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Erano mesi (o forse anni, chi
si ricorda più) che non usciva un articolo su Quinzano nel Giornale di
Brescia. Finalmente venerdi 6 giugno a pagina 13 un trafiletto sulle
iniziative estive della Biblioteca comunale, a firma “G.M.A.” (Gian Mario
Andrico, suppongo). Niente da dire sulle preziose proposte della Biblioteca. E
tanto meno sulle meritorie intenzioni dell’assessore a far sì che «la biblioteca
penetri con metodo e, perché no, in maniera iterata in ogni ambito: nelle
strade, dentro ai bar, sulle piazze», con l’ambizione di divenire «il pane
quotidiano dei più giovani e ricettivi spiriti» (sarebbe già tanto se un po’ di
cultura “penetrasse” nelle sedi appropriate, ma non siamo pignoli).
La sferzata più acida
l’articolista la dà tra parentesi, quasi in esordio: «Sono in molti – secondo
lui – a chiedersi perché questa borgata sia un po’ lenta nel proporre e
alimentare cultura». Un eufemismo. E poi, dove saranno mai quei “molti” che se
lo chiedono: probabilmente non a Quinzano, per quel che mi risulta.
Certo l’affermazione del
Giornale di Brescia non è gratuita. E, del resto, anche il semplice porre
una domanda sulla qualità, l’intensità, lo spazio della cultura a Quinzano
dimostra l’aspettativa che si ha all’esterno nei confronti del nostro paese. È
probabilmente una attesa che deriva da una discreta conoscenza, non tanto delle
persone forse, ma degli ambienti quinzanesi dove la cultura ha lasciato nel
tempo la sua impronta; e da una sensazione più o meno fondata del ruolo che
Quinzano ha rivestito nella storia passata della Bassa, tanto sul piano
politico, sociale, economico, quanto su quello del pensiero e della creatività,
sia al proprio interno che in proiezione verso il mondo di fuori. Insomma: un
ruolo storico cui stiamo venendo decisamente meno, e – guarda caso – proprio in
tempi di schiamazzate rivendicazioni delle autonomie locali. Come se la
dimensione della cultura non fosse quella che giustifica ogni altra forma di
identificazione di una comunità.
Tra i segnali di questo
degrado, almeno tra i più vistosi, potremmo metterci anche quella sistematica
assenza dai mezzi di comunicazione di cui si parlava all’inizio. In un mondo,
come si usa dire oggi, dalle coordinate sempre più virtuali, esiste soltanto chi
sa far sapere che esiste, e il resto scompare.
Visibile e invisibile
Rimanendo al nostro piccolo
territorio e all’esempio del Giornale di Brescia, c’è stato un tempo in
cui Quinzano aveva il suo bravo corrispondente, e ogni tanto (in qualche periodo
di effervescenza ogni poco) il suo bravo trafiletto nelle cronache della Bassa.
Oggi ci sono paesi, non molto distanti né molto diversi dal nostro, che occupano
quotidianamente almeno mezza pagina; altri che compaiono due o tre volte la
settimana; altri ancora che di quando in quando guadagnano l’onore della stampa
perché è uscito il bollettino locale, o perché un amatore ha esposto quattro
fotocopie, o perché spolverando un quadro si è rinvenuta una firma di fine ‘800.
Non per dire, ma in queste
stesse righe, da qualche mese in qua, si sono attribuiti, quasi sempre con buona
certezza, due cicli di affreschi del ‘600, oltre una decina di dipinti dei
secoli xvi-xviii ancora esistenti,
due ancone lignee d’altare, e poi si sono offerte nuove notizie sull’organo di
San Rocco, sulla chiesa parrocchiale, su antichi notabili del paese, persino
sulla nascita quinzanese di uno dei più fecondi operisti italiani del ‘600.
Risultato: meno che zero.
Le autorità, che avrebbero come
compito anche quello di custodire e magari promuovere l’immagine del paese, sono
probabilmente affaccendate in altre faccende, senza dubbio più importanti, come
per esempio «regalare momenti di fattiva riflessione e offrire strumenti che
siano in grado di fornire risposte culturali», allo scopo di rendersi presenti
«là dove, di solito, si parla di tutto meno che di quanto sia bello leggere un
libro» (parola d’assessore).
Per carità, non vorrei dar
l’impressione di smaniare per un paio di righe in cronaca di costume. Non è
scritto da nessuna parte che un paese deve avere sui giornali uno spazio
proporzionale al suo rilievo nella provincia (ci mancherebbe la par condicio
anche qui dentro), o addirittura uno spazio comunque sia. Ciò non toglie che
l’invisibilità di Quinzano è equivalente alla sua inconsistenza civile e
culturale ai nostri giorni.
Questa considerazione, se da un
lato fa salvo il principio di giustizia distributiva (al nulla, tocca il nulla),
dall’altro dovrebbe far riflettere almeno «i più giovani e ricettivi spiriti».
Questione di immagine
E allora proviamo a riflettere.
L’immagine che noi diamo di noi stessi non è meno importante di quello che noi
siamo, non tanto perché dovremmo apparire diversi dalla nostra realtà vera,
quanto piuttosto perché non è giusto mostrarsi agli occhi degli altri per meno
di ciò che si è e si vale. In altre parole, se il nostro paese (per mero
esempio) possiede un passato dignitoso e un presente inerte, non è giusto che si
metta in mostra sfoggiando odierne glorie inesistenti, ma non è altrettanto
giusto che si dimentichi di valorizzare meglio che può tutto quanto è
valorizzabile nella sua storia remota e recente.
Del resto, nell’era
dell’informazione dilagante, non conta ciò che si è, ma come ci si vende
(scusate la schiettezza); e chi non sa vendersi bene (nel senso della
valorizzazione dei pregi reali, non della mistificazione – lo ribadisco) è
annientato, cancellato.
Come si fa, dunque, a vendersi
bene? Mi limiterò al campo umanistico, che è il mio, così non offendo nessuno.
Anzitutto bisognerebbe smetterla di dare dell’ignorante alla gente, o di
considerarla tale: la gente non va alle mostre, ai concerti, alle presentazioni
dei libri, alle conferenze, perché non è stata abituata, educata a farlo; e non
è stata abituata perché mostre concerti e conferenze di solito non ci sono. E
non si dica che, quando li abbiamo fatti, non è venuto nessuno, perché
un’iniziativa sporadica, anche con gran dispiego di mezzi e energie, non
costruisce una abitudine culturale, che invece va creata col tempo e la
costanza.
Ma tempo e costanza sono
elementi che appartengono a un progetto culturale. E un progetto culturale è
parte essenziale e frutto di un progetto politico, inteso come programma di
ampio respiro, elaborato sulle caratteristiche autentiche di una comunità, per
promuoverne le qualità e potenzialità positive, rimediando insieme ai suoi
eventuali difetti. Naturalmente, come il lettore avrà intuito, quando parlo di
progetto politico non penso solo all’ambito strettamente connesso con la
pubblica amministrazione, ma a tutti gli ambienti che in qualche modo sono
preposti a pensare e attuare progetti di un certo respiro sociale in un paese:
la biblioteca, la scuola, i gruppi di volontariato sociale e culturale, la
parrocchia.
Un restauro in metafora
Faccio un esempio (ancora un
mero esempio). Quando si vuol restaurare un quadro, si può procedere in modi
diversi: si può passarci sopra alla bell’e meglio una spugna bagnata; si può
farlo ridipingere in fretta per ravvivarne i colori; oppure affidarlo ad un
restauratore competente, ma poi ricollocarlo nelle medesime condizioni che
avevano prodotto il degrado; oppure ancora progettare un organico intervento di
recupero, che preveda un ripristino perfetto del dipinto, ma anche una
sistemazione adeguata e un controllo assiduo e scrupoloso del suo stato nel
tempo. Ognuno di questi interventi rivela un atteggiamento differente di fronte
al problema, che muove da intendimenti diversi, finalità diverse, e da una
diversa capacità di leggere e interpretare il mondo in cui si vive.
La fretta e la superficialità
rivelano un profondo disinteresse per l’oggetto che si ha in cura: non importa
che fine farà nel prossimo futuro; non importa se l’intervento, dietro una
patina di rinfrescatura, ha fondamentalmente compromesso l’opera d’arte;
l’importante è quello che si vede adesso, salvarsi la faccia e coprirsi le
spalle, guadagnarsi a buon prezzo un consenso pubblico che garantisce una fetta
di potere, o la tranquillità di poterlo esercitare senza renderne conto. Allora
l’opera d’arte o, fuori di metafora, la storia della comunità, la sua vita,
diventa non più la finalità dell’impegno comune, ma lo strumento del successo di
un individuo o di un gruppo, il gradino su cui arrampicarsi per arrivare due
dita sopra gli altri.
Un buon restauro, al contrario,
è lavoro di fatica e di pazienza, che non paga nell’immediato, e talora nemmeno
nel progredire del tempo. Occorre anzitutto avere una visione chiara d’insieme
dell’ambiente in cui l’opera si trova; occorre sentirla come cosa propria, come
parte di sé, non come merce di scambio. Il compito di rimediare tecnicamente
agli sfregi del tempo tocca naturalmente agli esperti, a chi lo sa fare bene; ma
dare un senso a questo operare è compito di tutti, e quindi in particolare di
chi, rappresentandoci, ci deve rappresentare anche in questa ricerca del senso,
e magari deve aiutarci e fornirci gli strumenti adeguati, se questo senso
dell’operare non siamo in grado di scoprirlo da soli.
Alla ricerca di un senso
E il senso di un’opera d’arte è
quello di essere un frammento vivo in un mondo di persone vive. Se dunque
un’opera d’arte è viva, non si può pensare che, rimpinzata una volta per tutte,
non abbia più bisogno di cure e di attenzioni: sarebbe come ingozzare ben bene
un bambino, per poi lasciarlo a digiuno, perché tanto ha mangiato per un po’.
Sembra una barzelletta, eppure è quello che succede di norma quando si
interviene sulle memorie del passato senza un piano dotato di senso.
Tanto rumore per una scoperta,
una ristrutturazione, un restauro; trombe e timpani per celebrare le personalità
che han messo mano a tanta e tale impresa (di solito con soldi non loro, ma
questa è una malignità); per poi lasciare che tutto vada di nuovo a catafascio,
e questa volta per sempre. A quel punto, tanto valeva lasciare tutto nascosto,
visto che così si era conservato fino ai nostri giorni, e dunque così poteva
conservarsi per altrettanto tempo, fino a trovare una civiltà un po’ più sensata
della nostra.
Però, pensare a un
atteggiamento – diciamo così – di restauro permanente, a una attenzione
quotidiana per le condizioni dei nostri oggetti culturali, mi verrebbe da dire
per il loro benessere, allo scrupolo di creargli intorno un ambiente
vivace di interesse oltre che sano di strutture, vuol dire ripensare un progetto
di storia a piccoli passi momentaneamente poco vistosi, programmare tempi troppo
lunghi per i velocisti dal fiato corto, dirottare i fitti rivoli dei bilanci in
uno stillicidio che non premia con soddisfazioni immediate: meglio centinaia di
milioni tutti in un colpo che pochi spiccioli un anno dopo l’altro: se no, come
si fa a farsi un nome che duri.
Poi, se sono abili, trovano
sempre il modo di convincerti che non si poteva diversamente; e, se si poteva,
non ne valeva comunque la pena; e, se ne valeva la pena, chi comanda alla fine
non sei tu. E noi zitti, per amor di tranquillità. E intanto il tempo passa e il
degrado si fa irreversibile.
Cronaca di una scazzottata
Ora bisogna però sollevare un
po’ l’umore, dopo discorsi così seriosi.
Abbiamo parlato di cronaca e di
classi dirigenti dei piccoli centri. Non c’erano un tempo giornali che
diffondessero capillarmente la cronaca locale, ma episodi curiosi non ne
mancavano. Il fatto è che le modeste vicende di paese rimanevano confinate ai
testimoni diretti e ai pettegolezzi dei curiosi. A meno che non riguardassero
persone, non dico di alto rango, ma appartenenti alle classi sociali dominanti:
la nobiltà, il clero, la ricca borghesia. In questi casi si avevano strascichi
disciplinari o addirittura giudiziari che, a seconda del peso effettivo nella
comunità dei protagonisti e dei loro protettori, potevano raggiungere le stanze
del vero potere. A queste trame di protezioni eccellenti dobbiamo la notizia
degli episodi che narreremo brevemente.
I documenti che presentiamo
sono due lettere dell’arciprete di Quinzano don Apollonio Busi (1738-1772) al
vicario generale del vescovo di Brescia, datate 16 e 18 marzo 1742. Sono
conservate all’Archivio Vescovile di Brescia, in un fascicolo intestato alla
parrocchia di Quinzano: fonte al di sopra di ogni sospetto.
Con la prima lettera, piuttosto
enigmatica, l’arciprete previene il vicario vescovile circa la denuncia di un
certo parrocchiano Andrea Manente, per un «un accidente avvenutogli ieri con
un Sacerdote di questa Terra», di nome don Pietro Cominetti. Il parroco
avverte che il Cominetti è l’offeso, decanta le sue esemplari qualità e insinua
che «s’è dovuto difendere».
Le informazioni più dettagliate
sul misfatto le abbiamo però dalla seconda lettera, di due giorni posteriore.
L’arciprete esordisce giustificando il suo silenzio sulla vicenda nella
comunicazione precedente, perché a suo parere il caso era palese, a dire dello
stesso incriminato Manente. Questi tuttavia doveva aver deplorevolmente falsato
il racconto delle responsabilità nel suo colloquio con il vicario generale:
dunque necessitava un chiarimento, che don Apollonio delinea sulla base del
racconto di tre testimoni «tra quali v’è un Frate», presumibilmente del
Convento di Quinzano.
A questo punto inizia una
deliziosa narrazione, rapida e vivace, con tanto di fulminee battute di dialogo
(le virgolette nell’originale non ci sono: qui le abbiamo inserite noi, per
facilitare al lettore la comprensione). Non aggiungeremo nulla alle parole del
Busi, tranne poche indicazioni: “Padre” è il frate, poi anche testimone;
“il religioso” è evidentemente il Cominetti; “il secolare” infine
è il Manente, affittuale (massaro) dei beni su cui correva il sentiero
privato percorso dal prete in compagnia dell’anonimo frate; il “tabarro”
che impicciò le mani al prete è il suo mantello.
Naturalmente lo zelante
arciprete conclude la sua relazione con un giudizio non troppo lusinghiero per
il Manente, mentre il freddo complimento riservato al Cominetti e alla sua
volontà di perdono sembra adombrare sotto sotto una solenne tirata d’orecchi per
l’incauto e manesco sacerdote.
Corsi e ricorsi storici
Chi credesse che questo
episodio fosse un caso davvero straordinario, si ricrederà sapendo che lo stesso
faldone del medesimo Archivio Vescovile conserva un altro documento, questa
volta del gennaio 1666, riferito a un caso non molto dissimile.
È un foglio contenente
anzitutto in lingua italiana la descrizione dell’episodio increscioso, che ha
per protagonisti da una parte il nobile bresciano Ottavio Provaglio, feudatario
di Monticelli d’Oglio, e dall’altra il prete quinzanese don Giovanni Battista
Bertola. Ecco il testo, indirizzato presumibilmente anch’esso al vicario
generale vescovile di allora:
Illustrissimo e Reuerendissimo Signore
Il Signor Ottavio Provaglio, gentil huomo bresciano, haveva
disgusto col Reverendo Don Giovanni Battista Bertola, da Quinzano, Prete della
Diocesi di Brescia. Detto Don Giovanni Battista fece passar officio col signor
Provaglio, il quale non si acquietò pienamente, ma rispose à chi lo passò, che,
essendo il Bertola sacerdote, non l’haverebbe offeso, ma che dovesse stargli
fuori de gli occhi. Alli 28 di Decembre, passato, festa de gl’Innocenti, mentre
il signor Provaglio era nella Terra di Monticelli, si partì dalla sua Casa, et
andò nella vicina del Reverendo Curato di quel luogo. Dopo sovragiunse il
Reverendo Bertola, armato d’arcobugio. Havendolo veduto il signor Provaglio,
uscì, commosso [= scosso, adirato] dalla Casa del Curato, e diede ordine
à suoi huomini, che, uscito che fosse il Reverendo Bertola gli levassero l’arcobugio,
e glie lo rompessero sopra la testa, ma incontratosi prima nel signor Ottavio,
esso Signore lo assalì, gli tirò un pugno, che lo fece cader in terra, et urtar
in un muro, onde alquanto si ruppe la testa, e gli diede anche due, ò tre
pezzate. Pentito il Signor Ottavio di quanto ha commesso, et essendo seguito
l’aggiustamento col Reverendo supplica humilmente Vostra Signoria Illustrissima
dell’ Assolutione pronto etc alla qual etc
Auguste protezioni
Qui non si tratta solo di mani
e di pertiche, ma di “arcobugi”: e non è cosa da poco che all’epoca ci
fossero pretini di campagna che giravano con lo schioppo a tracolla, e con
intenzioni non propriamente caritatevoli. Buon per lui che il signor Provaglio
si accontentò di mollargli un pugno solenne e «due, ò tre pezzate» (pesàde
in italiano, naturalmente). È abbastanza intuibile la causa remota, benché
generica, del contendere: tra i due covava un inveterato “disgusto”, una
discordia; non è invece chiaro il movente particolare dell’episodio, ricondotto
al fatto che il prete Bertola «fece passar officio», il che non acquietò
pienamente il Provaglio di fronte «à chi lo passò». Forse si intende una
sorta di scusa formale per i dissidi trascorsi, inviata dal sacerdote al nobile
tramite un intermediario. Il pentimento del manesco signore è l’unico
particolare privo di colore nella narrazione.
La questione, comunque, non si
chiuse così pianamente come quella del 1742, poiché nel medesimo foglio dove è
riportato il testo sopra trascritto sono copiati altri due solenni atti
ufficiali in latino.
Il primo, dato dal palazzo
apostolico presso San Francesco alla Vigna in Venezia il 13 gennaio 1666, anno
XI del pontificato di Alessandro VII, è un rescritto dell’arcivescovo di Atene
mons. Giacomo Altoviti, nunzio apostolico presso il Serenissimo Dominio: non c’è
bisogno di ricordare al lettore che Venezia all’epoca era una nazione autonoma,
e dunque sede di ambasciate straniere. La lettera, indirizzata al vicario
generale di Brescia, allude a un memoriale sulla vicenda corredato di una
supplica. Quindi l’alto prelato, consapevole di non essere al corrente dei
particolari dell’incidente, e pur desideroso di giovare in ogni modo a quanti
ricorrono a lui e, per suo tramite, alla sede romana da lui rappresentata, per
l’autorità apostolica di cui è dotato delega alla discrezione del vicario
bresciano di risolvere la lite nelle opportune sedi ecclesiastiche e civili,
provvedendo ad assolvere l’offensore, non senza previa salutare penitenza per la
sua colpa secondo le norme di legge. Dunque il Provaglio, che di famiglia era
nobile veneto, aveva fatto ricorso contro la denuncia del Bertola direttamente
al rappresentante della Santa Sede nel Veneto Dominio.
Il terzo degli scritti
riportati nel foglio dell’Archivio Vescovile è la sentenza pronunciata il 16
gennaio da Carlo Antonio Luzzago, dottore d’ambe le leggi, protonotario
apostolico, arcidiacono e vicario generale del vescovo di Brescia. Costui, letto
il rescritto del nunzio Altoviti presentatogli dal nobile Provaglio umilmente
genuflesso ai suoi piedi in attesa della riconciliazione, lo assolve e libera
dalla scomunica in cui era incorso per l’offesa recata al prete Bertola,
ingiungendogli una salutare penitenza, nelle forme previste dalla chiesa.
Con la magnanima sentenza,
sollecitata dalle altissime sfere della gerarchia ecclesiastica, si conclude
anche questa vicenda incresciosa di soprusi e di violenze tra membri di classi
diverse e contrapposte nell’ambizione del privilegio e del potere.
Quanti ancora oggi aspirano a
erigersi monumenti più eterni del bronzo (come direbbe il poeta Orazio) non
dovrebbero dimenticare che il loro nome nella storia l’hanno inciso a chiare
lettere anche i signori Provaglio e Bertola, Cominetti e Manente. E riguardo a
ciò che i posteri dovrebbero dire di noi, non saprei se possa valere il detto
che vale tra i viventi: «Parlino bene, parlino male, purché parlino».
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