|
L’ultima volta abbiamo introdotto il discorso sull’organista municipale, e abbiamo fatto conoscenza con Domenico
Spinoni, un musico che al suo tempo non doveva essere uno sprovveduto e che, dopo l’esperienza quinzanese, prese il volo — possiamo pensare — per una brillante carriera. E prima di lui avevamo incontrato, qualche tempo fa, sempre alla tastiera del nostro vecchio organo parrocchiale, un’altra personalità non secondaria nel panorama musicale bresciano del ‘600: Orazio Polaroli, anche lui destinato a sorti migliori.
Già che siamo in argomento, e che ci abbiamo preso gusto, potremmo dedicare un po’ di spazio a qualcuno degli altri organisti quinzanesi della prima età barocca: giusto perché non se n’abbiano a male di essere trascurati davanti ai loro più celebri colleghi.
Musica e liturgia
Lo
Spinoni, secondo i documenti, veniva da Brescia, e servì a Quinzano per tre anni o poco più, prima di
navigare in altri lidi. Ma qui da noi il servizio musicale doveva continuare, e continuò, con la metodicità e l’avvicendamento che l’avevano probabilmente caratterizzato anche nei decenni precedenti.
Del resto, era nella natura del posto di organista municipale: il suo servizio era indispensabile nell’ambito di una liturgia che escludeva qualunque intervento dell’assemblea dei fedeli, concentrando tutta l’attenzione sul clero.
La stessa rappresentanza del popolo cristiano era demandata ai ministranti, e il canto piano (il cosiddetto gregoriano) e figurato (polifonico, tanto per intenderci) erano competenza di professionisti, semi-professionisti, o dilettanti di alto livello, come rivelano anche le fonti quinzanesi. Il canto, sia piano che figurato, era
poi sostenuto nelle funzioni solenni dalla musica dell’organo, e gli spazi liberi dal canto e dalla lettura liturgica, come l’inizio o la conclusione del rito, l’offertorio, l’elevazione, la comunione, le processioni dentro il tempio, erano essi pure amplificati dalle improvvisazioni strumentali dell’organista.
Il ruolo del musico, dunque, era necessario e delicato: ci voleva qualcuno che potesse dedicarvisi a tempo pieno, e con qualità di esecuzione e soprattutto di improvvisazione non
banali. Ecco perché ogni chiesa di un certo rilievo, che avesse numerose funzioni fastose e frequentate, non poteva rinunciare ad assumere un organista professionista, che del resto era investito anche di un ruolo — diciamo così —
di rappresentanza, contribuendo all’immagine pubblica della chiesa stessa, come
la pala d’altare di un pittore di grido, o una reliquia particolarmente miracolosa e venerata.
L’organista medesimo, poi, fondava la sua carriera sulle referenze che gli venivano dalle chiese dove aveva servito e — naturalmente — sulla paga che ne riceveva, a seconda della ricchezza e della posizione più o meno marginale della sede ecclesiastica. Per la maggior parte gli organisti del tempo iniziavano men che ventenni nelle chiese di paese, per passare poi alle basiliche dei grossi borghi e, al culmine della carriera, nelle grandi cattedrali o nelle cappelle di corte, là dove esistevano corti dotate di un proprio
rilevante luogo di culto (come Venezia, Parma, o Mantova, tanto per rimanere nei nostri paraggi).
Professionisti e dilettanti
Quinzano nel ‘600 non era una sede disprezzabile, ma non era
neppure un luogo centrale: non lo era rispetto a Brescia o Cremona, e nemmeno rispetto a centri vicini come Verola
Alghise (oggi Verolanuova), la cui chiesa principale era, in un certo senso, il tempio di famiglia dei feudatari locali, e come tale pare avesse
(ma il dato è da approfondire) fin dal ‘500 una fiorente cappella musicale, con un certo numero di cantori e maestri dipendenti.
A Quinzano un organista forestiero poteva venire
agli esordi della sua carriera, e con un occhio sempre proiettato fuori dai confini del modesto comune, pronto a cogliere occasioni assai più gratificanti:
così era stato per il Polaroli e per lo Spinone.
Un discorso un po’ diverso è quello dei musici non professionisti, tra i quali peraltro si
potevano distinguere esecutori di notevoli qualità, anche perché a quel tempo non esisteva un vero repertorio nel senso moderno (la storia della musica era ancora
per molta parte da scrivere), e i confronti erano assai difficili per chi, come la maggioranza dei fedeli che frequentavano le funzioni, non aveva molte occasioni nella vita di sentire altri esecutori che quelli attivi nel proprio paese.
Un organista dilettante — qualcuno ricorderà — l’avevamo
già incontrato: il notaio Giovanni Francesco
Gandino (1606-1652), padre del cronista che ci ha lasciato il famoso manoscritto (di proprietà
Gandaglia) da noi puntualmente saccheggiato in queste note. Costui fu, a detta del figlio, discreto organista civico, oltre che fedele segretario comunale
subentrato a suo padre Scipione, e a lui si dovrebbe l’inagurazione dei nuovi organi di
San Faustino e di San Rocco. Così scriveva di lui il figlio Giovanni [p.
452]:
Premendo poi alla Comunità di questa Patria d’havere
sogetto, che fedelmente sostenesse lo grado della Cancelaria, et al Genitore [=
Scipione] l’economia della Casa, fù chiamato sostenere le sue Veci, che sin che visse impuntabilmente ne adempi le parti, impartendo alla medema et a queste Chiese il suo Serviggio di sonarli li Organi et a questa Dottrina Cristiana di
Canceliero. Fù egli quello, che insiunuò [= suggerì] al Publico di fare alla Chiesa Parochiale l’Organo presente; mentre per avanti ve n’era un altro portatile nel Coro di niuna veduta, e di pochi Registri, al quale esempio anco la Chiesa di San Rocco ne fabricò un altro di vaga veduta, stati ambidue da lui prima d’ogn’altri sonati.
Lo strumento realizzato per la chiesa parrocchiale dall’organaro Ercole Valvassore fu compiuto nel novembre 1650
[cfr.
Casanova, 1986], per cui alla fine di quell’anno dovrà ascriversi la sua inaugurazione; dell’organo di
San Rocco possiamo solo supporre che sia stato posto in opera dopo il febbraio 1651, e poiché Gian Francesco
Gandino morì a 46 anni il 5 febbraio 1652, la sua prima esecuzione andrà collocata
fra quelle due date.
Quanto alla attività di organista che il nostro notaio avrebbe esercitato per alcuni anni, dobbiamo ritenere che fosse volontaria e gratuita, proprio perché il
Gandino — come si è visto — era già dipendente del comune in qualità di cancelliere (segretario).
In effetti, negli atti comunali (almeno per quel che abbiamo potuto constatare) c’è un lungo silenzio relativo
ai dipendenti musicali tra la fine del 1641 e il principio del 1653: con un po’ di elasticità, potremmo collocare proprio nel decennio 1642-1651 il servizio volontario di Gian Francesco alle tastiere degli organi municipali.
Gli organisti semi-professionali
Oltre alle due categorie degli organisti
di professione e degli abili dilettanti, esisteva all’epoca anche una categoria intermedia, che potremmo definire di organisti semi-professionali. Si tratta per lo più di sacerdoti del paese, o di paesi
limitrofi,
che godono qualche piccolo beneficio o cappellania della parrocchia, e arrotondano i propri introiti con il servizio musicale e organistico, appreso
verosimilmente durante i loro studi in seminario o in qualche congregazione religiosa.
Abbiamo esempi di sacerdoti quinzanesi che svolsero mansioni simili in altre parrocchie: don Andrea Pizzamiglio, cappellano e organista a Verolavecchia dal 1647; don Giovanni Battista Bergamaschi detto
Sandrino (1633-1713), organista a Gussago; per culminare col decano dei musici quinzanesi, il domenicano fra Giacinto Bondioli (1572-1637), organista
in Brescia e in Venezia (un giorno forse scriveremo anche di loro).
In questa sede ci interessano però i chierici forestieri o locali che prestarono il loro servizio di esecutori presso gli organi delle chiese di Quinzano.
All’organista prete don Andrea Grosso (o Grossi) in un libro di cassa dell’archivio comunale
[b. 16, passim] sono intestati cinque mandati di pagamento, fra il 31 dicembre 1660 e il 15 luglio 1661. Le somme sono varie e le scadenze irregolari, per cui non è possibile ricavarne un’idea precisa dell’entità del suo salario e delle modalità con cui gli veniva attribuito.
Esiste però una provvisione municipale del 15 maggio 1661
[b.12, c. 382v], che riporta a suo riguardo una delibera interessante:
E
proposto in questo Conseglio che il molto
Reuerendo signor Don Andrea Grosso
Orghenista di questa Comunita è ricercato con maggior recognitione di quello
gli uien datta da questa Comunita, et per che conuien mantenerne uno o esso Reuerendo
Don Andrea o altro et perche e rifferto che il sudetto
Reuerendo si rimette alla Cortesia che gli uenira assegnato di piu
del solito oltra il mese di [?] a lui offerto dalli regenti, percio ua parte chi
uole gli sia aggionto scudi cinque all’anno metti il uoto in bianca et chi no
nella negra, la parte hà ottenuto con balle affirmatiue numero
27 negatiue 4
La paga stabilita inizialmente dal comune era dunque troppo scarsa, e il dipendente richiedeva un aumento (“maggior recognitione”), rimettendosi alla
cortesia dei superiori. Il consiglio speciale (la giunta) rifletteva che un organista, fosse il Grossi o qualcun
altro, si doveva pure mantenerlo; e (questo non è detto, ma si intuisce tra le pieghe del discorso) un altro non si sarebbe magari appagato, come il
Grossi, della cortesia dei superiori o poco più. In conclusione, si votava a maggioranza l’aumento annuo di 5 scudi.
La carriera di Andrea Grossi
Forse il Grossi, nonostante la
sbandierata condiscendenza, non ne fu particolarmente gratificato, visto che pochi mesi dopo viene pagato per l’ultima volta. Il 4 novembre dello stesso 1661 compare invece un pagamento a nome del
“signor Horatio Polaroli orghenista”, che era stato assunto poco prima e che presterà la sua opera a Quinzano almeno fino al gennaio 1666.
Su don Andrea Grossi scrisse alcune righe il nostro
cronista Giovanni Gandino [p.
227], giusto per dire che era oriundo di Seniga, da dove proveniva la sua famiglia. Prima di essere sacerdote secolare sembra che fosse stato eremitano agostiniano,
e aveva esercitato la professione organistica anche in chiese della riviera di Salò, prima di stabilirsi definitivamente a Quinzano.
Il Gandino lo definisce
«ottimo Organista», e non abbiamo ragione di dubitarne; quanto però alla sua condotta quinzanese sostiene che suonò
«ultimamente in questa Patria per molti anni l’organo con sodisfazione di questa e quiete del Lui animo».
Ora (sempre che l’espressione non sia un’iperbole laudativa), se dobbiamo
giudicare dagli atti del comune, difficilmente riusciamo a persuaderci di quei «molti
anni», visto che, tirando più che si può, si arriverebbe al massimo a un paio, tra
il ‘60 e il ‘61: prima di quella data l’organista titolare sembra fosse un altro, e dopo d’allora la sequela delle condotte appare abbastanza regolare fin quasi all’800,
ma senza più il suo nome.
C’è da riconoscere, però, che le lacune sono frequenti e piuttosto estese, come s’è visto a proposito di Gian Francesco
Gandino; e il silenzio
delle fonti su un fatto non è mai prova che esso non sia accaduto: dunque potrebbe essere che il suo servizio professionale il nostro organista
Grosso l’abbia espletato più continuativamente in altri periodi, proprio là dove purtroppo mancano le documentazioni, magari all’inizio del secolo; forse nel 1660 egli era già molto anziano, e del resto il cronista Giovanni
Gandino
(1645-1720) è alquanto laconico, come sempre riguardo ai personaggi che non ha conosciuto personalmente né tramite le confidenze dei famigliari: del
Grosso egli non ricorda nessuna data, nemmeno quella della morte, che dunque doveva essere piuttosto remota
al momento in cui il cronista dettava
quella pagina.
Don Antonio Mazengo
Dopo la scomparsa del
Grosso dai registri contabili del comune, si vede per quasi cinque anni regolarmente presente Orazio Polaroli, che passerà in seguito alla cattedrale di Brescia.
Dopo di lui compare alla condotta dell’organo di Quinzano, e continua per sei anni, un altro prete forestiero da
Pedergnaga: don Antonio
Mazengo.
Gli atti municipali [b. 16, passim] lo documentano tra il 29 luglio 1666 e il 29 aprile 1672, e sono esclusivamente (almeno allo stato delle ricerche) dei mandati di pagamento, come al solito in date sparse e per importi non regolari.
Anche di lui, del resto, si occupa Giovanni
Gandino [p.
384], ma con maggior cognizione di causa rispetto al
Grosso, poiché il nuovo organista era un suo contemporaneo e per giunta un amico personale, un
confidente quasi, col quale il cronista ha condiviso ricordi e preoccupazioni.
Dopo il consueto tributo celebrativo sui «buoni e semplici
costumi» e sui «molti anni» in cui ha suonato «con gradimento della Terra questi
organi», il testo del cronista offre alcuni spunti di giudizio critico abbastanza significativi
sulla personalità artistica del musico. Scrive appunto che il Mazengo
diletandosi molto di dar gusto al Populo studiava d’havere le Amicicie de migliori Musici del Contorno, per poi benfare in queste Chiese le Musiche delle occorenti Loro solenità.
Dunque, da una parte l’ambizione di piacere al pubblico, sottolineando forse una certa tendenza alla musicalità semplice e gradevole (oggi diremmo di consumo) piuttosto che a quella complessa e intellettualistica; dall’altra il perfezionismo e lo spirito di emulazione, che lo spingevano a frequentare i più bravi colleghi dei dintorni, per trarre ispirazione e apprendere nuove tecniche compositive
ed esecutive da applicare nella sua quotidiana
professione («queste chiese» significa le chiese di Quinzano).
Una fuga per l’onore
Lo spirito di emulazione, e forse una sottile ansia di inadeguatezza, sono alla base dell’episodio quasi drammatico con cui l’organista si congedò dalla sua condotta.
Dopo alcuni anni di onorato servizio, il nostro Mazengo si accorse che un musico di Quinzano (“un Pretendente Paesano”)
stava trafficando nell’ombra, probabilmente con l’appoggio dell’amministrazione
pubblica, per soffiargli il posto («li faceva grande broglio per levarli l’organo»): cosa tutt’altro che inverosimile, poiché il
Comune avrebbe certo mostrato maggiore condiscendenza a versare il salario a uno del posto, rimarginando l’onta costituita da un organista forestiero, che implicitamente dimostrava l’incompetenza
musicale dei locali.
Temendo lo scacco conseguente a un
licenziamento, a suo parere immeritato eppure quasi certo, il musico di
Pedergnaga «d’improviso e di meza notte partì senza mai più quì lasiarsi vedere». Dopo di che fu assunto dal
Comune di Travagliato come organista municipale di quella parrocchia, dove al momento in cui il cronista dettava la memoria (il 4 febbraio 1703, è scritto subito sotto)
ormai trent’anni dopo, continuava onorevolmente la sua professione, con il perfetto gradimento del pubblico.
Non altrettanto fortunato fu il suo rivale, che — è vero — aveva ottenuto ciò che cercava; ma, pur non essendo persona così perversa e maligna come poteva d’acchito sembrare, morì ancora troppo giovane e pieno di troppe speranze. Quando si dice il
destino!
Il Gandino, per discrezione, avendone parlato in maniera non
propriamente lusinghiera, tace il nome del successore del Mazengo; ma i registri comunali
[bb. 16 e 17, passim], impietosi come sempre e imparziali nella loro fredda didascalicità,
mostrano dal 7 dicembre 1672 al 1676 l’onorario di un certo «signor Reverendo Don Giovanni Battista Perticha organista»; dopo di che il suo nome scompare, sostituito soltano
nel luglio 1682 [b. 17, c. 99r] da un quasi omonimo «Reverendo Signor Don Gioan Pertica organista». Collegando le due informazioni, del
Comune e del Gandino, dobbiamo pensare che il
disgraziato don Giovanni Battista Pertica sia morto dopo soli quattro anni di servizio, lasciando vacante la sua carica, che fu assunta da un
altro prete suo parente.
Un dato singolare: pur nella frammentarietà delle testimonianze civiche,
si vede che la condotta organistica quinzanese finisce saldamente per lunghi decenni nelle mani della famiglia Pertica; infatti, dopo
lo sfortunato arrivista prete Giovan Battista (1672-1676) e il prete Giovanni (1682-1699), titolare dell’organo quinzanese troviamo un
altro Giovanni Battista Pertica tra il 1720 e il 1737 (bb. 19-20, passim);
un prete don Giovanni Paolo Pertica nel 1737 [b. 19, c. 466r]; e di nuovo un
Giovanni Battista Pertica nel 1762 [b. 20, c. 167r], forse lo stesso del 1720.
Un dono alla Madonna della Pieve
Ma sul Mazengo il
Gandino ha da rivelarci un altro particolare interessante: l’organista di
Pedergnaga era specialmente devoto della Madonna e ossequioso verso i defunti del cimitero di Quinzano, sua patria
adottiva almeno fino alla rocambolesca fuga. La devozione, unita alla passione per il suo mestiere di musicista, e al fatto che, in quanto sacerdote e forse cappellano, spesso vi celebrava
la messa, sembravano suggerirgli il proposito di far dono al santuario della Madonna della Pieve di un piccolo
organo con la relativa cantoria sopra la porta d’ingresso della chiesetta, da
utilizzare il sabato e la domenica sera per accompagnare il canto delle litanie; ma il musico fu impedito di attuare il suo proposito dagli eventi che abbiamo sopra raccontato.
E il cronista aggiunge a conferma la
propria testimonianza, poiché a lui in persona l’amico aveva confidato il suo
intento, durante le passeggiate che facevano insieme, o dopo le messe celebrate in quella cappella.
A questo punto, pur con le difficoltà e i vuoti inevitabili nelle ricerche di questo genere, abbiamo
imbastito una specie di elenco abbastanza coerente degli organisti municipali di Quinzano tra ‘600 e ‘700.
Alla lista va aggiunto un personaggio tutt’altro che secondario, i cui estremi biografici sono pure tratteggiati dal sempre puntuale nostro cronista
Gandino
[p. 173]: si tratta del prete Tommaso Colosso (o Colossi), di cui
ci vien rivelata la data di nascita il 7 marzo 1597, nonché il fatto che fu figlioccio del conte Carlo
Provaglio e che il padre Nicolò era amministratore della potente famiglia Martinengo del Castelletto (si noti il toponimo Fienili delle Valli, che avevamo già trovato parlando della parrocchia di
Montecchio).
Potremmo aggiungere alle scarne informazioni del Gandini, che il
Colosso fu organista per molti anni (lui per davvero) nella prima metà del secolo XVII, e potremmo offrire altre informazioni sulla sua complessa e controversa personalità.
Ma il Colosso pretende un capitolo tutto per sé.
* * *
|