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16 marzo 1569
Aloisio Martinengo chiede al vescovo di Brescia  Domenico Bollani di erigere una parrocchia in S. Maria di Montecchio.

17 marzo 1569
Aloisio Martinengo assegna terreni per l’erezione di una parrocchia in S. Maria di Montecchio; il vescovo Domenico Bollani erige la parrocchia.

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La Madonna della Rosa
di Montecchio. 

 Nel 1569 il vescovo Domenico Bollani smembrò la chiesetta campestre
dalla pieve di Quinzano, ma alla fine non se ne fece nulla
 

 

La parrocchia di Montecchio

di Tommaso Casanova

 

da L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. V n° 46, ottobre 1997, pp. 7-8.

 

 

Fin dal primo mio intervento in questa rubrica, nel gennaio 1996 (L’Araldo, n° 27), mi sono riproposto di pubblicare in questi appunti pagine inedite di documenti relativi alla storia quinzanese. L’intento è di presentare i testi antichi nella loro forma integrale, la più vicina possibile all’originale, rimandando al commento le illustrazioni e i chiarimenti necessari. Con questo programma già ci sarebbe una marea incalcolabile (credetemi, non è una iperbole) di materiali interessanti da comunicare; e tuttavia c’è un inconveniente: rimangono tagliati fuori tutti gli scritti composti in lingua latina, che sono almeno altrettanti di quelli in italiano, anzi rappresentano la quasi totalità della documentazione precedente al ‘600.

Tenuto conto che la materia più interessante e avvincente (almeno per me) è quella più antica, mi sono domandato varie volte se valesse la pena di derogare, di quando in quando, dal rigido principio della forma integrale e originale, per presentare alcuni documenti latini soltanto nella loro traduzione italiana. Non sarebbe, a dire il vero, un procedimento metodologicamente corretto, e qualcuno giustamente potrebbe rilevare la facilità di cadere in interpretazioni abusive, senza la corrispondente possibilità per il lettore di verificare la correttezza delle supposizioni. Ma una volta almeno bisogna pur tentare l’esperimento.

L’occasione mi viene proprio ora dal lavoro di allestimento della mostra sulle chiese della Bassa centrale abbattute negli ultimi cent’anni, che sarà approntata per le prossime feste natalizie dall’associazione culturale Terra & Civiltà. Nel corso delle non semplici ricerche relative alla chiesetta di Montecchio, sono emersi alcuni documenti di notevole interesse. Saranno pubblicati e commentati per intero, assieme ad altri saggi sulle antiche chiese dei nostri dintorni, nel libro curato da Terra & Civiltà, che accompagnerà la mostra di Natale; ma ho creduto opportuno anticiparne alcune parti ai fedeli lettori quinzanesi.

 

La contrada “Fienili dei Valli”

Presso l’Archivio Vescovile di Brescia, in un fascicolo di carte relative alla parrocchia di Quinzano, sono conservate le minute di tre atti del 16 e 17 marzo 1569. La condizione di abbozzi dà ai documenti, soprattutto in certi punti, un aspetto e un valore alquanto incerto; ma nel complesso le questioni sono poste in modo chiaro e sufficientemente riconoscibile, per poterne desumere i dati fondamentali della vicenda.

Il primo scritto, del 16 marzo, è il verbale di una petizione presentata durante un’udienza al vescovo di Brescia Domenico Bollani dal nobiluomo bresciano Aloisio (Luigi) Martinengo, «presentatosi a nome degli abitanti del territorio di Quinzano, diocesi di Brescia, nella contrada denominata in italiano Fienili dei Valli, compresa entro i confini parrocchiali della pieve di Santa Maria di Quinzano» (le frasi tra virgolette sono traduzione del testo latino del documento).

È notorio, anche se in maniera superficiale e – almeno a nostra cognizione – mai approfondita con ricerche di dettaglio, che tutta la zona nord-occidentale del territorio quinzanese, quella dei cosiddetti Castelletti, insieme con gran parte della adiacente campagna di Gabiano, Motella e Padernello, furono per lunghi secoli domini di varie diramazioni della famiglia feudale Martinengo. Null’altro tuttavia si può dire di questo Aloisio, se non ciò che si ricava dagli atti stessi che stiamo esaminando: era comandante di soldati d’armatura pesante (una specie di colonnello o generale di fanteria); in Montecchio aveva il nucleo principale delle sue proprietà; era piuttosto affezionato e devoto a quella chiesetta campestre; ed era, inoltre, preoccupato della salute spirituale e della comodità delle popolazioni residenti nelle sue campagne.

In realtà, la questione che egli sottoponeva al vescovo è espressa nel verbale in questi termini:

Il Martinengo ha esposto che in quella contrada abita una numerosa comunità di oltre 200 parrocchiani, i quali di solito accedono alla chiesa parrocchiale di Quinzano per ascoltare le messe e gli altri uffici divini e ricevere i sacramenti. Per l’eccessiva distanza, di circa due miglia, che c’è tra la contrada e la chiesa parrocchiale, alcuni di essi, soprattutto anziani e malati, donne incinte, bambini e altre persone legittimamente impedite, rimangono spesso privati della comodità e del vantaggio spirituale di frequentare le messe e i divini uffici, specie nei periodi invernali e piovosi. Anzi, alcuni infermi agonizzanti, pur desiderosi di ricevere i sacramenti della penitenza e dell’estrema unzione, sono spirati prima che il curato chiamato al loro capezzale potesse raggiungerli. E ancora, dei neonati sono morti lungo la strada, mentre venivano condotti al fonte battesimale in paese.

Una questione pastorale di una certa rilevanza, dunque, che rivela tra l’altro dati demografici interessanti circa il popolamento delle campagne quinzanesi in quei decenni del secolo xvi.

Merita un cenno il fatto che la contrada in questione è denominata, in questi atti, alternativamente di Montecchio (de Montechio) o dei Fienili dei Valli (Fenilium Vallorum), mentre il Castelletto non è mai menzionato: parrebbe quindi di poterne dedurre che i duecento abitanti della zona fossero concentrati nei dintorni della chiesetta campestre; a meno che in quell’epoca i “Fienili dei Valli” corrispondessero al nucleo rurale successivamente denominato “Castelletto Sera”, che è il più prossimo alla località di Montecchio.

 

Lo smembramento della parrocchia

L’idea del nobile Martinengo per fronteggiare il problema religioso della popolazione dispersa nella campagna è molto semplice e intuitiva: egli vorrebbe trasformare il piccolo oratorio mariano in sede parrocchiale, separandone naturalmente la giurisdizione e il beneficio fondiario dalla pieve di Quinzano, cui il territorio della contrada era soggetto. Il dettaglio organizzativo della proposta è assai preciso e, curiosamente, si permette persino di intromettersi negli affari patrimoniali privati della pieve quinzanese; la quale, per parte sua, non compare mai come attrice nei documenti in esame.

Il fatto non è poi tanto strano, visto che una separazione, uno smembramento (dimembratio) come lo definiscono gli atti, anche per nobili fini pastorali, oltre che comportare un depauperamento delle proprietà plebane, era pur sempre una diminuzione e quindi un affronto morale per l’autorità della parrocchia madre. E tanto più se esso andava a vantaggio – è vero – di una comunità locale meritevole di attenzione, ma soprattutto di un patrono privato, il cui estemporaneo zelo religioso poteva nascondere qualche secondo fine, se non altro sul piano dell’immagine della famiglia.

Vale la pena, comunque, di illustrare, almeno in sintesi, le linee programmatiche del progetto Martinengo. Anzitutto l’edificio cultuale da adibire a nuova parrocchiale, in quanto vicino e assai comodo per le popolazioni rurali, è appunto l’oratorio campestre di Santa Maria di Montecchio, al momento sine cura (senza cura), cioè privo delle funzioni parrocchiali di amministrazione dei sacramenti, spettanti alla pieve di Quinzano. Poiché per la sopravvivenza economica di ogni chiesa parrocchiale è indispensabile un beneficio, costituito di beni immobili con rendita adeguata, il proponente suggerisce di assegnare alla nuova cura 9 piò di terra, nei paraggi della chiesa, di proprietà della pieve, la quale «è notoriamente molto fertile e possiede rendite molto maggiori del necessario»: questo si dice fare i conti in tasca al prossimo! Più avanti si aggiunge che quei 9 piò «sono molto distanti dagli altri beni della pieve e piuttosto scomodi per chi li coltiva».

A queste condizioni, nonché subordinatamente al fatto che la chiesa campestre «venga conferita, a titolo di beneficio ecclesiastico perpetuo, a un prete secolare idoneo, che vi celebri le messe e gli altri divini uffici, amministri i sacramenti a quelle popolazioni, e ne eserciti la cura d’anime», il nobile Martinengo si impegna a donare a sua volta in perpetuo un paio di piò di terra di sua proprietà, adiacenti alla chiesa e confinanti con i citati terreni della pieve; in più offre di dotare a sue spese la nuova parrocchia di un dignitoso fonte battesimale in pietra, di paramenti e arredi necessari al culto quotidiano (calice, patena, croce, candelabri). Infine promette di investire, sempre del suo, 600 lire bresciane nella costruzione presso la chiesa di una dimora per il nuovo rettore-curato, il quale nel frattempo sarà ospitato in un’altra casa colonica del nobile Martinengo, che dalle indicazioni del documento sembrerebbe collocata tra gli edifici rurali dell’odierno nucleo del Castelletto Sera.

Un’ultima più aleatoria promessa riguarda cospicui lasciti post mortem, garantiti dal fondatore per portare l’erigendo beneficio a un reddito complessivo non indifferente, di 200 lire bresciane.

Questo in sintesi il contenuto del primo atto curiale da noi reperito.

 

L’atto di donazione

Non si pose tempo in mezzo: il giorno seguente 17 marzo 1569, infatti, il nobile Aloisio Martinengo, conforme a quanto dichiarato nella petizione del giorno prima, sottoscrive l’atto notarile di donazione dei beni «alla chiesa di Santa Maria di Montecchio, da erigersi in parrocchia, ossia ai futuri rettori di essa pro tempore, e al reverendo dottore in diritto canonico e civile don Ludovico Arrivabeno vicario episcopale della curia di Brescia, nonché a me notaio Giovanni Francesco Mainatia cancelliere della curia vescovile di Brescia come pubblico ufficiale, presenti e stipulanti a nome della suddetta chiesa ossia dei suoi futuri rettori pro tempore».

La minuta di questo rogito è, dei tre atti che ci inquadrano la vertenza, quella più tormentata nella grafia e nei frequenti aggiustamenti del testo, che sono peraltro molto preziosi poiché rivelano quanto e come fu dibattuta e contrastata nei particolari la apparentemente fulminea deliberazione finale sull’erezione della parrocchia di Montecchio.

Nella farragine dei circonvoluti formulari notarili e fra le inevitabili ripetitività dei concetti già ripetitivamente snocciolati nel verbale del giorno precedente, questo secondo atto presenta alcune significative novità. Anzitutto c’è la definizione dei due terreni donati dal Martinengo alla nuova parrocchia campestre:

Una pezza di terra soltanto arativa, sita nel territorio di Quinzano in contrada di Montecchio, cui confinano a sud la chiesa di Santa Maria, a nord e a est beni della pieve di Quinzano, a ovest la strada, di un piò o quanto sia.

Poi una pezza di terra anch’essa soltanto arativa, sita come sopra, cui confinano a sud la seriola Gambalone, a est e a nord beni della pieve di Quinzano, a ovest un avvallamento [?] orientato verso il territorio di Acqualunga, di un piò o quanto sia”.

E tuttavia il secondo appezzamento è, nella copia conservata, cancellato con due tratti di penna, come se all’ultimo momento il nobile patrono si fosse pentito di aver promesso troppo, e avesse dimezzato la sua generosità.

L’abitazione provvisoria del curato è definita esattamente come nella petizione, e così le dotazioni di arredi. In realtà, però, il termine cronologico entro il quale il Martinengo si impegnava alla costruzione della casa del rettore era, nella supplica del 16 marzo, di cinque anni; e infatti, nella minuta del 17 marzo appare un “quinque” (cinque) cancellato e sostituito da “decem” (dieci): un altro adeguamento in favore del donatore rispetto ai termini originari della sua stessa supplica.

Nulla di nuovo riguardo alle donazioni post mortem, e al reddito complessivo cui dovrà ammontare la rendita totale. Ma la questione cruciale è la condizione posta in calce al documento.

È probabile che il nostro Martinengo si sentisse prossimo alla fine, e d’altro canto dubitasse che il suo erede avrebbe procurato di adempiere a puntino le sue volontà riguardo alla chiesetta di Montecchio (forse a questo si debbono anche le modifiche precedenti). In realtà il sottoscrivente pretende che il vescovo di Brescia, o per suo nome il vicario episcopale, non possa erigere la nuova parrocchiale

nell’eventualità che l’illustre signor Aloisio Martinengo entro i prossimi dieci anni passasse a miglior vita senza aver attuato la presente assegnazione di proprietà alla chiesa campestre da erigere in parrocchiale; per ciò stesso, e nel caso che l’erede universale dell’illustre signor Aloisio Martinengo nel termine dei tre anni successivi non avesse attuato l’assegnazione alla chiesa delle suddette proprietà e non avesse adempiuto tutto quanto promesso nel presente strumento, si restituiscano anzitutto alla pieve di Quinzano i beni che si dovranno smembrare dalla pieve nella erezione, e quindi l’erede universale dell’illustre signor Aloisio Martinengo debba pagare all’Ospedale dei Poveri Incurabili di Brescia 500 ducati di tre lire planet.

Dunque, se il devoto patrono morisse prima dei dieci anni senza aver di fatto consegnato alla chiesa di Montecchio quanto promesso, niente nuova parrocchia; sempre che non vi provveda interamente, entro tre anni dalla morte del donatore, l’erede universale. In caso contrario si dovrà giungere alla restituzione dei beni smembrati alla pieve di Quinzano, nonché al versamento da parte dell’erede all’Ospedale degli Incurabili di Brescia di una penale di 500 ducati, ossia 1500 lire planet: una botta solenne, tenuto conto che gli impegni del patrono, tra qualche piò di terra e arredi vari, dovevano assommare a molto meno.

 

L’erezione della parrocchia

Nella stessa sede della curia episcopale, subito dopo la stipula dell’atto di donazione, il vescovo Bollani in persona, visti gli atti precedenti e raccolte le debite informazioni, con sua autorità ordinaria e apostolica provvedeva all’erezione canonica della nuova parrocchia di Santa Maria di Montecchio, in contrada “Fienili dei Valli” nel territorio di Quinzano, mediante smembramento e separazione dalla giurisdizione pievana,

così che il rettore da istituirsi in essa pro tempore possa amministrarvi i sacramenti per gli abitanti della contrada di Montecchio o dei Fienili dei Valli, battezzare, ascoltare le confessioni, tumulare i defunti, e fare tutto ciò che di solito fanno e possono fare gli altri rettori delle chiese parrocchiali.

È questo il contenuto del terzo atto, stilato di seguito al precedente nella medesima minuta.

Allo scopo il vescovo dispone, oltre alle donazioni attuate e promesse dal Martinengo, la cessione alla nuova parrocchia dei beni immobili della pieve quinzanese ad essa adiacenti, come proposto nella supplica dallo stesso donatore. Tali beni sono così definiti nell’atto di erezione: 

una pezza di terra arativa e in parte vitata, sita nel territorio di Quinzano, fra le proprietà di diritto [?] della pieve, cui confinano a nord quelli di Gabiano, a est e a sud la seriola Gambalone, a ovest la strada, di piò 9 circa.

La descrizione dei confini non è del tutto limpida, anche sul piano della grafia (“illi de Gabiano” indica possessi comunali, o di privati? e poi c’è una parola pressoché illeggibile). In compenso vi compare una localizzazione, cancellata con un tratto di penna, che è tuttavia chiara e inequivoca: «nella contrada tutt’intorno alla chiesa». In ogni caso, nell’ultima pagina della minuta è contenuto pure un rapido appunto, dove gli estremi della pezza di terra in questione sono definiti in forma più ordinata e comprensibile, e la località è definita univocamente come «contrata Sanctæ Mariæ montechi» (contrada di Santa Maria di Montecchio).

L’atto vescovile, come ovvio, insiste poi sulle questioni di reciproco rapporto e di preminenza tra il rettore della nuova parrocchia e l’arciprete della pieve matrice; il testo merita rilievo, come significativo del concetto di giurisdizione pievana perdurante ancora nella seconda metà del secolo XVI: 

Il rettore pro tempore della chiesa della Beata Vergine Maria di Montecchio sia tenuto ad accedere ogni anno alla pieve matrice di Quinzano il sabato santo, a coadiuvare il reverendo arciprete della pieve nella benedizione del fonte battesimale e negli altri divini uffici che di solito si celebrano, e di ricevere da lui gli oli santi dei catecumeni degli infermi e del fonte battesimale; e in qualunque tempo e luogo riconoscere il reverendo arciprete come suo superiore, e cedergli il posto più onorevole.

Questi atti formali di soggezione dei parroci minori al pievano nei riti della vigilia pasquale e nella ricezione degli oli santi non furono più richiesti dai vescovi successori del Bollani, come risulta evidente dalle relazioni delle visite pastorali: un segno della piena indipendenza raggiunta dalle parrocchie nella loro secolare storia, iniziata molto probabilmente con i primi consistenti incrementi demografici delle nostre campagne nel basso medioevo.

Anche il Bollani, tuttavia, nella sua volontà di erigere la nuova comunità parrocchiale dentro l’ambito di una preesistente antica e ricca pieve, non può evitare di sottostare alle eventuali legittime condizioni poste dall’arciprete di essa, che pure non risulta mai intervenuto né interpellato negli atti del 16 e 17 marzo 1569: 

Tale smembramento ed erezione il vescovo ha fatto e fa, purché il reverendo signor arciprete attuale di Quinzano dia il suo espresso consenso all’assegnazione della pezza di terra di diritto della pieve, fatta dal vescovo alla chiesa della Beata Vergine Maria eretta in parrocchia.

L’atto di fondazione si conclude con le consuete formule di datazione e l’elenco dei testimoni.

 

Che fine ha fatto questa parrocchia di Montecchio?

In realtà dagli atti conservati in Archivio Vescovile non risultano in nessun luogo cenni ad essa, per cui dobbiamo pensare che o i documenti che abbiamo riesumato fossero soltanto delle bozze di atti mai ratificati, oppure che si siano verificate le condizioni negative proposte dal Martinengo nella sua donazione: probabilmente egli morì prima dei dieci anni previsti per l’attuazione, ovvero il suo erede non vi provvide per tempo.

Di fatto, tra il 1580 e il 1600 sorse presso la residenza padronale di Castelletto Palazzo la chiesa della Visitazione di Santa Maria ad Elisabetta, ed è probabile che abbia sostituito nelle intenzioni dei costruttori le funzioni di parrocchia previste per Montecchio: infatti si trovava in un punto più strategico, in mezzo ai Castelletti, ed era prossima appunto alla casa dei padroni-patroni.

Chi volesse saperne di più sulla storia di Montecchio, prima e dopo questo caratteristico momento di notorietà del secondo ‘500, visiti a Natale la mostra di Terra & Civiltà, e potrà conoscere anche vicende simili di altre chiese del circondario, la cui antica storia, che le aveva tenute in piedi per secoli, non ha impedito ai nostri contemporanei di cancellarle dal nostro mondo e forse anche dalla memoria. 

 

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