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Giovanni GANDINO,
Biografia di Giovanni Capello, Alveario Cronologico, pp. 355-359.

Don Giovanni Capello (1629-1712), arciprete di Quinzano per 54 anni,
e il quadro di San Francesco Saverio

 

Le grandi opere di un parroco saggio

di Tommaso Casanova

  

da L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. V n° 40, marzo 1997, pp. 9-10.

 

 

Il paziente e fedele lettore, a forza di decifrare i vecchi scartafacci che gli andiamo proponendo in questa rubrica, avrà cominciato – credo – a farsi l’occhio sulle bizzarrie ortografiche e lessicali d’una volta. È venuto, dunque, il momento di metterlo alla prova con un testo un po’ più lungo del solito, e con una spiegazione un po’ più sintetica.

Non sono, invero, le pagine che qui pubblichiamo, novità assolute, in quanto più d’una volta sono state in tutto o in parte compendiate da A. Locatelli nell’ambito delle sue sparse ricerche (si veda, ad es., Locatelli, 1980). Tuttavia ci piace riproporle per due ragioni principali. Anzitutto perché il testo è inedito nella sua integralità: e il proporre solo inediti, e il più possibile integrali, è uno dei criteri che ci siamo dati fin dal principio in questo nostro spazio. In secondo luogo, un oscuro particolare della narrazione ci consente di aggiustare alcune interpretazioni affrettate che ne erano state date, e ci offrirà, in un prossimo intervento, spunti per identificare alcune notevoli opere d’arte quinzanesi del primo ‘700, fino ad oggi pressoché ignorate dalla critica. 

 

Un po’ di filologia

Il testo, tratto dal solito zibaldone di appunti biografici del medico Giovanni Gandino (1645-1720), è la storia di don Giovanni Capello (1629-1712), sacerdote di grandi doti intellettuali e morali, che fu arciprete di Quinzano per 54 anni, dal 1658 alla morte nel 1712. [Gandino, Alveario, pp. 355-359; ringraziamo ancora una volta il sig. P. Gandaglia, proprietario del manoscritto, per averci consentito di studiare liberamente e pubblicare queste pagine).

La narrazione (è importante rilevarlo, come si vedrà, per ragioni di cronologia) appare composta in tre momenti. La prima parte, quella principale, si conclude con una decina di enigmatiche righe in latino, e persino un distico in uno stranissimo greco traslitterato: una specie di epigrafe, che dovrebbe costituire il coronamento del capitolo dedicato dal Gandino agli arcipreti di Quinzano dall’origine ai tempi suoi. Un particolare, però, non va trascurato: come d’abitudine, lo scrivano che compilava sotto dettatura del Gandino ormai cieco, vi annota accuratamente la data. La formula è in latino: ne riportiamo qui il senso: 

Giovanni Gandino di Quinzano, medico del Sacro Collegio di Padova [l’università dove si era laureato] dettò queste memorie, trascritte da Aloisio Cerattello di Castelleone, nella festa di San Giovanni Apostolo ed Evangelista [27 dicembre] dell’anno dalla natività del Signore 1702. 

Di per sé, il sistema di computo degli anni “a nativitate”, cioè dalla nascita del Signore, dal Natale insomma, prevedeva che l’anno cominciasse il 25 dicembre: dunque gli ultimi 8 giorni dell’anno portavano già la cifra dell’anno successivo. Se la dicitura del Ceratello ha questo significato, dovremmo pensare che si tratti del 27 dicembre 1701: una formula che già all’epoca doveva essere piuttosto antiquata. Che sia 1701 o 1702, questa è la data che ci permette di collocare cronologicamente tutte le informazioni che precedono: il termine ante quem (= prima del quale), direbbe chi se ne intende.

Ma non è finita qui: alla sottoscrizione solenne seguono due aggiunte, della stessa mano ma evidentemente posteriori. Non è difficile riconoscere che la prima fu annotata in occasione della visita pastorale del cardinale Dolfin nel novembre 1703. Nella seconda, invece, si descrivono minutamente gli ultimi giorni di vita del vecchio arciprete: anzitutto l’attesa della visita del cardinale Badoaro: hospite qui significa ospitante (non ospitato, come intende Locatelli, 1980); quindi i due attacchi di apoplessia (oggi diremmo ictus o paralisi), all’una di notte e alle 20 di martedi 12 aprile. Le difficoltà respiratorie e lo stertóre (cioè il rantolo dell’agonia), come tecnicamente osserva da buon professionista il Gandino, portano in meno di due giorni il vecchio prete alla morte, il giovedi 14 aprile 1712 verso le 3 del pomeriggio.

A scanso di equivoci, notiamo di passaggio che fino a tutto il ‘700 da noi vigeva l’ora cosiddetta italiana che, a differenza di quella francese oggi in uso, computava il tempo a partire dal tramonto, intorno alle 18: ecco perché le 7 della notte corrispondono più o meno all’una del mattino, le 2 della notte sono circa le 8 di sera, e alle 21 del giorno siamo appena alle 15. 

 

L’arciprete degli arcipreti 

Come si vede, a parte le notizie di carattere biografico, queste ultime aggiunte non danno informazioni di particolare rilievo storico. E tuttavia il giudizio finale del cronista ci disegna in forma assai vivace la personalità dell’arciprete, apprezzato dai ceti sociali elevati per la cultura e l’umanità, amato dalla gente umile per la santità della vita e la disponibilità al dialogo, al punto da paragonare la sua casa a quella di Giovanni Crisostomo, il santo patriarca di Costantinopoli (c. 344-407) che auspicava una sorta di adozione dei poveri da parte dei ricchi, e la praticava nella sua stessa dimora.

Più larga di dati sul personaggio è, naturalmente, la prima parte della biografia. Dopo l’esordio sulla nascita del nostro e sulla felicità delle sue gioviali stelle, nel più schietto stile astrologico (un chiodo fisso del buon Gandino), il cronista delinea il corso degli studi e i primi passi della carriera ecclesiastica del Capello. Segue un’al­lusione ai numerosi «concorsi a Benefizij all’hora vacanti», da lui sempre superati a pieni voti, benché non vinti. Alla morte o alla rinuncia di un parroco, infatti, si provvedeva alla nomina del successore mediante concorso; tra i candidati che superavano la prova, il vescovo sceglieva la persona cui attribuire ufficialmente la carica e il corrispondente diritto alla prebenda (collazione). È probabile che il Capello, pur preparatissimo, venisse da principio escluso per la sua troppo giovane età. Infine, il 26 luglio 1658, non ancora ventinovenne, dal cardinale Ottoboni egli fu preferito ad altri concorrenti per la parrocchia di Quinzano, dove fece il suo ingresso il 25 novembre, festa di S. Caterina d’Alessandria.

La storia del suo lunghissimo servizio quinzanese è poi scandita dal rosario delle visite pastorali e dagli scatti di carriera curiale dell’arciprete. Non è nostra intenzione soffermarci su questi aspetti pur importanti della biografia, poiché altri sono i particolari che ci premono. Basterà rilevare che, in qualità di esaminatore sinodale e di vicario foraneo, egli esercitava una giurisdizione di emanazione vescovile, attuata anche mediante assemblee periodiche del clero (Congrege), in cui si trattava dei casi di coscienza (definizioni de Casi), ossia delle casistiche da confessionale. Il lettore, fatto ormai abile a svelare i sensi segreti degli antichi linguaggi, avrà di che saziare la sua ansia di cimentarsi alla lettura. 

 

Le opere nella parrocchia 

In questa sede a noi interessa, invece, la sezione del testo relativa alle opere realizzate negli anni di parrocchiato del Capello, non tanto perché siano notizie affatto nuove, quanto soprattutto per appianare alcune frettolosità di lettura in cui sono incorsi commentatori precedenti.

Il Gandino osserva che, al momento dell’arrivo del nuovo arciprete, i beni parrocchiali di Quinzano erano piuttosto mal’andati: i terreni incolti, gli edifici fatiscenti, la chiesa principale inadeguata perché di una sola navata, la sacrestia esigua; e per giunta il paese (la Terra) era covo di violente discordie famigliari. Ed ecco che il perito maestro, buon ecclesiastico e vigilante pastore «hebbe il piacere di poter vedere e godere ancora» una singolare fioritura di attività. Attenzione perché il testo non dice, come qualcuno ha pensato in passato, che tutte queste attività le volle o le realizzò il Capello, ma che egli ne fu testimone nel suo mezzo secolo di governo parrocchiale: e la questione non è di poco conto, come potrebbe superficialmente apparire.

A questa affermazione segue nel manoscritto una lista di opere, alcune con la data indicata, altre con la data sospesa, altre senza data addirittura. Proviamo ad enumerarle con un po’ d’ordine, cominciando da quelle datate: 

1669: costruzione della navata meridionale della chiesa parrocchiale;

1671: costruzione della navata settentrionale;

1673: realizzazione della statua della Madonna del Rosario in San Rocco;

1682: costruzione della sacrestia nuova nella chiesa parrocchiale;

1682: realizzazione del deposito delle reliquie dei martiri.

I lavori di ampliamento della parrocchiale di San Faustino furono compiuti «a spese Publiche, Legati et Elemosine racolte», mentre l’arciprete si limitò a contribuire con «generose somme», presumibilmente in gran parte a titolo personale.

L’ultima opera menzionata riguarda il deposito (forse l’altare, ma perché non usa questa parola?) delle Sante Reliquie, la cui prima festa, l’11 ottobre 1682 appunto, fu solennizzata dalla presenza dei musici Orazio e Carlo Francesco Polaroli (cfr. L’Araldo n. 39, febbraio 1997). Aggiungiamo qui un’informazione accessoria sulle opere del Capello, benché non menzionata dal Gandino: la chiave di volta all’ingresso della canonica contiene un’epigrafe alquanto sibillina: 

I · C · A · V · F ·
Q ·
1687 ·
 

In realtà è piuttosto semplice da decifrare: «Iohannes Capellus Archipresbyter Vicarius Foraneus Quintiani 1687», che rivela una ristrutturazione della casa parrocchiale a quella data (Locatelli, 1980, pubblicò l’iscrizione con la data 1667, scambiando la cifra 8 per un 6 corretto). 

 

Problemi di cronologia 

Fin qui nessun problema. Ci sono però tre altre notizie che non riportano indicazione dell’anno, forse perché il Gandino non lo ricordava bene, e si riproponeva di aggiungerlo dopo essersene informato meglio. Anche queste omissioni sono, peraltro, garanzia della serietà con cui il biografo lavorava; ciò non toglie che ci lascia al buio, e dobbiamo procedere per semplici illazioni.

La prima notizia senza data è la fattura del «nobile e vago Banco per conserva dé paramenti per uso suo e de Curati». Trattandosi di un mobile per la sacrestia nuova, non facciamo fatica a credere che lo si possa datare a un’epoca non molto lontana dal 1682, forse già l’anno successivo.

Una seconda informazione non datata, e nemmeno tanto chiara per giunta, riguarda «Il posto delli gradini di marmo ad honore del Altare magiore». Per posto si intende probabilmente il posizionamento, la collocazione; mentre i gradini di marmo parrebbero di ovvia identificazione: si alluderebbe, insomma, all’innalza­mento dell’altare maggiore. Non escluderei, però, che con quel vocabolo il cronista alluda maldestramente all’alzato dell’altare, alle decorazioni marmoree ai lati del tabernacolo. Ma non è il caso di insistere.

Molto più interessante è l’ultima annotazione di data incerta: «La Pala effigiata in Pitura di San Francesco Xaverio fatta con il dono del provento del suo Quadragesimale qui fatto dal Padre Pavolo Andrea Gariglio Gesuita, celebre Predicatore l’Anno ...» (i tre puntini, come s’è detto, rilevano uno spazio bianco nel manoscritto).

Questo passo è stato oggetto di interpretazione da parte di Locatelli (1989), che ne trae le seguenti deduzioni: il dipinto di cui si parla è la pala di San Francesco Saverio dell’altare in San Faustino (il primo a sinistra, dopo il battistero). Committente del quadro fu l’arciprete Capello, che lo volle per il suo «quadragesimale»: interpretando questa parola come sinonimo di “quarantennale”, Locatelli suppone di attribuirlo all’anniversario del quarantesimo anno di età (1669), o di sacerdozio (1695), o di parrocchiato (1698) dell’arciprete; suggerisce di preferire quest’ultima ipotesi alle altre, collegandola però (non si sa come) alle celebri missioni popolari quinzanesi del padre Sègneri nel 1676; infine rivela che nel quadro è ritratto fra i personaggi il committente stesso. 

 

San Francesco Saverio 

In realtà, ci sarebbero forse alcuni rilievi da fare su queste perentorie argomentazioni. Cominciamo con il quadragesimale, che è semplicemente la forma latineggiante del “quaresimale”, ossia della serie di sermoni tenuti obbligatoriamente in tutte le parrocchie nel tempo, appunto, della Quaresima (Quadragesima), per il solito da illustri predicatori forestieri (le persone di una certa età se ne ricorderanno bene). Del resto, il medesimo vocabolo è usato dal Gandino poco più oltre nella stessa pagina, per esaltare le qualità oratorie del Capello rispetto ai più quotati quaresimalisti del tempo: «ma magiore è quella [= la lode che] si deve al suo zelante discorso dall’Al­tare, come di maggior frutto di quello che il quadragesimale intiero di qualunque Predicatore riportar possa».

Dunque non c’entrano i quarant’anni dell’arciprete, ma il «Quadragesimale qui [= a Quinzano] fatto dal Padre Pavolo Andrea Gariglio Gesuita, celebre Predicatore». Pertanto, che la pala di San Francesco Saverio (uno dei primi santi gesuiti, non si dimentichi) fosse «fatta con il dono del provento del suo Quadragesimale» parrebbe piuttosto alludere, in modo invero non chiarissimo, al fatto che il padre quaresimalista Gariglio avesse rinunciato (dono) al compenso (provento) della sua predicazione in Quinzano, e che con questo denaro risparmiato si fosse finanziato il quadro. Del resto, le parole del Gandino non obbligano, come s’è detto, a ritenere il Capello parte in causa nella commissione (né a escluderlo, comunque).

Assai più complicato è il problema della datazione del dipinto, e insieme delle circostanze della sua realizzazione. A questo proposito possiamo solo affermare che tutto deve essere stato compiuto entro il dicembre 1702 (o 1701, ma poco cambia), che è l’epoca in cui fu stilata questa sezione della biografia. Ciò non discorda dall’ipotesi di Locatelli (1698), che pur vi arriva per altro verso. E tuttavia più precisi non si può essere, visto che l’elenco delle opere di quel cinquantennio offerto dal Gandino non segue neppure un ordine cronologico.

 

Ma c’è ancora un’obiezione agli argomenti di Locatelli. A Quinzano esiste un’altra «Pala effigiata in Pitura di San Francesco Xaverio», e si trova nella chiesa di San Rocco (prima campata della parete sinistra). Dopo tutto, la pagina del Gandino che stiamo commentando non dice dove fosse collocato il quadro realizzato con il donativo del predicatore gesuita; e quindi, pur senza escludere a priori l’idea di Locatelli, si dovrebbe quanto meno verificare anche l’ipotesi alternativa, se non altro per dimostrarla infondata.

La questione – il lettore può ben crederlo – è un bel rebus, ma qualche sospetto in proposito ce l’abbiamo. E abbiamo anche un paio di documenti inediti sull’argomen­to, che aprono più che spiragli sui dipinti quinzanesi del primo ‘700. Ma per il momento abbiamo esaurito il nostro spazio, e dobbiamo rimandare i curiosi alla prossima puntata.

 

* * *

Riferimenti bibliografici

Locatelli, Angelo, 1980
“L’iscrizione sull'entrata della Canonica”, La Pieve, a. IX [1] n° 7/8, p. 2; [2] n° 9, p. 2

Locatelli, Angelo, 1989
“Il quadro di S. Francesco Saverio nella Parrocchiale”, La Pieve, a. XVIII n° 8, p. 22

 

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