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Fidarsi delle
parole talvolta è buona cosa, e chiedere di fidarsi non è sempre così
disdicevole. Ma quando si promette, si promette; e alla fine tocca mantenere. E
con piacere manteniamo la parola data al lettore nell’ultimo articolo di luglio,
quello sull’altare di Sant’Anna.
Là avevamo
sbrigativamente concluso, riconoscendo nella bella ancona lignea secentesca
dell’altare comunale la mano di un intagliatore quinzanese: Giovanni Giacomo
Manente, e rimandato ad altro tempo e spazio la documentazione più rigorosa. Ora
dobbiamo, dunque, rendere conto di quella attribuzione.
Naturalmente,
come il lettore non occasionale può già immaginarsi, tale attribuzione non è
frutto di personali elucubrazioni di dotta critica, ma di un vecchio foglio di
vecchia carta vergato di vecchio inchiostro. E altrettanto naturalmente il fido
lettore potrà indovinare da dove provenga l’informazione: dal solito vecchio
manoscritto del medico Giovanni Gandino (e chi, se no?), già da noi tante volte
saccheggiato con curiosità, e tuttavia ancora così pieno di notizie nuove e
inedite.
A Giovanni
Giacomo Manente e a suo fratello Giovanni Battista, personaggi della generazione
a lui anteriore, il Gandino (1645-1720) dedica due delle sue fulminee biografie,
poche righe piene di sugo, che colgono il senso, sia pure piuttosto esteriore,
di una vita. Abbiamo già discorso altre volte sulla attendibilità normalmente
solida delle affermazioni del biografo, che non manca neppure in questo caso di
conferme dirette; per cui diamo per sicuro nell’insieme ciò che egli scrive.
La famiglia Manenti
La famiglia
Manenti, osserva il Gandino (Alveario, p. 232), era antica originaria di
Quinzano, e aveva due diramazioni principali: quella quinzanese appunto, e
quella di Gabbiano (o Gabiano, oggi Borgo San Giacomo). Questa seconda linea
familiare, sempre a detta del biografo, «fu assunta alla Nobiltà di Brescia
con il Cognome De’ Gabbiani, che non è gran tempo che quí s’è estinta».
In realtà, ci è
già capitato un anno fa (L’Araldo, n° 34, settembre 1996) di parlare di
un Ludovico quondam Manento Manenti da Gabiano, anch’egli guarda caso
intagliatore, che il 18 maggio 1612 si accordava con i reggenti della chiesa di
San Rocco in Quinzano per la realizzazione dell’ancona all’altare del Rosario.
All’atto si allegava il disegno (purtroppo perduto) «cum le Colone et
pedestano et Cornisone de ordine Corintio ogni cosa de legno», sottoscritto
dalle parti. Per il lavoro, da compiere entro due mesi, si pattuiva un compenso
complessivo di 150 lire planet.
L’arte della
scultura in legno era dunque una tradizione di famiglia per i Manenti, e non è
ipotesi del tutto azzardata supporre che il nostro Giacomo, la cui prima opera
certa è documentata (come vedremo) nel 1621, potesse aver appreso il mestiere
alla bottega del parente gabianese, che aveva lavorato a San Rocco pochi anni
prima, e forse anche altre volte in Quinzano.
Il Gandino (Alveario,
pp. 232-233) si sofferma più o meno brevemente su sei personaggi della famiglia
Manenti; quelli per noi più interessanti sono comunque i fratelli Gian Battista
e Gian Giacomo (p. 233).
Di Giouanni Battista Manente
Giouan Battista Prette Sacerdotte Ottimo in belle lettere, e nella
speculatiua, e singolare nella Poesia, onde ne fu qui Publico Maestro: Ingegnoso
anco in altre uirtú, e particolarmente nel riccamare, e lauorare á figure in
Telaro, a uocchia in che pure era Marauiglioso Morse li 9 Agosto 1623 ed’ il
publico per gratitudine, e merito delle sue uirtú l’honeró di conuenienti
Funerali á spese Publiche il lui Cadauere
Il primo, il
prete Giovanni Battista, cultore di letteratura, filosofia (speculativa)
e poesia, nonché pubblico maestro di scuola in Quinzano, è marginale alla nostra
trattazione. Tuttavia non può sfuggire il rilievo che il biografo dà alla sua
singolare vocazione artistica «nel riccamare, e lavorare à figure in Telaro,
a vocchia» (forse questa strana parola vorrebbe essere maldestra
italianizzazione del dialettale gùcia, ago?). Anche don Gian Battista,
dunque, era dedito a una di quelle che oggi si direbbero ‘arti minori’:
realizzava arazzi e decorazioni a ricamo. E non sembri strano per un sacerdote
un simile passatempo, visto che, dopo tutto, i preti di quei tempi non avevano
gran che da fare oltre ad assolvere gli obblighi delle messe, che si esaurivano
quasi sempre prima dell’alba. E poi, è altrettanto evidente che proprio la
chiesa, per le sue liturgie quotidiane e solenni, era una delle maggiori
consumatrici di ricami preziosi, come d’ogni altro genere di opere d’arte e
d’artigianato.
L’intagliatore Gian Giacomo
Il nostro
personaggio di oggi, comunque, è l’intagliatore; e qui vale la pena di rileggere
passo passo lo scritto di Gandino:
Di Giouanni Giacomo Manente
Giouanni Giacomo Manente Fratello del sudetto
Arimetico, Agrimensore, e Celebre in Tagliatore di legnami Fra l’altre sue opere
qui si vedono l’Ancone di Santo Nicoló, di Santa Anna il Pulpito
in questa Parochiale: in Santo Gioseppe L’Ancona della Natiuitá,
In Questo Conuento di Santa Maria le Sedie del Coro: ed’ in oriano la
Cantoria, e Cassa di quell’organo, e piú altre nel Brisciano, e cremonese etc
Fatalmente morse circa li 30 Luglio 1646 interfetto al Ponte della Mella in
questa uia di Brescia, mentre ueniua da Bresscia con archibugiata tradito
inocentemente. Fu colá asistito per due notti dal suo proprio
cagnolino, che seco haueua, e fu sepolto in questo Cemetero qui trasportato in
Cassa con honore decente doppo d’esserli dal Paroco di Capriano celebrati
li Funerali
Il Mandatario marco d’oriano pochi mesi doppo fu interfetto in
horzi Vechij
Gian Giacomo
Manente (o forse solo Giacomo, come risulta da altri documenti) era «Arimetico,
Agrimensore», dunque di cultura matematica e tecnica, piuttosto che
umanistica come il fratello prete; la sua celebrità si deve però all’attività
artistica di «in Tagliatore di legnami». A questo punto il cronista ci
offre un breve elenco delle realizzazioni a lui note, senza pretendere di
esaurire il panorama, e anzi aprendolo a una più estesa area geografica «nel
Brisciano, e cremonese etc». I lavori elencati dal biografo sono sei (cinque
a Quinzano), quasi tutti purtroppo perduti (l’asterisco indica quelli
sopravvissuti):
1. l’ancona dell’altare di San Nicola, nella chiesa parrocchiale
di San Faustino;
2. l’ancona dell’altare di Sant’Anna, in San Faustino (*);
3. il pulpito, in San Faustino;
4. l’ancona dell’altare della Natività, in San Giuseppe (*);
5. gli scranni del coro, in Santa Maria delle Grazie al Convento;
6. la cantoria e la cassa dell’organo, in Oriano.
Circa l’ancona,
non più esistente, dell’altare di San Nicola di Bari, possiamo dire che per il
momento, tra tutte le opere del nostro intagliatore, è l’unica testimoniata in
via diretta dai documenti: ne abbiamo rintracciato infatti l’atto di commissione
del 14 novembre 1621. Ma ne parleremo in un prossimo intervento.
L’ancona di Sant’Anna
All’altare
civico di Sant’Anna nella chiesa parrocchiale abbiamo destinato – qualcuno
ricorderà – il nostro ultimo articolo prima delle ferie. È il secondo altare
della navata destra, nella campata tra la porta meridionale e l’altare della
Madonna. Vi compare il grande ex-voto, dipinto da Gian Giacomo Pasino di
Soresina soprannominato Rosignolo, che raffigura il paese di Quinzano protetto
dalla Madonna per l’intercessione di sant’Anna e della beata Stefana Quinzani.
Il recente
inventario dei beni artistici ecclesiastici curato dalla diocesi, e per stralci
pubblicato dal bollettino parrocchiale La Pieve (cfr. Inventario,
1995), attribuisce la mensa marmorea e l’ancona lignea appunto alla prima metà
del secolo xvii. Tuttavia l’autore
della scheda insinua che l’ancona potrebbe non essere originale dell’altare, ma
riutilizzata da altra destinazione; e lo deduce dalla presenza della «splendida
statua del Tobiolo e l’angelo sistemata tra le sezioni spezzate del timpano
ricurvo e ribassato», che a suo dire «ben poco si accorda con la titolarità
dell’altare», ossia col soggetto del quadro.
Ora, a tutti
bene o male sarà noto l’episodio biblico di Tobiolo (dal libro di Tobia,
in particolare il cap. 6): il ragazzo compì un lungo viaggio assieme al
cagnolino e a un compagno, che egli non sapeva essere l’arcangelo Raffaele;
durante una sosta, pescò nel fiume Tigri un grosso pesce e dalle sue viscere
trasse, per consiglio dell’angelo, il fiele che avrebbe guarito suo padre Tobi
dalla cecità.
L’iconografia di
questo passo si presta facilmente a sovrapporsi a quella dell’Angelo custode,
che accompagna l’anima sperduta come un bambino nel lungo e incerto viaggio
della vita. Però, sovrapposizioni tradizionali a parte, di norma l’episodio
specifico di Tobiolo e Raffaele è caratterizzato nelle raffigurazioni da
elementi iconografici quali il pesce anzitutto, e talora il cagnolino, che
rimandano con evidenza alle parole del testo biblico. Questi elementi mancano
nella scultura sulla sommità del nostro altare, raffigurante solo l’angelo che
con la sinistra guida il bambino e con la destra gli addita il cielo.
Basterebbe
dunque pensare che il soggetto del gruppo ligneo sia l’Angelo custode,
senza ricorrere ad altre più complesse interpretazioni. In tal caso, non ci
sarebbero difficoltà a riconoscere una certa coerenza del soggetto della statua
con quello della pala, ossia l’intercessione contro il pericolo della peste o il
ringraziamento per la cessazione del morbo: infatti, se le sante raffigurate nel
quadro (la Madonna, sant’Anna, la beata Stefana) sono protettrici dell’intera
comunità quinzanese, l’Angelo è guida individuale di ogni persona, di fronte ai
mali dello spirito ma anche del corpo.
Dunque, a meno
di altre argomentazioni maggiormente probanti, credo si possa accettare che
l’ancona, così come si presenta oggi ai nostri occhi, sia quella originale
costruita dal Manente pochi anni dopo il 1630 per l’altare di Sant’Anna.
Una strana presenza
Una questione
più problematica mi sembra invece la presenza della beata Stefana nel dipinto:
l’inventario sopra menzionato (1995, p. 10) ricorda di passaggio che «nel 1630
Stefana de’ Quinzani non era ancor stata innalzata all’onor degli altari, poiché
ciò avvenne l’anno 1729 o 1730. Ma era già tale l’alto concetto che i Quinzanesi
avevano della santità di Lei che attribuivano anche alla Sua intercessione la
liberazione dalla peste».
Intanto va detto
che le date 1729-1730 sono quelle dei processi canonici, mentre la
beatificazione vera e propria avvenne a opera del pontefice Benedetto
xiv il 10 dicembre 1740. Ed è pur
vero che il culto della terziaria domenicana è testimoniato fin dagli anni della
peste 1630 in Soncino e Orzinuovi, dove nacque visse e morì (cfr. De Micheli,
1930, p. 33). Rimane però il fatto che in Quinzano, coinvolto solo molto più
tardi nel culto, non appare documentato il nome della beata negli atti relativi
all’altare municipale, e nemmeno in quelli che riguardano la santella dei morti
di peste (cfr. L’Araldo, n° 35, ottobre 1996).
Inoltre
l’immagine stessa della domenicana nel quadro del Pasino non si può dire non
presenti qualche incongruenza nella posizione, nelle dimensioni, persino nella
didascalia che appare dipinta su una pietra sotto le sue ginocchia:
B(eata). STEPHAN(a).
QVINCIANA
dove l’epiteto “Beata”
non dovrebbe essere molto anteriore al 1740.
Qualcosa in
quell’immagine potrebbe essere stato rimaneggiato nel tempo; se non all’atto
della stessa beatificazione (1740), forse negli anni dei processi canonici
(1729-1730), quando anche la comunità quinzanese appare coinvolta (De Micheli,
1930, p. 33). In questo senso concorderebbe l’impressione che sia stata
ritoccata anche la riproduzione della parrocchiale con il campanile, che
appaiono perfettamente simili a come sono oggi, mentre sappiamo, almeno per
quanto concerne le navate laterali della chiesa rappresentate nel quadro, che
non esistevano prima del 1669-1671 (cfr. L’Araldo, n° 40, marzo 1997), e
dunque non potevano essere state ritratte dal Pasino, morto circa quarant’anni
prima.
Una parola
definitiva la potrebbe offrire un corretto restauro dell’opera, accompagnato
dalle opportune indagini tecniche e scientifiche che gli strumenti moderni di
ricerca consentono. Noi possiamo solo limitarci a suggerire una ipotesi di
percorso.
Il pulpito in San Faustino
Un altro dei
lavori del Manente elencati dal Gandino è il pulpito della parrocchiale. Non c’è
bisogno di dimostrare che non si tratta certamente di quello neoclassico di
oggi, risalente al 1835 e al disegno dell’architetto Giovanni Cherubini (cfr.
Inventario, 1995). (Colgo l’occasione per osservare che le didascalie
dell’inventario, almeno così come sono pubblicate di quando in quando dal
periodico La Pieve, pare si dimentichino un po’ troppo spesso di
menzionare da dove traggono le informazioni storiche e documentarie: quando si
dice la scienza infusa!)
L’inventario
aggiunge in proposito:
La deliberazione del Consiglio Comunale dell’8 dicembre 1626 –
che ho citato anche parlando della nomina d’organista – termina così: “Di più
hanno ordinato (i consiglieri) si facciano le portelle della Chiesa ed il
Pulpito”.
A parte il fatto
che, non essendo l’articolo firmato, non si sa bene chi sia quell’io narrante
così dotto, e non si saprebbe nemmeno dove cercare conferma di quella citazione
citabile riguardo alla nomina d’organista: misteri della fede... In ogni caso,
se la notizia è attendibile, il 1627 dovrebbe essere indicativamente l’anno in
cui il pulpito fu realizzato: una data che corrisponde bene con gli estremi noti
della attività dello scultore Manente (1621-1646).
Quanto a
ricostruire dove potesse essere il pulpito nel secolo
xvii, non ci proveremo nemmeno. La
chiesa di San Faustino era completamente differente da come la conosciamo, aveva
una sola navata probabilmente più corta della attuale, un coro molto ridotto, il
numero e la posizione degli altari erano diversi. Non c’è speranza di trarre
qualche ipotesi sensata.
L’ancona della Natività
Sopravvissuta al
corso dei secoli, unica assieme all’ancona di Sant’Anna, è invece la bella e
articolata soasa della Natività in San Giuseppe, un piccolo gioiello, che certo
pochi quinzanesi avranno mai notato.
Della pala di
questo altare, sul lato sinistro della chiesa, altrove (L’Araldo, n° 42,
maggio 1997) abbiamo fatto cenno di passaggio, enumerando i dipinti che la
critica recente attribuisce al pittore Gian Giacomo Pasino Usignolo, autore pure
dell’ex-voto di Sant’Anna. La tela in San Giuseppe raffigura il Natale di Gesù,
appunto, con i pastori; accanto, la figura di sant’Antonio abate, rappresentato
anche nel medaglione al centro del paliotto marmoreo, ricorda il titolo
originario dell’altare.
La cornice
lignea che qui ci interessa, piuttosto ampia pur nello spazio concentrato della
cappella in cui è collocata, rimanda in parte ai moduli costruttivi e decorativi
dell’ancona di Sant’Anna, specialmente nelle semi-colonne laterali decorate da
grappoli e tralci di vite. In più aggiunge nella sezione centrale due cariatidi,
e negli spazi tra queste e le semi-colonne inserisce due nicchie con statue di
santi a tutto tondo: un santo vescovo a sinistra (san Biagio, con lo strumento
del suo martirio), e un santo monaco (forse san Nicola da Tolentino) a destra.
Non possiamo non
osservare ora come, nella forma più semplice delle semi-colonne attorte di viti,
tipica peraltro del primo ‘600, questa tipologia di soasa lignea sia
riconoscibile altre volte nelle chiese quinzanesi: si veda, ad esempio, l’ancona
del Santo Rosario in San Rocco, che già sappiamo essere stata realizzata nel
1612 da Ludovico Manenti di Gabiano e indorata da Lucio Guadagno tre anni
appresso.
Potrebbe essere
questa una specie di modello di partenza, dal quale derivarono nei decenni
successivi e a opera del prosecutore quinzanese della bottega Manenti, gli altri
lavori analoghi. I quali sembrano peraltro concentrarsi nella chiesa di San
Giuseppe. Qui, infatti, oltre alla menzionata ancona della Natività, vi sono
quella minuscola, quasi in miniatura, del Nome di Gesù (sul lato destro, di
fronte alla Natività), e quella grande di San Giuseppe (altare maggiore), che si
presentano assai simili e potrebbero riconoscersi della stessa mano.
Il primo altare
a destra, invece, dotato di una non disprezzabile pala raffigurante San
Francesco in gloria, con i santi Chiara e Antonio di Padova, e devoti religiosi
e laici, riconducibile con sicurezza al pennello del pittore quinzanese di
adozione Camillo Pellegrino, già noto ai lettori di queste pagine, ha una
modesta ancona lignea di stile rococò (metà del ‘700), e verosimilmente proviene
dalla chiesa del Convento.
Anche al
Convento di Quinzano, comunque, il Manente aveva lasciato testimonianze di sé: a
detta del Gandino, infatti, l’artista realizzò «In Questo Convento di Santa
Maria le Sedie del Coro». Un’opera che andò distrutta insieme alla chiesa e
al complesso monastico dopo la soppressione del primo ‘800.
E perdute sono
pure la cantoria e la cassa dell’organo della chiesa, forse la pieve di Santa
Maria Assunta, di Oriano, perché quell’edificio fu ristrutturato (o riedificato)
in elegante architettura nel secolo xviii,
e molti vecchi arredi furono sostituiti da opere contemporanee.
La morte dell’artista
Non può non
colpire la fine miserevole che toccò al nostro scultore verso il 30 luglio 1646,
quando possiamo pensare avesse intorno ai 45-50 anni, se la prima opera che
conosciamo di lui appartiene al 1621. Fu assassinato (interfetto)
innocente a tradimento con un colpo d’archibugio – scrive Gandino – «l Ponte
della Mella in questa via di Brescia, mentre veniva da Bresscia», ossia
lungo la strada principale, presso il ponte sul fiume, probabilmente in qualche
boscaglia nei pressi di Pontegatello. Un episodio come tanti ne accadevano in
quei tempi torbidi e violenti.
Il biografo si
sofferma su un particolare di colore quasi classico: il cagnolino che lo
accompagnava e che per due notti assiste il padrone agonizzante o già morto,
prima che finalmente qualche umano lo ritrovi. Il funerale fu celebrato dal
parroco di Capriano, che aveva giurisdizione sul territorio dove era avvenuto
l’omicidio. Il feretro fu poi trasportato onorevolmente a Quinzano, il suo
paese, e seppellito nel nostro cimitero.
L’ultima
postilla è siglata dallo scrivano in due righe di traverso nel margine del
foglio: il mandante del delitto, certo Marco d’Oriano (è il cognome, o il luogo
di provenienza) fu ammazzato a sua volta poco dopo a Orzivecchi. C’è dunque al
mondo una giustizia. E tuttavia questa mesta precisazione rivela che
l’assassinio del Manente non era stato un caso fortuito o un incidente, ma una
eliminazione intenzionale, voluta da un boss dell’epoca, per ragioni che
non conosceremo mai.
La bottega dell’artigiano
Prima di
chiudere questo studio sull’intagliatore Gian Giacomo Manente, c’è ancora una
cosa da dire. Abbiamo parlato più volte di una bottega, lasciando intendere che
il Manente fosse il continuatore di una tradizione famigliare iniziata a Gabiano
dal ramo della famiglia là residente, e che in Quinzano gestisse un laboratorio
dal quale uscivano le opere di cui s’è detto, e tante altre ignote e perdute. E
altre ancora se ne potrebbero forse rintracciare nel circondario (una per tutte,
a titolo di esempio, potrebbe essere, in San Rocco di Verolavecchia, l’ancona
dell’altare di Sant’Antonio di Padova, fondato dal ricco e influente sacerdote
locale don Ludovico Firmo intorno alla metà del secolo).
Di questa
feconda bottega abbiamo rintracciato un indizio curioso, datato 10 marzo 1637:
un contratto di garzonaggio (oggi diremmo di apprendistato), in cui un padre,
tale ser Matteo quondam Battista Bletio (Blesio?) di Quinzano,
affida a Giacomo quondam Andrea Manente il proprio figlioletto Giovanni
Battista «de dargli à servirlo nella sua professione de scolpir et intaliar
legnami et far quello gli fa bisogno» per un anno, con un compenso di 20
scudi (82 lire planet) da versare in due rate di sei mesi. Il contratto
determina anche i dettagli del rapporto, e le penalità per eventuali
inadempienze volontarie o involontarie (con vocaboli che non ci perderemo a
spiegare, per non far troppo cattiva figura).
Il bello è che
il giovane Gian Battista Bletio apprenderà così bene il mestiere, che
sarà in grado poi di proseguire lui stesso l’esercizio dell’intaglio o della
decorazione artistica, dopo la morte del suo maestro. In effetti, gli atti
economici del comune di Quinzano (Arch. Comunale,
reg. 16, passim; cfr. Casanova, 1989)
registrano, tra il febbraio 1650 e il maggio 1651, una serie di pagamenti
proprio al nome di Giovanni Battista Bletio: una decina di mandati, per
circa 260 lire planet, con l’indicazione generica «a conto della pala
del organo».
In quel periodo
era stato costruito appunto l’organo della chiesa di San Faustino, dalla bottega
milanese allora operante in Brescia di Ercole Valvassore. Il fatto che il
Bletio sia compensato per “la pala” potrebbe indicare che gli fosse
toccato di realizzare il dipinto che decorava l’anta per chiudere la cassa dello
strumento. Non mi pare, comunque, di poter escludere che il termine sia usato in
un senso non del tutto specifico, e possa quindi alludere a lavori di intaglio
oltre che di decorazione pittorica. In ogni caso, non c’è dubbio che quel Bletio
sia lo stesso che fu ragazzo di bottega presso il Manente.
Una scuola quinzanese di intagliatori?
A questo punto,
si delinea una lista di nomi che, con tutte le cautele del caso, saremmo quasi
tentati di individuare come una specie di scuola quinzanese dell’intaglio
ligneo e della decorazione.
C’è anzitutto il
Ludovico Manente da Gabiano, che opera all’altare del Rosario in San Rocco nel
1612. Poco dopo, nel 1615, sul medesimo altare interviene per la decorazione il
quinzanese Lucio Guadagno, che ritroviamo interpellato per una analoga
operazione all’altare di San Carlo nel 1616. Tra il 1621 e la morte (1646) il
campo è tutto occupato dalla figura significativa e prolifica di Gian Giacomo
Manente (forse imparentato col Manente di Gabiano). In seguito alla sua violenta
scomparsa, si ritrova attivo un suo allievo, Gian Battista Bletio, in
opere se non di intaglio per lo meno di decorazione. E ancora nel 1661 sappiamo
che a dorare l’ancona di Sant’Anna nella parrocchiale fu un Lucio Guadagno,
forse lo stesso, o forse discendente dell’omonimo indoratore di quarant’anni
prima (cfr. L’Araldo, n° 44, luglio 1997).
Se in capo a
questa lista aggiungiamo anche il nome di Luca Mombello, pittore di fama e abile
decoratore di ancone lignee, che intervenne nel 1587 sull’altare della
Concezione in Santa Maria delle Grazie al Convento (cfr. L’Araldo, n° 38,
gennaio 1997), abbiamo un panorama dell’artigianato quinzanese del legno che
abbraccia quasi un secolo.
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