|
Prima di tutto, mi corre
l’obbligo di un ringraziamento alla redazione del bollettino parrocchiale di
Quinzano La Pieve. Anzi, un doppio ringraziamento, poiché per ben due
volte negli ultimi due numeri del periodico, si è parlato più o meno
direttamente di alcune mie ricerche di storia quinzanese, delle quali peraltro
chi abbia letto qualche volta questa rubrica aveva probabilmente già conoscenza.
Nella Pieve dello scorso
febbraio (pp. 12-13) è riportato un passo relativo alla chiesa di San Giuseppe,
tratto dal volume xiv (l’ultimo
uscito) dell’Enciclopedia Bresciana: la ciclopica fatica, giunta quasi a
destinazione, del nostro concittadino don Antonio Fappani. Don Fappani, che
aveva avuto la bontà di chiedermi il parere per qualche punto della voce
“Quinzano”, ha ritenuto di menzionare espressamente nel suo scritto certe mie
ipotesi, che sono state diligentemente riportate anche dal bollettino
parrocchiale nelle pagine su San Giuseppe. In particolare l’attribuzione della
pala coi Santi Francescani (primo altare a destra) al pittore Camillo
Pellegrino, e dell’ancona del Nome di Gesù (secondo altare a destra)
all’intagliatore Gian Giacomo Manente (cfr. L’Araldo, n° 45, settembre
1997), nonché l’identificazione del San Giuseppe della pala principale (altare
maggiore) con il ritratto del donatore: il medico Giovanni Planerio Quinziano
(cfr. L’Araldo, n° 38, gennaio 1997).
Ma non basta: anche nella
Pieve di marzo (p. 27), in appendice a una relazione storico-artistica sulla
parrocchiale (invero non aggiornatissima nella bibliografia), trovo riportate
alcune delle pagine relative alla chiesa di San Faustino, dal cinquecentesco
manoscritto del Nassino (cfr. L‘Araldo, n° 49, gennaio 1998), così come
compaiono nella trascrizione da me pubblicata nel 1993 (Frammenti di una
terra. Il paese di Quinzano intorno al 1540 negli appunti di Pandolfo Nassino e
nella relazione di Annibale Grisonio, Quinzano-Bordolano, GAFO-Cassa Rurale
ed Artigiana di Bordolano, pp. 44-48).
Tuttavia in questo caso, per un
refuso di redazione (redazione?), dev’essere caduto il riferimento alla mia
trascrizione, e vi compare menzionato soltanto mons. Guerrini, che aveva edito
pure lui quelle pagine nel 1960, in forma più piana e leggibile della mia. In
effetti, è mio vezzo inconfondibile (un tantino pedantino, lo riconosco, ma mi
sto correggendo) indicare le barre di fine riga; rispettare sistematicamente
l’impiego di maiuscole e minuscole come nell’originale; mantenere la grafia
della -u- anche quando va letta -v-; perfino conservare l’uso
antico del doppio punto a inizio e fine delle parole abbreviate, o della doppia
virgola invece dell’accento nella forma -è-.
Peccato di distrazione, quello
della redazione della Pieve (e peccati anche gli errorucci di battitura e
l’assenza di qualunque spiegazione del difficile testo); ma peccato veniale,
visto che, con poca fatica, s’è già rimediato. In ogni caso, fa piacere che
anche dei vecchi lavori, qualche volta, possano essere utili a qualcuno: se non
altro a riempire le mezze pagine vuote.
Un tipo piuttosto originale
Ma passiamo all’argomento del
nostro articolo. Dopo una serie di contributi seriosi e impegnativi su santi,
altari e campanili, occorre una pausa – diciamo così – un po’ più leggera, prima
di riprendere con la sequela di atti notarili e di nuove scoperte che, se hanno
atteso fino adesso a saltar fuori, potranno ben attendere ancora qualche
settimana.
Per chi sia alla ricerca di
aneddoti curiosi di vecchia cronaca quinzanese, niente di meglio che attingere a
quel pozzo infinito di notizie d’ogni genere e qualità, che è lo zibaldone
settecentesco del medico Giovanni Gandino (una fonte preziosissima sulla quale
non spenderemo parole, se non per riconoscenza al sig. P. Gandaglia, che ne è il
proprietario).
Questa volta ci è caduto
l’occhio sulla vita di un personaggio assai singolare, che mostra più i
caratteri di una simpatica macchietta che non di un sussiegoso monumento. È un
prete (e chi se non i preti erano all’epoca i veri personaggi delle storie di
paese?): don Giacomo Amighetto, buon moralista (esperto di dottrina
morale), buonissimo professore di gramatica (cioè di latino), dilettante
di musica, «má sopra ogn’altro fú singolare nella virtú delle facezie e
piacevolezze, ch’era una delizia la lui conversazione» (lui, qui come
anche altrove nello scritto del Gandino, significa di lui, sua).
Il cronista non ne racconta
grandi imprese o dotti ammaestramenti, ma alcuni aneddoti spassosi che ne
attestano le spiccate qualità istrioniche, l’arguzia della battuta pronta, e la
straordinaria capacità di suscitare l’attenzione e il divertimento degli
interlocutori.
Le ragazze di don Amighetto
La narrazione del Gandino (Alveario,
pp. 124-129) non è sempre esemplare per chiarezza d’espressione: cercheremo di
guidare il lettore a capire almeno quel che siamo riusciti a capire noi.
Delle vicende raccontate dal
cronista («le seguite» sono evidentemente le cose seguite, accadute), le
prime quattro accaddero in occasione dell’ingresso in parrocchia dell’arciprete
Giovanni Capello (a questo parroco abbiamo dedicato un contributo sull’Araldo,
n° 40, marzo 1997).
Il giorno stesso del suo arrivo
in Quinzano, il 25 novembre 1658 (a p. 124 del manoscritto non è indicato il
giorno, ma l’informazione si recupera a p. 356, nella biografia del Capello), il
prete Amighetto andò in visita al nuovo arciprete e, vedendo il seguito di
ecclesiastici e amici troppo numerosi per essere ospitati tutti nella canonica,
si offrì di accogliere qualcuno dei forestieri in casa propria («il proprio
lui ospizio», la propria ospitalità). La burla dell’Amighetto consistette
nel fingere di raccomandare all’ignaro Capello, sotto voce ma in modo da essere
sentito da tutti i presenti, che avrebbe avuto piacere di accogliere solo gente
tranquilla e di buon senso, per la ragione che aveva «della gioventú per casa
di qualche vista, e presenza, che si sá esser sempre facile á civettare»:
insomma, pareva dicesse di avere per casa delle ragazze troppo carine e troppo
civettuole per dei giovani chierici.
La serietà con cui parlava
lasciò intendere a chi udì che in casa del prete vivessero creature divine, «mentre
quelli, che v’andorono, mai altro poi non videro, che le Rane di due picciole
Donne vecchie, pelate, sdentate, e cogl’occhi rovesciati, ch’erano sue Sorelle
più di lui stesso vecchie».
Le mantenute di don Gandino
A questo inganno ben riuscito
segue la narrazione di un nuovo equivoco («quest’altra curiosa», l’altra
cosa curiosa, curiosità), attratto in questo punto forse soltanto dalla
somiglianza con il precedente e dalla contestualità cronologica, poiché con la
figura dell’Amighetto appare entrarci poco.
Protagonista involontario qui è
un altro sacerdote, don Pietro Antonio Gandino (1598-1663), zio del cronista e
probabilmente fonte principale di questo e degli altri aneddoti raccontati in
queste pagine. Il prete Gandino – bisogna dirlo – era uno dei notabili più in
vista del paese verso la metà del ‘600, ed era, a detta del nipote (Alveario,
pp. 442-446), un sant’uomo tutto dedito a devozioni e digiuni: non mancherà
occasione in futuro di parlare anche della sua biografia.
Il quondam (defunto,
naturalmente quando il cronista scrive) signor zio, dunque, alla venuta del
nuovo arciprete in una stagione veramente fredda, gli mandò cortesemente in dono
della legna. Il nuovo parroco chiese da chi provenisse un regalo così prezioso e
utile, e Antonia Marca, affittuale della famiglia Gandini, una vecchia burlona
della stessa risma di don Amighetto, gli rivelò che l’iniziativa era di un
prete, il quale con quel gesto fin dal primo momento («cosi à buon’hora»)
incominciava a ingraziarsi il superiore, perché non vedesse e non parlasse («incominciava
à chiuderli gli occhi, e la bocca, acció non potesse vedere, fare, ne dire»),
circa una strana relazione che egli, vecchio com’era, intratteneva da lungo
tempo con due donne, da lui notoriamente mantenute («di certe due Donne, che
giá un pezzo fá, ben che vecchio vá publicamente mantenendo»).
Il Capello fece poco caso al
pettegolezzo; poi, quando si recò in chiesa per la cerimonia di investitura e il
saluto del clero locale, intravvide il prete Gandino e restò incantato da quella
che «li pareva una gioviale fisonomia di Religioso pur’ santo e molto da
bene, che propriamente spiri santitá”. Confidò subito il sentimento a don
Amighetto, il quale non mancò l’occasione di farne una delle sue e,
rimproverando con sussiego l’arciprete di indulgere troppo a giudicare le
apparenze («sú la vista é pur mal far i giudici»), confermò la diceria
delle due mantenute.
Il parroco ci rimase un po’
maluccio; ma solo fino al giorno seguente, quando, in visita al convento delle
Dimesse (l’edificio oggi ospita le scuole medie), vide nella adiacente casa dei
Gandini «due Donne decrepite gobbe, sorde, una che con la Rocca filava, e
l’altra, che col torcitoio torceva il filo albergate in un corpo di casa
annesso, hora da noi convertito in una caminata» (la caminata è un
salotto col camino). Così fu chiaro che non era una pura malignità la diceria
delle mantenute, anche se si trattava di due povere vecchie senza un’anima al
mondo che si desse cura di pensare a loro, all’infuori del buon prete.
Lo stesso episodio è narrato in
questi termini dal cronista nella biografia dedicata allo zio don Pietro Antonio
(Alveario, pp. 444-445):
lasciò godere a doi povere Donne vechie sorde timorate di Dio una
casa, come loro propria, col sostenerle ancora per dove le loro industrie del
torcere il filo non potevano arivare; Onde è che veniva poi dalli Amici, e dal
Volgo proverbiato, che fossero da Lui mantenute. Cosa che cosi bene fù data ad
intendere a questo Arciprete capello quando venne a questa Arciprebenda, perche
quando lo vidde alla sua presenza in compagnia di questi altri Reverendi. si
spiegò con uoce bassa con alcuni più Vechij di loro, che quella Fisonomia molto
li piacesse, parendoli che spirasse solo Santità: Et asseverandoli
constantemente, che manteneva due Donne, rimase in aprensione, come cio potesse
essere: Di che poi tosto ancora se ne sgombrò, quando in passare da quella casa
vedendole a torcere il filo annesse al nostro Habitato ricercò a chi l’acompagnava,
chi fossero li Padroni delle Case, e venendoli risposto essere il Reverendo Don
Pietro Antonio Gandino, sogiunse ricercando pure che Donne fossero quelle, li fù
pure risposto essere due povere mantenute e dal medesimo Religioso per mera
Carita albergate, che ben poi osservandole, trovò essere sorde, vechie, rugose e
senza denti, e che veramente erano degne d’essere mantenute dal Religioso
medesimo, e non haverlo inganato chi cosi gli haveva detto ne meno haver se
stesso inganato, quando fece bon giudizio della sua Fisonomia.
Una botte da spinare
Ma torniamo a don Giacomo
Amighetto: l’avevamo lasciato in compagnia dei numerosi giovani chierici
forestieri che, con la scusa della cortesia («sotto spezie d’urbanità»),
erano corsi a casa sua curiosi di vedere le bellezze che vi abitavano, restando
poi con un palmo di naso.
Il padrone di casa, trionfante
per lo scherzo riuscito, sfoggiò allora la sua migliore vena: invitò tutti a
seguirlo in cantina (càneva), dove si mise a smaniare attorno alla botte,
tentando di spillare il vino (voltrespinare, se la parola è giusta:
dovrebbe equivalere a spinare) con «un fascio di legna di spineti bene
spinosi»: è chiaro che la burla giocava sull’equivoco tra spina dei
rovi e spina della botte. E gli astanti si smascellavano dal ridere,
finché non gli venne l’idea di bucare (pertugiare) la botte con un
succhiello (trivellino), ottenendone il vino che cercava: «dove quí
bellamente finse stuppirsi della propria sapienza in haver speculato un si bel
modo di trarlo».
A questo punto, con un bel
soprassalto di acume psicologico, il cronista dipinge i giovani chierici che, «doppo
d’haver tutti bevuto», se ne vanno combattuti tra sentimenti opposti: «bench’ingannati dalla speranza di vedere le bellezze concepitegli e millantategli
partirono niente di meno sodisfatti, et allegri; mà però taciti d’esser restati
cosi bene delusi».
Agli ospiti rimasti in casa sua
(quelli più quieti e sodi), «doppo d’haver dato varie materie di
ridere», don Amighetto riservava tuttavia l’ennesimo spettacolo. Il tempo –
già si sapeva – era freddo e l’ora tarda: era giusto il momento di insegnargli
come scaldarsi il letto risparmiando sullo scaldino. La procedura era la
seguente: bisognava «andare à torno à torno il Letto, et ad ogni lato del
medesimo con buona fede, e devozione dargli più insensate [= incensate]
di buone bevute col Turribolo alla mano d’un buon fiasco di vino». Dunque,
usando il fiasco come turibolo e il vino come incenso, bastava alzare e
abbassare il gomito, come in chiesa con l’incensiere, e versarsi in bocca il
carburante; naturalmente a ogni lato del letto, come ai corni dell’altare, con
un congruo numero di incensate per lato (almeno le tre rituali), e con la dovuta
fede e divozione. Che il rimedio fosse efficace, egli era disposto a giurarlo
solennemente tacto pectore, con la mano sul cuore; e quale grave affronto
che gli ospiti «come increduli se ne ridessero».
Di fatto la commedia andò
avanti per quasi tutta la notte, e continuò la mattina dopo in casa
dell’arciprete, nel trombettare dei raccontatori.
Scarpe, ragazze e candele
Il nostro spassosissimo don
Giacomo sapeva scherzare su tutti e su tutto: e non trascurava di ironizzare
anche su se stesso, che è il segno della più autentica e intelligente ironia.
Gli ultimi due aneddoti rivelano appunto questa qualità.
Quando acquistava delle scarpe
nuove, faceva il giro del paese in una specie di marcia trionfale, con un
ragazzetto che lo precedeva sventolando le scarpe vecchie: così la gente poteva
verificare che egli, pur essendo vecchio e zoppo, era stato capace di consumare
(frustare) un paio di scarpe, e prevedeva di consumarne in breve tempo un
altro paio.
L’ultimo episodio narrato dal
Gandino ha, per noi, un ulteriore risvolto di interesse socio-economico: vi si
allude, infatti, esplicitamente all’esistenza in Quinzano di «uno
Spadolandiere numeroso di Giovane lavoranti il Lino». Si tratta,
probabilmente, di una grossa manifattura tessile, con molte giovani operaie, che
prendevano servizio fin dal mattino presto, giacché l’incontro avviene «doppo
d’haver celebrato», ossia subito dopo la celebrazione della messa prima,
intorno all’alba.
Le ragazze «allegre, e
curiose» pongono al vecchio prete due domande: che cosa stesse facendo e che
novità avesse da raccontar loro. Non credo ci sia necessità di illustrare le
risposte.
Ecco un simpatico e colorito
quadretto di genere, forse non austero come le nobili storie dell’arte e della
cultura, e tuttavia vivace e pieno di arguto realismo. È un modo questo di
accostarci a un aspetto del nostro passato forse poco frequentato dalla
storiografia, soprattutto perché poco coltivato dalle stesse fonti antiche, che
consideravano la vita quotidiana come indegna di figurare nei libri e nelle
memorie. Oggi, al contrario, si attribuisce anche agli aspetti minori del vivere
umano un interesse non inferiore a quello destinato ai fenomeni storici più
impegnativi: perché le guerre, le dominazioni, le politiche, spesso passano
sopra la testa della gente senza lasciarvi tracce davvero significative; i
caratteri e i comportamenti delle persone e delle comunità, invece, sono il vero
terreno sul quale cresce e si alimenta la pianta della storia. |