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Quattro secoli di arte e di preghiera

 

Le vicende storiche dell’organo parrocchiale
di Quinzano

di Tommaso Casanova

  

da La Pieve, a. XVIII n° 6, giugno 1989, pp. 8-14.

 

Le origini

Una qualche forma di strumento che accompagnasse il canto liturgico doveva forse esistere da sempre nella chiesa, un tempo piccola e disadorna, del castello di Quinzano. Tuttavia, non era certo un organo fisso, di grandi dimensioni, come quello che oggi si vede campeggiare in cornu epistulæ, cioè sul lato destro del presbiterio.

La mancanza di testimonianze dirette fino al secolo XVII ci obbliga ad operare una ricostruzione approssimativa, fondata su poche e imprecise attestazioni posteriori. Ben nota è la questione della traslazione della sede parrocchiale dalla antica pieve alla chiesa di San Faustino, entro le mura del castello: tale traslazione era già di fatto definita nel 1565, quando il vescovo di Brescia Domenico Bollani ne prese atto in occasione della sua visita pastorale. A quella data la pieve, per la sua inagibilità e scomodità, era ormai ridotta al rango di chiesa sussidiaria, in cui non si celebrava che una messa al mese.

La chiesa di San Faustino, che vedeva intanto accrescere la propria importanza all’interno della comunità ecclesiale e civile, era a quell’epoca in diritto di patronato della nobile famiglia Duranti, e i suoi beni erano goduti dagli alti prelati di quella famiglia. Il problema della giurisdizione sulla chiesa non è irrilevante per quanto concerne la storia dell’organo, poiché l’iniziativa e la spesa da sostenersi per edificare uno strumento impegnativo come l’organo competeva evidentemente a chi aveva l’autorità sul luogo di culto. Laddove, nel territorio della pianura bresciana come anche altrove, le pievi erano stabilmente officiate, erano le amministrazioni civili che, compartecipi della proprietà degli edifici plebani e responsabili della loro cura, si accollavano spesso per intero le spese di progettazione, costruzione e manutenzione degli strumenti monumentali che vi erano posti. A Quinzano invece la chiesa plebana non era frequentata da tempo e tutte le funzioni parrocchiali si svolgevano in San Faustino, che però non era di pertinenza comunale e quindi di essa il consiglio cittadino non si occupava, né possediamo altre fonti che ci illuminino meglio in proposito.

In questo silenzio delle fonti riusciamo, forse, ad arguire che non esisteva un organo fisso, e che il culto pubblico veniva accompagnato da piccoli strumenti portativi, come d’uso altrove. A questo proposito, è interessante un cenno contenuto in un documento più tardo, in cui il consiglio del Comune fa obbligo all’organista Tommaso Colosso «di sonar a tutte e indiferente nelle Nostre Chiese e sue solemmita si con l·organo come con il Regale», dove è chiaro che il regale dovrà suonarlo nelle chiese del paese che non hanno l’organo. Non è difficile immaginare che la stessa pratica poteva valere cinquant’anni prima anche in San Faustino, quando l’organo non esisteva neppure in quella chiesa.

C’è, però, da precisare che la tradizione di accompagnare le celebrazioni liturgiche con uno strumento non era ben accetta a tutti i quinzanesi del tempo, se ancora il 20 aprile 1636 il consiglio doveva risolvere un diverbio che aveva per oggetto tale prassi: 

Nel qual Consilio e·sta proposto che hauendo il molto Reuerendo signor Don || Hieronimo Guadagnio presentata una lettera a questa Comunita di tenore come in quella etc qual letta nel Consilio et nella quale esso Reuerendo si dole che hauendo alli giorni passati fatta la musicha nella Chiesa Parochiale con l·organo solo a sua instantia hora uolendo alcuni leuare cotesta buona introdutione del cantare in organo diuertendola con il cantar in choro benche la nostra Comunita habbia fatto una grossa spesa in comperar l·organo a cio. Pero essendo sta cio prudentemente considerata l·andara parte chi uole che esso Reuerendo Signor Don Hieronimo faccia la musica in organo metta in bianca et chi non uole in negra
Leuata la parte fu presa con balle affirmatiue numero trenta due negatiue dieci 

    La posizione conservativa di certa frangia dei fedeli quinzanesi poteva essere residuo della prassi precedente, conforme alla quale i canti liturgici venivano eseguiti con il “cantar in choro” anziché “in organo”, cioè preferibilmente a voci scoperte, senza accompagnamento strumentale. Il consiglio salomonicamente decise che, se l’organo era stato acquistato a quello scopo, a tale scopo doveva essere utilizzato; ma non mancarono opposizioni.

 

Il primo organo municipale (1585)

A conferma che fino al principio del ‘600 non doveva esistere alcuno strumento fisso, è anche il fatto che nella copiosa documentazione degli Atti del Consiglio, di cui nell’archivio comunale si conservano molti registri a partire dalla fine del secolo XV, non si fa mai cenno a spese per organi, né ad assunzioni o riconferme di organisti municipali. Anzi, in un elenco dei dipendenti salariati del Comune non c’è traccia nemmeno di un levamantici, personaggio umile ma assolutamente indispensabile dovunque si volesse far funzionare un organo.

Del resto il Comune quinzanese, in mancanza di una chiesa ‘civica’ in cui investire il denaro pubblico a gloria di Dio, e un po’ anche degli amministratori locali, nel 1585 aveva partecipato al finanziamento dell’organo nobile e solenne della chiesa di Santa Maria delle Grazie, presso il Convento francescano appena fuori del paese, allora fiorente di devozione e di attività artistica. Non si può dire se fin dall’inizio il Comune considerasse quello l’organo ‘civico’, e pertanto contribuisse alla sovvenzione dell’organista (che probabilmente era uno dei frati del Convento), poiché mancano gli atti del consiglio e i libri di cassa di quegli anni. Di fatto troviamo che l’11 gennaio 1609 i frati richiesero al Comune un contributo per l’organista della loro chiesa, e il Comune, pur con qualche riserva, acconsentì: 

Insuper Essendo sta preposto In questo Consilio, anzi dimandato, Vna Elemosina per li Reuerendi frati di Santa maria per pagare l’orginista, qual || proposta Intesa hanno ordinato che gli sia donato lire dieci planet per Vna Volta sola 

Il dato è significativo a proposito della considerazione in cui l’amministrazione pubblica teneva l’organo di Santa Maria delle Grazie.

 

L’organo di Giacinto Gatti (1611-12)

Fu certo lo splendore dello strumento antegnatiano della chiesa del Convento che suggerì agli amministratori locali di inserire nel progetto di ristrutturazione della chiesa di San Faustino, ormai anche giuridicamente parrocchiale, la costruzione di un organo interamente municipale.

I primi anni del ‘600 videro un susseguirsi animato di intensa attività attorno all’edificio della chiesa del Castello: il piccolo tempio, passato definitivamente sotto la giurisdizione comunale, veniva ampliato con l’abbattimento delle vecchie case che lo circondavano a est e con l’allungamento del presbiterio e del coro; si portava, intanto, a termine la grande macchina della torre, ma i soldi parevano non bastare mai.

Quindi, dopo che gli aspetti architettonici e strutturali furono almeno in parte risolti, i rappresentanti del Comune poterono pensare ad arricchire l’edificio rinnovato con uno strumento che fosse di decoro oltre che di utilità. Purtroppo gli atti di delibera degli anni 1610-1618 non sono stati conservati: tra essi si trovava certamente l’ordine di edificare l’organo nuovo di cui si parla nella citata provvisione del 1636. In compenso, troviamo il resoconto dei pagamenti effettuati dal massaro comunale ai costruttori dello strumento e della cassa in due registri contabili del periodo, e grazie a queste informazioni preziose ne possiamo conoscere i nomi: a Giacinto Gatti di Brescia fu commissionato l’organo, mentre la cassa per contenerlo fu realizzata da Ludovico Manenti. I primi pagamenti sono computati all’inizio del 1612, allorché lo strumento sembra già pronto, o comunque in fase di avanzata realizzazione, per cui si può ritenere che la commissione e l’esecuzione del lavoro siano da ascriversi all’anno precedente 1611.

Di Giacinto Gatti da Brescia non si aveva finora notizia che fabbricasse organi, tuttavia il suo nome non è del tutto ignoto nell’ambiente musicale cittadino a cavallo tra i due secoli. Un musico di quel nome era stato assunto dal Capitolo della cattedrale bresciana come sostituto del maestro di cappella, allora assente, e aveva prestato servizio per oltre un anno, dai primi di maggio del 1600 al luglio 1601. Ma già da alcuni anni, certamente dal 1598, figurava tra i salariati di quella cappella musicale in veste di cantore. Un Giacinto Gatto “Musico di Trombone” risulta anche da una polizza d’estimo del 1627. Che si tratti della stessa persona non è certo, ma è assai probabile.

Quanto alla cassa, doveva essere molto semplice e priva di particolari ornamenti, come si deduce dal prezzo non molto elevato che il Comune versò al falegname.

In quello stesso anno 1612 l’amministrazione, che poteva ormai vantare il suo organo civico, assunse un organista che suonasse stabilmente il nuovo strumento: si chiamava don Fedrico e servì alcuni anni, primo di una lunga serie di esecutori che, quasi ininterrottamente, giunge fino ai nostri giorni.

 

L’organo di Ercole Valvassore (1649-50)

Dopo i primi entusiasmi cominciarono le difficoltà, che culminarono nella vertenza del 1636, conclusasi come sappiamo. Da un lato le ristrettezze economiche del Comune non permettevano in certi periodi l’assunzione stabile di un organista civico, e – dobbiamo credere – nemmeno la cura di una manutenzione assidua del delicato strumento; d’altro canto l’organo del Gatti non era forse della qualità e imponenza che speravano i notabili quinzanesi, i quali peraltro avevano giocato forse troppo al risparmio.

Di fatto, non erano ancora trascorsi quarant’anni che già si sentiva il bisogno di sostituire al vecchio e inadeguato organo uno strumento nuovo, più valido e moderno. Perciò, anche per insistenza del clero locale che fruiva del tempio, si deliberò di incaricare alcuni del consiglio allo scopo di raccogliere denaro presso la popolazione: col denaro raccolto, integrato eventualmente da fondi municipali, si sarebbe provveduto alla costruzione del nuovo organo. La delibera, in data 6 giugno 1649, si esprime in questi termini: 

Essendo rissoluta intentione di questo publico di douer uenir alla deliberatione di far altro organo magiore et di piu perfetta bonta di quello hora si retroua nella Chiesa Parochiale cosi anco instanti li Reuerendi SSignori Sacerdoti della Terra nostra opera per certo risultante in honore del signore Id Dio et di supremo honore e ornamento della Terra nostra alla qual operatione ogni uno con affetto di spirito concorre douera; Che pero l Andara Parte che sia fatta da persone d’ellegersi una essatta Cercha in generale alle case del scosso della quale si fara debba esser impiegato a tal operatione e del sopra piu sia aggionto a spese publiche Vnde chi uole sia fatto tal organo metta il loro uoto in bianca con la medesima una et chi no in negra
Presa la parte ha obtenuto a·tutte balle eccetto una negatiua.  

Segue l’elezione degli incaricati per la ‘cerca’.

La commissione fu affidata l’anno successivo all’organaro Ercole Valvassore, a nome del quale risultano diversi pagamenti dal 18 giugno al 22 novembre 1650, per un totale di lire 1245 planet. Il Valvassore, di cui non abbiamo altre notizie, apparteneva forse alla famiglia dell’organaro milanese Cristoforo Valvassore, alla cui bottega era stata affidata tra il 1585 e il 1587 la costruzione dell’organo in cornu epistulæ del duomo di Milano; altro non si può dire.

Insieme allo strumento si provvide anche a rinnovare la cassa, ma la fonte annota esclusivamente spese per la «Pala per Lorgano» a nome di Giovanni Battista Bletio, il quale ricevette tra il 4 febbraio 1650 e il 26 maggio 1651 la cifra complessiva di lire 260 planet. Evidentemente al Bletio fu dato l’incarico di decorare la portella che chiudeva la cassa contenente i somieri, le canne e la meccanica dell’organo, e che probabilmente esisteva anche prima, pur priva di pitture e decorazioni. Per il resto la cassa non pare subisse modifiche, e ciò, oltre al costo relativamente basso dello strumento e al fatto che lo si poteva chiudere con una sola anta, ci permette di ritenere che il nuovo organo del Valvassore non doveva essere molto più grande o più complesso del precedente, da cui forse si distingueva semplicemente per la qualità.

L’organo era terminato alla fine di novembre del 1650, quando il massaro municipale annotava di aver saldato il conto: 

Pagato lire quattro cento sey soldi dieci otto dinari sette planet conti al signor Ercule uauassore a conto del organo fatto lanno 1650 apar confesso di man del signor Carlo medaglia suo Genero in·filtia sub numero 122 del di 22 nouembre 1650 et in debito libro H folio 193: - Lire 406 : 18 

La decorazione della cassa fu pronta nella primavera successiva.

 

Gli interventi di Bartolomeo Antegnati

Dopo quella data, l’organo di San Faustino vide alla sua tastiera un succedersi quasi ininterrotto di organisti municipali, dei quali è menzione nei vari registri di cassa coevi, ma del cui valore artistico nulla possiamo dire per mancanza di dati che non siano le causali di pagamento. Ci limiteremo a nominarne uno: Orazio Polarola (o Polaroli), che servì il Comune e la chiesa di Quinzano dall’estate del 1661 alla fine del 1665, poiché egli fu assunto qualche tempo dopo, nel 1669, come organista titolare della cattedrale di Brescia, occupando quel posto fino al 1676: ciò può essere indicativo, se non del suo effettivo valore professionale, almeno della considerazione in cui era tenuto dai contemporanei.

Quanto alle vicende strettamente connesse alla manutenzione e conservazione dello strumento, pur essendo tale incombenza ordinariamente affidata, come consuetudine, allo stesso organista che lo suonava, talora il Comune ricorreva ad artigiani specialisti, per gli interventi più delicati ed impegnativi. Non è il caso in questa sede di seguire la serie cronologica di tali interventi quale risulta dalle carte d’archivio; tuttavia non possiamo tacere, se non altro, quelli effettuati nel 1682 e poi nel 1690 da Bartolomeo Antegnati, ultimo esponente a noi noto della celebre famiglia di organari di origine bresciana, che per oltre due secoli diffuse in tutto il nord Italia strumenti divenuti esemplari dell’artigianato organario di scuola italiana. Riportiamo per esteso le causali dei pagamenti, per il loro evidente interesse documentario: 

[c. 99r] Deue hauere Lire nonanta soldi quattro planet pagate al signor Bartholameo Antegnati per hauer aggiustato l’Organo nel Mese di settembre 1682 per riceputa del medesimo signor Antegnati del di 24 settembre 1682 deue dissi di planet - Lire 90 :  4 

[c. 191v] Deue hauere Lire noue soldi dieci noue planet pagate al signor Bartholameo Antegnati per lui recognitione in hauer aggiustato l’Organo in occasione della detta Musica come da riceputa del di 16 ottobre 1690 dissi di planet - Lire  9 : 19 

[c. 199r] Deue hauere Lire sedeci soldi uno danari sette planet pagate à Marc’Antonio Lazzarone Hoste per cibarie prestate nel Mese d’ottobre 1690 al signor Bartholameo Antegnati in occasione d’aggiustar l’Organo della Parocchiale per la Musica delle Sante Reliquie  

Questo Bartolomeo è, con ogni probabilità, il figlio di Francesco e nipote di Costanzo Antegnati, il quale, da una polizza d’estimo del 1627 pubblicata dal Valentini, risultava avere allora dieci anni, e che era dunque nato nel 1617. Mentre del fratello di lui Graziadio (detto ‘secondo’ per distinguerlo dall’omonimo bisnonno), si conosce abbastanza l’attività tra il 1632 e il 1652, di Bartolomeo non si aveva finora notizia certa che avesse in qualche modo proseguito l’artigianato familiare. È probabile che fino alla morte del fratello maggiore, non sappiamo quando sopraggiunta, abbia lavorato accanto a lui, proseguendone poi l’opera da solo.

 

L’organo settecentesco

Delle vicende settecentesche dell’organo di San Faustino conosciamo solo le ricorrenti riparazioni annotate tra le spese del Comune.

Di rinnovamenti radicali o di rifacimenti non abbiamo al momento testimonianze dirette, ma una memoria della Fabbriceria parrocchiale del 21 agosto 1884, tratteggiando in sintesi la storia del prezioso strumento, afferma tra l’altro che esso «Costrutto in origine dalla Ditta Antegnati di Bergamo nello scorso secolo, nel 1787 venne poi ricostrutto ed ampliato dai Signori Serassi».

Che un organo Antegnati venisse costruito nel secolo XVIII è assai improbabile, a meno che non si alluda alle riparazioni di Bartolomeo, di cui si è detto, negli ultimi decenni del ‘600, ma furono cosa da poco, almeno per quanto se ne deduce dalle ridotte spese che comportarono. Quanto all’ampliamento dell’organo attribuito ai Serassi, è verosimile che un intervento radicale sia stato operato sullo strumento prima del secolo XIX, ma di esso non restano testimonianze di alcun genere. Tanto più che i documenti comunali che registrano le spese sembrano tacere dell’organo sia per il 1787 che per gli anni contigui, né possiamo attingere ai libri delle provvisioni, che per tutto il ‘700 sono perduti.

In compenso possiamo ricostruire con sufficiente approssimazione la struttura dell’organo attivo nel primo ‘800, grazie ad alcune informazioni contenute nel progetto di Angelo Amati, che lo rinnovò dopo il 1837, e soprattutto grazie all’inventario del vecchio strumento che all’Amati fu consegnato per il rifacimento. Il presunto organo Serassi, di 8 piedi, aveva un manuale di 50 tasti con estensione da Mi1 a Fa5, divisa in 20 bassi e 30 soprani, e una pedaliera di 11 tasti; in facciata aveva 43 canne, di cui 14 mute (cioè disposte solo per completare la simmetria, ma non funzionanti). La struttura fonica aveva questa disposizione:

 

Registri principali

 

 

Registri di concerto

 

 

Principale in facciata

29

 

Voce umana

30

 

Principale I° soprani

30

 

Flauto traverso soprani

30

 

Ottava

50

 

Flauto in Ottava

50

 

Duodecima

50

 

Flauto in Duodecima

50

 

Quintadecima

50

 

Cornetto I°

60

 

Decimanona

50

 

Cornetto II°

60

*

Vigesima seconda

50

 

Trombe soprani

30

 

Vigesima sesta

50

 

Violoncello soprani

30

 

Vigesima nona

50

 

Fagotti bassi

20

 

Trigesima terza

100

 

Sesqua altera

50

 

Trigesima sesta

100

 

 

 

*  Timpani di bronzo a tazze

Pedale

 

Contrabassi

11

Ottava

11

Timballi in C D G A

8

Canne a compimento in facciata non suonabili

14

Come si può vedere, uno strumento discreto, di 25 registri per un complesso di 1063 canne, che si trovava probabilmente nella stessa collocazione in cui si trova oggi, se pure con una cassa e una cantoria più piccole, adeguate alla dimensione dello strumento. Di quest’organo circa l’80% passò, integro o adattato, nel nuovo organo, che la fabbriceria parrocchiale commissionò alla bottega dell’organaro Angelo Amati di Pavia.

 

L’organo di Angelo Amati (1837-40)

Dopo la rivoluzione bresciana del 1797 e l’età napoleonica, che notevoli sconvolgimenti sociali e politici apportarono anche nei nostri paesi, il rapporto tra autorità civile e religiosa era completamente mutato. Anche la gestione dei luoghi di culto, che precedentemente era condivisa dai due enti, ricadde interamente sulla amministrazione ecclesiastica, che si occupava delle chiese e della loro suppellettile mediante un organismo di origine antica, ma giuridicamente rinnovato: la Fabbriceria. Da quell’epoca, anche la cura e la manutenzione dell’organo parrocchiale e la sovvenzione dell’organista divenne di esclusiva spettanza ecclesiastica.

Nell’ambito di un vasto progetto di sistemazioni e riammodernamenti tanto nelle chiese sussidiarie quanto soprattutto nella chiesa parrocchiale, che dai primi anni dell’800 si protrasse fino alla metà del secolo, si colloca anche l’iniziativa di rinnovare completamente l’organo settecentesco, per adeguarlo sempre meglio all’equilibrio neoclassico che il tempio principale di Quinzano andava assumendo.

Il delicato incarico venne affidato a uno dei migliori artigiani organari di tradizione italiana allora attivi in Lombardia: Angelo Amati, discendente di una famiglia che da vari decenni si occupava di fabbricazione e ammodernamento di organi da chiesa. Egli fu interpellato tramite il maestro di musica Bortolo Antonio Bresciani di Brescia, che sarà poi il collaudatore dell’opera finita, ai primi di agosto del 1837, allorché l’organaro si trovava a Ostiano, forse per un lavoro che vi aveva in corso.

Il contratto fu siglato il 7 settembre 1837, e con esso l’Amati si impegnava a ultimare l’opera entro due anni per il prezzo di 8000 lire austriache, che la fabbriceria avrebbe pagato in otto rate annuali a partire dall’atto della firma. Il progetto allegato dall’artista al contratto prevedeva – come si è detto – il riutilizzo di gran parte dello strumento preesistente, all’interno però di un impianto totalmente rinnovato e con una serie di aggiornamenti e ampliamenti che rendevano l’opera del tutto originale.

Il manuale unico, con tasti diatonici in ebano e diesis in osso bianco, contava 58 tasti reali, dal Do1 al La5, per cui nei registri riutilizzati del vecchio organo si dovevano aggiungere quattro canne al basso e quattro all’acuto. Anche il pedale veniva esteso da 11 a 18 tasti, con relativo ampliamento dei registri esistenti. I cinque mantici, riparati e rinforzati, avrebbero dovuto essere spostati in una stanza a basso, più comoda e asciutta, ma tale intervento, non si sa perché, fu operato dall’Amati soltanto nel 1862. Per il resto, i registri principali, che l’Amati chiama “retro Organo”, rimanevano sostanzialmente quelli settecenteschi, mentre la riforma più estesa interessava i registri di concerto, di cui venivano rifatte più file, con l’aggiunta ai bassi dei Claroni e della Viola e ai soprani dell’Ottavino e dei Corni dolci, e la soppressione della Sesquialtera, di impronta forse troppo arcaica.

Il risultato fu questo (il segno * indica i registri in tutto o in parte riutilizzati)

 

Retro Organo

 

 

Parte Istromentale

 

*

Principale basso 16'

24

*

Voce umana

34

 

Principale soprano 16'

34

*

Flauto traverso

34

*

Principale basso 8'

24

 

Flutta dolce

34

 

Principale soprano 8'

34

*

Cornetto I°

68

*

Ottava bassi

24

*

Cornetto II°

68

*

Ottava soprani

34

 

Ottavino (Flagioletto)

34

*

Duodecima

58

*

Flauto in XII

34

*

Decimaquinta

58

 

Fagotti

24

*

Decimanona

58

 

Trombe

34

*

Vigesimaseconda

58

 

Claroni

24

*

Vigesimasesta

58

 

Violoncello

34

*

Vigesimanona

58

 

Viola

24

*

Trigesimaterza

58

 

Corni dolci

34

*

Trigesimasesta

58

 

 

 

 

Quadragesima bassi

48

 

 

 

 

Canne di legno ne’ pedali

 

*

Controbassi

19

*

Controbassi ottave

 

 

Ottave (XV)

24

 

          (XII)

 

 

Bombarda

12

 

Timballi

24

 

Rolante

4

*  Timpani di bronzo [...] portante la forma di tazze

Le leve per inserire i registri, a forma di manette a scrocco ‘alla lombarda’, furono poste in due colonne alla destra del manuale e, conservate anche negli adattamenti successivi, sono quelle ancora funzionanti ai nostri giorni.

Nonostante le buone premesse, ci fu fin dal principio qualche inconveniente, soprattutto per l’indecisione della fabbriceria quinzanese nella scelta e nell’approntamento del locale dove collocare il corpo dello strumento rinnovato, il che costrinse l’Amati a rifare più d’una volta alcuni pezzi che diceva di avere già condotto a buon punto. A complicare le cose si aggiunse, oltre all’urgenza delle numerose altre opere che l’artista aveva in corso all’epoca (come il grand’organo della basilica di San Michele a Pavia), anche la salute instabile dell’organaro, il quale rinnovava le promesse di recarsi a Quinzano con l’organo finito per l’agosto 1839, poi per il settembre, ma senza poter mantenere la parola. Ai solleciti della fabbriceria, che voleva l’organo pronto per il gennaio 1840, rispondeva mandando il padre Antonio con due lavoranti, che però non soddisfacevano alle esigenze di perfezione del lavoro.

Dopo alterne vicende, nell’aprile del 1840 l’organo fu pronto per il collaudo, che il maestro Bresciani effettuò il 6 maggio successivo, trovando  

l’Organo esente dal benché minimo difetto nel vento condotto a perfezione, e nei giuochi che agiscono con prontezza e facilità. La voce ne esce tranquilla, e ferma, ed il Ripieno ha voce robusta, e chiara per la perfetta intonazione delle canne che bene si uniscono le vecchie alle nuove. Le voci dei Contrabbassi sorreggono l’armonia a meraviglia perché robuste, e pronte e danno risalto all’armonia istessa senza coprirla. I registri di concerto hanno corpo e bella qualità di voce, ed imitano al naturale gl’Istromenti di cui portano il nome. 

Nel frattempo, anche la nuova cantoria era stata approntata dal falegname quinzanese Giulio Gandaglia, e montata in luogo della vecchia alla fine di giugno del 1839, e ulteriormente sistemata, dopo la collocazione definitiva dello strumento, nel maggio 1840. In un primo tempo si trattava di semplice cassa e balconata senza decorazioni; poi gradualmente, conforme alle possibilità economiche della fabbriceria, si provvide ad arricchirla. Nel giugno 1841 il pittore Finelli dipinse il telo che copriva la controcassa, mentre la cassa doveva rimanere scoperta con le canne del prospetto in vista. Soltanto tra la fine del 1847 e il principio del 1848 si provvide a decorare gli specchi delle cantorie e i margini degli archi con intagli eseguiti da Sorbi e indorati da Liborio Castelvedere, sotto la direzione dell’ingegner Donegani e dell’indoratore Fantoni.

L’Amati, dal canto suo, tenne fede negli anni successivi, anche se non sempre puntualmente, agli impegni di manutenzione straordinaria del suo strumento, pur essendo assorbito in opere laboriose e distinte, come l’organo della cattedrale di Cremona nel 1844 e poi, più tardi, il grand’organo della Pace a Brescia e della parrocchiale di Volongo mantovano nel 1854.

Nel 1862 oltre alle riparazioni dovute al deperimento dell’organo in seguito alle infiltrazioni d’acqua nella cella organaria, si decide di eseguire il trasporto dei mantici, che era stato preventivato ma non attuato nel 1840. Inoltre, in quell’occasione l’Amati toglie il registro del Flauto traverso, residuo dell’organo settecentesco, e, con una serie di spostamenti delle file di canne nel somiere maggiore, inserisce il Corno inglese al soprano. Poi, conforme alla discutibile estetica organistica dell’epoca, sistema i campanini di bronzo preesistenti completandone la serie, e inserisce una grancassa (o tamburrone) e un piatto turco (o di Smirne) con relativa meccanica. Con altre riforme e sistemazioni di minor entità, l’intervento comportò il lavoro di tre persone per quattro mesi e la spesa complessiva di 2497 franchi, oltre alle opere di impianto dei mantici.

 

La riforma di Luigi Parietti (1884-85)

Dopo vent’anni l’organo si trovava di nuovo in grave disordine, e la fabbriceria si diede da fare a recuperare il denaro necessario per un lavoro di ristrutturazione completa. Si scrisse a questo scopo al sindaco di Quinzano, al subeconomo del circondario di Verolanuova, perfino al vescovo di Brescia e, nonostante le esitazioni dei corrispondenti, si riuscì a scovare tra le pieghe intricate dei bilanci una voce che confacesse alle intenzioni.

Nella primavera del 1884 si presero contatti con l’organaro Luigi Parietti di Bergamo, allievo della casa Serassi, e il 26 luglio l’organaro presentava ai fabbricieri quinzanesi un progetto con due diverse proposte: una di massima, che prevedeva la pulitura accurata, il restauro e l’aggiunta di un “Organo Espressivo ossia Eco” per la spesa complessiva di lire 3200; il progetto minimale si limitava alla pulitura e restauro per il prezzo di lire 1800. La fabbriceria decise per la prima proposta, e il contratto fu siglato il 19 agosto.

Parietti si mise presto al lavoro, rinnovando come da progetto tutta la meccanica interna, sostituendo i mantici con altri di sistema più moderno e riposizionando i condotti dell’aria per far posto al somiere dell’organo espressivo, che si componeva di otto registri, con relativa persiana di espressione:

Organo Eco

Ottava Bassi

Viola Bassi

Arpone Bassi

Oboè Soprani

Violini Soprani

Flauto Zampogna Soprani

Voci corali Soprani

Tremolo alle voci corali e a qualsivoglia registro

L’aggiunta di questo ulteriore corpo allo strumento comportava l’introduzione di un secondo manuale di 58 tasti, che l’organaro realizzò rifacendo completamente anche il primo manuale ‘ad uso pianoforte’, e la pedaliera dell’Amati, ma senza variarne l’estensione. I comandi dei registri dell’organo d’eco, in forma di tiranti a pomolo, furono collocati in una colonna a sinistra delle tastiere, dove ancora si trovano. Qualche piccolo intervento fu operato anche sul grand’organo Amati: in particolare fu soppresso il registro Clarone e furono riordinate le Bombarde al pedale, secondo il progetto. In più, non previsti dal contratto, l’organaro vi aggiunse due registri ai pedali:

Bassi armonici 8'

12

Violone  8'

12

e ai registri di banda il Capel chinese di 12 campanelli in bronzo. Provvide inoltre anche all’organo della chiesa sussidiaria di San Giuseppe, costruito nel 1806 da Alessio Rosa. L’organo parrocchiale, così sistemato e aggiornato, fu collaudato dal maestro cav. Vincenzo Petrali, con piena soddisfazione delle parti, il 6 gennaio 1885.

 

Gli interventi del ‘900

L’opera, complessivamente buona, non subì ritocchi fino al 1910-1911, quando don Cesare Sora ebbe l’incarico di operare alcune sistemazioni, tra cui la sostituzione della pedaliera con una nuova di 27 tasti, e i relativi adattamenti della basseria per completare il registro di Contrabbasso 16' reale e raddoppiare gli altri registri dotati di sole 12 canne. Provvide, poi, all’inversione dei manuali, che il Parietti aveva montato scambiati, e a un alleggerimento della tastiera mediante accorgimenti meccanici. Fu, quello del Sora in collaborazione con Ferruccio Pedrini che controfirmò il consuntivo, l’ultimo intervento di rilievo sul nostro organo parrocchiale.

Operazioni di restauro puramente conservativo furono quelle attuate da Giuseppe Franceschini di Crema nel 1928 per 3300 lire, e nel 1930 per 1400 lire, dopo le grandi opere di decorazione della chiesa volute dal prevosto don Giulio Donati. A Domenico Vergine di Seniga nel 1946 venne affidato l’incarico di installare una pompa elettrica per l’aria, che costò 85 000 lire.

Nel 1957 il prevosto don Giovanni Ruggeri commissionava ad Andrea Nicolini il progetto di una nuova disposizione dell’organo, che sarebbe stato rifatto completamente, in 16 registri per complessive 1138 canne, da collocarsi assieme alla consolle nell’abside della chiesa, sotto le finestre del coro; ma per fortuna non se ne fece nulla.

Nel 1965 si acquistò l’organo elettronico, e il vetusto strumento Amati-Parietti, senza sua particolare colpa, fu messo a riposo per oltre vent’anni.

Il resto è storia di oggi.

 

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Riferimenti bibliografici

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