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È noto da tempo che a Quinzano
esiste un organo cinquecentesco, fabbricato da
artisti bresciani di una famiglia che da sempre
è stata considerata esemplare nell’arte classica
dell’organo da chiesa: la famiglia Antegnati.
Nel corso di oltre due secoli, per ben sei
generazioni gli Antegnati si dedicarono all’arte
di fabbricare organi: a partire dal 1481, quando
Bartolomeo, figlio di un illustre personaggio
politico bresciano, ricostruiva l’organo della
cattedrale di Brescia, fino a Bartolomeo II che
nel 1682 e nel 1690 riparava l’organo allora
esistente nella nostra chiesa parrocchiale (a
questo proposito si veda: Qz-AC: fald. 17, cc. 99r e 199r).
Tradizionalmente si è sempre
detto che il solenne organo della chiesa di San
Rocco è un Antegnati, che tuttavia non era stato
costruito per essere collocato in quella chiesa,
ma vi era stato posto più tardi, trasportato lì
forse dalla chiesa demolita del Convento. Alcuni
studi erano stati fatti negli anni 1957-1958 dal
prof. Ernesto Meli di Brescia, esperto di
strumenti antichi, il quale aveva individuato
nell’organo di San Rocco buona parte della
struttura fonica originaria dello strumento
cinquecentesco (in particolare alcune delle
canne forse anche della facciata), concordando
in questo con altri esperti che vi hanno di
volta in volta rilevato elementi antegnatiani
caratteristici. Tuttavia non è ancora stato
fatto uno studio approfondito e completo, che
metta in evidenza quanto dell’antico e prezioso
strumento sia stato conservato e quanto invece
sia stato rinnovato o deturpato nei secoli.
Gli Antegnati avevano
effettivamente costruito un organo per i «Reuerendi
padri de Santa Maria de Quinzano», cioè per
i frati Minori Osservanti del Convento, come
risulta da un elenco di oltre cento quaranta
organi, allegato da Costanzo Antegnati
(1549-1624) a un suo opuscolo raro e
interessante sulla storia della sua famiglia e
sul modo di registrare e usare l’organo, dal
titolo L’arte organica (stampato a
Brescia presso Francesco Tebaldino nel 1608). In
esso Costanzo enumerava gli organi che erano
passati dalla sua fabbrica da quando egli ne
aveva avuto «maneggio e cura», cioè dal
1570, quando poco più che ventenne si affiancò
al padre Graziadio (1525-1590c.) nella
conduzione della bottega.
Oggi una circostanza
fortunata ci permette di conoscere qualche
particolare sulla occasione, sui committenti e
sulla data di costruzione del nostro strumento,
grazie a una breve memoria annotata nel
registro della Compagnia della Concezione (di
cui si è fatta già menzione nella Pieve
del mese scorso, pp. 20-21).
Al foglio 90r del manoscritto
si ricorda che l’organo della chiesa di Santa
Maria delle Grazie, presso la quale era
istituita la Compagnia, fu fatto fabbricare nel
1585 per incarico del padre guardiano (cioè il
superiore) del Convento fra Claudio Mottella e
dai due rappresentanti della Conceptione
maestro Giovan Pietro Vidali e maestro Giovan
Battista Zoppetto, che si impegnarono a
procurare la parte del denaro spettante alla
loro confraternita, mediante una raccolta di
offerte, probabilmente presso i soci ed i
benefattori. La spesa non fu da poco:
l’ammontare complessivo fu di 1.537 lire
planet, di cui 500 furono versate dalla
scola della conceptione e, sembra,
altrettante dal Comune di Quinzano, mentre il
resto, escluse le spese di trasporto, toccò ai
frati del Convento.
L’organaro con cui si
concordò la costruzione dell’organo fu «messer
gratiadeo antegnato da bressa»: l’artista,
figlio di Giovanni Battista e nipote di quel
Bartolomeo capostipite degli artigiani organari
di cui abbiamo detto, aveva la bottega in
Brescia, in contrada delle Cossere sul lato
meridionale del vicolo omonimo, che allora
prendeva nome dalla bottega degli organari ed
era detto ‘contrada degli Antegnati’. Nel 1585
Graziadio già sessantenne lavorava da ormai
quindici anni assieme al figlio Costanzo, che
l’anno precedente era stato nominato organista
della cattedrale, poiché oltre che costruttore
di organi era anche ottimo esecutore e uno dei
più notevoli compositori bresciani tra la fine
del XVI e i primi decenni del XVII secolo. La
fabbrica però era ancora gestita dal padre, che
nel nostro documento vi compare come unico
titolare. A quel periodo risale non solo il
nostro organo, ma anche quello della Collegiata
di Bellinzona (1584-1586), nonché altri dei
quali purtroppo si è perduta la documentazione
precisa.
La memoria contenuta nel
manoscritto dell’archivio parrocchiale si
completa con una annotazione di mano diversa in
un curioso linguaggio dialettale, autografa di
uno dei responsabili della compagnia, maestro Giovan Pietro Vidali, in cui si vede come
l’organo non fosse l’unica opera in corso nella
chiesa quinzanese delle Grazie in quegli anni:
si stava facendo dipingere l’ancona dell’altare
della Concezione, si dipingeva d’oro la soasa («adorar
[= dorare] l·opera atorno al altar») e la
cassa dell’organo («a·far l·opera
de legname chi·e adorada») e vari altri
lavori artistici per arredi di culto: «doy
cerforari» [= candelabri] a trepiede; «el
quadro [...] dele indulgentii»; «uno
confanone», probabilmente per le processioni
della confraternita; quattro «angeli»
certo intagliati in legno per decorare l’altare.
L’organo servì la chiesa del
Convento per oltre duecento anni; poi, forse al
momento della soppressione nel 1810, fu
trasportato nella chiesa di San Rocco, perché
era in parte proprietà municipale e non era
opportuno metterlo all’asta insieme ai molti
altri arredi della chiesa soppressa che vennero
alienati in quella circostanza. Di questa
traslazione dovrebbe essere rimasta qualche
memoria, che sarebbe di fondamentale importanza
per togliere ogni dubbio all’identificazione
dello strumento; tuttavia, al momento non si è
ancora potuto trovare nulla di decisivo; ma non
disperiamo.
Rimane, comunque, il fatto
che, per nostra fortuna, il nostro paese ha
conservato una delle testimonianze più preziose
del suo passato, un’opera di artisti che con la
loro inventiva e il loro lavoro hanno segnato
un’epoca della storia musicale non solo del
bresciano o della Lombardia. Una ragione in più
per avere attenzione e cura di uno strumento che
molti ci invidiano. |