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Nell’articolo del mese
scorso ci eravamo congedati, un po’ seccamente a
dire il vero, in presenza di un santo e di un
dilemma: il santo era San Francesco Saverio; il
dilemma era a quale dei due quadri quinzanesi
che lo raffigurano alludesse il Gandino nella
biografia dell’arciprete Capello. Ma forse
conviene riprendere brevemente l’argomento.
Il quadro del padre Gariglio
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F. CAIRO,
S. Francesco Saverio sbarca nelle Indie
(c.1702). Quinzano, S. Rocco. |
Il medico Giovanni Gandino
(1645-1720), nei suoi appunti (Alveario,
pp. 355-359) sulla vita e le opere di don
Giovanni Capello (1629-1712), parroco a Quinzano
dal 1658 alla morte, accenna tra l’altro ad una
«Pala effigiata in Pitura di San Francesco
Xaverio fatta con il dono del provento del suo
Quadragesimale qui [cioè a Quinzano]
fatto dal Padre Pavolo Andrea Gariglio Gesuita,
celebre Predicatore»; omette però di
indicare la collocazione e la data del dipinto.
A. Locatelli, che per primo aveva pubblicato
questa nota (1989), ne aveva frettolosamente
desunto che si trattasse del quadro di San
Francesco Saverio nella chiesa parrocchiale
(primo altare a sinistra), che il committente
fosse l’arciprete Capello, e che questi si
facesse ritrarre fra i personaggi della folla;
fraintendendo poi il termine “quadragesimale”,
il critico ne tentava una attribuzione
cronologica agli anni intorno al 1698.
Nel nostro contributo
di marzo ci eravamo permessi di rileggere con un
po’ di attenzione le parole del Gandino, e ne
avevamo tratto alcune deduzioni, in parte
evidenti, in parte ancora piuttosto
problematiche. Di certo il biografo non chiama
in causa espressamente l’arciprete Capello nella
commissione dell’opera, bensì il predicatore
gesuita padre Paolo Andrea Gariglio, che destinò
allo scopo il compenso del quaresimale da lui
tenuto a Quinzano in un anno imprecisato. A
questo punto, l’unica certezza su cui si possa
contare è che la nota del Gandino fu stilata il
27 dicembre 1702: prima di quella data, dunque,
deve per forza essere stato realizzato il quadro
in questione.
Se è dubbia la data,
non meno lo è l’identificazione dell’oggetto,
visto che – come s’è detto sopra e come tutti i
quinzanesi certamente sanno – a Quinzano sono
due le tele raffiguranti il santo apostolo delle
Indie: una nella chiesa parrocchiale, appunto, e
l’altra in San Rocco (prima campata a
sinistra).
La pala in San Rocco
La questione – lo dicevamo
già il mese scorso – si propone come un rebus
piuttosto complicato; e tuttavia, come tutti i
problemi complessi, stimola a riflettere e
ricercare. Prima di trarre una qualsiasi
conclusione, proviamo dunque a prendere in esame
ciascuno dei due dipinti.
Della tela di San
Rocco non abbiamo, al momento, nessun dato
documentario diretto. Un paio di indizi utili ce
li fornisce però il quadro stesso (cfr.
Locatelli, 1990a): nell’angolo in basso a
destra, alla portata di qualunque osservatore,
figura in un ovale lo stemma della famiglia Zopetti; al di sotto non compaiono firma
d’autore né data, ma la scritta:
PATRONIS SUIS R(everendus).
D(ominus).
IO(annes). PETRUS ZOPETTI
I(uris). U(triusque). D(octor).
che significa “Ai suoi
Patroni, il reverendo don Giovanni Pietro
Zopetti, dottore di entrambe le leggi (diritto
canonico e civile)”. E, in effetti, il quadro
rappresenta in primo piano San Francesco Saverio
che sbarca tra i pagani delle Indie, mentre in
cielo Sant’Antonio di Padova adora il Bambino
Gesù tra le braccia della Madonna: sono questi
dunque i santi protettori del committente. Anche
la bella cornice, oggi piuttosto malandata,
offre un indizio prezioso per le nostre
deduzioni: sulla sommità un grande cartiglio blu
recita la sigla
Ad · M · D · G
che non è, come
candidamente interpreta Locatelli, “la data 1700
con la doppia C indicata artificiosamente come
G”, ma l’abbreviazione del motto «Ad Maiorem
Dei Gloriam», “a maggior gloria di Dio”, che
sintetizza il senso profondo della spiritualità
e dell’attività apostolica dei gesuiti. È dunque
un legame, per quanto tenue, alle indicazioni
del Gandino, che connetteva il quadro di San
Francesco Saverio (un santo gesuita)
all’iniziativa artistica di un religioso di
quella Compagnia.
La tela in San Faustino
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F. CAIRO,
S. Francesco Saverio predica il vangelo agli Indiani
(1712). Quinzano, S. Faustino.
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La pala della
parrocchiale, per parte sua, non ci offre nessun
appiglio interno: non vi sono stemmi, o scritte,
o firme di sorta. In compenso, però, il nostro
fido Gandino, come niente fosse, ci spiattella
in un angolino remoto del suo manoscritto una
bella rivelazione.
Siamo sul verso di un
foglio aggiunto dopo la pagina 466 dell’Alveario
cronologico, nell’ambito della biografia di
un nipote del cronista, figlio di suo fratello
Scipione Giovanni Battista: il prete don
Giovanni Francesco Gandino. Costui, dopo una
carriera ecclesiastica non propriamente
brillantissima, si ritrova ad essere curato
suffraganeo (vice-curato, credo) di Quinzano;
quindi, dopo la morte dell’arciprete Capello
avvenuta il 14 aprile 1712, viene dal vescovo
nominato Economo Spirituale (sostituto del
parroco in sede vacante), fino all’ingresso del
nuovo arciprete don Giovanni Paolo Carlesco il
13 dicembre successivo.
Ecco il passo che ci
interessa:
É dá
soggiongersi di piú hauere il medesimo nostro
Nipote hauta la gloria nel tempo della sua
Ecconomia di benedire questa: Pala
dell’Apostolo dell’Indie Santo Francesco
Xauerio posta in questa Parochiale,
seguita il dí 3 xbre 1712 con la licenza di
Monsignor Viccario Generale
Soncino; {da notarsi} Pitturata dall’eccelente
mano del Signor Ferdinando Cairo
Bolognese habitante in Brescia.
Il prete Gian
Francesco Gandino, dunque, nella sua veste di
Economo Spirituale («nel tempo della sua
Ecconomia») e su incarico del vicario
vescovile, ebbe l’onore di inaugurare la pala di
San Francesco Saverio nella parrocchiale di
Quinzano (questa vuol dire di qui, del
paese) il 3 dicembre 1712. La noticina aggiunta
ci rivela, di passaggio, il nome dell’autore del
quadro: il pittore bolognese Ferdinando Cairo,
residente allora in Brescia.
Il pittore Ferdinando
Cairo
Qui correrebbe l’obbligo
di fare un cenno all’artista, chiamato per il
solito Ferdinando Del Cairo, come nella
Storia di Brescia (vol. 3, pp. 634-35) e
nella Enciclopedia Bresciana di don
Antonio Fappani (vol. 3, p. 131), che lo
elencano alla lettera D. Tutta qui, almeno a
nostra conoscenza, la bibliografia sul pittore,
nato a Casale Monferrato nel 1666, formatosi
nell’ambiente artistico bolognese, e operoso,
insieme ad altri emiliani, pare esclusivamente a
Brescia tra il 1700 e la morte, nel 1743. Della
fitta produzione che gli si attribuiva in
passato, nelle chiese cittadine di Sant’Antonio,
San Domenico, Santa Giulia, le Grazie e altre,
non resterebbero che pochi affreschi nella
cupola della Carità e la pala delle Sante
Caterina da Bologna e Margherita da Cortona
in San Giuseppe, oltre ad alcune figure
femminili presso la pinacoteca Tosio-Martinengo,
di paternità però non accertata. Il fulmineo
appunto del Gandino, pertanto, aggiunge un
tassello prezioso alla conoscenza di una
personalità artistica non secondaria nel
panorama bresciano del secolo XVIII. Ma c’è
dell’altro.
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Altare di S.
Francesco Saverio (1712).
Quinzano, S. Faustino.
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Prima, però, di
introdurre nuove informazioni, occorre fissare
un momento l’attenzione sulla data e la
circostanza in cui, a dire del cronista, il
quadro venne inaugurato: il 3 dicembre 1712 (la
festa di San Francesco Saverio, appunto), non
dal parroco ma dal suo sostituto in sede
vacante, dieci giorni prima dell’ingresso del
nuovo arciprete. È pur vero che, in linea di
principio, una pala d’altare può venir benedetta
anche molto tempo dopo essere stata realizzata;
ma non si vedrebbe la ragione per cui dover
differire un atto così solenne nel breve spazio
di una Economia Spirituale (quella in causa
durò, come s’è detto, dal 14 aprile al 13
dicembre 1712). Si può forse dubitare che
l’intraprendente arciprete Capello rinunciasse
così facilmente, magari per anni, a un atto
liturgico che avrebbe contribuito a dargli
gloria, come ne diede al reggente don Gian
Francesco Gandino, che pure non era nemmeno
curato? In ogni caso, abbiamo già dimostrato che
il quadro di San Francesco Saverio che vide la
luce durante il servizio del Capello non può
essere posteriore al dicembre del 1702.
Quindi non ci sono
molte possibilità. O si immagina (come Locatelli, 1989) che la pala in San Faustino sia proprio
quella commissionata dal Gariglio, e allora
bisogna dedurre che la benedizione dell’opera
sopravvenne una decina d’anni dopo la sua
realizzazione. Oppure ci si accontenta di
pensare che il quadro sia stato dipinto e
inaugurato in un lasso di tempo relativamente
breve, non più di un anno, e allora non si può
non concludere che il San Francesco Saverio del
quaresimalista gesuita deve essere un altro:
quello conservato in San Rocco, evidentemente.
Le due tele a confronto
A questo punto è il caso
di mettere a confronto diretto i due dipinti. Mi
rendo conto che ragionarci sopra così, senza
disporre delle immagini, è alquanto arduo;
eppure a Quinzano, con tutte le opere d’arte che
arricchiscono le nostre chiese, non esiste
ancora una pubblicazione seria che ne raccolga
le riproduzioni e gli studi critici fatti o da
farsi su di esse, come hanno invece provveduto a
pubblicare molti paesi dei dintorni, pur meno
ricchi e dotati del nostro.
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F. CAIRO,
Ritratto di don Giovan Battista Zopetto
(c.1702).
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Polemiche a parte, i
caratteri che colpiscono subito nei due quadri
(parlo naturalmente da profano di storia
dell’arte) sono i volti del santo e di uno dei
personaggi in secondo piano. Il santo, pur in
atteggiamenti ed espressioni un po’ differenti,
presenta nelle due immagini tratti somatici
assai simili: stessa capigliatura, stessa barba,
stesso naso dolcemente pronunciato, persino la
stessa inclinazione di tre quarti, la stessa
ombreggiatura del volto. La somiglianza è tale
che i due quadri, visti uno accanto all’altro,
sembrano la rappresentazione di due episodi
susseguenti senza soluzione di continuità: lo
sbarco del missionario in India (quadro in San
Rocco) e la sua prima predica ai pagani (quadro
in San Faustino).
Il secondo
particolare, che colpisce forse ancor più del
primo, è la presenza in entrambi i dipinti di un
personaggio un po’ defilato tra la folla degli
uditori (sempre il terzo da destra). Locatelli
(1989), sulla base delle argomentazioni già
discusse, dice di riconoscere nel volto della
pala in San Faustino il ritratto del presunto
committente: l’arciprete Capello. Questi, però,
era morto all’età di 82 anni, poco prima della
inaugurazione del dipinto, mentre il ritratto di
cui stiamo ragionando non dimostra certo quella
veneranda età.
D’altra parte, lo
stesso Locatelli (1990a), individua anche nel
volto della pala di San Rocco il rispettivo
committente di quell’opera, che in questo caso –
come si diceva sopra – è confermato
dall’iscrizione sotto lo stemma di famiglia: si
tratta, infatti, di don Giovanni Pietro Zopetti,
e su questa identificazione non c’è ragione di
dubitare.
L’osservazione che
emerge dal confronto fra i due quadri è la
decisa analogia esistente anche tra questi due
ritratti: la calvizie avanzata, il naso
fortemente aquilino, le labbra contratte, il
mento arrotondato. Pare di vedere due
riproduzioni del medesimo volto a dieci o
quindici anni di distanza: più giovanile nella
pala di San Rocco; più maturo in quella di San
Faustino.
Due ritratti, un
committente
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F. CAIRO,
Ritratto di don Giovan Battista Zopetto
(1712).
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Ora, credo che la
conclusione sia abbastanza ovvia anche per il
lettore. Il ritratto del dipinto in San Rocco è
certamente quello del committente don Giovanni
Pietro Zopetti, mentre il volto della pala in
San Faustino si può presumere del medesimo
personaggio due o tre lustri dopo. Ciò lascia
intendere che entrambi i quadri sul medesimo
soggetto furono commissionati dallo Zopetti,
quasi certamente allo stesso pittore Ferdinando
Cairo, a dieci o forse più anni di distanza
l’uno dall’altro. Dal momento che il quadro in
San Faustino è certamente databile al 1712,
possiamo ritenere verosimile che quello in San
Rocco risalga a prima del 1702. Se poi questo
dipinto appartenesse veramente – come andrebbe
verificato da esperti – al Cairo, oltre a
costituire una ulteriore acquisizione al
depauperato catalogo del pittore bolognese,
rappresenterebbe una delle sue prime opere in
terra bresciana, anzi una delle prime in
assoluto.
Tutto sembra, dunque,
appianarsi. Ma ancora un dubbio rimane aperto:
il San Francesco Saverio anteriore al 1702 non
era stato finanziato dal quaresimalista Gariglio?
E come può allora identificarsi con il quadro in
San Rocco, che è dichiaratamente appartenente a
don Giovanni Pietro Zopetti, con tanto di firma
e blasone?
Qui siamo abbandonati,
purtroppo, nel campo delle pure illazioni,
almeno fintanto che non emergano documenti più
espliciti di quelli che abbiamo. Per quel che
vale, potremmo pensare che il contributo per la
predicazione fosse stato pattuito dal prete Zopetti, il quale (come si legge nella sua
biografia del solito Gandino, Alveario,
pp. 331-335) aveva compiuto i suoi studi presso
i gesuiti di Brescia, e dunque era in contatto e
forse in amicizia con i migliori predicatori
della Compagnia di Gesù. In questo caso, la
rinuncia al compenso da parte di padre Gariglio
sarebbe stata concordata con lo Zopetti, che
avrebbe apposto il proprio nome sul quadro e
reso insieme omaggio al predicatore gesuita
nella sigla «Ad maiorem Dei gloriam»
dipinta sulla cimasa della cornice. Ma è meglio
non correre troppo oltre con le ricostruzioni
puramente indiziarie. Di fatto, il perno della
complessa vicenda sembra essere appunto quel don
Gian Pietro Zopetti (1654-1738) il cui ritratto
presente nelle due tele ne manifesta con
evidenza la parentela.
L’altare dell’Angelo
Custode
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F. CAIRO,
L’Angelo Custode (1718). Quinzano, S. Rocco.
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Non abbiamo ora lo spazio
per approfondire la storia della intensa vita di
quel prete, dotto studioso di liturgia,
letteratura, filosofia e diritto, maestro di
scuola per dieci anni (1683-1693) a Verola
Alghise (Verolanuova); rettore della parrocchia
di Roccafranca (1693-1715); poi ancora arciprete
a Gabbiano (1715-1722), e infine pensionato a
Quinzano fino alla morte (1738). Rimandiamo per
questo il lettore alla dettagliata trattazione
del Gandino, datata 5 settembre 1715, e al libro
di Locatelli [1990b], per le notizie posteriori.
Ma le sorprese non
sono ancora finite. Il biografo Gandino, come
sua abitudine, soggionge al termine della
narrazione [p. 335] un appunto di grande
interesse, rivelando che il colto sacerdote
eresse a sue spese nella chiesa quinzanese di
San Rocco l’altare dell’Angelo Custode. La
descrizione del nuovo altare fatta dal Gandino è
assolutamente fedele, come può constatare
chiunque visiti oggi la chiesa (è il secondo
altare a destra). La soasa (cornice) è un
fuoco d’artificio di foglie d’acanto nel più
schietto stile settecentesco; l’altare mostra un
pregevole paliotto (parapetto) a intarsi
di marmi colorati, che raffigurano sui lati per
due volte lo stemma (arma) della famiglia
Zopetti, come quello che compare nel quadro di
San Francesco Saverio.
L’altare, in effetti,
fu realizzato nel 1715, come dichiara
un’epigrafe di marmo nero a caratteri dorati
posta sull’intradosso sinistro del nicchione:
SANCTIS
CUSTODIBUS ANGELIS
ARAM OBSEQVIJ ARRHAM
DEVOTA FAMILIA
ZOPETTI
EREXIT, ET OBTULIT
ANNO MDCCXV
“Ai santi Angeli Custodi,
questo altare, pegno di venerazione, la devota
famiglia Zopetti eresse e offrì nel 1715”, forse
dopo il settembre, dal momento che il Gandino
non ne parla se non in appendice alle sue note.
La notizia più
importante, tuttavia, è senz’altro quella
relativa alla «Pittura di mano del Signor
Ferdinando Cairo Bolognese habitante in Brescia».
Dunque, anche la pala dell’Angelo Custode, oggi
condecorata di due sbraghi orrendi, è opera di
Ferdinando Cairo, che doveva essere il pittore
di fiducia del prete Zopetti, visto che allo
stesso artista egli aveva commissionato nel 1710
un Sant’Antonio di Padova per l’omonima chiesa
in Roccafranca (cfr. Locatelli, 1990b, p. 51).
La pala dell’Angelo in
Quinzano reca anch’essa nell’angolo in basso a
destra uno stemma di famiglia degli Zopetti, una
scritta e una data (cfr. Fusari,
1987):
R(everendus). D(ominus).
STEPHANUS ZOPETTI
ANGELO SUO D(ono). D(edit).
1718
[Il reverendo don Stefano Zopetti
(fratello di don Gian Pietro)
offrì in dono al suo Angelo, 1718]
E con questa
iscrizione, che conferma i dati offerti dal
cronista, è fissata una data precisa per un
altro lavoro di Ferdinando Cairo, pittore
bresciano-bolognese, di cui si era quasi perduta
ogni traccia, e di cui oggi a Quinzano possiamo
riconoscere d’un colpo tre belle e inedite
opere.
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