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Fin dal primo mio intervento in
questa rubrica, nel gennaio 1996 (L’Araldo, n° 27), mi sono riproposto di
pubblicare in questi appunti pagine inedite di documenti relativi alla storia
quinzanese. L’intento è di presentare i testi antichi nella loro forma
integrale, la più vicina possibile all’originale, rimandando al commento le
illustrazioni e i chiarimenti necessari. Con questo programma già ci sarebbe una
marea incalcolabile (credetemi, non è una iperbole) di materiali interessanti da
comunicare; e tuttavia c’è un inconveniente: rimangono tagliati fuori tutti gli
scritti composti in lingua latina, che sono almeno altrettanti di quelli in
italiano, anzi rappresentano la quasi totalità della documentazione precedente
al ‘600.
Tenuto conto che la materia più
interessante e avvincente (almeno per me) è quella più antica, mi sono domandato
varie volte se valesse la pena di derogare, di quando in quando, dal rigido
principio della forma integrale e originale, per presentare alcuni documenti
latini soltanto nella loro traduzione italiana. Non sarebbe, a dire il vero, un
procedimento metodologicamente corretto, e qualcuno giustamente potrebbe
rilevare la facilità di cadere in interpretazioni abusive, senza la
corrispondente possibilità per il lettore di verificare la correttezza delle
supposizioni. Ma una volta almeno bisogna pur tentare l’esperimento.
L’occasione mi viene proprio
ora dal lavoro di allestimento della mostra sulle chiese della Bassa centrale
abbattute negli ultimi cent’anni, che sarà approntata per le prossime feste
natalizie dall’associazione culturale Terra & Civiltà. Nel corso delle
non semplici ricerche relative alla chiesetta di Montecchio, sono emersi alcuni
documenti di notevole interesse. Saranno pubblicati e commentati per intero,
assieme ad altri saggi sulle antiche chiese dei nostri dintorni, nel libro
curato da Terra & Civiltà, che accompagnerà la mostra di Natale; ma ho
creduto opportuno anticiparne alcune parti ai fedeli lettori quinzanesi.
La contrada
“Fienili dei Valli”
Presso l’Archivio Vescovile di Brescia, in
un fascicolo di carte relative alla parrocchia di Quinzano, sono conservate le
minute di tre atti del 16 e 17 marzo 1569. La condizione di abbozzi dà ai
documenti, soprattutto in certi punti, un aspetto e un valore alquanto incerto;
ma nel complesso le questioni sono poste in modo chiaro e sufficientemente
riconoscibile, per poterne desumere i dati fondamentali della vicenda.
Il primo scritto, del 16 marzo, è il verbale
di una petizione presentata durante un’udienza al vescovo di Brescia Domenico
Bollani dal nobiluomo bresciano Aloisio (Luigi) Martinengo, «presentatosi
a nome degli abitanti del territorio di Quinzano, diocesi di Brescia, nella
contrada denominata in italiano Fienili dei Valli, compresa entro i confini
parrocchiali della pieve di Santa Maria di Quinzano» (le frasi tra virgolette
sono traduzione del testo latino del documento).
È notorio, anche se in maniera superficiale
e – almeno a nostra cognizione – mai approfondita con ricerche di dettaglio, che
tutta la zona nord-occidentale del territorio quinzanese, quella dei cosiddetti
Castelletti, insieme con gran parte della adiacente campagna di Gabiano, Motella
e Padernello, furono per lunghi secoli domini di varie diramazioni della
famiglia feudale Martinengo. Null’altro tuttavia si può dire di questo Aloisio,
se non ciò che si ricava dagli atti stessi che stiamo esaminando: era
comandante di soldati d’armatura pesante (una specie di colonnello o generale di
fanteria); in Montecchio aveva il nucleo principale delle sue proprietà; era
piuttosto affezionato e devoto a quella chiesetta campestre; ed era, inoltre,
preoccupato della salute spirituale e della comodità delle popolazioni residenti
nelle sue campagne.
In realtà, la questione che
egli sottoponeva al vescovo è espressa nel verbale in questi termini:
Il Martinengo ha esposto che in quella contrada abita una
numerosa comunità di oltre 200 parrocchiani, i quali di solito accedono alla
chiesa parrocchiale di Quinzano per ascoltare le messe e gli altri uffici divini
e ricevere i sacramenti. Per l’eccessiva distanza, di circa due miglia, che c’è
tra la contrada e la chiesa parrocchiale, alcuni di essi, soprattutto anziani e
malati, donne incinte, bambini e altre persone legittimamente impedite,
rimangono spesso privati della comodità e del vantaggio spirituale di
frequentare le messe e i divini uffici, specie nei periodi invernali e piovosi.
Anzi, alcuni infermi agonizzanti, pur desiderosi di ricevere i sacramenti della
penitenza e dell’estrema unzione, sono spirati prima che il curato chiamato al
loro capezzale potesse raggiungerli. E ancora, dei neonati sono morti lungo la
strada, mentre venivano condotti al fonte battesimale in paese.
Una questione pastorale di una certa
rilevanza, dunque, che rivela tra l’altro dati demografici interessanti circa il
popolamento delle campagne quinzanesi in quei decenni del secolo
xvi.
Merita un cenno il fatto che la contrada in
questione è denominata, in questi atti, alternativamente di Montecchio (de
Montechio) o dei Fienili dei Valli (Fenilium Vallorum), mentre il
Castelletto non è mai menzionato: parrebbe quindi di poterne dedurre che i
duecento abitanti della zona fossero concentrati nei dintorni della chiesetta
campestre; a meno che in quell’epoca i “Fienili dei Valli” corrispondessero al
nucleo rurale successivamente denominato “Castelletto Sera”, che è il più
prossimo alla località di Montecchio.
Lo
smembramento della parrocchia
L’idea del nobile Martinengo per
fronteggiare il problema religioso della popolazione dispersa nella campagna è
molto semplice e intuitiva: egli vorrebbe trasformare il piccolo oratorio
mariano in sede parrocchiale, separandone naturalmente la giurisdizione e il
beneficio fondiario dalla pieve di Quinzano, cui il territorio della contrada
era soggetto. Il dettaglio organizzativo della proposta è assai preciso e,
curiosamente, si permette persino di intromettersi negli affari patrimoniali
privati della pieve quinzanese; la quale, per parte sua, non compare mai come
attrice nei documenti in esame.
Il fatto non è poi tanto strano, visto che
una separazione, uno smembramento (dimembratio) come lo definiscono gli
atti, anche per nobili fini pastorali, oltre che comportare un depauperamento
delle proprietà plebane, era pur sempre una diminuzione e quindi un affronto
morale per l’autorità della parrocchia madre. E tanto più se esso andava a
vantaggio – è vero – di una comunità locale meritevole di attenzione, ma
soprattutto di un patrono privato, il cui estemporaneo zelo religioso poteva
nascondere qualche secondo fine, se non altro sul piano dell’immagine della
famiglia.
Vale la pena, comunque, di illustrare,
almeno in sintesi, le linee programmatiche del progetto Martinengo. Anzitutto
l’edificio cultuale da adibire a nuova parrocchiale, in quanto vicino e assai
comodo per le popolazioni rurali, è appunto l’oratorio campestre di Santa Maria
di Montecchio, al momento sine cura (senza cura), cioè privo delle
funzioni parrocchiali di amministrazione dei sacramenti, spettanti alla pieve di
Quinzano. Poiché per la sopravvivenza economica di ogni chiesa parrocchiale è
indispensabile un beneficio, costituito di beni immobili con rendita adeguata,
il proponente suggerisce di assegnare alla nuova cura 9 piò di terra, nei
paraggi della chiesa, di proprietà della pieve, la quale «è notoriamente
molto fertile e possiede rendite molto maggiori del necessario»: questo si dice
fare i conti in tasca al prossimo! Più avanti si aggiunge che quei 9 piò «sono
molto distanti dagli altri beni della pieve e piuttosto scomodi per chi li
coltiva».
A queste condizioni, nonché subordinatamente
al fatto che la chiesa campestre «venga conferita, a titolo di beneficio
ecclesiastico perpetuo, a un prete secolare idoneo, che vi celebri le messe e
gli altri divini uffici, amministri i sacramenti a quelle popolazioni, e ne
eserciti la cura d’anime», il nobile Martinengo si impegna a donare a sua volta in perpetuo un
paio di piò di terra di sua proprietà, adiacenti alla chiesa e confinanti con i
citati terreni della pieve; in più offre di dotare a sue spese la nuova
parrocchia di un dignitoso fonte battesimale in pietra, di paramenti e arredi
necessari al culto quotidiano (calice, patena, croce, candelabri). Infine
promette di investire, sempre del suo, 600 lire bresciane nella costruzione
presso la chiesa di una dimora per il nuovo rettore-curato, il quale nel
frattempo sarà ospitato in un’altra casa colonica del nobile Martinengo, che
dalle indicazioni del documento sembrerebbe collocata tra gli edifici rurali
dell’odierno nucleo del Castelletto Sera.
Un’ultima più aleatoria promessa riguarda
cospicui lasciti post mortem, garantiti dal fondatore per portare
l’erigendo beneficio a un reddito complessivo non indifferente, di 200 lire
bresciane.
Questo in sintesi il contenuto del primo
atto curiale da noi reperito.
L’atto di
donazione
Non si pose tempo in mezzo: il giorno
seguente 17 marzo 1569, infatti, il nobile Aloisio Martinengo, conforme a quanto
dichiarato nella petizione del giorno prima, sottoscrive l’atto notarile di
donazione dei beni «alla chiesa di Santa Maria di Montecchio, da erigersi
in parrocchia, ossia ai futuri rettori di essa pro tempore, e al
reverendo dottore in diritto canonico e civile don Ludovico Arrivabeno vicario
episcopale della curia di Brescia, nonché a me notaio Giovanni Francesco
Mainatia cancelliere della curia vescovile di Brescia come pubblico ufficiale,
presenti e stipulanti a nome della suddetta chiesa ossia dei suoi futuri rettori
pro tempore».
La minuta di questo rogito è, dei tre atti
che ci inquadrano la vertenza, quella più tormentata nella grafia e nei
frequenti aggiustamenti del testo, che sono peraltro molto preziosi poiché
rivelano quanto e come fu dibattuta e contrastata nei particolari la
apparentemente fulminea deliberazione finale sull’erezione della parrocchia di
Montecchio.
Nella farragine dei circonvoluti formulari
notarili e fra le inevitabili ripetitività dei concetti già ripetitivamente
snocciolati nel verbale del giorno precedente, questo secondo atto presenta
alcune significative novità. Anzitutto c’è la definizione dei due terreni donati
dal Martinengo alla nuova parrocchia campestre:
Una pezza di terra soltanto arativa, sita nel territorio di
Quinzano in contrada di Montecchio, cui confinano a sud la chiesa di Santa
Maria, a nord e a est beni della pieve di Quinzano, a ovest la strada, di un piò
o quanto sia.
Poi una pezza di terra anch’essa soltanto arativa, sita come
sopra, cui confinano a sud la seriola Gambalone, a est e a nord beni della pieve
di Quinzano, a ovest un avvallamento [?] orientato verso il territorio di
Acqualunga, di un piò o quanto sia”.
E tuttavia il secondo appezzamento è, nella
copia conservata, cancellato con due tratti di penna, come se all’ultimo momento
il nobile patrono si fosse pentito di aver promesso troppo, e avesse dimezzato
la sua generosità.
L’abitazione provvisoria del curato è
definita esattamente come nella petizione, e così le dotazioni di arredi. In
realtà, però, il termine cronologico entro il quale il Martinengo si impegnava
alla costruzione della casa del rettore era, nella supplica del 16 marzo, di
cinque anni; e infatti, nella minuta del 17 marzo appare un “quinque”
(cinque) cancellato e sostituito da “decem” (dieci): un altro adeguamento
in favore del donatore rispetto ai termini originari della sua stessa supplica.
Nulla di nuovo riguardo alle donazioni
post mortem, e al reddito complessivo cui dovrà ammontare la rendita totale.
Ma la questione cruciale è la condizione posta in calce al documento.
È probabile che il nostro Martinengo si
sentisse prossimo alla fine, e d’altro canto dubitasse che il suo erede avrebbe
procurato di adempiere a puntino le sue volontà riguardo alla chiesetta di
Montecchio (forse a questo si debbono anche le modifiche precedenti). In realtà
il sottoscrivente pretende che il vescovo di Brescia, o per suo nome il vicario
episcopale, non possa erigere la nuova parrocchiale
nell’eventualità che l’illustre signor Aloisio Martinengo entro i
prossimi dieci anni passasse a miglior vita senza aver attuato la presente
assegnazione di proprietà alla chiesa campestre da erigere in parrocchiale; per
ciò stesso, e nel caso che l’erede universale dell’illustre signor Aloisio
Martinengo nel termine dei tre anni successivi non avesse attuato l’assegnazione
alla chiesa delle suddette proprietà e non avesse adempiuto tutto quanto
promesso nel presente strumento, si restituiscano anzitutto alla pieve di
Quinzano i beni che si dovranno smembrare dalla pieve nella erezione, e quindi
l’erede universale dell’illustre signor Aloisio Martinengo debba pagare
all’Ospedale dei Poveri Incurabili di Brescia 500 ducati di tre lire planet.
Dunque, se il devoto patrono morisse prima
dei dieci anni senza aver di fatto consegnato alla chiesa di Montecchio quanto
promesso, niente nuova parrocchia; sempre che non vi provveda interamente, entro
tre anni dalla morte del donatore, l’erede universale. In caso contrario si
dovrà giungere alla restituzione dei beni smembrati alla pieve di Quinzano,
nonché al versamento da parte dell’erede all’Ospedale degli Incurabili di
Brescia di una penale di 500 ducati, ossia 1500 lire planet: una botta
solenne, tenuto conto che gli impegni del patrono, tra qualche piò di terra e
arredi vari, dovevano assommare a molto meno.
L’erezione
della parrocchia
Nella stessa sede della curia episcopale,
subito dopo la stipula dell’atto di donazione, il vescovo Bollani in persona,
visti gli atti precedenti e raccolte le debite informazioni, con sua autorità
ordinaria e apostolica provvedeva all’erezione canonica della nuova parrocchia
di Santa Maria di Montecchio, in contrada “Fienili dei Valli” nel territorio di
Quinzano, mediante smembramento e separazione dalla giurisdizione pievana,
così che il rettore da istituirsi in essa pro tempore
possa amministrarvi i sacramenti per gli abitanti della contrada di Montecchio o
dei Fienili dei Valli, battezzare, ascoltare le confessioni, tumulare i defunti,
e fare tutto ciò che di solito fanno e possono fare gli altri rettori delle
chiese parrocchiali.
È questo il contenuto del terzo
atto, stilato di seguito al precedente nella medesima minuta.
Allo scopo il vescovo dispone, oltre alle
donazioni attuate e promesse dal Martinengo, la cessione alla nuova parrocchia
dei beni immobili della pieve quinzanese ad essa adiacenti, come proposto nella
supplica dallo stesso donatore. Tali beni sono così definiti nell’atto di
erezione:
una pezza di terra arativa e in parte vitata, sita nel territorio
di Quinzano, fra le proprietà di diritto [?] della pieve, cui confinano a nord
quelli di Gabiano, a est e a sud la seriola Gambalone, a ovest la strada, di piò
9 circa.
La descrizione dei confini non è del tutto
limpida, anche sul piano della grafia (“illi de Gabiano” indica possessi
comunali, o di privati? e poi c’è una parola pressoché illeggibile). In compenso
vi compare una localizzazione, cancellata con un tratto di penna, che è tuttavia
chiara e inequivoca: «nella contrada tutt’intorno alla chiesa». In ogni
caso, nell’ultima pagina della minuta è contenuto pure un rapido appunto, dove
gli estremi della pezza di terra in questione sono definiti in forma più
ordinata e comprensibile, e la località è definita univocamente come «contrata
Sanctæ Mariæ montechi» (contrada di Santa Maria di Montecchio).
L’atto vescovile, come ovvio,
insiste poi sulle questioni di reciproco rapporto e di preminenza tra il rettore
della nuova parrocchia e l’arciprete della pieve matrice; il testo merita
rilievo, come significativo del concetto di giurisdizione pievana perdurante
ancora nella seconda metà del secolo XVI:
Il rettore pro tempore della chiesa della Beata Vergine
Maria di Montecchio sia tenuto ad accedere ogni anno alla pieve matrice di
Quinzano il sabato santo, a coadiuvare il reverendo arciprete della pieve nella
benedizione del fonte battesimale e negli altri divini uffici che di solito si
celebrano, e di ricevere da lui gli oli santi dei catecumeni degli infermi e del
fonte battesimale; e in qualunque tempo e luogo riconoscere il reverendo
arciprete come suo superiore, e cedergli il posto più onorevole.
Questi atti formali di soggezione dei
parroci minori al pievano nei riti della vigilia pasquale e nella ricezione
degli oli santi non furono più richiesti dai vescovi successori del
Bollani, come risulta evidente dalle relazioni delle visite pastorali: un segno
della piena indipendenza raggiunta dalle parrocchie nella loro secolare storia,
iniziata molto probabilmente con i primi consistenti incrementi demografici
delle nostre campagne nel basso medioevo.
Anche il Bollani, tuttavia,
nella sua volontà di erigere la nuova comunità parrocchiale dentro l’ambito di
una preesistente antica e ricca pieve, non può evitare di sottostare alle
eventuali legittime condizioni poste dall’arciprete di essa, che pure non
risulta mai intervenuto né interpellato negli atti del 16 e 17 marzo 1569:
Tale smembramento ed erezione il vescovo ha fatto e fa, purché il
reverendo signor arciprete attuale di Quinzano dia il suo espresso consenso
all’assegnazione della pezza di terra di diritto della pieve, fatta dal vescovo
alla chiesa della Beata Vergine Maria eretta in parrocchia.
L’atto di fondazione si conclude con le
consuete formule di datazione e l’elenco dei testimoni.
Che fine ha fatto questa parrocchia di
Montecchio?
In realtà dagli atti conservati in Archivio
Vescovile non risultano in nessun luogo cenni ad essa, per cui dobbiamo pensare
che o i documenti che abbiamo riesumato fossero soltanto delle bozze di atti mai
ratificati, oppure che si siano verificate le condizioni negative proposte dal
Martinengo nella sua donazione: probabilmente egli morì prima dei dieci anni
previsti per l’attuazione, ovvero il suo erede non vi provvide per tempo.
Di fatto, tra il 1580 e il 1600 sorse presso
la residenza padronale di Castelletto Palazzo la chiesa della Visitazione di
Santa Maria ad Elisabetta, ed è probabile che abbia sostituito nelle intenzioni
dei costruttori le funzioni di parrocchia previste per Montecchio: infatti si
trovava in un punto più strategico, in mezzo ai Castelletti, ed era prossima
appunto alla casa dei padroni-patroni.
Chi volesse saperne di più sulla storia di
Montecchio, prima e dopo questo caratteristico momento di notorietà del secondo
‘500, visiti a Natale la mostra di Terra & Civiltà, e potrà conoscere
anche vicende simili di altre chiese del circondario, la cui antica storia, che
le aveva tenute in piedi per secoli, non ha impedito ai nostri contemporanei di
cancellarle dal nostro mondo e forse anche dalla memoria. |