse alla famiglia dell’organaro
milanese Cristoforo Valvassore, alla cui bottega
era stata affidata tra il 1585 e il 1587 la
costruzione dell’organo in cornu epistulæ
del duomo di Milano;
altro non si può dire.
Insieme allo strumento si provvide anche a
rinnovare la cassa, ma la fonte annota
esclusivamente spese per la «Pala per Lorgano»
a nome di Giovanni Battista Bletio, il
quale ricevette tra il 4 febbraio 1650 e il 26
maggio 1651 la cifra complessiva di lire 260
planet.
Evidentemente al Bletio fu dato
l’incarico di decorare la portella che chiudeva
la cassa contenente i somieri, le canne e la
meccanica dell’organo, e che probabilmente
esisteva anche prima, pur priva di pitture e
decorazioni. Per il resto la cassa non pare
subisse modifiche, e ciò, oltre al costo
relativamente basso dello strumento e al fatto
che lo si poteva chiudere con una sola anta, ci
permette di ritenere che il nuovo organo del
Valvassore non doveva essere molto più grande o
più complesso del precedente, da cui forse si
distingueva semplicemente per la qualità.
L’organo era terminato alla fine di novembre
del 1650, quando il massaro municipale annotava
di aver saldato il conto:
Pagato lire
quattro cento sey soldi dieci otto dinari
sette planet conti al signor
Ercule uauassore a conto del organo fatto lanno
1650 apar confesso di man del signor
Carlo medaglia suo Genero in·filtia sub numero
122 del di 22 nouembre 1650 et in debito
libro H folio 193: - Lire
406 : 18
La
decorazione della cassa fu pronta nella
primavera successiva.
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Gli interventi di Bartolomeo Antegnati
Dopo quella data, l’organo di San Faustino vide
alla sua tastiera un succedersi quasi
ininterrotto di organisti municipali, dei quali
è menzione nei vari registri di cassa coevi, ma
del cui valore artistico nulla possiamo dire per
mancanza di dati che non siano le causali di
pagamento. Ci limiteremo a nominarne uno: Orazio
Polarola (o Polaroli), che servì il Comune e la
chiesa di Quinzano dall’estate del 1661 alla
fine del 1665,
poiché egli fu assunto qualche tempo dopo, nel
1669, come organista titolare della cattedrale
di Brescia, occupando quel posto fino al 1676:
ciò può essere indicativo, se non del suo
effettivo valore professionale, almeno della
considerazione in cui era tenuto dai
contemporanei.
Quanto alle vicende strettamente connesse
alla manutenzione e conservazione dello
strumento, pur essendo tale incombenza
ordinariamente affidata, come consuetudine, allo
stesso organista che lo suonava, talora il
Comune ricorreva ad artigiani specialisti, per
gli interventi più delicati ed impegnativi. Non
è il caso in questa sede di seguire la serie
cronologica di tali interventi quale risulta
dalle carte d’archivio; tuttavia non possiamo
tacere, se non altro, quelli effettuati nel 1682
e poi nel 1690 da Bartolomeo Antegnati, ultimo
esponente a noi noto della celebre famiglia di
organari di origine bresciana, che per oltre due
secoli diffuse in tutto il nord Italia strumenti
divenuti esemplari dell’artigianato organario di
scuola italiana. Riportiamo per esteso le
causali dei pagamenti, per il loro evidente
interesse documentario:
[c. 99r] Deue
hauere Lire nonanta soldi quattro planet
pagate al signor Bartholameo Antegnati
per hauer aggiustato l’Organo nel Mese di
settembre 1682 per riceputa del medesimo
signor Antegnati del di 24 settembre 1682
deue dissi di planet - Lire
90 : 4
[c. 191v] Deue
hauere Lire noue soldi dieci noue planet
pagate al signor Bartholameo Antegnati
per lui recognitione in hauer aggiustato
l’Organo in occasione della detta
Musica come da riceputa del di 16 ottobre 1690
dissi di planet - Lire 9 : 19
[c. 199r] Deue
hauere Lire sedeci soldi uno danari
sette planet pagate à Marc’Antonio
Lazzarone Hoste per cibarie prestate nel Mese
d’ottobre 1690 al signor Bartholameo
Antegnati in occasione d’aggiustar
l’Organo della Parocchiale per la Musica delle Sante
Reliquie
Questo Bartolomeo è, con ogni probabilità, il
figlio di Francesco e nipote di Costanzo
Antegnati, il quale, da una polizza d’estimo del
1627 pubblicata dal Valentini,
risultava avere allora dieci anni, e che era
dunque nato nel 1617. Mentre del fratello di lui
Graziadio (detto ‘secondo’ per distinguerlo
dall’omonimo bisnonno), si conosce abbastanza
l’attività tra il 1632 e il 1652,
di Bartolomeo non si aveva finora notizia certa
che avesse in qualche modo proseguito
l’artigianato familiare. È probabile che fino
alla morte del fratello maggiore, non sappiamo
quando sopraggiunta, abbia lavorato accanto a
lui, proseguendone poi l’opera da solo.
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L’organo settecentesco
Delle vicende settecentesche dell’organo di San
Faustino conosciamo solo le ricorrenti
riparazioni annotate tra le spese del Comune.
Di rinnovamenti radicali o di rifacimenti
non abbiamo al momento testimonianze dirette, ma
una memoria della Fabbriceria parrocchiale del
21 agosto 1884, tratteggiando in sintesi la
storia del prezioso strumento, afferma tra
l’altro che esso «Costrutto in origine
dalla Ditta Antegnati di Bergamo nello
scorso secolo, nel 1787 venne poi
ricostrutto ed ampliato dai Signori
Serassi».
Che un organo Antegnati venisse costruito
nel secolo XVIII è assai improbabile, a meno che
non si alluda alle riparazioni di Bartolomeo, di
cui si è detto, negli ultimi decenni del ‘600,
ma furono cosa da poco, almeno per quanto se ne
deduce dalle ridotte spese che comportarono.
Quanto all’ampliamento dell’organo attribuito ai
Serassi, è verosimile che un intervento radicale
sia stato operato sullo strumento prima del
secolo XIX, ma di esso non restano testimonianze
di alcun genere. Tanto più che i documenti
comunali che registrano le spese sembrano tacere
dell’organo sia per il 1787 che per gli anni
contigui, né possiamo attingere ai libri delle
provvisioni, che per tutto il ‘700 sono perduti.
In compenso possiamo ricostruire con
sufficiente approssimazione la struttura
dell’organo attivo nel primo ‘800, grazie ad
alcune informazioni contenute nel progetto di
Angelo Amati, che lo rinnovò dopo il 1837, e
soprattutto grazie all’inventario del vecchio
strumento che all’Amati fu consegnato per il
rifacimento.
Il presunto organo Serassi, di 8 piedi,
aveva un manuale di 50 tasti con estensione da
Mi1 a Fa5, divisa in 20
bassi e 30 soprani, e una pedaliera di 11
tasti; in facciata aveva 43 canne, di cui 14
mute (cioè disposte solo per completare la
simmetria, ma non funzionanti). La struttura
fonica aveva questa disposizione:
|
|
Registri principali
|
|
|
Registri di concerto
|
|
|
|
Principale in facciata |
29 |
|
Voce
umana |
30 |
|
|
Principale I° soprani |
30 |
|
Flauto traverso soprani |
30 |
|
|
Ottava |
50 |
|
Flauto in Ottava |
50 |
|
|
Duodecima |
50 |
|
Flauto in Duodecima |
50 |
|
|
Quintadecima |
50 |
|
Cornetto I° |
60 |
|
|
Decimanona |
50 |
|
Cornetto II° |
60 |
|
* |
Vigesima seconda |
50 |
|
Trombe soprani |
30 |
|
|
Vigesima sesta |
50 |
|
Violoncello soprani |
30 |
|
|
Vigesima nona |
50 |
|
Fagotti bassi |
20 |
|
|
Trigesima terza |
100 |
|
Sesqua altera |
50 |
|
|
Trigesima sesta |
100 |
|
|
|
* Timpani di
bronzo a tazze
|
Pedale
|
|
|
Contrabassi |
11 |
|
Ottava |
11 |
|
Timballi in C D G A |
8 |
|
Canne a compimento in facciata non
suonabili |
14 |
Come si può vedere, uno strumento discreto, di
25 registri per un complesso di 1063 canne, che
si trovava probabilmente nella stessa
collocazione in cui si trova oggi, se pure con
una cassa e una cantoria più piccole, adeguate
alla dimensione dello strumento. Di quest’organo
circa l’80% passò, integro o adattato, nel nuovo
organo, che la fabbriceria parrocchiale
commissionò alla bottega dell’organaro Angelo
Amati di Pavia.
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|
L’organo di Angelo Amati (1837-40)
Dopo la rivoluzione bresciana del 1797 e l’età
napoleonica, che notevoli sconvolgimenti sociali
e politici apportarono anche nei nostri paesi,
il rapporto tra autorità civile e religiosa era
completamente mutato. Anche la gestione dei
luoghi di culto, che precedentemente era
condivisa dai due enti, ricadde interamente
sulla amministrazione ecclesiastica, che si
occupava delle chiese e della loro suppellettile
mediante un organismo di origine antica, ma
giuridicamente rinnovato: la Fabbriceria. Da
quell’epoca, anche la cura e la manutenzione
dell’organo parrocchiale e la sovvenzione
dell’organista divenne di esclusiva spettanza
ecclesiastica.
Nell’ambito di un vasto progetto di
sistemazioni e riammodernamenti tanto nelle
chiese sussidiarie quanto soprattutto nella
chiesa parrocchiale, che dai primi anni dell’800
si protrasse fino alla metà del secolo, si
colloca anche l’iniziativa di rinnovare
completamente l’organo settecentesco, per
adeguarlo sempre meglio all’equilibrio
neoclassico che il tempio principale di Quinzano
andava assumendo.
Il delicato incarico venne affidato a uno
dei migliori artigiani organari di tradizione
italiana allora attivi in Lombardia: Angelo
Amati, discendente di una famiglia che da vari
decenni si occupava di fabbricazione e
ammodernamento di organi da chiesa.
Egli fu interpellato tramite il maestro di
musica Bortolo Antonio Bresciani di Brescia, che
sarà poi il collaudatore dell’opera finita, ai
primi di agosto del 1837, allorché l’organaro si
trovava a Ostiano, forse per un lavoro che vi
aveva in corso.
Il contratto fu siglato il 7 settembre 1837,
e con esso l’Amati si impegnava a ultimare
l’opera entro due anni per il prezzo di 8000
lire austriache, che la fabbriceria avrebbe
pagato in otto rate annuali a partire dall’atto
della firma. Il progetto allegato dall’artista
al contratto prevedeva – come si è detto – il
riutilizzo di gran parte dello strumento
preesistente, all’interno però di un impianto
totalmente rinnovato e con una serie di
aggiornamenti e ampliamenti che rendevano
l’opera del tutto originale.
Il manuale unico, con tasti diatonici in
ebano e diesis in osso bianco, contava 58 tasti
reali, dal Do1 al La5, per
cui nei registri riutilizzati del vecchio organo
si dovevano aggiungere quattro canne al basso e
quattro all’acuto. Anche il pedale veniva esteso
da 11 a 18 tasti, con relativo ampliamento dei
registri esistenti. I cinque mantici, riparati e
rinforzati, avrebbero dovuto essere spostati in
una stanza a basso, più comoda e asciutta, ma
tale intervento, non si sa perché, fu operato
dall’Amati soltanto nel 1862. Per il resto, i
registri principali, che l’Amati chiama “retro
Organo”, rimanevano sostanzialmente quelli
settecenteschi, mentre la riforma più estesa
interessava i registri di concerto, di cui
venivano rifatte più file, con l’aggiunta ai
bassi dei Claroni e della Viola e ai soprani
dell’Ottavino e dei Corni dolci, e la
soppressione della Sesquialtera, di impronta
forse troppo arcaica.
Il risultato fu questo (il segno * indica i
registri in tutto o in parte riutilizzati)
|
|
Retro
Organo |
|
|
Parte
Istromentale |
|
|
* |
Principale basso 16' |
24 |
* |
Voce
umana |
34
|
|
|
Principale soprano 16' |
34 |
* |
Flauto traverso |
34 |
|
* |
Principale basso 8' |
24 |
|
Flutta dolce |
34 |
|
|
Principale soprano 8' |
34 |
* |
Cornetto I° |
68 |
|
* |
Ottava bassi |
24 |
* |
Cornetto II° |
68 |
|
* |
Ottava soprani |
34 |
|
Ottavino (Flagioletto) |
34 |
|
* |
Duodecima |
58 |
* |
Flauto in XII |
34 |
|
* |
Decimaquinta |
58 |
|
Fagotti |
24 |
|
* |
Decimanona |
58 |
|
Trombe |
34 |
|
* |
Vigesimaseconda |
58 |
|
Claroni |
24 |
|
* |
Vigesimasesta |
58 |
|
Violoncello |
34 |
|
* |
Vigesimanona |
58 |
|
Viola |
24 |
|
* |
Trigesimaterza |
58 |
|
Corni
dolci |
34 |
|
* |
Trigesimasesta |
58 |
|
|
|
|
|
Quadragesima bassi |
48 |
|
|
|
|
|
Canne di legno ne’
pedali |
|
|
* |
Controbassi |
19 |
|
* |
Controbassi ottave |
|
|
|
Ottave (XV) |
24 |
|
|
(XII) |
|
|
|
Bombarda |
12 |
|
|
Timballi |
24 |
|
|
Rolante |
4 |
*
Timpani di bronzo [...] portante
la forma di tazze
|
Le
leve per inserire i registri, a forma di manette
a scrocco ‘alla lombarda’, furono poste in due
colonne alla destra del manuale e, conservate
anche negli adattamenti successivi, sono quelle
ancora funzionanti ai nostri giorni.
Nonostante le buone premesse, ci fu fin dal
principio qualche inconveniente, soprattutto per
l’indecisione della fabbriceria quinzanese nella
scelta e nell’approntamento del locale dove
collocare il corpo dello strumento rinnovato, il
che costrinse l’Amati a rifare più d’una volta
alcuni pezzi che diceva di avere già condotto a
buon punto.
A complicare le cose si aggiunse, oltre
all’urgenza delle numerose altre opere che
l’artista aveva in corso all’epoca (come il grand’organo della basilica di San Michele a
Pavia), anche la salute instabile dell’organaro,
il quale rinnovava le promesse di recarsi a
Quinzano con l’organo finito per l’agosto 1839,
poi per il settembre, ma senza poter mantenere
la parola. Ai solleciti della fabbriceria, che
voleva l’organo pronto per il gennaio 1840,
rispondeva mandando il padre Antonio con due
lavoranti, che però non soddisfacevano alle
esigenze di perfezione del lavoro.
Dopo alterne vicende, nell’aprile del 1840
l’organo fu pronto per il collaudo, che il
maestro Bresciani effettuò il 6 maggio
successivo,
trovando
l’Organo esente
dal benché minimo difetto nel vento condotto a
perfezione, e nei giuochi che agiscono con
prontezza e facilità. La voce ne esce
tranquilla, e ferma, ed il Ripieno ha voce
robusta, e chiara per la perfetta intonazione
delle canne che bene si uniscono le vecchie alle
nuove. Le voci dei Contrabbassi sorreggono
l’armonia a meraviglia perché robuste, e pronte
e danno risalto all’armonia istessa senza
coprirla. I registri di concerto hanno corpo e
bella qualità di voce, ed imitano al naturale
gl’Istromenti di cui portano il nome.
Nel frattempo, anche la nuova cantoria era
stata approntata dal falegname quinzanese Giulio
Gandaglia, e montata in luogo della vecchia alla
fine di giugno del 1839,
e ulteriormente sistemata, dopo la collocazione
definitiva dello strumento, nel maggio 1840. In
un primo tempo si trattava di semplice cassa e
balconata senza decorazioni; poi gradualmente,
conforme alle possibilità economiche della
fabbriceria, si provvide ad arricchirla. Nel
giugno 1841 il pittore Finelli dipinse il telo
che copriva la controcassa, mentre la cassa
doveva rimanere scoperta con le canne del
prospetto in vista. Soltanto tra la fine del
1847 e il principio del 1848 si provvide a
decorare gli specchi delle cantorie e i margini
degli archi con intagli eseguiti da Sorbi e
indorati da Liborio Castelvedere, sotto la
direzione dell’ingegner Donegani e dell’indoratore
Fantoni.
L’Amati, dal canto suo, tenne fede negli
anni successivi, anche se non sempre
puntualmente, agli impegni di manutenzione
straordinaria del suo strumento, pur essendo
assorbito in opere laboriose e distinte, come
l’organo della cattedrale di Cremona nel 1844 e
poi, più tardi, il grand’organo della Pace a
Brescia e della parrocchiale di Volongo
mantovano nel 1854.
Nel 1862
oltre alle riparazioni dovute al deperimento
dell’organo in seguito alle infiltrazioni
d’acqua nella cella organaria, si decide di
eseguire il trasporto dei mantici, che era stato
preventivato ma non attuato nel 1840. Inoltre,
in quell’occasione l’Amati toglie il registro
del Flauto traverso, residuo dell’organo
settecentesco, e, con una serie di spostamenti
delle file di canne nel somiere maggiore,
inserisce il Corno inglese al soprano. Poi,
conforme alla discutibile estetica organistica
dell’epoca, sistema i campanini di bronzo
preesistenti completandone la serie, e inserisce
una grancassa (o tamburrone) e un piatto turco
(o di Smirne) con relativa meccanica. Con altre
riforme e sistemazioni di minor entità,
l’intervento comportò il lavoro di tre persone
per quattro mesi e la spesa complessiva di 2497
franchi, oltre alle opere di impianto dei
mantici.
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La riforma di Luigi Parietti (1884-85)
Dopo vent’anni l’organo si trovava di nuovo
in grave disordine, e la fabbriceria si diede da
fare a recuperare il denaro necessario per un
lavoro di ristrutturazione completa. Si scrisse
a questo scopo al sindaco di Quinzano, al
subeconomo del circondario di Verolanuova,
perfino al vescovo di Brescia e, nonostante le
esitazioni dei corrispondenti, si riuscì a
scovare tra le pieghe intricate dei bilanci una
voce che confacesse alle intenzioni.
Nella primavera del 1884 si presero contatti
con l’organaro Luigi Parietti di Bergamo,
allievo della casa Serassi, e il 26 luglio
l’organaro presentava ai fabbricieri quinzanesi
un progetto con due diverse proposte: una di
massima, che prevedeva la pulitura accurata, il
restauro e l’aggiunta di un “Organo
Espressivo ossia Eco” per la spesa
complessiva di lire 3200; il progetto minimale
si limitava alla pulitura e restauro per il
prezzo di lire 1800. La fabbriceria decise per
la prima proposta, e il contratto fu siglato il
19 agosto.
Parietti si mise presto al lavoro,
rinnovando come da progetto tutta la meccanica
interna, sostituendo i mantici con altri di
sistema più moderno e riposizionando i condotti
dell’aria per far posto al somiere dell’organo
espressivo, che si componeva di otto registri,
con relativa persiana di espressione:
|
Organo Eco |
|
Ottava Bassi |
|
Viola
Bassi |
|
Arpone Bassi |
|
Oboè
Soprani |
|
Violini Soprani |
|
Flauto Zampogna Soprani |
|
Voci
corali Soprani |
Tremolo alle voci
corali e a qualsivoglia registro
L’aggiunta di questo ulteriore corpo allo
strumento comportava l’introduzione di un
secondo manuale di 58 tasti, che l’organaro
realizzò rifacendo completamente anche il primo
manuale ‘ad uso pianoforte’, e la pedaliera
dell’Amati, ma senza variarne l’estensione. I
comandi dei registri dell’organo d’eco, in forma
di tiranti a pomolo, furono collocati in una
colonna a sinistra delle tastiere, dove ancora
si trovano. Qualche piccolo intervento fu
operato anche sul grand’organo Amati: in
particolare fu soppresso il registro Clarone e
furono riordinate le Bombarde al pedale, secondo
il progetto. In più, non previsti dal contratto,
l’organaro vi aggiunse due registri ai pedali:
|
Bassi
armonici
8' |
12 |
|
Violone 8' |
12 |
e
ai registri di banda il Capel chinese di 12
campanelli in bronzo. Provvide inoltre anche
all’organo della chiesa sussidiaria di San
Giuseppe, costruito nel 1806 da Alessio Rosa.
L’organo parrocchiale, così sistemato e
aggiornato, fu collaudato dal maestro cav.
Vincenzo Petrali, con piena soddisfazione delle
parti, il 6 gennaio 1885.
|
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Gli interventi del ‘900
L’opera, complessivamente buona, non subì
ritocchi fino al 1910-1911,
quando don Cesare Sora ebbe l’incarico di
operare alcune sistemazioni, tra cui la
sostituzione della pedaliera con una nuova di 27
tasti, e i relativi adattamenti della basseria
per completare il registro di Contrabbasso 16'
reale e raddoppiare gli altri registri dotati di
sole 12 canne. Provvide, poi, all’inversione dei
manuali, che il Parietti aveva montato
scambiati, e a un alleggerimento della tastiera
mediante accorgimenti meccanici. Fu, quello del
Sora in collaborazione con Ferruccio Pedrini
che controfirmò il consuntivo, l’ultimo
intervento di rilievo sul nostro organo
parrocchiale.
Operazioni di restauro puramente
conservativo furono quelle attuate da Giuseppe Franceschini di Crema nel 1928 per 3300 lire,
e nel 1930 per 1400 lire,
dopo le grandi opere di decorazione della chiesa
volute dal prevosto don Giulio Donati. A
Domenico Vergine di Seniga nel 1946 venne
affidato l’incarico di installare una pompa
elettrica per l’aria, che costò 85 000 lire.
Nel 1957 il prevosto don Giovanni Ruggeri
commissionava ad Andrea Nicolini il progetto di
una nuova disposizione dell’organo, che sarebbe
stato rifatto completamente, in 16 registri per
complessive 1138 canne, da collocarsi assieme
alla consolle nell’abside della chiesa, sotto le
finestre del coro;
ma per fortuna non se ne fece nulla.
Nel 1965 si acquistò l’organo elettronico, e
il vetusto strumento Amati-Parietti, senza sua
particolare colpa, fu messo a riposo per oltre
vent’anni.
Il resto è storia di oggi.
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Riferimenti
bibliografici
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Giovanni, 1985
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Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana
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Fappani,
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Muoni,
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Sala,
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Catalogo del fondo musicale dell’Archivio
Capitolare del Duomo di Brescia, Torino, EDT
Valentini,
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I musicisti bresciani e il Teatro Grande,
Brescia, Queriniana |
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