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C’è un documento che aspetta da
qualche mese la sua meritata parte di gloria, ed è venuto il tempo di portarlo
finalmente alla ribalta. È il contratto con cui gli amministratori dell’altare
di San Nicola di Bari, nella chiesa di San Faustino in Quinzano, commissionarono
la realizzazione dell’ancona lignea all’intagliatore locale Giacomo Manente. Ne
abbiamo accennato – come ricorderete – due mesi fa, trattando di quella che, con
un pizzico di enfasi, si potrebbe chiamare la scuola quinzanese secentesca degli
intagliatori.
I
deputati dell’altare
Il documento, rogato dal nostro
solito vecchio notaio Scipione Gandino nella sua casa quinzanese, porta la data
del 14 novembre 1621, ed è il primo atto cronologicamente determinabile
nell’attività artistica del Manente, vissuto tra il principio del
xvii secolo (o la fine del
precedente) e la morte violenta il 30 luglio 1646 (cfr. Gandino, p. 233).
Anzitutto ci vengono presentati
i «Deputati Eletti al governo del altar de Sancto Nicolao post in Sancto
Faustino et Iovitta de Quinzano», che sono, oltre al notaio Gandino, i preti
don Andrea Perone, don Giovanni Battista Manente e don Alessandro Castelnovo,
nonché i signori Cipriano Guadagno e Domenico Amighetto (si deve leggere
evidentemente così questo cognome, benché sia scritto Amigetto senza l’h).
Del notaio Gandino sappiamo già
praticamente tutto quello che è desiderabile sapere, poiché da due anni egli ci
accompagna ormai con i suoi insostituibili atti attraverso i meandri della
storia artistica quinzanese del primo ‘600. Ma non ci è nuovo nemmeno il prete
Giambattista Manente che – qualcuno ricorderà – è quel simpatico ingegno tutto
dedito al ricamo e alla tessitura d’arte, fratello del Giacomo intagliatore, di
cui si è scritto nell’articolo di settembre.
Alessandro Castelnovo è
certamente il pretino di cui laconicamente annota Giovanni Gandino, nipote del
notaio Scipione, nel suo Alveario cronologico (p. 167):
nato li 15 di Genaro dell’Anno 1596 fù Religioso di buoni
costumi, solitario, che fece quì scuola di gramatica per pochi anni, che in età
fresca, per essere di debole complessione, morse li 4 8bre dell’Anno 1623.
Anche su Cipriano Guadagno ci
ragguaglia il medesimo cronista, dicendolo (p. 219):
Nodaro d’Auttorita Veneta degno di memoria per la singolar
fedelta verso la Patria, ed’ottima sua peritia in istrumentare e scrivere à
profitto del Comune, e di queste Chiese,
dove la patria evidentemente è
Quinzano, e istrumentare significa rogare istrumenti. Neanche una
parola purtroppo sugli altri due notabili.
L’opera e l’artista
La scelta accolta di autorevoli
personaggi, in rappresentanza dell’altare di San Nicola, appunto, prende accordi
con il maestro intagliatore «messer Iacomo manente detto fafesta», e il
colorito soprannome era un dettaglio che mancava al ritratto dell’artista
tracciato in queste pagine due mesi or sono. Scopo dell’accordo è «de dar da
far un ancona sive ornamento de ancona de legno, cum figuri de relevo»,
ossia – com’è noto – la cornice architettonica lignea dell’altare, con tutte le
sue decorazioni a intaglio e, presumibilmente, delle statue a tutto tondo.
La questione più interessante
del contratto è il cenno esplicito al «modello qual á nelle mani sottoscritto
dalli detti Deputati», che rivela come gli amministratori dell’altare
avessero richiesto all’artista un progetto dettagliato dell’opera da sottoporre
alla loro preventiva approvazione. Ancora più gustosa è la lettura delle minute
correzioni apportate dai deputati al disegno originale: ma qui ci tocca un
pochino improvvisare nell’interpretazione (sperando di non prender grosse
cantonate).
Il contratto impone al Manente
di mutare «le colone incanelate di fuora via in doij termini, et quelle di
dentro levati via»: sembra dunque che il disegno prevedesse inizialmente
quattro colonne, due per lato dell’ancona, mentre i responsabili chiedevano di
eliminare del tutto le due interne e di conservare quelle esterne, modificandole
però in due punti. Se con il termine incanelate si intende dire
scanalate, dovremo pensare che si trattasse di fusti di colonna scanalati alla
maniera classica, piuttosto che decorati a spirali di tralci, secondo l’uso
invalso nel secolo xvii e quasi
esclusivo nelle opere note dell’intagliatore quinzanese (ad esempio l’ancona di
Sant’Anna nella chiesa parrocchiale, o quella della Natività in San Giuseppe).
Un po’ più complicato è
interpretare le indicazioni che seguono. I deputati vogliono «levato il
ressalto che da quelle è sostenuto», e fin qui sembra di capire che si dovrà
eliminare la struttura architettonica sostenuta dalle colonne soppresse, ovvero
ridurre la trabeazione o addirittura gli elementi di timpano sopra le due
colonne rimaste. Quindi si pretendono «levati lintaglij nelli pedestagli
dalla parte del altare», e pare di intendere che sotto le colonne ci fossero
basamenti che l’artista prevedeva costellati di decorazioni in legno. Con
l’espressione «dalla parte del altare» credo si possa intendere la
facciata dei piedestalli che guarda verso la mensa, ossia il loro lato interno,
poiché l’indicazione seguente prevede appunto di realizzare «una banchetta
tra li pedestalli cum tutti li suoij intaglij condecenti al resto». Insomma,
tra i due basamenti emergenti delle colonne a destra e a sinistra, sopra la
mensa dell’altare fino al margine inferiore della pala dipinta, si doveva
realizzare una specie di cassetta, forse per contenere delle reliquie.
L’ultimo cenno impone di
eliminare «li doij profeti che sonno al fronstispicio»: e per
frontispicio si dovrebbe considerare il frontone o la cimasa. A meno che non
si intenda (ma è meno probabile) lo spazio eventualmente esistente nel progetto
originario tra le due coppie laterali di colonne, tra le quali potevano aver
posto due nicchie con statue di santi o di profeti, com’è appunto nella ancona
della Natività in San Giuseppe.
L’ancona di Sant’Anna
La cosa più singolare, per non
dire stupefacente, di questa frammentaria e indiretta descrizione, è la
marcatissima analogia con la sopravvissuta ancona dell’altare di Sant’Anna,
nella stessa chiesa parrocchiale di San Faustino, opera certa anch’essa – come
si diceva – dello stesso Giacomo Manente, anche se posteriore di oltre un
decennio. In essa esistono, ai lati di ciascuna delle due colonne a tutto tondo,
due coppie di eleganti lesene scanalate. Per un attimo, si potrebbe dubitare che
il contratto del 1621 potesse alludere proprio a lesene, quando parlava di «colone
incanelate di fuora via... et... di dentro». Ma in questo caso sarebbe poi
difficile individuare il «ressalto» da esse sostenuto; e comunque le due
lesene dalla parte interna (di dentro) sono tuttora esistenti nella soasa
di Sant’Anna. Nella quale, del resto, è presente pure in bella evidenza, tra i
basamenti delle colonne sopra la mensa, un’urna, utilizzata da qualche decennio
per contenere una modesta statua di Cristo morto, ma destinata un tempo quasi
certamente alla conservazione dei reliquiari municipali.
Che fosse questa l’ancona
originariamente realizzata dal Manente per l’altare di San Nicola è, comunque,
del tutto escluso, visto che il nostro informatore Giovanni Gandino (Alveario,
p. 233) dichiarava espressamente di attribuire all’antico artigiano quinzanese e
l’una e l’altra, che quindi al principio del ‘700 ancora pacificamente
coesistevano. Piuttosto, è verosimile che quando, dopo la peste del 1630, il
Comune di Quinzano deliberò l’erezione dell’altare civico di Sant’Anna, i
maggiorenti locali abbiano ritenuto opportuno affidare al medesimo artista la
realizzazione di una struttura architettonica che doveva forse collocarsi in
simmetria con l’altare progettato dieci anni prima dal Manente per i reggenti di
San Nicola.
L’altare di San Nicola
In realtà – non l’avevamo
ancora detto, ma i quinzanesi attenti l’hanno già capito – l’antica ancona
lignea di San Nicola non ha avuto la buona sorte di giungere fino a noi.
L’altare peraltro esiste ancora, a sinistra della porta laterale nord, proprio
di fronte a quello di Sant’Anna; ma la soasa è stata interamente rifatta in
muratura e stucco nei primi anni dell’800 (cfr. Locatelli, 1990), su un misurato
disegno neoclassico. È affiancata da due statue marmoree (i giovani santi
gesuiti Stanislao Kostka e Luigi Gonzaga), e conserva la vecchia pala
cinquecentesca (invero non proprio eccezionale) raffigurante la Madonna col
Bambino in gloria e i santi Silvestro, Nicola di Bari e Girolamo.
Ora, il lettore moderno deve
fare attenzione a non cadere in un equivoco, immaginando la nostra parrocchiale
del primo ‘600 troppo simile a quella attuale. Ci è già capitato di rilevare (L’Araldo
n° 40, marzo 1997) come l’edificio sacro subisse ampi rimaneggiamenti
architettonici nella seconda metà del secolo, e in particolare vedesse nel 1669
la costruzione della navata meridionale, e nel 1671 di quella settentrionale.
Nel 1621 pertanto la chiesa era assai più piccola, estendendosi
approssimativamente nel solo spazio della navata centrale, fra la seconda
campata dall’ingresso e il presbiterio. Gli altari laterali erano dunque più
modesti e meno numerosi, e poggiavano alle pareti all’incirca dove oggi si
aprono gli spazi delle arcate.
Abbiamo una sintetica
descrizione dell’interno del tempio, quasi coeva alla costruzione dell’ancona di
San Nicola, nel verbale della visita pastorale di don Giorgio Serina, datata al
24 ottobre 1624 (Bs-AV: V.P. 18, c. 33r):
Prima est Ecclesia Parochialis, quae est Sanctorum faustini, et
Iovitae, quae tamen non est consecrata, in hac existunt Altaria quatuor Primum
Altare maius À parte dextra, primum est Altare Sanctissimae Crucis 2.dum Altare
Sancti Nicolai. À parte sinistra adest unum Altare, quod est Sanctissimi
Sacramenti.
[In Quinzano anzitutto esiste la chiesa parrocchiale dei Santi
Faustino e Giovita, che non è consacrata; in essa vi sono quattro altari:
l’altare maggiore, a destra l’altare della Santa Croce e l’altare di San Nicola,
a sinistra il solo altare del Santissimo Sacramento.]
Non è immediatamente evidente
l’orientamento topografico delle indicazioni, ma è probabile che il visitatore
osservasse la chiesa dal presbiterio, e così a destra sarebbe il lato nord e a
sinistra il sud. L’altare di San Nicola doveva essere dunque il secondo della
parete settentrionale, naturalmente quella della chiesa originaria, più o meno
in asse col pilastro dove in seguito fu eretto il pulpito.
Una storia più antica
Ma non è evidentemente questa
la prima menzione del nostro altare offerta dagli atti ecclesiastici, poiché lo
troviamo nominato, insieme a molti altri della stessa chiesa, già nella visita
del vescovo Bollani, il 21 settembre 1565 (Bs-AV: V.P. 1, cc. 155v-156r; cfr.
Guerrini, 1936, pp. 42-43). Oltre all’altare maggiore, infatti, vi figuravano
ben sei altari: nell’ordine, l’altare di San Silvestro; poi quelli di San
Bernardino e della Madonna, entrambi da rimuovere; quindi l’altare di San Nicola
da Tolentino, quello di San Pietro Martire, e infine quello appunto di San
Nicola di Bari.
Sette altari aveva la chiesa
ancora nel 1580, quando il convisitatore di san Carlo Borromeo si limitava a
registrare che l’altare maggiore apparteneva al Seminario di Brescia, quello del
Corpus Domini era officiato dall’omonima confraternita, e quello di San
Silvestro godeva un lascito della famiglia Planerio.
La presenza a quest’epoca
dell’altare di San Silvestro suggerisce probabilmente la ragione per cui
Locatelli identifica in questo santo il pontefice della sopravvissuta pala di
San Nicola di Bari. E tuttavia il critico non si pone il problema della
compresenza in questo dipinto, da lui assegnato alla fine del secolo
xv o al principio del successivo,
di entrambi i santi Silvestro e Nicola, ai quali tuttavia fino ad oltre la metà
del ‘500 erano però assegnati in San Faustino due altari distinti. Ma questo è
qui un problema secondario.
La famiglia di Quinziano Stoa
Sulla fondazione dell’altare di
San Nicola, patrono dei bambini in genere e degli scolari in particolare,
abbiamo informazioni dal primo vero libro di cronistoria quinzanese, pubblicato
dal prete di origine verolese don Agostino Pizzoni nel 1640. L’autore, dopo aver
annoverato attorno all’anno 1485 una serie di restauri alla chiesa del castello
e l’ampliamento di San Rocco, annota (p. 16):
così parimente fù, restoereata [= restaurata] la Chiesa di
S. Ambrosio già distrutta per le calamità passate, a spese de Scholari, e del
loro Maestro che era Giovanni Conti da Gandino dalla cui Scuola uscirno molti
eccellenti ingegni massime i suoi diletissimi figliuoli Giovanni. Francesco
detto Quintian Stoa, e l’altro Domitio chiamato Celio Cintio Fenice, & molti
altri, che adornavano la patria loro, a guisa di stelle.
Questa è una notizia
all’apparenza piuttosto discutibile, poiché è assai arduo immaginare degli
scolaretti di fine ‘400 che spendono denari per la ricostruzione di una
chiesa. Sempre che per scholari, naturalmente, si intenda ciò che
intendiamo noi quando usiamo quel vocabolo, e non piuttosto (ma questa è pura
illazione) i membri di una scuola o schola, come si diceva allora,
ossia di una confraternita laicale dedita a opere di beneficenza, intitolata
magari proprio a Sant’Ambrogio, sulla quale il Pizzoni avrebbe fatto un po’ di
confusione, tratto in inganno dal particolare che Giovanni Giacomo Conti da
Gandino era, tra l’altro, un rinomato maestro di lingue e letterature classiche,
padre (come s’è visto) di insigni poeti.
Di San Nicola il cronista parla
subito dopo, asserendo che ad opera dello stesso Giovanni Giacomo Conti (Pizzoni
lo chiama Giovanni e basta)
hebbe origine la solita solennità all’Altare di S. Nicolò
protettore e Tutelare de Scolari, al cui Altare, il che si usa fin’hora, il suo
giorno andavano trionfanti cantando Hinni, vestiti in forma d’Angioli.
Di questa festosa ricorrenza
annuale abbiamo rintracciato altre notizie per tutto il ‘600: ne parleremo.
Del legame d’affetto tra la
famiglia Conti e l’altare degli scolari testimonia ancora il nostro storico in
un’altra pagina del suo opuscolo, parlando della morte del poeta Quinziano Stoa,
figlio del maestro Conti (p. 29):
La sua morte fù pianta non solo da quelli della patria, ma da
quanti l’avevano conosciuto, e fù sepolto nella Chiesa di S. Faustino in un’arca
posta sopra l’Altare di S. Nicolò, se bene il corpo fù deposto sotto il
pavimento d’ordine di Santo Carlo nella sua Apostolica visita.
Ora, nella copia dei decreti di
san Carlo esistente presso l’Archivio Vescovile di Brescia non c’è traccia di
una disposizione del genere; né è verosimile che l’ordine sia stato dato a voce,
senza la relativa scrupolosa registrazione. Dunque, o si tratta di una
dimenticanza del copista di cancelleria, oppure il Pizzoni ha attribuito al
Borromeo una iniziativa non sua.
Di fatto, murata dietro
l’abside della parrocchiale, ma proveniente certo dall’interno della chiesa,
oggi si trova non l’iscrizione tombale del poeta umanista quinzanese, ma quella
del padre e della madre:
.O(b). .M(emoriam). .P. .P(arentum).
IO(anni). IACOBO COMITI
GANDINENSI
VIRO INTEGERR(imo). PVBL(ico).
Vtili
ET FAMIGER(ato). QVI OBIIT
.M. D. XXIX. V. ID(us). OCT(obres).
ET
BARTHOLOMEAE VERTVMMIAE FOEM(inæ).
PROBISS(imæ). QVAE VIRO SVPERVIX(it)
ANN(um). I. MENS(es).
III. D(ies). VII.
IO(annes). FRANCISCVS QVINTIANVS STOA
POETA LAVR(eatus)
ET
C(aius). COELIVS CYNTHIVS PHOENIX
FIL(ii). PLENTISS(imi)
.M(onumentum). .H(oc). .P(onendum). .C(uraverunt).
[In memoria dei genitori. A Giovanni Giacomo Conti da Gandino,
personaggio di specchiata onestà, utile alla comunità e famoso, che morì l’11
ottobre del 1529, e a Bartolomea Vertua, donna dignitosissima, che sopravvisse
al marito un anno tre mesi e sette giorni, Giovanni Francesco Quinziano Stoa,
poeta premiato di corona d’alloro, e Caio Celio Cinzio Fenice, figli
addoloratissimi, fecero porre questa iscrizione.]
Le condizioni di consegna
Due ultimi rilievi sul
contratto del 1621, prima di concludere.
Il termine ultimo per la
consegna della nuova ancona doveva essere naturalmente la festa di San Nicola (6
dicembre) dell’anno 1622.
La spesa totale preventivata
per l’opera del Manente era di 350 lire planet, delle quali l’artigiano
ne ebbe in anticipo 95 alla firma del contratto dalle mani di suo fratello don
Giovanni Battista. Il pagamento avvenne parzialmente in natura, poiché risulta
che nell’anticipo erano compresi «quarti undeci de formento», ossia quasi
134 litri di frumento. Il resto, di lire 258 (in realtà dovrebbero essere 255),
sarebbe stato versato periodicamente all’artigiano, secondo il procedere del
lavoro e la solvibilità in denaro o in natura della commissione incaricata. «Eccetuando
quel tanto che fara bisogno per l’altare» significa, probabilmente, che i
deputati destineranno allo scopo tutte le entrate dell’altare, a eccezione delle
spese ordinarie per la manutenzione dell’altare.
Tanto per avere qualche
riferimento, benché generico, ricordiamo che 200 lire era costato nel 1587 far
dorare la soasa della Concezione al Convento (cfr. L’Araldo n° 38,
gennaio 1997); nel maggio 1612, per la piccola ancona del Rosario in San Rocco,
l’intagliatore Ludovico Manente da Gabiano chiedeva 150 lire, mentre per l’indoratura
affidata al quinzanese Lucio Guadagno si stanziavano tre anni dopo tra le 164 e
le 184 lire e mezza (cfr. L’Araldo n° 34, settembre 1996).
Se il contratto del 1621, come
pare, non comprendeva nel prezzo la decorazione finale in oro e colori, si può
immaginare che il progetto prevedesse per l’artista all’incirca un impegno
doppio rispetto a quello per l’analoga opera di San Rocco, realizzata dalla
bottega del Manente gabianese, dalla quale forse anche il giovane Giacomo
proveniva. Non è inverosimile che questa sia la prima opera importante del
giovane artista, come appare dal sontuoso progetto, commissionatogli dalla
reggenza dell’altare quinzanese certo per influenza del fratello don
Giambattista, che ne faceva parte.
E con questo s’è detto tutto
quello che si poteva dire su quest’opera.
In ogni caso, tra la fine del
‘500 e quella del ‘600 il tempio principale di Quinzano subì tali e tante
modificazioni, da non poter essere più considerato lo stesso di prima. Gli
altari laterali non destinati alla soppressione, e tra essi quello di San
Nicola, furono oggetto di modifiche e spostamenti, per adeguarsi alle nuove
dimensioni dell’edificio; ma l’ancona realizzata dal Manente non fu sostituita
in questa fase, poiché abbiamo visto che il cronista Gandino la poteva ancora
vedere al principio del ‘700, assieme alla sua omologa, realizzata dalla stessa
bottega dopo il 1630 per l’altare di Sant’Anna.
Non ne conosciamo le vicende
successive a quel periodo, ma possiamo ritenere che a fine ‘700 l’ancona fosse
divenuta inservibile. Con la sua sostituzione scomparve un altro prezioso
tassello della vicenda modesta ma fervida che, non senza qualche presunzione,
possiamo anche chiamare la storia dell’arte di Quinzano.
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