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Studi

 

Occorre sfatare l’equivoco nato dalla lettura sbagliata di un diploma dell’anno 958 

 

La prima volta della Pieve di Quinzano?

di Tommaso Casanova

 

L’Araldo Nuovo di Quinzano, a. XII n° 158, gennaio 2007 <2008>, pp. 5-6 [1ª parte];
n° 159, febbraio 2008, pp. 5, 8 [2ª parte].

 

 

Non occorre essere uno storico di professione per sapere che, per fare la storia, bisogna avere a disposizione dei documenti, bisogna vagliarne l’attendibilità, e soprattutto bisogna averli letti prima di trarne qualsiasi deduzione. Il fatto è che non tutti gli storici della domenica (categoria rispettabilissima, alla quale peraltro appartengo pure io) si attengono sempre a questi princìpi, e ciò accade soprattutto quando si parla di tempi molto antichi, dove più uno vorrebbe trovare appigli, più tali appigli mancano quasi del tutto.

Accade qualcosa del genere a proposito del monumento più antico e importante che abbiamo a Quinzano, ossia la pieve, intesa sia nel senso dell’edificio sacro, più volte rimaneggiato nel tempo, che tutti conosciamo, sia nel senso dell’istituzione pievana che, dall’alto medioevo fino almeno alla metà del secolo XVI, ha caratterizzato la vita religiosa del nostro paese e del suo circondario. È proprio a proposito delle origini e dei primi secoli di vita della pieve quinzanese che girano da tempo notizie, palleggiate da una pubblicazione all’altra e mai verificate sul serio, che avrebbero bisogno perlomeno di qualche precisazione, per non indurre in inganno il lettore interessato alla storia del paese.

Pur non essendo uno specialista dell’alto medioevo, mi proverò a fare un po’ d’ordine nella confusione che finora si è fatta; ma ho timore che questa mia fatica sarà motivo di delusione per qualcuno, che si vedrà soffiar di mano due o tre piccole certezze sulle origini e i primi documenti relativi al nostro paese. Mi dispiace: a coloro che preferiscono le favole, posso solo consigliare di non proseguire la lettura.

  

Argomenti e documenti

Quasi tutte le pubblicazioni moderne che si occupano della storia di Quinzano alle sue origini (poche in verità, e tutte interdipendenti) concordano in un paio di affermazioni, che si riassumono in questi termini:

1) la prima menzione della pieve di Santa Maria risale alla metà del X secolo;

2) essa appare in un documento che dimostra l’appartenenza di un’ampia parte del territorio quinzanese al monastero di San Benedetto di Leno (cui quindi si deve la meritevole opera di bonifica agricola, eccetera, eccetera, eccetera).

Va detto – semplificando un po’ – che esistono due tipi di testimonianze per accedere alle informazioni sul passato, specie così remoto: i documenti scritti (narrativi e istituzionali), e quelli cosiddetti materiali (oggetto di ricerca e di studio degli archeologi). Nel nostro caso specifico, di fonti materiali non ne abbiamo, se non la chiesa stessa (o piuttosto la parte absidale di essa, con i suoi affreschi), e il vicino battistero, che – a quanto ne sappiamo – sono i manufatti più antichi esistenti in paese, e tra i più antichi sopravvissuti nel territorio, ma che risalgono alla piena età romanica (diciamo non prima del secolo XII). Dunque per l’epoca precedente possiamo attingere – ammesso che ci siano – soltanto a fonti documentarie, che sono peraltro pochissime e assai laconiche nelle loro informazioni: voglio dire che, ricercando la presenza del nome di Quinzano (Quintianus o Quincianus), prima del Mille si trovano, con un po’ di fortuna, forse tre o quattro ricorrenze certe, che oltre al puro nome del paese riportano davvero poco, per non dire niente del tutto.

 

Il diploma di Berengario II e Adalberto (958)

La fonte cui ha attinto fin dall’inizio chi sostiene documentata l’esistenza di una chiesa di “Santa Maria di Quinzano” nel X secolo (in seguito i più non han fatto che riciclare di peso l’informazione), è sostanzialmente il diploma con cui da Verona il 13 gennaio 958 il re d’Italia Berengario II e il figlio Adalberto associato al trono, confermano al monastero di San Benedetto di Leno i possessi del suo vasto dominato territoriale. Si tratta di un documento importante, più d’una volta pubblicato e regestato fin dal ‘700, e puntualmente menzionato da quanti scrissero dell’abbazia lenese e delle sue pertinenze, compresi gli zelanti storici quinzanesi.

In esso (parafraso dalla edizione di Zaccaria 1767), nel nome del Signore Dio eterno, i re Berengario e Adalberto, non diffidando nel premio dell’eterna ricompensa divina in cambio della opportuna larghezza di doni caritatevoli verso i luoghi sacri e i servitori di Dio che vi risiedono, rendon noto ai fedeli tutti della santa Chiesa e del loro regno presenti e futuri che, su richiesta di Attone ed Everardo loro fedeli conti, con quel medesimo documento in piena legittimità concedono donano e confermano a Donnino abate del monastero di San Benedetto fondato da Desiderio re dei Longobardi nella campagna bresciana «in loco qui dicitur Leones» [nel luogo che si chiama Leoni, ossia a Leno] le immunità e prerogative concesse da re e imperatori precedenti: Carlo Magno Augusto di santa memoria, Ludovico, Lotario, Ludovico II, e ancora Berengario, Ugo, e Lotario II, in base alle quali concessero ai monaci di quel monastero benedettino di poter disporre a loro piacimento senza ostacoli delle rispettive proprietà, fintanto che servano il Signore osservanti della santa regola. Ma poiché negli ultimi tempi i fratelli del suddetto cenobio si vedevano sminuite certe loro legittime prerogative, e i nobili conti Attone ed Everardo, su loro richiesta, insistevano coi sovrani perché provvedessero a salvaguardare grazie al loro potere i diritti della santa congregazione, i due re, trovando giusta la richiesta, per rispetto del culto divino e in coerenza colla propria autorità, mediante questo medesimo atto di valore perenne e immutabile, ordinano che tutti i beni sotto elencati siano posseduti e gestiti senza interferenze esterne dall’abate legittimamente eletto dalla comunità.

A questo punto, iniziando dal monastero stesso, segue l’elenco delle proprietà e pertinenze dell’abbazia di Leno, che appare come una lunga arida lista di puri toponimi, molti dei quali a tutt’oggi di incerta identificazione. Riporto (senza omissis) l’inizio della lista, perché – come si vedrà – ci occorre per le nostre argomentazioni (Zaccaria 1767, p. 69): 

Monasterium cum suis adiacentiis in circuitu in qua situm est cum Baptismali Ecclesia Sancti Joannis pertinentia in summo lacu Vinioles, Campellione, Sullo, Materno, Gavardo, Pulliago, Cavonno, Zenciano, Cisiano, Marmoretulo, Calvisiano, Ruaclo, Gade in Gontaringo, Ecclesia Sancti Petri, & Ecclesia Sancte Marie in Moriatica, Cabraina, Marcelliano, Crisiniano, Quinziano, Vertuino, Sala Villa, Lupaellina, Solarium in Brixia cum brolio usque in viam Orientis:  

Poi l’elenco prosegue con proprietà dell’area veronese e trevisana, e con altre località più lontane, ma meno interessanti per il nostro argomento.

Non è facile tradurre il rosario di nomi, non tanto per un problema di forma latina che è veramente elementare, quanto piuttosto per la difficoltà di identificazione di molti dei luoghi menzionati dal documento (in questa fatica mi avvalgo delle documentate indicazioni di Baronio 2002, pp. 37-39): 

il monastero [di Leno] con le sue adiacenze nel recinto in cui è sito, con la chiesa battesimale di San Giovanni; le pertinenze nel Sommolago [Riva del Garda], Vignole, Campione, Sullo [?], Maderno, Gavardo, Bogliaco, Cavuno, Desenzano, Cisano, Marmirolo, Calvisano, Riclo, Ghedi; a Gottolengo la chiesa di San Pietro; e la chiesa di Santa Maria in Moriatica; Caprino, Marciaga, Cisano, Quinzano, Vertuino [?], Sale, Villa [di Gussago], Lupellina [?]; un solaio in Brescia con brolo fino alla via orientale... 

A parte le incertezze sull’identificazione di varie località, una cosa è evidente e chiara a chiunque non abbia la mente annebbiata o la vista compromessa: il nome di Quinziano (che abbiamo sottolineato per evidenziarlo nel contesto) non ha alcuna attribuzione né vicina né lontana dentro il testo del diploma. È pur vero che si parla di una «Baptismali Ecclesia Sancti Joannis» [chiesa battesimale di San Giovanni], che però è attribuita alle adiacenze del monastero in Leno (come effettivamente era a quell’epoca). Poi compare il nome di altre due chiese: «in Gontaringo, Ecclesia Sancti Petri, & Ecclesia Sancte Marie in Moriatica»: a parte le virgole un po’ traditrici, mi sembra evidente che si intende “a Gottolengo la chiesa di San Pietro; e la chiesa di Santa Maria in Moriatica”. Ora, dite quel che volete, ma mi sembra fuori di qualsiasi dubbio che la chiesa di Santa Maria, che tra l’altro non è detta battesimale né tanto meno pieve, non è per niente situata a Quinzano, bensì a Moriatica, una località che Baronio (p. 38) colloca dubitativamente vicino a Milzano alla confluenza del Mella con l’Oglio, più o meno dove oggi sorge la chiesetta di Comella; senza escludere peraltro (pp. 66-67) una sua possibile localizzazione in territorio di Moratica veronese, nel comune di Sorgà, presso il fiume Tione, contigua a beni dei monasteri di Nonantola e di San Zeno di Verona là attestati anche da altri documenti.

Certo che se si sopprimono con opportuni omissis i toponimi che separano il titolo di Santa Maria dal nome di Quinzano, vien fuori un candido «Ecclesia Sancte Marie in [...] Quinziano»; ma così son buoni tutti: colla stessa tecnica potremmo arrivare anche a far figurare che in Quinzano aveva sede il monastero di Leno o la santa sede apostolica! L’equivoco – mi immagino – potrebbe essere nato da una superficiale lettura del testo, che ha fatto grossolanamente intendere il titolo di Santa Maria esteso a tutti i luoghi elencati dopo, come se il diploma regio dicesse “la chiesa intitolata a Santa Maria [che si trova nei seguenti paesi:] Moriatica, e Caprino, Marciaga, Cisano, Quinzano...”: ma si vede bene quanto sia improponibile questa lettura. O forse, più semplicemente, qualcuno all’inizio ha preso qua e là alcuni appunti riassuntivi del diploma lenese, saltando ciò che non interessava, e più tardi ha attinto con leggerezza alla propria scheda come se fosse stata una trascrizione letterale, congiungendo senza ritegno le frasi rimaste isolate.

Eppure ancora di recente m’è capitato di leggere – non so più bene da che parte – che nel diploma dell’imperatore (!) Berengario II del 13 gennaio 958 sarebbe citata per la prima volta la pieve “Sanctae Mariae in Quinzano”, con tanto di nome (ma purtroppo solo quello) del suo arciprete Adalberto, il primo di cui si avrebbe notizia, al quale in persona sarebbero stati confermati i privilegi del monastero di Leno: laddove il nome di Adalberto è quello di uno dei re d’Italia firmatari dell’atto, la pieve non è menzionata da nessuna parte, e i privilegi sono confermati appunto al monastero di Leno e non a nessun fantomatico arciprete di Quinzano. A meno che chi scriveva non abbia letto un qualche altro privilegio di Berengario e Adalberto dato da Verona il 13 gennaio 958. Demenziale...

 

I diplomi di Ottone I (962) e Ottone II (981)

Come si vede, dunque, il diploma regio del 958 non menziona nessuna chiesa di Santa Maria in Quinzano, né tanto meno una pieve di Quinzano, o men che mai un suo eventuale arciprete. Lo stesso si può dire di altri due diplomi imperiali anteriori all’anno Mille, destinati anch’essi al monastero di Leno, in tutto e per tutto analoghi al precedente, emanati a distanza di non molti anni dagli imperatori Ottone I (962) e Ottone II (981). Sono ricopiati quasi di sana pianta dal documento precedente, ma vale la pena di riprenderli per la parte che ci interessa, se non altro allo scopo di confermare al lettore le conclusioni che abbiamo tratto sopra.

Il diploma di Ottone I, emesso a Pavia il 2 aprile 962 (quattro anni dopo quello di Berengario II e Adalberto), e indirizzato al medesimo abate Donnino, mutando di fatto solo il nome di chi sollecitava la conferma, in questo caso l’imperatrice Adelaide, inizia l’elenco delle pertinenze monastiche lenesi come segue (Zaccaria 1767, p. 72): 

Monasterium cum suis adjacentiis in circuitu cum baptismali Ecclesia Sancti Joannis pertinentia in Summo lacu, Viniolas, Campellione, Sullo, Materno, Gavardo, Puliaco, Cavonno, Scaviliaca, Casa nova, Bisentiana, Camposuri, Marmoretulo, Calvisiano, Ruaclo, Gade, in Gontaringo Ecclesiam S. Petri, Sancte Marie in Mauratica, Capraina, Cisiniano, Marcelliano, Quinciano, Vertuina, Lupellina, Sala, Villa, Solarium in Brixia cum broilo usque in viam Orientis cum Ecclesia S. Benedicti,  

Analogamente si comporta il diploma di Ottone II, dato a Ravenna il 18 gennaio 981, al nome del venerabile abate Ermenulfo (Zaccaria 1767, p. 78): 

Monasterium cum suis adiacentiis & pertinentiis in circuitu cum baptismali Ecclesia Sancti Joannis, pertinentia in Summo Lacu, Vineoles, Campelliones, Sullo, Materno, Gavardo, Puliaco, Canuno, Scaviliaca, Casa nova, Bisentiano, Raparia, Camposuri, Marmoretulum, Calvisianum, Rivaclo, Gade, in Gantaringo Ecclesia S. Petri, Paones, Flexo, Sancta Maria in Mauratica, Capraina, Cisiniano, Marcelliano, Quinciano, Vertuina, Lupellina, Sala, Villa, Solarium in Brixia cum brolo usque in via orientis cum Ecclesia S. Benedicti,  

Al di là delle irrisorie differenze ortografiche, e l’eventuale aggiunta di qualche toponimo nuovo, l’ordine delle liste è sostanzialmente il medesimo e conferma senza ombra di dubbio che l’unica chiesa menzionata di Santa Maria è attribuita alla località di Moriatica (o Mauratica), mentre accanto al nome di Quinciano non è apposto alcun altro complemento.

Dunque in nessuno dei documenti lenesi (o leonensi, come perferiscono gli storici seri) della seconda metà del secolo X non c’è alcuna menzione di una chiesa di Santa Maria in Quinzano, né tanto meno una attribuzione del titolo di pieve, ma solo il puro e semplice toponimo, preceduto e seguito da centinaia di altri semplici e puri toponimi. Insomma, credo che ormai sia evidente ciò che voglio sostenere: né il documento del 958, né quelli del 962 e del 981 (peraltro mai usati, per quel che ne so, a sostegno di una prima menzione così remota della pieve quinzanese) contengono alcun riferimento a una chiesa di Santa Maria di Quinzano, né vi identificano una pieve, ma si limitano alla sola menzione della parola ‘Quinzano’ senz’altra aggiunta. 

 

Quinzano o Quinzanello? 

A questo punto, sgombrato finalmente il campo dagli equivoci sulla primissima menzione della pieve di Santa Maria di Quinzano, vien fatto di chiedersi se dai documenti esaminati finora si possa almeno desumere qualche informazione più solida sulle pertinenze dell’abbazia di Leno in Quinzano. Il lettore che ha avuto la pazienza di seguire fin qui il ragionamento si sarà già reso conto che dal testo dei diplomi del secolo X c’è ben poco da spremere, oltre alla mera presenza del nome di Quintiano o Quinciano: ma almeno questo dovrebbe essere un dato assodato, e dimostrare che in quell’epoca lontana, pur non determinati per noi nella estensione e nella localizzazione, dei beni di proprietà del monastero di Leno in territorio quinzanese dovevano bene esistere.

In realtà, fin dalle prime volte che ebbi occasione di accostare gli antichi atti lenesi, mi colpì un fatto curioso: nei documenti del monastero desideriano, che peraltro non sono pochissimi, il nome di Quinzano compare solo tre volte in tutto, e solo nella seconda metà del secolo X, appunto nei tre documenti sopra esaminati. Dopo di che, le lunghe liste delle pertinenze monastiche riportano invece il nome prima inesistente di Quinzanello, e lo riportano (questo è il dato davvero singolare) nella identica posizione dell’elenco in cui prima compariva Quinzano. Farò un paio di esempi.

Il 12 maggio 1014 a Pavia l’imperatore Enrico II, confermando all’abate di Leno Liuzone i privilegi concessi al monastero dai suoi predecessori, inizia l’elenco in modo simile ai precedenti; ma poi, spostando i toponimi a partire da Gottolengo dopo i beni di Verona e Treviso, continua (Zaccaria 1767, p. 88): 

... Gotaringo cum Ecclesia Sancti Petri, Sancta Maria in Mauriatica, Caprina, Cisiniano, Marcelliano, in Quinzianello, Vertuina, Lupellina, Sala, Villa, ...  

Lo stesso si verifica nei diplomi successivi: Corrado re d’Italia all’abate Oddone, 1026 da Peschiera; Corrado imperatore all’abate Ricario, 28 febbraio 1036 da Weissenburg im Nordgau; Federico I Barbarossa all’abate Daniele, 17 agosto 1177 da Venezia; Enrico VI all’abate Gonterio, 3 giugno 1194 da Piacenza.

Questo rilievo – a onor del vero – l’ha fatto anche Baronio (2002, p. 75), riconducendo la sostituzione del nome di Quinzano con Quinzanello a un processo storico particolare di «sdoppiamento di centri abitati con la costituzione di un insediamento minore a certa distanza, che conserva nel diminutivo del toponimo la memoria del centro, da cui si origina, e documenta il processo». L’ipotesi si appoggia a un interessante articolo di Aldo Settia (1995) sulle coppie di toponimi che oppongono il nome di un luogo al suo diminutivo (tipo Alfiano-Alfianello, Milzano-Milzanello), il quale afferma che questi sdoppiamenti di centri abitati e dei relativi toponimi conseguono non di rado dalla migrazione di coloni a seguito del frazionamento di una curtis preesistente, e in questo quadro fa rientrare il caso di Quinzano e Quinzanello. Pur considerando la difficoltà costituita dalla distanza notevole fra i due centri (oltre 15 chilometri) e dalla presenza fra loro di altri centri di una qualche importanza, l’autore risolve la questione affermando l’appartenenza per molti secoli di tutti e due gli abitati al patrimonio dell’abbazia lenese, tra le cui pertinenze prima appariva Quinzano e poi, a partire dal 1014, al suo posto compare Quinzanello. Stante il fatto che il monastero a cavallo tra i secoli X e XI provvide a riorganizzare il suo patrimonio mediante permute che miravano a unire i beni monastici in aree territorialmente omogenee, il formarsi della coppia toponimica documenterebbe che tale riorganizzazione comportò anche uno spostamento di popolazione. Alla lettera: «Prima del 1014 il luogo di Quintianum sarebbe stato ceduto dall’abbazia in cambio di altri terreni posti più a Nord e sino allora privi di abitanti: una parte della popolazione di Quintianum si sarebbe allora spostata nella nuova sede formando il centro di Quinzanello destinato a rimanere stabilmente nelle mani del monastero». In questo senso il dato toponimico aiuterebbe a comprendere momenti di “gestione del personale” pilotati dagli abati secondo principi di razionalizzazione del territorio patrimoniale.

Interpretando il ragionamento di Settia: il nome di Quinzanello è connesso intrinsecamente col nome di Quinzano perché ne è il diminutivo, e gli è connesso estrinsecamente perché nei documenti imperiali dopo il Mille lo rimpiazza del tutto nella medesima collocazione all’interno del lungo elenco di pertinenze lenesi; dato il fenomeno storico (ben documentato per altre località della pianura Padana) per cui certi toponimi in forma di diminutivo rivelano la propria origine e dipendenza dai luoghi col nome originario, Quinzanello sarebbe stato fondato intorno al Mille mediante permute di proprietà e spostamento forzoso di abitanti originariamente situati in Quinzano. Ipotesi decisamente suggestiva, ma fondata sul puro esercizio di una logica astratta, assai difficile da verificare nella concretezza della storia, sia perché l’illazione contrasta almeno in parte con le condizioni caratterizzanti del fenomeno poste dallo stesso Settia, ossia che a) i due toponimi compaiano nello stesso documento, e che b) i due luoghi siano abbastanza vicini fra loro: il che non è; sia soprattutto perché le fonti coeve e posteriori tacciono in modo assoluto sul merito della questione, né a mia conoscenza si può al momento trovare alcun indizio di alcun genere che confermi un simile procedere degli eventi, o che metta in qualche modo in relazione diretta le due località dal nome pur così simile. In effetti, non esistono altre notizie all’infuori di quelle fornite dai diplomi reali e imperiali esaminati sopra, in cui – come si è visto – fino al Mille non c’è altro appiglio che il puro nome di Quinzano, e poi, esattamente al suo posto, il puro nome di Quinzanello, e nient’altro.

A ben vedere, la sostituzione di Quinzano con Quinzanello non istituisce un rapporto diretto fra i due luoghi nella realtà, ma semplicemente tra i due nomi nei manoscritti, rendendo forse verosimile una sostituzione dell’uno con l’altro per somiglianza. È pur vero che né Baronio né altri – per quel che ne so – han posto l’eventualità che la doppia versione del toponimo possa dipendere da un errore di scrittura dei manoscritti originali, o magari di lettura da parte di chi li trascrisse o li pubblicò: argomento debole – me ne rendo conto – ma che mi permetto di porre io qui col beneficio del dubbio, come ulteriore elemento di possibile discussione. 

 

L’identificazione dei luoghi 

Se poi si decidesse di concentrare tutta l’attenzione sui tre documenti del secolo X, gli unici che riportano il nome di Quinzano (Quintiano o Quinciano), non avrebbe comunque vita più facile chi intendesse cimentarsi nell’identificazione inequivocabile della località: lo stesso Baronio, che è senza dubbio oggi il più documentato storico dell’abbazia di Leno, mostra una significativa irresolutezza nel localizzare il nostro luogo: nel suo minuzioso articolo (2002) sul dominato abbaziale evita di menzionare Quinzano nel corso della trattazione, e gli dedica un paio di note a piè di pagina, in cui presenta due ipotesi ben distinte, ammettendone peraltro la alternatività non esclusiva, o addirittura (ma qui il discorso si fa più spinoso) la possibile coesistenza, senza peraltro prendere una decisione univoca (lo stesso nella mappa a corredo del testo, pp. 40-41).

Per un verso (pp. 75-76) lo storico ammette la possibilità di pertinenze leonensi in margine alla riva sinistra dell’Oglio, suffragandola con la scomparsa del toponimo Quinzano dai diplomi imperiali dopo il Mille a favore di Quinzanello, sulla base degli argomenti del Settia già esaminati (secondo il ragionamento seguente: può trattarsi del Quinzano bresciano, poiché si trova in alternativa diretta con Quinzanello, che è pure bresciano: argomento di cui abbiamo già mostrato la sostanziale debolezza).

D’altra parte (pp. 68-69), lo stesso studioso avanza pure (apparentemente con maggior convinzione) l’idea di collocare il centro di Quintiano in territorio veronese, identificandolo con il piccolo abitato omonimo alla periferia nord della città di Verona (autonomo fino al 1929, oggi frazione del capoluogo), e appoggiando la verosimiglianza dell’ipotesi al fatto che nei diplomi imperiali il nome si trova inserito fra quelli di località certamente veronesi.

Limitiamoci a prendere in esame i toponimi che precedono e seguono immediatamente, nella lunga catena delle pertinenze leonensi, il nome di Quinzano. A parte Gontaringo (nelle sue numerose varianti), che anticipa il moderno Gottolengo (Bs) con la sua chiesa di San Pietro, già a proposito di Moriatica (e della connessa chiesa di Santa Maria, che tante vane illusioni ha acceso negli ingenui storici quinzanesi) siamo di fronte a una incertezza di identificazione: il Baronio infatti (pp. 66-67), dopo aver suggerito di localizzarla nella presenza di beni di Leno a Comella e Milzano, considera la possibilità di un collegamento con le presenze leonensi in Moratica (oggi un piccolo agglomerato rurale nel comune di Sorgà, una trentina di chilometri a sud di Verona), adiacenti a proprietà dei monasteri di Nonantola e di San Zeno documentate anche altrove. Cabraina (o Caprina) viene identificata senza tentennamenti (p. 68) in Caprino Veronese (una trentina di chilometri a nord-ovest di Verona, a poca distanza dal Benaco), sull’itinerario tra la valle dell’Adige e la rocca di Garda, accanto ad altre proprietà leonensi; di Marcelliano viene proposta più problematicamente la possibile identificazione con Marcelliagum, oggi Marciaga (comune di Costermano, a meno di una decina di chilometri a sud-ovest di Caprino Veronese); coinciderebbe (p. 69) con l’odierna Cisano di Bardolino, sulla sponda veronese del lago di Garda, la località indicata nel primo diploma imperiale col toponimo Crisiniano (o Cisiniano). Sala e Villa (p. 67) sono le frazioni Sale e Villa di Gussago, mentre in quei dintorni dovrebbe trovarsi la località non meglio identificata di Lupellina.

Quanto a Vertuino (o Vertuina), un toponimo che si ritrova regolarmente in tutti i diplomi imperiali, immediatamente dopo Quinciano, e poi dopo Quincianello a partire dal 1014, merita un discorso a parte: qualcuno lo identificò in un prediale della zona a nord di Quinzano d’Oglio, sulla strada per Brescia, oggi quasi del tutto inglobato nel paese, segnalato dalla presenza di una santella ottocentesca detta “della Vertua” (oggi “degli Alpini”). Ora, a parte la differenza non piccola tra le denominazioni di Vertua e Vertuina, a me sembrerebbe più agevole attribuire il toponimo odierno alla presenza di proprietà terriere della famiglia Vertua, un cognome ben attestato nella nomenclatura locale dei secoli XV-XIX. Occorrerebbe certamente una verifica puntuale nella cartografia, e soprattutto nelle carte notarili dei secoli XV-XVIII, ma per il momento la questione resta irrisolta. Del resto, anche per la Vertuina, Baronio da un lato (p. 76) accoglie l’identificazione bresciana; dall’altro (p. 69) lascia aperta la possibilità di una localizzazione veronese, non prendendo una posizione definitiva. In questo senso è chiaro che non si può usare l’identificazione con la Vertua quinzanese per provare a Quinzano d’Oglio piuttosto che a Quinzano Veronese la presenza leonense; e in ogni caso l’identificazione della Vertuina dei diplomi imperiali segue a ruota l’eventuale collocazione di Quinzano nell’uno o nell’altro ambito locale.

È pur vero che l’ordine con cui sono elencate le località di pertinenza leonense nei diplomi imperiali è tutt’altro che sequenziale, e può capitare di trovare ravvicinate località lontane e a distanza località che dovrebbero esser vicine; ma anche se nel punto che stiamo esaminando l’ordine avesse una qualche regolarità, dobbiamo riconoscere che rimaniamo comunque nell’incertezza, poiché, sospendendo il discorso circa Vertuina e Lupellina, il nome di Quinzano si troverebbe esattamente a mezzo tra alcune località che potrebbero appartenere alla costa orientale del lago di Garda (Moratica, Caprino, Marciaga, Cisano) e le due frazioni Sale e Villa di Gussago a nord ovest di Brescia. E questo non aiuta a proporre una identificazione sicura.

Se poi allarghiamo l’interrogativo a quanti e quali potrebbero essere i toponimi Quinzano attestati nel territorio della pianura padana centrale, avremmo una straniante sorpresa: da una rapida consultazione di una qualsiasi carta geografica, ed escludendo per pratici motivi di distanza il Quinzano di Force (Ascoli Piceno) e il Quinciano di Monteroni d’Arbia (Siena), ci rimarrebbero tuttavia da verificare un Quinzano in comune di Loiano, poco più di trenta chilometri a sud di Bologna, non privo di rilevanti testimonianze di architettura medievale; quindi i due sparuti gruppi di case denominati Quinzano di Sopra e di Sotto nel comune di Langhirano, una trentina di miglia tra i monti a sud di Parma, con proprietà del locale vescovato; da lì dista un tiro di schioppo verso est un’altra località Quinzano nel comune sempre parmense di Neviano degli Arduini; per non parlare di Quinzano San Pietro, nel comune di Sumirago, quindici chilometri a sud di Varese, che nel XII secolo vantava proprietà della canonica di Sant’Ambrogio di Milano; o ancora un Quintano a nemmeno dieci chilometri a nord-ovest di Crema. Quasi tutti territori che non faticherebbero a rientrare nelle proprietà dirette dell’abbazia lenese, specie quelli del Parmense, dove San Benedetto di Leno pare mirasse al controllo dei passaggi connessi con l’importante via Francigena.

Non è mio intento, ovviamente, proporre qui una nuova sensazionale identificazione del Quinzano menzionato dai diplomi leonensi; mi bastava solo mettere in rilievo come certe affrettate e semplicistiche conclusioni consolatorie si scontrino in modo lampante con l’ardua difficoltà della materia e con le sue intricate diramazioni, mai ben dominate e comprese nemmeno dagli specialisti di una vita. 

 

Conclusioni 

Dunque la nostra argomentazione ci ha portato per ora a un paio di conclusioni inappuntabili, per quanto entrambe purtroppo al negativo:

1) non c’è il benché minimo accenno a una chiesa di Santa Maria, né tanto meno a una pieve di quel titolo, in Quinzano nei documenti leonensi del secolo X;

2) persino la pura presenza del toponimo di Quinciano nell’elenco delle proprietà del monastero di San Benedetto stilato in quegli antichi diplomi reali e imperiali non è esente da problemi di identificazione con quel Quinzano d’Oglio che conosciamo oggi.

Mi rendo conto che, a questo punto, avrò dato qualche profonda delusione a più d’uno dei miei lettori, almeno a quelli che avevan sempre creduto a una storia della nostra pieve documentata fin da oltre mille anni indietro; ma andava pur detto che, alla prova di argomenti rigorosi, nessuna delle illazioni avanzate finora in proposito dai pur volonterosi ‘storici della domenica’ ha il carattere sufficiente per sopravvivere a una critica seria.

Del resto, è ovvio – lo capirebbe anche uno scolaretto delle medie: se i documenti non dimostrano che Leno possedeva beni in Quinzano, ciò non significa affatto che essi dimostrino che Leno non possedeva beni in Quinzano: lo dice la pura e semplice logica. Ma in assenza di documentazione certa (e noi oggi tale documentazione non l’abbiamo), non è onesto affermare con sicurezza né l’esistenza né la non esistenza di tale presenza leonense in Quinzano, che quindi va attestata (o negata) con altri mezzi e per altre vie, se non si vuol rinunciare al rigore della scienza, per continuare a credere alle favole. Sarebbe già un bel successo se d’ora in poi quanti si occupano più o meno seriamente di storia quinzanese si volessero astenere dal replicare stancamente che la pieve di Santa Maria di Quinzano è menzionata fin dall’anno del Signore 958, spacciando un marchiano errore di lettura per una soda verità di fede.

 

* * *

 

Riferimenti bibliografici

BARONIO, Angelo, 2002
“Il «dominatus» dell’abbazia di San Benedetto di Leno. Prime ipotesi di ricostruzione”, Brixia Sacra. Memorie storiche della diocesi di Brescia, s. III a. VII n. 1-2, gennaio-giugno 2002, pp. 33-85

SETTIA, Aldo A., 1995
“Assetto del popolamento rurale e coppie toponimiche nell’Italia padana (secoli IX-XIV)”, Studi Storici, a. 36 n. 1, gennaio-marzo 1995, pp. 244-266

ZACCARIA, Francesco Antonio, 1767
Dell’Antichissima Badia di Leno. Libri tre composti dal padre Francesco Antonio Zaccaria della Compagnia di Gesù, Venezia, per Pietro Marcuzzi, pp. 328; rist. anast.: [Grafit-Todi], s.d. [con presentazione di Angelo Baronio]

 

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in rete dal 17/04/2008

a cura di T. Casanova

aggiorn. 15/06/2010

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