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10 marzo 1637
Matteo Bletio affida suo figlio Giovanni Battista come garzone a Giacomo Manente intagliatore di legnami.

Giovanni GANDINO,
Biografia dell’intagliatore Giacomo Manente, Alveario Cronologico, p. 233.

I documenti rivelano una tradizione delle botteghe artigianali di intagliatori e decoratori a Quinzano nel ‘600

 

Giacomo Manente e l’arte del legno

di Tommaso Casanova

 

da L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. V n° 45, settembre 1997, pp. 8-9.

 

 

Fidarsi delle parole talvolta è buona cosa, e chiedere di fidarsi non è sempre così disdicevole. Ma quando si promette, si promette; e alla fine tocca mantenere. E con piacere manteniamo la parola data al lettore nell’ultimo articolo di luglio, quello sull’altare di Sant’Anna.

Là avevamo sbrigativamente concluso, riconoscendo nella bella ancona lignea secentesca dell’altare comunale la mano di un intagliatore quinzanese: Giovanni Giacomo Manente, e rimandato ad altro tempo e spazio la documentazione più rigorosa. Ora dobbiamo, dunque, rendere conto di quella attribuzione.

Naturalmente, come il lettore non occasionale può già immaginarsi, tale attribuzione non è frutto di personali elucubrazioni di dotta critica, ma di un vecchio foglio di vecchia carta vergato di vecchio inchiostro. E altrettanto naturalmente il fido lettore potrà indovinare da dove provenga l’informazione: dal solito vecchio manoscritto del medico Giovanni Gandino (e chi, se no?), già da noi tante volte saccheggiato con curiosità, e tuttavia ancora così pieno di notizie nuove e inedite.

A Giovanni Giacomo Manente e a suo fratello Giovanni Battista, personaggi della generazione a lui anteriore, il Gandino (1645-1720) dedica due delle sue fulminee biografie, poche righe piene di sugo, che colgono il senso, sia pure piuttosto esteriore, di una vita. Abbiamo già discorso altre volte sulla attendibilità normalmente solida delle affermazioni del biografo, che non manca neppure in questo caso di conferme dirette; per cui diamo per sicuro nell’insieme ciò che egli scrive.

 

La famiglia Manenti

La famiglia Manenti, osserva il Gandino (Alveario, p. 232), era antica originaria di Quinzano, e aveva due diramazioni principali: quella quinzanese appunto, e quella di Gabbiano (o Gabiano, oggi Borgo San Giacomo). Questa seconda linea familiare, sempre a detta del biografo, «fu assunta alla Nobiltà di Brescia con il Cognome De’ Gabbiani, che non è gran tempo che quí s’è estinta».

In realtà, ci è già capitato un anno fa (L’Araldo, n° 34, settembre 1996) di parlare di un Ludovico quondam Manento Manenti da Gabiano, anch’egli guarda caso intagliatore, che il 18 maggio 1612 si accordava con i reggenti della chiesa di San Rocco in Quinzano per la realizzazione dell’ancona all’altare del Rosario. All’atto si allegava il disegno (purtroppo perduto) «cum le Colone et pedestano et Cornisone de ordine Corintio ogni cosa de legno», sottoscritto dalle parti. Per il lavoro, da compiere entro due mesi, si pattuiva un compenso complessivo di 150 lire planet.

L’arte della scultura in legno era dunque una tradizione di famiglia per i Manenti, e non è ipotesi del tutto azzardata supporre che il nostro Giacomo, la cui prima opera certa è documentata (come vedremo) nel 1621, potesse aver appreso il mestiere alla bottega del parente gabianese, che aveva lavorato a San Rocco pochi anni prima, e forse anche altre volte in Quinzano.

Il Gandino (Alveario, pp. 232-233) si sofferma più o meno brevemente su sei personaggi della famiglia Manenti; quelli per noi più interessanti sono comunque i fratelli Gian Battista e Gian Giacomo (p. 233).

Di Giouanni Battista Manente

Giouan Battista Prette Sacerdotte Ottimo in belle lettere, e nella speculatiua, e singolare nella Poesia, onde ne fu qui Publico Maestro: Ingegnoso anco in altre uirtú, e particolarmente nel riccamare, e lauorare á figure in Telaro, a uocchia in che pure era Marauiglioso Morse li 9 Agosto 1623 ed’ il publico per gratitudine, e merito delle sue uirtú l’honeró di conuenienti Funerali á spese Publiche il lui Cadauere

Il primo, il prete Giovanni Battista, cultore di letteratura, filosofia (speculativa) e poesia, nonché pubblico maestro di scuola in Quinzano, è marginale alla nostra trattazione. Tuttavia non può sfuggire il rilievo che il biografo dà alla sua singolare vocazione artistica «nel riccamare, e lavorare à figure in Telaro, a vocchia» (forse questa strana parola vorrebbe essere maldestra italianizzazione del dialettale gùcia, ago?). Anche don Gian Battista, dunque, era dedito a una di quelle che oggi si direbbero ‘arti minori’: realizzava arazzi e decorazioni a ricamo. E non sembri strano per un sacerdote un simile passatempo, visto che, dopo tutto, i preti di quei tempi non avevano gran che da fare oltre ad assolvere gli obblighi delle messe, che si esaurivano quasi sempre prima dell’alba. E poi, è altrettanto evidente che proprio la chiesa, per le sue liturgie quotidiane e solenni, era una delle maggiori consumatrici di ricami preziosi, come d’ogni altro genere di opere d’arte e d’artigianato.

 

L’intagliatore Gian Giacomo

Il nostro personaggio di oggi, comunque, è l’intagliatore; e qui vale la pena di rileggere passo passo lo scritto di Gandino: 

Di Giouanni Giacomo Manente

Giouanni Giacomo Manente Fratello del sudetto Arimetico, Agrimensore, e Celebre in Tagliatore di legnami Fra l’altre sue opere qui si vedono l’Ancone di Santo Nicoló, di Santa Anna il Pulpito in questa Parochiale: in Santo Gioseppe L’Ancona della Natiuitá, In Questo Conuento di Santa Maria le Sedie del Coro: ed’ in oriano la Cantoria, e Cassa di quell’organo, e piú altre nel Brisciano, e cremonese etc Fatalmente morse circa li 30 Luglio 1646 interfetto al Ponte della Mella in questa uia di Brescia, mentre ueniua da Bresscia con archibugiata tradito inocentemente. Fu colá asistito per due notti dal suo proprio cagnolino, che seco haueua, e fu sepolto in questo Cemetero qui trasportato in Cassa con honore decente doppo d’esserli dal Paroco di Capriano celebrati li Funerali

Il Mandatario marco d’oriano pochi mesi doppo fu interfetto in horzi Vechij

Gian Giacomo Manente (o forse solo Giacomo, come risulta da altri documenti) era «Arimetico, Agrimensore», dunque di cultura matematica e tecnica, piuttosto che umanistica come il fratello prete; la sua celebrità si deve però all’attività artistica di «in Tagliatore di legnami». A questo punto il cronista ci offre un breve elenco delle realizzazioni a lui note, senza pretendere di esaurire il panorama, e anzi aprendolo a una più estesa area geografica «nel Brisciano, e cremonese etc». I lavori elencati dal biografo sono sei (cinque a Quinzano), quasi tutti purtroppo perduti (l’asterisco indica quelli sopravvissuti): 

1. l’ancona dell’altare di San Nicola, nella chiesa parrocchiale di San Faustino;
2. l’ancona dell’altare di Sant’Anna, in San Faustino (*);
3. il pulpito, in San Faustino;
4. l’ancona dell’altare della Natività, in San Giuseppe (*);
5. gli scranni del coro, in Santa Maria delle Grazie al Convento;
6. la cantoria e la cassa dell’organo, in Oriano.

Circa l’ancona, non più esistente, dell’altare di San Nicola di Bari, possiamo dire che per il momento, tra tutte le opere del nostro intagliatore, è l’unica testimoniata in via diretta dai documenti: ne abbiamo rintracciato infatti l’atto di commissione del 14 novembre 1621. Ma ne parleremo in un prossimo intervento.

 

L’ancona di Sant’Anna

All’altare civico di Sant’Anna nella chiesa parrocchiale abbiamo destinato – qualcuno ricorderà – il nostro ultimo articolo prima delle ferie. È il secondo altare della navata destra, nella campata tra la porta meridionale e l’altare della Madonna. Vi compare il grande ex-voto, dipinto da Gian Giacomo Pasino di Soresina soprannominato Rosignolo, che raffigura il paese di Quinzano protetto dalla Madonna per l’interces­sione di sant’Anna e della beata Stefana Quinzani.

Il recente inventario dei beni artistici ecclesiastici curato dalla diocesi, e per stralci pubblicato dal bollettino parrocchiale La Pieve (cfr. Inventario, 1995), attribuisce la mensa marmorea e l’ancona lignea appunto alla prima metà del secolo xvii. Tuttavia l’autore della scheda insinua che l’ancona potrebbe non essere originale dell’altare, ma riutilizzata da altra destinazione; e lo deduce dalla presenza della «splendida statua del Tobiolo e l’angelo sistemata tra le sezioni spezzate del timpano ricurvo e ribassato», che a suo dire «ben poco si accorda con la titolarità dell’altare», ossia col soggetto del quadro.

Ora, a tutti bene o male sarà noto l’episodio biblico di Tobiolo (dal libro di Tobia, in particolare il cap. 6): il ragazzo compì un lungo viaggio assieme al cagnolino e a un compagno, che egli non sapeva essere l’arcangelo Raffaele; durante una sosta, pescò nel fiume Tigri un grosso pesce e dalle sue viscere trasse, per consiglio dell’angelo, il fiele che avrebbe guarito suo padre Tobi dalla cecità.

L’iconografia di questo passo si presta facilmente a sovrapporsi a quella dell’An­gelo custode, che accompagna l’anima sperduta come un bambino nel lungo e incerto viaggio della vita. Però, sovrapposizioni tradizionali a parte, di norma l’episodio specifico di Tobiolo e Raffaele è caratterizzato nelle raffigurazioni da elementi iconografici quali il pesce anzitutto, e talora il cagnolino, che rimandano con evidenza alle parole del testo biblico. Questi elementi mancano nella scultura sulla sommità del nostro altare, raffigurante solo l’angelo che con la sinistra guida il bambino e con la destra gli addita il cielo.

Basterebbe dunque pensare che il soggetto del gruppo ligneo sia l’Angelo custode, senza ricorrere ad altre più complesse interpretazioni. In tal caso, non ci sarebbero difficoltà a riconoscere una certa coerenza del soggetto della statua con quello della pala, ossia l’intercessione contro il pericolo della peste o il ringraziamento per la cessazione del morbo: infatti, se le sante raffigurate nel quadro (la Madonna, sant’Anna, la beata Stefana) sono protettrici dell’intera comunità quinzanese, l’Angelo è guida individuale di ogni persona, di fronte ai mali dello spirito ma anche del corpo.

Dunque, a meno di altre argomentazioni maggiormente probanti, credo si possa accettare che l’ancona, così come si presenta oggi ai nostri occhi, sia quella originale costruita dal Manente pochi anni dopo il 1630 per l’altare di Sant’Anna.

 

Una strana presenza

Una questione più problematica mi sembra invece la presenza della beata Stefana nel dipinto: l’inventario sopra menzionato (1995, p. 10) ricorda di passaggio che «nel 1630 Stefana de’ Quinzani non era ancor stata innalzata all’onor degli altari, poiché ciò avvenne l’anno 1729 o 1730. Ma era già tale l’alto concetto che i Quinzanesi avevano della santità di Lei che attribuivano anche alla Sua intercessione la liberazione dalla peste».

Intanto va detto che le date 1729-1730 sono quelle dei processi canonici, mentre la beatificazione vera e propria avvenne a opera del pontefice Benedetto xiv il 10 dicembre 1740. Ed è pur vero che il culto della terziaria domenicana è testimoniato fin dagli anni della peste 1630 in Soncino e Orzinuovi, dove nacque visse e morì (cfr. De Micheli, 1930, p. 33). Rimane però il fatto che in Quinzano, coinvolto solo molto più tardi nel culto, non appare documentato il nome della beata negli atti relativi all’altare municipale, e nemmeno in quelli che riguardano la santella dei morti di peste (cfr. L’Araldo, n° 35, ottobre 1996).

Inoltre l’immagine stessa della domenicana nel quadro del Pasino non si può dire non presenti qualche incongruenza nella posizione, nelle dimensioni, persino nella didascalia che appare dipinta su una pietra sotto le sue ginocchia: 

B(eata). STEPHAN(a). QVINCIANA

dove l’epiteto “Beata” non dovrebbe essere molto anteriore al 1740.

Qualcosa in quell’immagine potrebbe essere stato rimaneggiato nel tempo; se non all’atto della stessa beatificazione (1740), forse negli anni dei processi canonici (1729-1730), quando anche la comunità quinzanese appare coinvolta (De Micheli, 1930, p. 33). In questo senso concorderebbe l’impressione che sia stata ritoccata anche la riproduzione della parrocchiale con il campanile, che appaiono perfettamente simili a come sono oggi, mentre sappiamo, almeno per quanto concerne le navate laterali della chiesa rappresentate nel quadro, che non esistevano prima del 1669-1671 (cfr. L’Araldo, n° 40, marzo 1997), e dunque non potevano essere state ritratte dal Pasino, morto circa quarant’anni prima.

Una parola definitiva la potrebbe offrire un corretto restauro dell’opera, accompagnato dalle opportune indagini tecniche e scientifiche che gli strumenti moderni di ricerca consentono. Noi possiamo solo limitarci a suggerire una ipotesi di percorso.

 

Il pulpito in San Faustino

Un altro dei lavori del Manente elencati dal Gandino è il pulpito della parrocchiale. Non c’è bisogno di dimostrare che non si tratta certamente di quello neoclassico di oggi, risalente al 1835 e al disegno dell’architetto Giovanni Cherubini (cfr. Inventario, 1995). (Colgo l’occasione per osservare che le didascalie dell’inventario, almeno così come sono pubblicate di quando in quando dal periodico La Pieve, pare si dimentichino un po’ troppo spesso di menzionare da dove traggono le informazioni storiche e documentarie: quando si dice la scienza infusa!)

L’inventario aggiunge in proposito:

La deliberazione del Consiglio Comunale dell’8 dicembre 1626 – che ho citato anche parlando della nomina d’organista – termina così: “Di più hanno ordinato (i consiglieri) si facciano le portelle della Chiesa ed il Pulpito”.

A parte il fatto che, non essendo l’articolo firmato, non si sa bene chi sia quell’io narrante così dotto, e non si saprebbe nemmeno dove cercare conferma di quella citazione citabile riguardo alla nomina d’organista: misteri della fede... In ogni caso, se la notizia è attendibile, il 1627 dovrebbe essere indicativamente l’anno in cui il pulpito fu realizzato: una data che corrisponde bene con gli estremi noti della attività dello scultore Manente (1621-1646).

Quanto a ricostruire dove potesse essere il pulpito nel secolo xvii, non ci proveremo nemmeno. La chiesa di San Faustino era completamente differente da come la conosciamo, aveva una sola navata probabilmente più corta della attuale, un coro molto ridotto, il numero e la posizione degli altari erano diversi. Non c’è speranza di trarre qualche ipotesi sensata.

 

L’ancona della Natività

Sopravvissuta al corso dei secoli, unica assieme all’ancona di Sant’Anna, è invece la bella e articolata soasa della Natività in San Giuseppe, un piccolo gioiello, che certo pochi quinzanesi avranno mai notato.

Della pala di questo altare, sul lato sinistro della chiesa, altrove (L’Araldo, n° 42, maggio 1997) abbiamo fatto cenno di passaggio, enumerando i dipinti che la critica recente attribuisce al pittore Gian Giacomo Pasino Usignolo, autore pure dell’ex-voto di Sant’Anna. La tela in San Giuseppe raffigura il Natale di Gesù, appunto, con i pastori; accanto, la figura di sant’Antonio abate, rappresentato anche nel medaglione al centro del paliotto marmoreo, ricorda il titolo originario dell’altare.

La cornice lignea che qui ci interessa, piuttosto ampia pur nello spazio concentrato della cappella in cui è collocata, rimanda in parte ai moduli costruttivi e decorativi dell’ancona di Sant’Anna, specialmente nelle semi-colonne laterali decorate da grappoli e tralci di vite. In più aggiunge nella sezione centrale due cariatidi, e negli spazi tra queste e le semi-colonne inserisce due nicchie con statue di santi a tutto tondo: un santo vescovo a sinistra (san Biagio, con lo strumento del suo martirio), e un santo monaco (forse san Nicola da Tolentino) a destra.

Non possiamo non osservare ora come, nella forma più semplice delle semi-colonne attorte di viti, tipica peraltro del primo ‘600, questa tipologia di soasa lignea sia riconoscibile altre volte nelle chiese quinzanesi: si veda, ad esempio, l’ancona del Santo Rosario in San Rocco, che già sappiamo essere stata realizzata nel 1612 da Ludovico Manenti di Gabiano e indorata da Lucio Guadagno tre anni appresso.

Potrebbe essere questa una specie di modello di partenza, dal quale derivarono nei decenni successivi e a opera del prosecutore quinzanese della bottega Manenti, gli altri lavori analoghi. I quali sembrano peraltro concentrarsi nella chiesa di San Giuseppe. Qui, infatti, oltre alla menzionata ancona della Natività, vi sono quella minuscola, quasi in miniatura, del Nome di Gesù (sul lato destro, di fronte alla Natività), e quella grande di San Giuseppe (altare maggiore), che si presentano assai simili e potrebbero riconoscersi della stessa mano.

Il primo altare a destra, invece, dotato di una non disprezzabile pala raffigurante San Francesco in gloria, con i santi Chiara e Antonio di Padova, e devoti religiosi e laici, riconducibile con sicurezza al pennello del pittore quinzanese di adozione Camillo Pellegrino, già noto ai lettori di queste pagine, ha una modesta ancona lignea di stile rococò (metà del ‘700), e verosimilmente proviene dalla chiesa del Convento.

Anche al Convento di Quinzano, comunque, il Manente aveva lasciato testimonianze di sé: a detta del Gandino, infatti, l’artista realizzò «In Questo Convento di Santa Maria le Sedie del Coro». Un’opera che andò distrutta insieme alla chiesa e al complesso monastico dopo la soppressione del primo ‘800.

E perdute sono pure la cantoria e la cassa dell’organo della chiesa, forse la pieve di Santa Maria Assunta, di Oriano, perché quell’edificio fu ristrutturato (o riedificato) in elegante architettura nel secolo xviii, e molti vecchi arredi furono sostituiti da opere contemporanee.

 

La morte dell’artista

Non può non colpire la fine miserevole che toccò al nostro scultore verso il 30 luglio 1646, quando possiamo pensare avesse intorno ai 45-50 anni, se la prima opera che conosciamo di lui appartiene al 1621. Fu assassinato (interfetto) innocente a tradimento con un colpo d’archibugio – scrive Gandino – «l Ponte della Mella in questa via di Brescia, mentre veniva da Bresscia», ossia lungo la strada principale, presso il ponte sul fiume, probabilmente in qualche boscaglia nei pressi di Pontegatello. Un episodio come tanti ne accadevano in quei tempi torbidi e violenti.

Il biografo si sofferma su un particolare di colore quasi classico: il cagnolino che lo accompagnava e che per due notti assiste il padrone agonizzante o già morto, prima che finalmente qualche umano lo ritrovi. Il funerale fu celebrato dal parroco di Capriano, che aveva giurisdizione sul territorio dove era avvenuto l’omicidio. Il feretro fu poi trasportato onorevolmente a Quinzano, il suo paese, e seppellito nel nostro cimitero.

L’ultima postilla è siglata dallo scrivano in due righe di traverso nel margine del foglio: il mandante del delitto, certo Marco d’Oriano (è il cognome, o il luogo di provenienza) fu ammazzato a sua volta poco dopo a Orzivecchi. C’è dunque al mondo una giustizia. E tuttavia questa mesta precisazione rivela che l’assassinio del Manente non era stato un caso fortuito o un incidente, ma una eliminazione intenzionale, voluta da un boss dell’epoca, per ragioni che non conosceremo mai.

 

La bottega dell’artigiano

Prima di chiudere questo studio sull’intagliatore Gian Giacomo Manente, c’è ancora una cosa da dire. Abbiamo parlato più volte di una bottega, lasciando intendere che il Manente fosse il continuatore di una tradizione famigliare iniziata a Gabiano dal ramo della famiglia là residente, e che in Quinzano gestisse un laboratorio dal quale uscivano le opere di cui s’è detto, e tante altre ignote e perdute. E altre ancora se ne potrebbero forse rintracciare nel circondario (una per tutte, a titolo di esempio, potrebbe essere, in San Rocco di Verolavecchia, l’ancona dell’altare di Sant’Antonio di Padova, fondato dal ricco e influente sacerdote locale don Ludovico Firmo intorno alla metà del secolo).

Di questa feconda bottega abbiamo rintracciato un indizio curioso, datato 10 marzo 1637: un contratto di garzonaggio (oggi diremmo di apprendistato), in cui un padre, tale ser Matteo quondam Battista Bletio (Blesio?) di Quinzano, affida a Giacomo quondam Andrea Manente il proprio figlioletto Giovanni Battista «de dargli à servirlo nella sua professione de scolpir et intaliar legnami et far quello gli fa bisogno» per un anno, con un compenso di 20 scudi (82 lire planet) da versare in due rate di sei mesi. Il contratto determina anche i dettagli del rapporto, e le penalità per eventuali inadempienze volontarie o involontarie (con vocaboli che non ci perderemo a spiegare, per non far troppo cattiva figura).

Il bello è che il giovane Gian Battista Bletio apprenderà così bene il mestiere, che sarà in grado poi di proseguire lui stesso l’esercizio dell’intaglio o della decorazione artistica, dopo la morte del suo maestro. In effetti, gli atti economici del comune di Quinzano (Arch. Comunale, reg. 16, passim; cfr. Casanova, 1989) registrano, tra il febbraio 1650 e il maggio 1651, una serie di pagamenti proprio al nome di Giovanni Battista Bletio: una decina di mandati, per circa 260 lire planet, con l’indicazione generica «a conto della pala del organo».

In quel periodo era stato costruito appunto l’organo della chiesa di San Faustino, dalla bottega milanese allora operante in Brescia di Ercole Valvassore. Il fatto che il Bletio sia compensato per “la pala” potrebbe indicare che gli fosse toccato di realizzare il dipinto che decorava l’anta per chiudere la cassa dello strumento. Non mi pare, comunque, di poter escludere che il termine sia usato in un senso non del tutto specifico, e possa quindi alludere a lavori di intaglio oltre che di decorazione pittorica. In ogni caso, non c’è dubbio che quel Bletio sia lo stesso che fu ragazzo di bottega presso il Manente.

 

Una scuola quinzanese di intagliatori?

A questo punto, si delinea una lista di nomi che, con tutte le cautele del caso, saremmo quasi tentati di individuare come una specie di scuola quinzanese dell’inta­glio ligneo e della decorazione.

C’è anzitutto il Ludovico Manente da Gabiano, che opera all’altare del Rosario in San Rocco nel 1612. Poco dopo, nel 1615, sul medesimo altare interviene per la decorazione il quinzanese Lucio Guadagno, che ritroviamo interpellato per una analoga operazione all’altare di San Carlo nel 1616. Tra il 1621 e la morte (1646) il campo è tutto occupato dalla figura significativa e prolifica di Gian Giacomo Manente (forse imparentato col Manente di Gabiano). In seguito alla sua violenta scomparsa, si ritrova attivo un suo allievo, Gian Battista Bletio, in opere se non di intaglio per lo meno di decorazione. E ancora nel 1661 sappiamo che a dorare l’ancona di Sant’An­na nella parrocchiale fu un Lucio Guadagno, forse lo stesso, o forse discendente dell’omonimo indoratore di quarant’anni prima (cfr. L’Araldo, n° 44, luglio 1997).

Se in capo a questa lista aggiungiamo anche il nome di Luca Mombello, pittore di fama e abile decoratore di ancone lignee, che intervenne nel 1587 sull’altare della Concezione in Santa Maria delle Grazie al Convento (cfr. L’Araldo, n° 38, gennaio 1997), abbiamo un panorama dell’artigianato quinzanese del legno che abbraccia quasi un secolo.

 

* * *

Riferimenti bibliografici

Casanova, Tommaso, 1989
“Le vicende storiche dell’organo parrocchiale di Quinzano”, La Pieve, a. XVIII n° 6, pp. 8-14

De Micheli, don Pietro, 1930
La Beata Stefana Quinzani Terziaria Domenicana. Memorie e documenti nel IV centenario della morte, Soncino, 1930, pp. 62

Gandini, Giovanni, Alveario Cronologico, p. 233 [manoscritto di proprietà del Sig. Pierino Gandaglia, Quinzano]

Inventario, 1995
“Altari. Altare di S. Anna. Inventario 4”, La Pieve, a. XXIV n° 5, pp. 10-12

 

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