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14 novembre 1621
Contratto fra l’altare di S. Nicola in S. Faustino e l’intagliatore Giacomo Manente detto Fafesta di Quinzano per la fattura dell’ancona lignea.

Giovanni GANDINO,
Biografia dell’intagliatore Giacomo Manente
, Alveario Cronologico, p. 233.

Opera dell’artista quinzanese Giacomo Manente, fu commissionata nel 1621 per l’altare nella parrocchiale

 

L’ancona lignea di San Nicola di Bari

di Tommaso Casanova

 

da L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. V n° 47, novembre 1997, pp. 7-8.

 

 

C’è un documento che aspetta da qualche mese la sua meritata parte di gloria, ed è venuto il tempo di portarlo finalmente alla ribalta. È il contratto con cui gli amministratori dell’altare di San Nicola di Bari, nella chiesa di San Faustino in Quinzano, commissionarono la realizzazione dell’ancona lignea all’intagliatore locale Giacomo Manente. Ne abbiamo accennato – come ricorderete – due mesi fa, trattando di quella che, con un pizzico di enfasi, si potrebbe chiamare la scuola quinzanese secentesca degli intagliatori.

 

I deputati dell’altare

Il documento, rogato dal nostro solito vecchio notaio Scipione Gandino nella sua casa quinzanese, porta la data del 14 novembre 1621, ed è il primo atto cronologicamente determinabile nell’attività artistica del Manente, vissuto tra il principio del xvii secolo (o la fine del precedente) e la morte violenta il 30 luglio 1646 (cfr. Gandino, p. 233).

Anzitutto ci vengono presentati i «Deputati Eletti al governo del altar de Sancto Nicolao post in Sancto Faustino et Iovitta de Quinzano», che sono, oltre al notaio Gandino, i preti don Andrea Perone, don Giovanni Battista Manente e don Alessandro Castelnovo, nonché i signori Cipriano Guadagno e Domenico Amighetto (si deve leggere evidentemente così questo cognome, benché sia scritto Amigetto senza l’h).

Del notaio Gandino sappiamo già praticamente tutto quello che è desiderabile sapere, poiché da due anni egli ci accompagna ormai con i suoi insostituibili atti attraverso i meandri della storia artistica quinzanese del primo ‘600. Ma non ci è nuovo nemmeno il prete Giambattista Manente che – qualcuno ricorderà – è quel simpatico ingegno tutto dedito al ricamo e alla tessitura d’arte, fratello del Giacomo intagliatore, di cui si è scritto nell’articolo di settembre.

Alessandro Castelnovo è certamente il pretino di cui laconicamente annota Giovanni Gandino, nipote del notaio Scipione, nel suo Alveario cronologico (p. 167): 

nato li 15 di Genaro dell’Anno 1596 fù Religioso di buoni costumi, solitario, che fece quì scuola di gramatica per pochi anni, che in età fresca, per essere di debole complessione, morse li 4 8bre dell’Anno 1623.

Anche su Cipriano Guadagno ci ragguaglia il medesimo cronista, dicendolo (p. 219): 

Nodaro d’Auttorita Veneta degno di memoria per la singolar fedelta verso la Patria, ed’ottima sua peritia in istrumentare e scrivere à profitto del Comune, e di queste Chiese,

dove la patria evidentemente è Quinzano, e istrumentare significa rogare istrumenti. Neanche una parola purtroppo sugli altri due notabili.

 

L’opera e l’artista

La scelta accolta di autorevoli personaggi, in rappresentanza dell’altare di San Nicola, appunto, prende accordi con il maestro intagliatore «messer Iacomo manente detto fafesta», e il colorito soprannome era un dettaglio che mancava al ritratto dell’artista tracciato in queste pagine due mesi or sono. Scopo dell’accordo è «de dar da far un ancona sive ornamento de ancona de legno, cum figuri de relevo», ossia – com’è noto – la cornice architettonica lignea dell’altare, con tutte le sue decorazioni a intaglio e, presumibilmente, delle statue a tutto tondo.

La questione più interessante del contratto è il cenno esplicito al «modello qual á nelle mani sottoscritto dalli detti Deputati», che rivela come gli amministratori dell’altare avessero richiesto all’artista un progetto dettagliato dell’opera da sottoporre alla loro preventiva approvazione. Ancora più gustosa è la lettura delle minute correzioni apportate dai deputati al disegno originale: ma qui ci tocca un pochino improvvisare nell’interpretazione (sperando di non prender grosse cantonate).

Il contratto impone al Manente di mutare «le colone incanelate di fuora via in doij termini, et quelle di dentro levati via»: sembra dunque che il disegno prevedesse inizialmente quattro colonne, due per lato dell’ancona, mentre i responsabili chiedevano di eliminare del tutto le due interne e di conservare quelle esterne, modificandole però in due punti. Se con il termine incanelate si intende dire scanalate, dovremo pensare che si trattasse di fusti di colonna scanalati alla maniera classica, piuttosto che decorati a spirali di tralci, secondo l’uso invalso nel secolo xvii e quasi esclusivo nelle opere note dell’intagliatore quinzanese (ad esempio l’ancona di Sant’Anna nella chiesa parrocchiale, o quella della Natività in San Giuseppe).

Un po’ più complicato è interpretare le indicazioni che seguono. I deputati vogliono «levato il ressalto che da quelle è sostenuto», e fin qui sembra di capire che si dovrà eliminare la struttura architettonica sostenuta dalle colonne soppresse, ovvero ridurre la trabeazione o addirittura gli elementi di timpano sopra le due colonne rimaste. Quindi si pretendono «levati lintaglij nelli pedestagli dalla parte del altare», e pare di intendere che sotto le colonne ci fossero basamenti che l’artista prevedeva costellati di decorazioni in legno. Con l’espressione «dalla parte del altare» credo si possa intendere la facciata dei piedestalli che guarda verso la mensa, ossia il loro lato interno, poiché l’indicazione seguente prevede appunto di realizzare «una banchetta tra li pedestalli cum tutti li suoij intaglij condecenti al resto». Insomma, tra i due basamenti emergenti delle colonne a destra e a sinistra, sopra la mensa dell’altare fino al margine inferiore della pala dipinta, si doveva realizzare una specie di cassetta, forse per contenere delle reliquie.

L’ultimo cenno impone di eliminare «li doij profeti che sonno al fronstispicio»: e per frontispicio si dovrebbe considerare il frontone o la cimasa. A meno che non si intenda (ma è meno probabile) lo spazio eventualmente esistente nel progetto originario tra le due coppie laterali di colonne, tra le quali potevano aver posto due nicchie con statue di santi o di profeti, com’è appunto nella ancona della Natività in San Giuseppe.

 

L’ancona di Sant’Anna

La cosa più singolare, per non dire stupefacente, di questa frammentaria e indiretta descrizione, è la marcatissima analogia con la sopravvissuta ancona dell’altare di Sant’Anna, nella stessa chiesa parrocchiale di San Faustino, opera certa anch’essa – come si diceva – dello stesso Giacomo Manente, anche se posteriore di oltre un decennio. In essa esistono, ai lati di ciascuna delle due colonne a tutto tondo, due coppie di eleganti lesene scanalate. Per un attimo, si potrebbe dubitare che il contratto del 1621 potesse alludere proprio a lesene, quando parlava di «colone incanelate di fuora via... et... di dentro». Ma in questo caso sarebbe poi difficile individuare il «ressalto» da esse sostenuto; e comunque le due lesene dalla parte interna (di dentro) sono tuttora esistenti nella soasa di Sant’Anna. Nella quale, del resto, è presente pure in bella evidenza, tra i basamenti delle colonne sopra la mensa, un’urna, utilizzata da qualche decennio per contenere una modesta statua di Cristo morto, ma destinata un tempo quasi certamente alla conservazione dei reliquiari municipali.

Che fosse questa l’ancona originariamente realizzata dal Manente per l’altare di San Nicola è, comunque, del tutto escluso, visto che il nostro informatore Giovanni Gandino (Alveario, p. 233) dichiarava espressamente di attribuire all’antico artigiano quinzanese e l’una e l’altra, che quindi al principio del ‘700 ancora pacificamente coesistevano. Piuttosto, è verosimile che quando, dopo la peste del 1630, il Comune di Quinzano deliberò l’erezione dell’altare civico di Sant’Anna, i maggiorenti locali abbiano ritenuto opportuno affidare al medesimo artista la realizzazione di una struttura architettonica che doveva forse collocarsi in simmetria con l’altare progettato dieci anni prima dal Manente per i reggenti di San Nicola.

 

L’altare di San Nicola

In realtà – non l’avevamo ancora detto, ma i quinzanesi attenti l’hanno già capito – l’antica ancona lignea di San Nicola non ha avuto la buona sorte di giungere fino a noi. L’altare peraltro esiste ancora, a sinistra della porta laterale nord, proprio di fronte a quello di Sant’Anna; ma la soasa è stata interamente rifatta in muratura e stucco nei primi anni dell’800 (cfr. Locatelli, 1990), su un misurato disegno neoclassico. È affiancata da due statue marmoree (i giovani santi gesuiti Stanislao Kostka e Luigi Gonzaga), e conserva la vecchia pala cinquecentesca (invero non proprio eccezionale) raffigurante la Madonna col Bambino in gloria e i santi Silvestro, Nicola di Bari e Girolamo.

Ora, il lettore moderno deve fare attenzione a non cadere in un equivoco, immaginando la nostra parrocchiale del primo ‘600 troppo simile a quella attuale. Ci è già capitato di rilevare (L’Araldo n° 40, marzo 1997) come l’edificio sacro subisse ampi rimaneggiamenti architettonici nella seconda metà del secolo, e in particolare vedesse nel 1669 la costruzione della navata meridionale, e nel 1671 di quella settentrionale. Nel 1621 pertanto la chiesa era assai più piccola, estendendosi approssimativamente nel solo spazio della navata centrale, fra la seconda campata dall’ingresso e il presbiterio. Gli altari laterali erano dunque più modesti e meno numerosi, e poggiavano alle pareti all’incirca dove oggi si aprono gli spazi delle arcate.

Abbiamo una sintetica descrizione dell’interno del tempio, quasi coeva alla costruzione dell’ancona di San Nicola, nel verbale della visita pastorale di don Giorgio Serina, datata al 24 ottobre 1624 (Bs-AV: V.P. 18, c. 33r): 

Prima est Ecclesia Parochialis, quae est Sanctorum faustini, et Iovitae, quae tamen non est consecrata, in hac existunt Altaria quatuor Primum Altare maius À parte dextra, primum est Altare Sanctissimae Crucis 2.dum Altare Sancti Nicolai. À parte sinistra adest unum Altare, quod est Sanctissimi Sacramenti. 

[In Quinzano anzitutto esiste la chiesa parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita, che non è consacrata; in essa vi sono quattro altari: l’altare maggiore, a destra l’altare della Santa Croce e l’altare di San Nicola, a sinistra il solo altare del Santissimo Sacramento.]

Non è immediatamente evidente l’orientamento topografico delle indicazioni, ma è probabile che il visitatore osservasse la chiesa dal presbiterio, e così a destra sarebbe il lato nord e a sinistra il sud. L’altare di San Nicola doveva essere dunque il secondo della parete settentrionale, naturalmente quella della chiesa originaria, più o meno in asse col pilastro dove in seguito fu eretto il pulpito. 

 

Una storia più antica

Ma non è evidentemente questa la prima menzione del nostro altare offerta dagli atti ecclesiastici, poiché lo troviamo nominato, insieme a molti altri della stessa chiesa, già nella visita del vescovo Bollani, il 21 settembre 1565 (Bs-AV: V.P. 1, cc. 155v-156r; cfr. Guerrini, 1936, pp. 42-43). Oltre all’altare maggiore, infatti, vi figuravano ben sei altari: nell’ordine, l’altare di San Silvestro; poi quelli di San Bernardino e della Madonna, entrambi da rimuovere; quindi l’altare di San Nicola da Tolentino, quello di San Pietro Martire, e infine quello appunto di San Nicola di Bari.

Sette altari aveva la chiesa ancora nel 1580, quando il convisitatore di san Carlo Borromeo si limitava a registrare che l’altare maggiore apparteneva al Seminario di Brescia, quello del Corpus Domini era officiato dall’omonima confraternita, e quello di San Silvestro godeva un lascito della famiglia Planerio.

La presenza a quest’epoca dell’altare di San Silvestro suggerisce probabilmente la ragione per cui Locatelli identifica in questo santo il pontefice della sopravvissuta pala di San Nicola di Bari. E tuttavia il critico non si pone il problema della compresenza in questo dipinto, da lui assegnato alla fine del secolo xv o al principio del successivo, di entrambi i santi Silvestro e Nicola, ai quali tuttavia fino ad oltre la metà del ‘500 erano però assegnati in San Faustino due altari distinti. Ma questo è qui un problema secondario.

 

La famiglia di Quinziano Stoa

Sulla fondazione dell’altare di San Nicola, patrono dei bambini in genere e degli scolari in particolare, abbiamo informazioni dal primo vero libro di cronistoria quinzanese, pubblicato dal prete di origine verolese don Agostino Pizzoni nel 1640. L’autore, dopo aver annoverato attorno all’anno 1485 una serie di restauri alla chiesa del castello e l’ampliamento di San Rocco, annota (p. 16): 

così parimente fù, restoereata [= restaurata] la Chiesa di S. Ambrosio già distrutta per le calamità passate, a spese de Scholari, e del loro Maestro che era Giovanni Conti da Gandino dalla cui Scuola uscirno molti eccellenti ingegni massime i suoi diletissimi figliuoli Giovanni. Francesco detto Quintian Stoa, e l’altro Domitio chiamato Celio Cintio Fenice, & molti altri, che adornavano la patria loro, a guisa di stelle.

Questa è una notizia all’apparenza piuttosto discutibile, poiché è assai arduo immaginare degli scolaretti di fine ‘400 che spendono denari per la ricostruzione di una chiesa. Sempre che per scholari, naturalmente, si intenda ciò che intendiamo noi quando usiamo quel vocabolo, e non piuttosto (ma questa è pura illazione) i membri di una scuola o schola, come si diceva allora, ossia di una confraternita laicale dedita a opere di beneficenza, intitolata magari proprio a Sant’Ambrogio, sulla quale il Pizzoni avrebbe fatto un po’ di confusione, tratto in inganno dal particolare che Giovanni Giacomo Conti da Gandino era, tra l’altro, un rinomato maestro di lingue e letterature classiche, padre (come s’è visto) di insigni poeti.

Di San Nicola il cronista parla subito dopo, asserendo che ad opera dello stesso Giovanni Giacomo Conti (Pizzoni lo chiama Giovanni e basta)  

hebbe origine la solita solennità all’Altare di S. Nicolò protettore e Tutelare de Scolari, al cui Altare, il che si usa fin’hora, il suo giorno andavano trionfanti cantando Hinni, vestiti in forma d’Angioli.

Di questa festosa ricorrenza annuale abbiamo rintracciato altre notizie per tutto il ‘600: ne parleremo.

Del legame d’affetto tra la famiglia Conti e l’altare degli scolari testimonia ancora il nostro storico in un’altra pagina del suo opuscolo, parlando della morte del poeta Quinziano Stoa, figlio del maestro Conti (p. 29): 

La sua morte fù pianta non solo da quelli della patria, ma da quanti l’avevano conosciuto, e fù sepolto nella Chiesa di S. Faustino in un’arca posta sopra l’Altare di S. Nicolò, se bene il corpo fù deposto sotto il pavimento d’ordine di Santo Carlo nella sua Apostolica visita.

Ora, nella copia dei decreti di san Carlo esistente presso l’Archivio Vescovile di Brescia non c’è traccia di una disposizione del genere; né è verosimile che l’ordine sia stato dato a voce, senza la relativa scrupolosa registrazione. Dunque, o si tratta di una dimenticanza del copista di cancelleria, oppure il Pizzoni ha attribuito al Borromeo una iniziativa non sua.

Di fatto, murata dietro l’abside della parrocchiale, ma proveniente certo dall’in­terno della chiesa, oggi si trova non l’iscrizione tombale del poeta umanista quinzanese, ma quella del padre e della madre: 

.O(b).  .M(emoriam).  .P.  .P(arentum).
IO(anni). IACOBO COMITI GANDINENSI
VIRO INTEGERR(imo). PVBL(ico). Vtili
ET FAMIGER(ato).
QVI OBIIT
.M. D. XXIX. V. ID(us). OCT(obres).
ET
BARTHOLOMEAE VERTVMMIAE FOEM(inæ).
PROBISS(imæ). QVAE VIRO SVPERVIX(it)
ANN(um).
I. MENS(es). III. D(ies). VII.
IO(annes). FRANCISCVS QVINTIANVS STOA
POETA LAVR(eatus)
ET
C(aius). COELIVS CYNTHIVS PHOENIX
FIL(ii). PLENTISS(imi)
.M(onumentum). .H(oc). .P(onendum). .C(uraverunt).

[In memoria dei genitori. A Giovanni Giacomo Conti da Gandino, personaggio di specchiata onestà, utile alla comunità e famoso, che morì l’11 ottobre del 1529, e a Bartolomea Vertua, donna dignitosissima, che sopravvisse al marito un anno tre mesi e sette giorni, Giovanni Francesco Quinziano Stoa, poeta premiato di corona d’alloro, e Caio Celio Cinzio Fe­nice, figli addoloratissimi, fecero porre questa iscrizione.]

 

Le condizioni di consegna

Due ultimi rilievi sul contratto del 1621, prima di concludere.

Il termine ultimo per la consegna della nuova ancona doveva essere naturalmente la festa di San Nicola (6 dicembre) dell’anno 1622.

La spesa totale preventivata per l’opera del Manente era di 350 lire planet, delle quali l’artigiano ne ebbe in anticipo 95 alla firma del contratto dalle mani di suo fratello don Giovanni Battista. Il pagamento avvenne parzialmente in natura, poiché risulta che nell’anticipo erano compresi «quarti undeci de formento», ossia quasi 134 litri di frumento. Il resto, di lire 258 (in realtà dovrebbero essere 255), sarebbe stato versato periodicamente all’artigiano, secondo il procedere del lavoro e la solvibilità in denaro o in natura della commissione incaricata. «Eccetuando quel tanto che fara bisogno per l’altare» significa, probabilmente, che i deputati destineranno allo scopo tutte le entrate dell’altare, a eccezione delle spese ordinarie per la manutenzione dell’altare.

Tanto per avere qualche riferimento, benché generico, ricordiamo che 200 lire era costato nel 1587 far dorare la soasa della Concezione al Convento (cfr. L’Araldo n° 38, gennaio 1997); nel maggio 1612, per la piccola ancona del Rosario in San Rocco, l’intagliatore Ludovico Manente da Gabiano chiedeva 150 lire, mentre per l’indoratura affidata al quinzanese Lucio Guadagno si stanziavano tre anni dopo tra le 164 e le 184 lire e mezza (cfr. L’Araldo n° 34, settembre 1996).

Se il contratto del 1621, come pare, non comprendeva nel prezzo la decorazione finale in oro e colori, si può immaginare che il progetto prevedesse per l’artista all’incirca un impegno doppio rispetto a quello per l’analoga opera di San Rocco, realizzata dalla bottega del Manente gabianese, dalla quale forse anche il giovane Giacomo proveniva. Non è inverosimile che questa sia la prima opera importante del giovane artista, come appare dal sontuoso progetto, commissionatogli dalla reggenza dell’altare quinzanese certo per influenza del fratello don Giambattista, che ne faceva parte.

E con questo s’è detto tutto quello che si poteva dire su quest’opera.

 

In ogni caso, tra la fine del ‘500 e quella del ‘600 il tempio principale di Quinzano subì tali e tante modificazioni, da non poter essere più considerato lo stesso di prima. Gli altari laterali non destinati alla soppressione, e tra essi quello di San Nicola, furono oggetto di modifiche e spostamenti, per adeguarsi alle nuove dimensioni dell’e­dificio; ma l’ancona realizzata dal Manente non fu sostituita in questa fase, poiché abbiamo visto che il cronista Gandino la poteva ancora vedere al principio del ‘700, assieme alla sua omologa, realizzata dalla stessa bottega dopo il 1630 per l’altare di Sant’Anna.

Non ne conosciamo le vicende successive a quel periodo, ma possiamo ritenere che a fine ‘700 l’ancona fosse divenuta inservibile. Con la sua sostituzione scomparve un altro prezioso tassello della vicenda modesta ma fervida che, non senza qualche presunzione, possiamo anche chiamare la storia dell’arte di Quinzano.

 

* * *

Riferimenti bibliografici

Gandini, Giovanni,
Alveario Cronologico, manoscritto di proprietà del sig. Pierino Gandaglia, Quinzano

Locatelli, Angelo, 1990
“La Pala con i Santi Silvestro, Nicola e Girolamo. Nella Chiesa parrocchiale”, La Pieve, a. XIX n° 5, pp. 23-24

Pizzoni, Agostino, 1640
Historia di Quinzano Castello del territorio di Brescia, Brescia, Rizzardi

I verbali delle visite pastorali sono conservati all’Archivio Vescovile di Brescia (Bs-AV).

 

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