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Il paziente e fedele
lettore, a forza di decifrare i vecchi
scartafacci che gli andiamo proponendo in questa
rubrica, avrà cominciato – credo – a farsi
l’occhio sulle bizzarrie ortografiche e
lessicali d’una volta. È venuto, dunque, il
momento di metterlo alla prova con un testo un
po’ più lungo del solito, e con una spiegazione
un po’ più sintetica.
Non sono, invero, le
pagine che qui pubblichiamo, novità assolute, in
quanto più d’una volta sono state in tutto o in
parte compendiate da A. Locatelli nell’ambito
delle sue sparse ricerche (si veda, ad es.,
Locatelli,
1980). Tuttavia ci piace riproporle per due
ragioni principali. Anzitutto perché il testo è
inedito nella sua integralità: e il proporre
solo inediti, e il più possibile integrali, è
uno dei criteri che ci siamo dati fin dal
principio in questo nostro spazio. In secondo
luogo, un oscuro particolare della narrazione ci
consente di aggiustare alcune interpretazioni
affrettate che ne erano state date, e ci
offrirà, in un prossimo intervento, spunti per
identificare alcune notevoli opere d’arte
quinzanesi del primo ‘700, fino ad oggi
pressoché ignorate dalla critica.
Un po’ di filologia
Il testo, tratto dal solito zibaldone di appunti
biografici del medico Giovanni Gandino
(1645-1720), è la storia di don Giovanni Capello
(1629-1712), sacerdote di grandi doti
intellettuali e morali, che fu arciprete di
Quinzano per 54 anni, dal 1658 alla morte nel
1712. [Gandino, Alveario, pp. 355-359; ringraziamo ancora una
volta il sig. P. Gandaglia, proprietario del
manoscritto, per averci consentito di studiare
liberamente e pubblicare queste pagine).
La narrazione (è
importante rilevarlo, come si vedrà, per ragioni
di cronologia) appare composta in tre momenti.
La prima parte, quella principale, si conclude
con una decina di enigmatiche righe in latino, e
persino un distico in uno stranissimo greco
traslitterato: una specie di epigrafe, che
dovrebbe costituire il coronamento del capitolo
dedicato dal Gandino agli arcipreti di Quinzano
dall’origine ai tempi suoi. Un particolare,
però, non va trascurato: come d’abitudine, lo
scrivano che compilava sotto dettatura del
Gandino ormai cieco, vi annota accuratamente la
data. La formula è in latino: ne riportiamo qui
il senso:
Giovanni
Gandino di Quinzano, medico del Sacro Collegio
di Padova [l’università dove si era laureato]
dettò queste memorie, trascritte da Aloisio Cerattello di Castelleone, nella festa di San
Giovanni Apostolo ed Evangelista [27 dicembre]
dell’anno dalla natività del Signore 1702.
Di per sé, il sistema
di computo degli anni “a nativitate”,
cioè dalla nascita del Signore, dal Natale
insomma, prevedeva che l’anno cominciasse il 25
dicembre: dunque gli ultimi 8 giorni dell’anno
portavano già la cifra dell’anno successivo. Se
la dicitura del Ceratello ha questo significato,
dovremmo pensare che si tratti del 27 dicembre
1701: una formula che già all’epoca doveva
essere piuttosto antiquata. Che sia 1701 o 1702,
questa è la data che ci permette di collocare
cronologicamente tutte le informazioni che
precedono: il termine ante quem (= prima
del quale), direbbe chi se ne intende.
Ma non è finita qui:
alla sottoscrizione solenne seguono due
aggiunte, della stessa mano ma evidentemente
posteriori. Non è difficile riconoscere che la
prima fu annotata in occasione della visita
pastorale del cardinale Dolfin nel novembre
1703. Nella seconda, invece, si descrivono
minutamente gli ultimi giorni di vita del
vecchio arciprete: anzitutto l’attesa della
visita del cardinale Badoaro: hospite qui
significa ospitante (non ospitato, come intende
Locatelli, 1980); quindi i due attacchi di
apoplessia (oggi diremmo ictus o
paralisi), all’una di notte e alle 20 di martedi
12 aprile. Le difficoltà respiratorie e lo
stertóre (cioè il rantolo dell’agonia), come
tecnicamente osserva da buon professionista il
Gandino, portano in meno di due giorni il
vecchio prete alla morte, il giovedi 14 aprile
1712 verso le 3 del pomeriggio.
A scanso di equivoci,
notiamo di passaggio che fino a tutto il ‘700 da
noi vigeva l’ora cosiddetta italiana che, a
differenza di quella francese oggi in uso,
computava il tempo a partire dal tramonto,
intorno alle 18: ecco perché le 7 della notte
corrispondono più o meno all’una del mattino, le
2 della notte sono circa le 8 di sera, e alle 21
del giorno siamo appena alle 15.
L’arciprete degli
arcipreti
Come si vede, a parte le
notizie di carattere biografico, queste ultime
aggiunte non danno informazioni di particolare
rilievo storico. E tuttavia il giudizio finale
del cronista ci disegna in forma assai vivace la
personalità dell’arciprete, apprezzato dai ceti
sociali elevati per la cultura e l’umanità,
amato dalla gente umile per la santità della
vita e la disponibilità al dialogo, al punto da
paragonare la sua casa a quella di Giovanni
Crisostomo, il santo patriarca di Costantinopoli
(c. 344-407) che auspicava una sorta di adozione
dei poveri da parte dei ricchi, e la praticava
nella sua stessa dimora.
Più larga di dati sul
personaggio è, naturalmente, la prima parte
della biografia. Dopo l’esordio sulla nascita
del nostro e sulla felicità delle sue
gioviali stelle, nel più schietto stile
astrologico (un chiodo fisso del buon Gandino),
il cronista delinea il corso degli studi e i
primi passi della carriera ecclesiastica del
Capello. Segue un’allusione ai numerosi «concorsi
a Benefizij all’hora vacanti», da lui sempre
superati a pieni voti, benché non vinti. Alla
morte o alla rinuncia di un parroco, infatti, si
provvedeva alla nomina del successore mediante
concorso; tra i candidati che superavano la
prova, il vescovo sceglieva la persona cui
attribuire ufficialmente la carica e il
corrispondente diritto alla prebenda (collazione).
È probabile che il Capello, pur preparatissimo,
venisse da principio escluso per la sua troppo
giovane età. Infine, il 26 luglio 1658, non
ancora ventinovenne, dal cardinale Ottoboni egli
fu preferito ad altri concorrenti per la
parrocchia di Quinzano, dove fece il suo
ingresso il 25 novembre, festa di S. Caterina
d’Alessandria.
La storia del suo
lunghissimo servizio quinzanese è poi scandita
dal rosario delle visite pastorali e dagli
scatti di carriera curiale dell’arciprete. Non è
nostra intenzione soffermarci su questi aspetti
pur importanti della biografia, poiché altri
sono i particolari che ci premono. Basterà
rilevare che, in qualità di esaminatore sinodale
e di vicario foraneo, egli esercitava una
giurisdizione di emanazione vescovile, attuata
anche mediante assemblee periodiche del clero (Congrege),
in cui si trattava dei casi di coscienza (definizioni
de Casi), ossia delle casistiche da
confessionale. Il lettore, fatto ormai abile a
svelare i sensi segreti degli antichi linguaggi,
avrà di che saziare la sua ansia di cimentarsi
alla lettura.
Le opere nella
parrocchia
In questa sede a noi
interessa, invece, la sezione del testo relativa
alle opere realizzate negli anni di parrocchiato
del Capello, non tanto perché siano notizie
affatto nuove, quanto soprattutto per appianare
alcune frettolosità di lettura in cui sono
incorsi commentatori precedenti.
Il Gandino osserva
che, al momento dell’arrivo del nuovo arciprete,
i beni parrocchiali di Quinzano erano piuttosto
mal’andati: i terreni incolti, gli
edifici fatiscenti, la chiesa principale
inadeguata perché di una sola navata, la
sacrestia esigua; e per giunta il paese (la
Terra) era covo di violente discordie
famigliari. Ed ecco che il perito maestro, buon
ecclesiastico e vigilante pastore «hebbe il
piacere di poter vedere e godere ancora» una
singolare fioritura di attività. Attenzione
perché il testo non dice, come qualcuno ha
pensato in passato, che tutte queste attività le
volle o le realizzò il Capello, ma che egli ne
fu testimone nel suo mezzo secolo di governo
parrocchiale: e la questione non è di poco
conto, come potrebbe superficialmente apparire.
A questa affermazione
segue nel manoscritto una lista di opere, alcune
con la data indicata, altre con la data sospesa,
altre senza data addirittura. Proviamo ad
enumerarle con un po’ d’ordine, cominciando da
quelle datate:
|
1669:
costruzione della navata meridionale
della chiesa parrocchiale; |
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1671:
costruzione della navata
settentrionale; |
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1673:
realizzazione della statua della
Madonna del Rosario in San Rocco; |
|
1682:
costruzione della sacrestia nuova
nella chiesa parrocchiale; |
|
1682:
realizzazione del deposito delle
reliquie dei martiri. |
I lavori di ampliamento della parrocchiale
di San Faustino furono compiuti «a spese
Publiche, Legati et Elemosine racolte»,
mentre l’arciprete si limitò a contribuire con «generose
somme», presumibilmente in gran parte a
titolo personale.
L’ultima opera
menzionata riguarda il deposito (forse l’altare,
ma perché non usa questa parola?) delle Sante
Reliquie, la cui prima festa, l’11 ottobre 1682
appunto, fu solennizzata dalla presenza dei
musici Orazio e Carlo Francesco Polaroli (cfr.
L’Araldo n. 39, febbraio 1997). Aggiungiamo qui
un’informazione accessoria sulle opere del
Capello, benché non menzionata dal Gandino: la
chiave di volta all’ingresso della canonica
contiene un’epigrafe alquanto sibillina:
I · C · A · V · F ·
Q ·
1687 ·
In realtà è piuttosto
semplice da decifrare: «Iohannes Capellus
Archipresbyter Vicarius Foraneus Quintiani 1687»,
che rivela una ristrutturazione della casa
parrocchiale a quella data (Locatelli, 1980,
pubblicò l’iscrizione con la data 1667,
scambiando la cifra 8 per un 6 corretto).
Problemi di cronologia
Fin qui nessun problema.
Ci sono però tre altre notizie che non riportano
indicazione dell’anno, forse perché il Gandino
non lo ricordava bene, e si riproponeva di
aggiungerlo dopo essersene informato meglio.
Anche queste omissioni sono, peraltro, garanzia
della serietà con cui il biografo lavorava; ciò
non toglie che ci lascia al buio, e dobbiamo
procedere per semplici illazioni.
La prima notizia senza
data è la fattura del «nobile e vago Banco
per conserva dé paramenti per uso suo e de
Curati». Trattandosi di un mobile per la
sacrestia nuova, non facciamo fatica a credere
che lo si possa datare a un’epoca non molto
lontana dal 1682, forse già l’anno successivo.
Una seconda
informazione non datata, e nemmeno tanto chiara
per giunta, riguarda «Il posto delli gradini
di marmo ad honore del Altare magiore». Per
posto si intende probabilmente il
posizionamento, la collocazione; mentre i
gradini di marmo parrebbero di ovvia
identificazione: si alluderebbe, insomma,
all’innalzamento dell’altare maggiore. Non
escluderei, però, che con quel vocabolo il
cronista alluda maldestramente all’alzato
dell’altare, alle decorazioni marmoree ai lati
del tabernacolo. Ma non è il caso di insistere.
Molto più interessante
è l’ultima annotazione di data incerta: «La
Pala effigiata in Pitura di San Francesco
Xaverio fatta con il dono del provento del suo
Quadragesimale qui fatto dal Padre Pavolo Andrea
Gariglio Gesuita, celebre Predicatore l’Anno ...»
(i tre puntini, come s’è detto, rilevano uno
spazio bianco nel manoscritto).
Questo passo è stato
oggetto di interpretazione da parte di Locatelli
(1989), che ne trae le seguenti deduzioni: il
dipinto di cui si parla è la pala di San
Francesco Saverio dell’altare in San Faustino
(il primo a sinistra, dopo il battistero).
Committente del quadro fu l’arciprete Capello,
che lo volle per il suo «quadragesimale»:
interpretando questa parola come sinonimo di
“quarantennale”, Locatelli suppone di
attribuirlo all’anniversario del quarantesimo
anno di età (1669), o di sacerdozio (1695), o di
parrocchiato (1698) dell’arciprete; suggerisce
di preferire quest’ultima ipotesi alle altre,
collegandola però (non si sa come) alle celebri
missioni popolari quinzanesi del padre Sègneri
nel 1676; infine rivela che nel quadro è
ritratto fra i personaggi il committente
stesso.
San Francesco Saverio
In realtà, ci sarebbero
forse alcuni rilievi da fare su queste
perentorie argomentazioni. Cominciamo con il
quadragesimale, che è semplicemente la forma
latineggiante del “quaresimale”, ossia della
serie di sermoni tenuti obbligatoriamente in
tutte le parrocchie nel tempo, appunto, della
Quaresima (Quadragesima), per il solito
da illustri predicatori forestieri (le persone
di una certa età se ne ricorderanno bene). Del
resto, il medesimo vocabolo è usato dal Gandino
poco più oltre nella stessa pagina, per esaltare
le qualità oratorie del Capello rispetto ai più
quotati quaresimalisti del tempo: «ma magiore
è quella [= la lode che] si deve al suo
zelante discorso dall’Altare, come di maggior
frutto di quello che il quadragesimale intiero
di qualunque Predicatore riportar possa».
Dunque non c’entrano i quarant’anni dell’arciprete, ma il «Quadragesimale
qui [= a Quinzano] fatto dal Padre Pavolo
Andrea Gariglio Gesuita, celebre Predicatore».
Pertanto, che la pala di San Francesco Saverio
(uno dei primi santi gesuiti, non si dimentichi)
fosse «fatta con il dono del provento del suo
Quadragesimale» parrebbe piuttosto alludere,
in modo invero non chiarissimo, al fatto che il
padre quaresimalista Gariglio avesse rinunciato
(dono) al compenso (provento)
della sua predicazione in Quinzano, e che con
questo denaro risparmiato si fosse finanziato il
quadro. Del resto, le parole del Gandino non
obbligano, come s’è detto, a ritenere il Capello
parte in causa nella commissione (né a
escluderlo, comunque).
Assai più complicato è
il problema della datazione del dipinto, e
insieme delle circostanze della sua
realizzazione. A questo proposito possiamo solo
affermare che tutto deve essere stato compiuto
entro il dicembre 1702 (o 1701, ma poco cambia),
che è l’epoca in cui fu stilata questa sezione
della biografia. Ciò non discorda dall’ipotesi
di Locatelli (1698), che pur vi arriva per altro
verso. E tuttavia più precisi non si può essere,
visto che l’elenco delle opere di quel
cinquantennio offerto dal Gandino non segue
neppure un ordine cronologico.
Ma c’è ancora un’obiezione
agli argomenti di Locatelli. A Quinzano esiste
un’altra «Pala effigiata in Pitura di San
Francesco Xaverio», e si trova nella chiesa
di San Rocco (prima campata della parete
sinistra). Dopo tutto, la pagina del Gandino che
stiamo commentando non dice dove fosse collocato
il quadro realizzato con il donativo del
predicatore gesuita; e quindi, pur senza
escludere a priori l’idea di Locatelli, si
dovrebbe quanto meno verificare anche l’ipotesi
alternativa, se non altro per dimostrarla
infondata.
La questione – il
lettore può ben crederlo – è un bel rebus, ma
qualche sospetto in proposito ce l’abbiamo. E
abbiamo anche un paio di documenti inediti
sull’argomento, che aprono più che spiragli sui
dipinti quinzanesi del primo ‘700. Ma per il
momento abbiamo esaurito il nostro spazio, e
dobbiamo rimandare i curiosi alla prossima
puntata.
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