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Gran mestiere quello del
notaio. Mestiere nobile e fortunato, e non dico per questioni di vile denaro,
come qualche sprovveduto potrebbe sospettare.
Di Cesare e di Napoleone la
storia ha tramandato le imprese; di Cicerone ha custodito le opere e i pensieri;
di Creso ha celebrato gli affari; di Archimede le scoperte. Dei notai, e pure –
possiamo dirlo – dei loro taciturni scrivani, il tempo ha salvato le pagine e
pagine di tediosi formulari, di inventari, di atti pubblici e privati, distesi
in minuziose calligrafie, o scarabocchiati di geroglifici astrusi, che
sembrerebbero voler imbalsamare al volo quelle parole umane, che sono insieme il
marchio più solido dell’uomo intelligente e il più inconsistente, fratello
gemello del fumo e del rumore, tanto succube del tempo quanto indispensabile per
rigenerare la storia.
Destino generoso, allora,
quello del notaio; ma non per questo privo di una sua raffinata, sottile
crudeltà: nel momento stesso in cui rende eterno (di quell’eternità casuale e
provvisoria che agli uomini può toccare) il gesto della mano sul foglio, e ti
congela lì quasi quasi la persona viva, come se avesse terminato or ora il suo
lavoro e or ora soffiato via la polvere per far seccare l’inchiostro,
lasciandoti qua e là le sue impronte digitali che quasi ti sembra di vederle,
mentre ti compila diligentemente il suo nome e il cognome e i titoli e le
ascendenze famigliari, ti nasconde il suo volto e la sua vita, e tu non sai
nulla più che il nome di colui che ha appena confabulato amabilmente con te
violando una inviolabile barriera di secoli, e nient’altro ti resta di lui se
non la voce stantia dell’inchiostro.
Singolare condanna: vendetta
temibile del tempo che, quando si crede di ingannare la sua sorveglianza
varcando il limite da lui posto, immobilizza per sempre in una condizione né di
qua né di là, con una mano nel mondo e l’altra nella fossa; e così fin che dura
la memoria.
Notaio e cancelliere
Qualche volta qualche
privilegiato riesce, almeno in parte, ad imbrogliare la sentinella in agguato, e
lascia di sé un segno un po’ meno evanescente; ma è un caso imponderabile – se
si potesse – più di un buon colpaccio alla lotteria.
Qualcosa di simile dev’essere
capitato al notaio Scipione Gandino (1559-1638), di cui abbiamo fatto la
conoscenza il mese scorso grazie al contratto da lui stilato nel 1618 per gli
affreschi del pittore Pasino nella chiesa di San Rocco in Quinzano.
Il notaio Gandino era una
personalità di rilievo all’epoca in paese, godeva di una clientela ampia e
qualificata sia tra i privati che tra le confraternite e le associazioni
religiose, e fu per lungo tempo autorevole funzionario dell’amministrazione
pubblica. Della sua attività civica rimangono ampie testimonianze nei preziosi
registri dell’archivio storico del nostro comune (forse non tutti sanno che è
uno dei più ricchi e antichi della Bassa, benché sia da tempo in condizioni
quanto meno precarie di conservazione e di disordine). Le copie, poi, degli atti
privati da lui rogati nel corso della sua invidiabile carriera (1583-1638), il
suo archivio professionale insomma, sono oggi raccolte presso l’Archivio di
Stato di Brescia, nel fondo denominato Notarile Brescia, in sei faldoni o
filze (ai numeri 4637-4642). Sono per lo più contratti di compravendita
di beni immobili, affittanze, doti di giovani spose, testamenti, permute,
divisioni di beni, censi e livelli (particolari forme di affittanza agricola in
uso fino al secolo XVIII); in qualche caso si trovano anche contratti relativi
ad edifici pubblici, a chiese, o commissioni di opere artistiche, ma sono – come
al solito – casi rari.
Se fosse tutto qui, non si
vedrebbe tuttavia perché mai la sorte di Scipione Gandino dovrebbe essere così
diversa da quella dei suoi numerosissimi e certo non meno bravi colleghi
contemporanei.
Un nipote biografo
La sua buona ventura fu di
avere un nipote: Giovanni (1645-1720), figlio di suo figlio Francesco
(1606-1652), appassionato di storia locale e di biografie, e con molto tempo
libero. Giovanni, dopo aver esercitato a lungo e con successo la professione
medica, fu colpito da una grave affezione agli occhi che, anche per
l’incompetenza del maldestro collega che lo operò, lo rese del tutto cieco.
Superata l’angoscia dei primi momenti, cercò di ridare un senso alla sua
esistenza, dedicandosi a quella che era stata da sempre la sua passione: narrare
dei personaggi più o meno illustri che le sue intense relazioni sociali gli
avevano dato modo di conoscere, o di cui aveva letto o sentito parlare dai più
anziani. Con l’aiuto di alcuni collaboratori, riuscì dunque a recuperare vecchi
appunti, documenti preziosi, piccoli ritratti abbozzati, e li fece compilare –
non molto ordinatamente, a dire il vero – integrandoli con nuovi personaggi e
nuove storie, in un grosso registro.
Nel 1908 il manoscritto (che
Bassini chiama Alveario Cronologico, mentre secondo Nember,
che l’ebbe tra le mani per le sue ricerche biografiche verso la fine del ‘700,
si intitolerebbe Giardino de’ Letterati di Quinzano), era già piuttosto
malandato, ed era in possesso di don Pietro Gandini, discendente della famiglia;
oggi – pur mutilo delle prime 68 pagine – è conservato con cura e passione dal
signor Pierino Gandaglia, che ci ha gentilmente concesso di consultarlo.
Di questa ampia e composita
raccolta di appunti, redatta da diverse mani in differenti epoche nei primi anni
del secolo XVIII (le date segnate dagli scrivani sono comprese tra il 1702 e il
1750, ma è possibile che alcuni dei testi non datati siano anteriori), avremo
modo di parlare più compiutamente in altra occasione; qui basti considerare che,
tra le numerose famiglie quinzanesi di cui il medico rievocava vicende e
personaggi, non poteva certo mancare la sua, con particolare riguardo per il
nonno, cui destina le pagine 433-436.
È questa breve biografia, un
po’ gonfia ed encomiastica forse, ma non più di molte altre contenute nel
vecchio zibaldone, che vogliamo illustrare ai lettori, per delineare più da
vicino l’immagine del notaio che ci ha permesso di conoscere, attraverso i suoi
rogiti scrupolosamente conservati, alcune tappe importanti della cultura e
dell’arte nel nostro borgo durante il secolo XVII.
Uomo esemplare
In poco più di tre paginette il
nipote (che non poteva aver conosciuto il nonno se non di fama, essendo nato
soltanto nel 1645, ossia sette anni dopo la sua morte) delinea, nel suo consueto
stile ora ruvido ora untuoso, un profilo professionale e morale piuttosto
interessante di Scipione, che lui chiama pomposamente Lucio Scipione
nell’eco di antiche reminiscenze classiche. Ne emerge la figura di un
personaggio austero nelle convinzioni e negli atteggiamenti, saldamente legato
alla tradizione di una dignità tanto esteriormente manifesta quanto radicata
nell’intimo, umanissimo nelle sue qualità civiche e nelle relazioni sociali, e
sinceramente dedito alle devozioni religiose.
L’ascendenza per parte materna
dal domenicano arcivescovo di Sorrento Giulio Pavesi, senza dubbio il più
illustre tra i non pochi ecclesiastici di origine quinzanese di tutti i tempi,
lo colloca subito in una condizione distinta nell’ambito della religione. E il
nipote insiste sulla assiduità del nonno in fatto di letture bibliche e
patristiche, e sulla sua singolare predisposizione a farne partecipi gli altri:
un catechista nato. In questo medesimo programma educativo si può interpretare
ancora la sua spiccata devozione per i defunti, che non gli faceva perdere un
funerale, per quanto povero, sempre nell’intento di confortare le famiglie
addolorate con il soccorso della pietà e della speranza evangelica. Inconsueta
era pure la sua abitudine di recitare «l’Oficio grande de Preti», la
preghiera salmodica quotidiana del clero, che all’epoca era particolarmente
lunga e complessa, certo non alla portata di tutti i laici, quando talvolta non
lo era nemmeno di tutti i preti.
Intellettuale illuminato
Aspetto complementare della
personalità di Scipione era quello relativo alla cultura letteraria e giuridica,
che costituiva la base della sua professione. La biografia annota che i suoi
studi si incentrarono sulle «Leggi Canoniche, civili, municipali e
specialmente delle Ragioni della Comunita». Era dunque laureato in entrambe
le leggi, come si diceva allora, ossia nelle leggi ecclesiastiche e civili, con
specializzazione nella legislazione municipale e comunale: ciò spiega la sua
carriera di «Canceliero Ordinario della Comunità», oggi diremmo
“segretario comunale”. Ad un certo punto fu, persino, «desiderato dal
spetabile Territorio di Brescia», gli fu cioè proposto un autorevole impiego
alle dipendenze del governo cittadino nella amministrazione della zona rurale
sottoposta a Brescia. Rinunciò al prestigioso incarico per amore del suo paese e
della famiglia, oltre che per provvedere direttamente alla gestione dei suoi
beni, come testimoniano parecchi documenti relativi a compravendite e
transazioni commerciali a suo nome tra le carte di altri notai quinzanesi
contemporanei.
La professione principale fu,
comunque, per lui il notariato, che esercitò a partire dal 1583: il primo atto
conservato tra i suoi documenti all’Archivio di Stato di Brescia (filza
4642) è la bella pergamena con cui, dopo un periodo di tirocinio presso un
collega, gli viene ufficialmente attribuito il cosiddetto tabellionato,
ossia il diritto di esercitare la professione di notaio, e il relativo simbolo
grafico con le iniziali “S. G.”, anch’esso chiamato tabellionato,
per marcare i propri rogiti. Esercitò quindi fino alla morte, per oltre 55 anni,
in paese e nei dintorni, specialmente come cancelliere (segretario) «di
queste Scole», ossia delle associazioni religiose di Quinzano, per le quali
produsse diversi tra i documenti che ce l’hanno reso noto e che ne fanno una
delle principali fonti documentarie per la nostra storia locale di quegli anni.
Lo ‘stramazzo’ di san Carlo
Da buon biografo, il nipote
medico non trascura di appuntare alcuni episodi, che per lui in qualche modo
inquadrano la cifra morale del personaggio, mentre a noi aprono uno spiraglio
vivace sul clima sociale e civile che aleggiava in quell’epoca, così lontana da
noi e così carica di profonde inquietudini e di diffusa violenza.
L’esperienza più memorabile – a
dire del biografo – l’evento che segnò l’esistenza intera di Scipione e della
sua famiglia dopo di lui, fu senz’altro il fatto di aver avuto, non più che
ventunenne, «l’honore di complimentare a nome della Patria Santo Carlo
Boromeo Arcivescovo di Milano, quando Quì venne a fare la sua Apostolica Visita»
la sera del 29 giugno 1580. Non solo; egli godette addirittura il privilegio di
ricevere dalle mani del cardinale la comunione, e fornì gli arredi per la camera
nella quale il santo riposò durante il suo soggiorno in Quinzano. La camera era
nella residenza del parroco don Fabiano Gavazzone, nel luogo dove un tempo
sorgeva la casa del poeta Gian Francesco Quinziano Stoa, mentre al tempo del
medico Gandino vi aveva sede il convento delle suore Dimesse; l’edificio è lo
stesso che oggi, dopo alterne vicende, ospita le scuole medie. Fa sorridere,
nella suo ingenuo candore, il cenno risentito allo “stramazzo” sul quale
dormì san Carlo, conservato con indicibile devozione dalla famiglia ancora dopo
oltre cent’anni, come una straordinaria e preziosissima reliquia. Il biografo
non perde occasione di celebrarlo più volte con scrupolo nel suo manoscritto: se
avesse potuto, credo ne avrebbe fatto lo stemma del suo casato.
Contrappunto civile – per così
dire – alla sacra ospitalità offerta al Borromeo, è l’episodio della principesca
accoglienza nel 1592, sempre per conto del comune quinzanese, al nobile
Benedetto Moro, capitano generale di Brescia, con il suo seguito d’una
cinquantina di persone, e quasi altrettante della deputazione locale, in una
cornice di spagnoleggiante fastosità, e senza badare a sperperi di luminarie e
cibo, a testimonianza di una dignità formale che era qualità imprescindibile
dell’uomo civile nell’età barocca.
Un caso di racket
La vicenda che, però, mi pare
più interessante, per il suo valore di documento di una mentalità che potrebbe
apparirci lontana, eppure non è del tutto estranea al nostro modo attuale di
intessere i rapporti sociali, è quella – per la verità raccontata in maniera non
proprio limpidissima – della «Ciurma de Banditi Scelerati». Il fatto
serve al biografo per documentare la «notabile intrepidezza del Animo suo
mostrata nelle Cose averse» e, dietro il linguaggio moraleggiante, sembra
alludere ad un episodio di estorsione, oggi diremmo di racket, ai danni
dell’azienda agricola di un figlio di Scipione, forse appunto il padre di
Giovanni.
Il ricatto si manifesta nei
confronti dei «massari de beni della Casa», cioè gli amministratori dei
fondi della famiglia, con minacce di ritorsioni contro le bestie di loro
proprietà («taliare li piedi ai loro Bovi et ogni loro Armento») nel caso
che i massari avessero osato continuare a prestare il loro servizio al
padrone. L’intento era quello di «por l’Assedio alla Casa», di imporre un
blocco delle attività in cambio – si può supporre – del pagamento di una congrua
tangente. Non mi sembrerebbe improprio definirla una intimidazione mafiosa in
piena regola, nel segno della diffusa violenza pubblica e privata, spesso
addirittura istituzionalizzata, che caratterizzava quel secolo, per altri versi
così colto e sensibile (non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole).
La reazione dei Gandino alla
grave provocazione appare ispirata alla saggezza del capo famiglia: si decise di
soprassedere momentaneamente ai lavori agricoli, dirottando le maestranze in
altre proprietà, con l’intento però che il lavoro forzosamente prestatovi per
qualche tempo dovesse essere restituito al momento opportuno dai dipendenti
delle altre aziende. Si organizzò, quindi, un ritorno in massa dei lavoranti nel
podere minacciato, con il sostegno dei colleghi dei fondi vicini, verosimilmente
minacciati di analogo ricatto. Tra gli operai alcuni dovevano occuparsi dei
lavori, altri erano opportunamente armati per la eventuale difesa dagli
aggressori. Non mancò chi si offrisse di togliere di mezzo il capo banda in
cambio di una ricompensa neanche troppo esosa, ma la civiltà e lo spirito
cristiano del notaio Scipione impedì di perpetrare un delitto, sia pure mirato
ad evitarne un altro più grave. E la fiducia nella volontà riparatrice
dell’Onnipotente non fu vana, visto che ben presto scoppiarono rivalità tra i
banditi, in seguito alle quali il capo restò ucciso insieme ad altri compagnoni,
mentre i sopravvissuti, sbandati e senza guida, «in breve tempo passarano
sventurati a finire le loro vite su le Forche».
La vita dignitosa e giusta del
nostro protagonista si chiuse poco prima degli 80 anni (il «sopra li 80»
del manoscritto deve significare “circa”, poiché li avrebbe compiuti dopo meno
di tre mesi), il giorno di San Martino. Il devoto biografo gli attribuisce qui
meritatamente due forme – diciamo così – di immortalità: nell’ambito famigliare
e in quello sociale, che erano stati i campi dell’impegno più generoso e
convinto del vecchio notaio. L’immortalità famigliare fu per lui la numerosa
prole di tre figli religiosi, due figlie maritate ed un figlio che, ammogliato
secondo il perfetto gradimento del padre, gli diede la continuità del nome
attraverso i nipoti; l’immortalità sociale è incarnata nelle «trei Croci
d’Oliva Benedetta» che Scipione, quale sovrintendente del comune alla
costruzione della nuova torre di San Faustino, depose con le sue stesse mani
nelle fondamenta alla posa della prima pietra.
Ma la vera eternità, nel limite
che all’uomo è consentito dalla sorte, il notaio Scipione Gandino la ebbe dalle
carte dei suoi rogiti e soprattutto dalla pagina stinta, stentatamente dettata
dal nipote ormai vecchio e cieco allo scrivano: quella pagina che oggi noi
leggiamo e che lo fa un poco nostro contemporaneo, se non nella esperienza della
vita, almeno nella nostra curiosità.
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