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Non occorre essere uno storico di professione
per sapere che, per fare la storia, bisogna
avere a disposizione dei documenti, bisogna
vagliarne l’attendibilità, e soprattutto bisogna
averli letti prima di trarne qualsiasi
deduzione. Il fatto è che non tutti gli storici
della domenica (categoria rispettabilissima,
alla quale peraltro appartengo pure io) si
attengono sempre a questi princìpi, e ciò accade
soprattutto quando si parla di tempi molto
antichi, dove più uno vorrebbe trovare appigli,
più tali appigli mancano quasi del tutto.
Accade qualcosa del genere a proposito del
monumento più antico e importante che abbiamo a
Quinzano, ossia la pieve, intesa sia nel senso
dell’edificio sacro, più volte rimaneggiato nel
tempo, che tutti conosciamo, sia nel senso
dell’istituzione pievana che, dall’alto medioevo
fino almeno alla metà del secolo XVI, ha
caratterizzato la vita religiosa del nostro
paese e del suo circondario. È proprio a
proposito delle origini e dei primi secoli di
vita della pieve quinzanese che girano da tempo
notizie, palleggiate da una pubblicazione
all’altra e mai verificate sul serio, che
avrebbero bisogno perlomeno di qualche
precisazione, per non indurre in inganno il
lettore interessato alla storia del paese.
Pur non essendo uno specialista dell’alto
medioevo, mi proverò a fare un po’ d’ordine
nella confusione che finora si è fatta; ma ho
timore che questa mia fatica sarà motivo di
delusione per qualcuno, che si vedrà soffiar di
mano due o tre piccole certezze sulle origini e
i primi documenti relativi al nostro paese. Mi
dispiace: a coloro che preferiscono le favole,
posso solo consigliare di non proseguire la
lettura.
Argomenti e
documenti
Quasi tutte le pubblicazioni moderne che si
occupano della storia di Quinzano alle sue
origini (poche in verità, e tutte
interdipendenti) concordano in un paio di
affermazioni, che si riassumono in questi
termini:
1) la prima menzione della pieve di Santa Maria
risale alla metà del X secolo;
2) essa appare in un documento che dimostra
l’appartenenza di un’ampia parte del territorio
quinzanese al monastero di San Benedetto di Leno
(cui quindi si deve la meritevole opera di
bonifica agricola, eccetera, eccetera,
eccetera).
Va detto – semplificando un po’ – che esistono
due tipi di testimonianze per accedere alle
informazioni sul passato, specie così remoto: i
documenti
scritti (narrativi e istituzionali), e
quelli cosiddetti materiali (oggetto di
ricerca e di studio degli archeologi). Nel
nostro caso specifico, di fonti materiali non ne
abbiamo, se non la chiesa stessa (o piuttosto la
parte absidale di essa, con i suoi affreschi), e
il vicino battistero, che – a quanto ne sappiamo
– sono i manufatti più antichi esistenti in
paese, e tra i più antichi sopravvissuti nel
territorio, ma che risalgono alla piena età
romanica (diciamo non prima del secolo XII).
Dunque per l’epoca precedente possiamo attingere
– ammesso che ci siano – soltanto a fonti
documentarie, che sono peraltro pochissime e
assai laconiche nelle loro informazioni: voglio
dire che, ricercando la presenza del nome di
Quinzano (Quintianus o Quincianus),
prima del Mille si trovano, con un po’ di
fortuna, forse tre o quattro ricorrenze certe,
che oltre al puro nome del paese riportano
davvero poco, per non dire niente del tutto.
Il diploma di
Berengario II e Adalberto (958)
La fonte cui ha attinto fin dall’inizio chi
sostiene documentata l’esistenza di una chiesa
di “Santa Maria di Quinzano” nel X secolo (in
seguito i più non han fatto che riciclare di
peso l’informazione), è sostanzialmente il
diploma con cui da Verona il 13 gennaio 958 il
re d’Italia Berengario II e il figlio Adalberto
associato al trono, confermano al monastero di
San Benedetto di Leno i possessi del suo vasto
dominato territoriale. Si tratta di un documento
importante, più d’una volta pubblicato e
regestato fin dal ‘700, e puntualmente
menzionato da quanti scrissero dell’abbazia
lenese e delle sue pertinenze, compresi gli
zelanti storici quinzanesi.
In esso (parafraso dalla edizione di Zaccaria
1767), nel nome del Signore Dio eterno, i re
Berengario e Adalberto, non diffidando nel
premio dell’eterna ricompensa divina in cambio
della opportuna larghezza di doni caritatevoli
verso i luoghi sacri e i servitori di Dio che vi
risiedono, rendon noto ai fedeli tutti della
santa Chiesa e del loro regno presenti e futuri
che, su richiesta di Attone ed Everardo loro
fedeli conti, con quel medesimo documento in
piena legittimità concedono donano e confermano
a Donnino abate del monastero di San Benedetto
fondato da Desiderio re dei Longobardi nella
campagna bresciana «in loco qui dicitur
Leones» [nel luogo che si chiama Leoni,
ossia a Leno] le immunità e prerogative concesse
da re e imperatori precedenti: Carlo Magno
Augusto di santa memoria, Ludovico, Lotario,
Ludovico II, e ancora Berengario, Ugo, e Lotario
II, in base alle quali concessero ai monaci di
quel monastero benedettino di poter disporre a
loro piacimento senza ostacoli delle rispettive
proprietà, fintanto che servano il Signore
osservanti della santa regola. Ma poiché negli
ultimi tempi i fratelli del suddetto cenobio si
vedevano sminuite certe loro legittime
prerogative, e i nobili conti Attone ed
Everardo, su loro richiesta, insistevano coi
sovrani perché provvedessero a salvaguardare
grazie al loro potere i diritti della santa
congregazione, i due re, trovando giusta la
richiesta, per rispetto del culto divino e in
coerenza colla propria autorità, mediante questo
medesimo atto di valore perenne e immutabile,
ordinano che tutti i beni sotto elencati siano
posseduti e gestiti senza interferenze esterne
dall’abate legittimamente eletto dalla comunità.
A questo punto, iniziando dal monastero stesso,
segue l’elenco delle proprietà e pertinenze
dell’abbazia di Leno, che appare come una lunga
arida lista di puri toponimi, molti dei quali a
tutt’oggi di incerta identificazione. Riporto
(senza
omissis) l’inizio della lista, perché – come
si vedrà – ci occorre per le nostre
argomentazioni (Zaccaria 1767, p. 69):
Monasterium
cum suis adiacentiis in circuitu in qua situm
est cum Baptismali Ecclesia Sancti Joannis
pertinentia in summo lacu Vinioles, Campellione,
Sullo, Materno, Gavardo, Pulliago, Cavonno,
Zenciano, Cisiano, Marmoretulo, Calvisiano,
Ruaclo, Gade in Gontaringo,
Ecclesia Sancti Petri, & Ecclesia Sancte Marie
in Moriatica, Cabraina, Marcelliano,
Crisiniano, Quinziano, Vertuino,
Sala Villa, Lupaellina, Solarium in Brixia cum
brolio usque in viam Orientis:
Poi l’elenco prosegue con proprietà dell’area
veronese e trevisana, e con altre località più
lontane, ma meno interessanti per il nostro
argomento.
Non è facile tradurre il rosario di nomi, non
tanto per un problema di forma latina che è
veramente elementare, quanto piuttosto per la
difficoltà di identificazione di molti dei
luoghi menzionati dal documento (in questa
fatica mi avvalgo delle documentate indicazioni
di Baronio 2002, pp. 37-39):
il monastero
[di Leno] con le sue adiacenze nel recinto in
cui è sito, con la chiesa battesimale di San
Giovanni; le pertinenze nel Sommolago [Riva del
Garda], Vignole, Campione, Sullo [?], Maderno,
Gavardo, Bogliaco, Cavuno, Desenzano, Cisano,
Marmirolo, Calvisano, Riclo, Ghedi; a Gottolengo
la chiesa di San Pietro; e la chiesa di Santa
Maria in Moriatica; Caprino, Marciaga, Cisano,
Quinzano, Vertuino [?], Sale, Villa
[di Gussago], Lupellina [?]; un solaio in
Brescia con brolo fino alla via orientale...
A parte le incertezze sull’identificazione di
varie località, una cosa è evidente e chiara a
chiunque non abbia la mente annebbiata o la
vista compromessa: il nome di Quinziano
(che abbiamo sottolineato per evidenziarlo nel
contesto) non ha alcuna attribuzione né vicina
né lontana dentro il testo del diploma. È pur
vero che si parla di una «Baptismali Ecclesia
Sancti Joannis» [chiesa battesimale di San
Giovanni], che però è attribuita alle adiacenze
del monastero in Leno (come effettivamente era a
quell’epoca). Poi compare il nome di altre due
chiese: «in Gontaringo, Ecclesia Sancti Petri,
& Ecclesia Sancte Marie in Moriatica»: a
parte le virgole un po’ traditrici, mi sembra
evidente che si intende “a Gottolengo la chiesa
di San Pietro; e la chiesa di Santa Maria in
Moriatica”. Ora, dite quel che volete, ma mi
sembra fuori di qualsiasi dubbio che la chiesa
di Santa Maria, che tra l’altro non è detta
battesimale né tanto meno pieve, non è per
niente situata a Quinzano, bensì a Moriatica,
una località che Baronio (p. 38) colloca
dubitativamente vicino a Milzano alla confluenza
del Mella con l’Oglio, più o meno dove oggi
sorge la chiesetta di Comella; senza escludere
peraltro (pp. 66-67) una sua possibile
localizzazione in territorio di Moratica
veronese, nel comune di Sorgà, presso il fiume
Tione, contigua a beni dei monasteri di
Nonantola e di San Zeno di Verona là attestati
anche da altri documenti.
Certo che se si sopprimono con opportuni
omissis i toponimi che separano il titolo di
Santa Maria dal nome di Quinzano, vien fuori un
candido «Ecclesia Sancte Marie in [...]
Quinziano»; ma così son buoni tutti: colla
stessa tecnica potremmo arrivare anche a far
figurare che in Quinzano aveva sede il monastero
di Leno o la santa sede apostolica! L’equivoco –
mi immagino – potrebbe essere nato da una
superficiale lettura del testo, che ha fatto
grossolanamente intendere il titolo di Santa
Maria esteso a tutti i luoghi elencati dopo,
come se il diploma regio dicesse “la chiesa
intitolata a Santa Maria [che si trova nei
seguenti paesi:] Moriatica, e Caprino, Marciaga,
Cisano, Quinzano...”: ma si vede bene quanto sia
improponibile questa lettura. O forse, più
semplicemente, qualcuno all’inizio ha preso qua
e là alcuni appunti riassuntivi del diploma
lenese, saltando ciò che non interessava, e più
tardi ha attinto con leggerezza alla propria
scheda come se fosse stata una trascrizione
letterale, congiungendo senza ritegno le frasi
rimaste isolate.
Eppure ancora di recente m’è capitato di leggere
– non so più bene da che parte – che nel diploma
dell’imperatore (!) Berengario II del 13 gennaio
958 sarebbe citata per la prima volta la pieve
“Sanctae Mariae in Quinzano”, con tanto di nome
(ma purtroppo solo quello) del suo arciprete
Adalberto, il primo di cui si avrebbe notizia,
al quale in persona sarebbero stati confermati i
privilegi del monastero di Leno: laddove il nome
di Adalberto è quello di uno dei re d’Italia
firmatari dell’atto, la pieve non è menzionata
da nessuna parte, e i privilegi sono confermati
appunto al monastero di Leno e non a nessun
fantomatico arciprete di Quinzano. A meno che
chi scriveva non abbia letto un qualche altro
privilegio di Berengario e Adalberto dato da
Verona il 13 gennaio 958. Demenziale...
I diplomi di
Ottone I (962) e Ottone II (981)
Come si vede, dunque, il diploma regio del 958
non menziona nessuna chiesa di Santa Maria in
Quinzano, né tanto meno una pieve di Quinzano, o
men che mai un suo eventuale arciprete. Lo
stesso si può dire di altri due diplomi
imperiali anteriori all’anno Mille, destinati
anch’essi al monastero di Leno, in tutto e per
tutto analoghi al precedente, emanati a distanza
di non molti anni dagli imperatori Ottone I
(962) e Ottone II (981). Sono ricopiati quasi di
sana pianta dal documento precedente, ma vale la
pena di riprenderli per la parte che ci
interessa, se non altro allo scopo di confermare
al lettore le conclusioni che abbiamo tratto
sopra.
Il diploma di Ottone I, emesso a Pavia il 2
aprile 962 (quattro anni dopo quello di
Berengario II e Adalberto), e indirizzato al
medesimo abate Donnino, mutando di fatto solo il
nome di chi sollecitava la conferma, in questo
caso l’imperatrice Adelaide, inizia l’elenco
delle pertinenze monastiche lenesi come segue
(Zaccaria 1767, p. 72):
Monasterium
cum suis adjacentiis in circuitu cum baptismali
Ecclesia Sancti Joannis pertinentia in Summo
lacu, Viniolas, Campellione, Sullo, Materno,
Gavardo, Puliaco, Cavonno, Scaviliaca, Casa
nova, Bisentiana, Camposuri, Marmoretulo,
Calvisiano, Ruaclo, Gade, in Gontaringo
Ecclesiam S. Petri, Sancte Marie in Mauratica,
Capraina, Cisiniano, Marcelliano,
Quinciano, Vertuina, Lupellina, Sala,
Villa, Solarium in Brixia cum broilo usque in
viam Orientis cum Ecclesia S. Benedicti,
Analogamente si comporta il diploma di Ottone II,
dato a Ravenna il 18 gennaio 981, al nome del
venerabile abate Ermenulfo (Zaccaria 1767, p.
78):
Monasterium
cum suis adiacentiis & pertinentiis in circuitu
cum baptismali Ecclesia Sancti Joannis,
pertinentia in Summo Lacu, Vineoles,
Campelliones, Sullo, Materno, Gavardo, Puliaco,
Canuno, Scaviliaca, Casa nova, Bisentiano,
Raparia, Camposuri, Marmoretulum, Calvisianum,
Rivaclo, Gade, in Gantaringo Ecclesia S. Petri,
Paones, Flexo, Sancta Maria in Mauratica,
Capraina, Cisiniano, Marcelliano,
Quinciano, Vertuina, Lupellina, Sala,
Villa, Solarium in Brixia cum brolo usque in via
orientis cum Ecclesia S. Benedicti,
Al di là delle irrisorie differenze
ortografiche, e l’eventuale aggiunta di qualche
toponimo nuovo, l’ordine delle liste è
sostanzialmente il medesimo e conferma senza
ombra di dubbio che l’unica chiesa menzionata di
Santa Maria è attribuita alla località di
Moriatica (o Mauratica), mentre accanto
al nome di Quinciano non è apposto alcun
altro complemento.
Dunque in nessuno dei documenti lenesi (o
leonensi, come perferiscono gli storici
seri) della seconda metà del secolo X non c’è
alcuna menzione di una chiesa di Santa Maria in
Quinzano, né tanto meno una attribuzione del
titolo di pieve, ma solo il puro e semplice
toponimo, preceduto e seguito da centinaia di
altri semplici e puri toponimi. Insomma, credo
che ormai sia evidente ciò che voglio sostenere:
né il documento del 958, né quelli del 962 e del
981 (peraltro mai usati, per quel che ne so, a
sostegno di una prima menzione così remota della
pieve quinzanese) contengono alcun riferimento a
una chiesa di Santa Maria di Quinzano, né vi
identificano una pieve, ma si limitano alla sola
menzione della parola ‘Quinzano’ senz’altra
aggiunta.
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Quinzano o Quinzanello?
A questo punto, sgombrato
finalmente il campo dagli equivoci sulla
primissima menzione della pieve di Santa Maria
di Quinzano, vien fatto di chiedersi se dai
documenti esaminati finora si possa almeno
desumere qualche informazione più solida sulle
pertinenze dell’abbazia di Leno in Quinzano. Il
lettore che ha avuto la pazienza di seguire fin
qui il ragionamento si sarà già reso conto che
dal testo dei diplomi del secolo X c’è ben poco
da spremere, oltre alla mera presenza del nome
di Quintiano o Quinciano: ma
almeno questo dovrebbe essere un dato assodato,
e dimostrare che in quell’epoca lontana, pur non
determinati per noi nella estensione e nella
localizzazione, dei beni di proprietà del
monastero di Leno in territorio quinzanese
dovevano bene esistere.
In realtà, fin dalle
prime volte che ebbi occasione di accostare gli
antichi atti lenesi, mi colpì un fatto curioso:
nei documenti del monastero desideriano, che
peraltro non sono pochissimi, il nome di
Quinzano compare solo tre volte in tutto, e solo
nella seconda metà del secolo X, appunto nei tre
documenti sopra esaminati. Dopo di che, le
lunghe liste delle pertinenze monastiche
riportano invece il nome prima inesistente di
Quinzanello, e lo riportano (questo è il dato
davvero singolare) nella identica posizione
dell’elenco in cui prima compariva Quinzano.
Farò un paio di esempi.
Il 12 maggio 1014 a
Pavia l’imperatore Enrico II, confermando
all’abate di Leno Liuzone i privilegi concessi
al monastero dai suoi predecessori, inizia
l’elenco in modo simile ai precedenti; ma poi,
spostando i toponimi a partire da Gottolengo
dopo i beni di Verona e Treviso, continua
(Zaccaria 1767, p. 88):
...
Gotaringo cum Ecclesia Sancti Petri, Sancta
Maria in Mauriatica, Caprina, Cisiniano,
Marcelliano, in Quinzianello, Vertuina,
Lupellina, Sala, Villa, ...
Lo stesso si verifica nei
diplomi successivi: Corrado re d’Italia
all’abate Oddone, 1026 da Peschiera; Corrado
imperatore all’abate Ricario, 28 febbraio 1036
da Weissenburg im Nordgau; Federico I Barbarossa
all’abate Daniele, 17 agosto 1177 da Venezia;
Enrico VI all’abate Gonterio, 3 giugno 1194 da
Piacenza.
Questo rilievo – a
onor del vero – l’ha fatto anche Baronio (2002, p.
75), riconducendo la sostituzione del nome di
Quinzano con Quinzanello a un processo storico
particolare di «sdoppiamento di centri abitati
con la costituzione di un insediamento minore a
certa distanza, che conserva nel diminutivo del
toponimo la memoria del centro, da cui si
origina, e documenta il processo». L’ipotesi si
appoggia a un interessante articolo di Aldo Settia
(1995)
sulle coppie di toponimi che oppongono il nome
di un luogo al suo diminutivo (tipo
Alfiano-Alfianello, Milzano-Milzanello), il
quale afferma che questi sdoppiamenti di centri
abitati e dei relativi toponimi conseguono non
di rado dalla migrazione di coloni a seguito del
frazionamento di una curtis preesistente,
e in questo quadro fa rientrare il caso di
Quinzano e Quinzanello. Pur considerando la
difficoltà costituita dalla distanza notevole
fra i due centri (oltre 15 chilometri) e dalla
presenza fra loro di altri centri di una qualche
importanza, l’autore risolve la questione
affermando l’appartenenza per molti secoli di
tutti e due gli abitati al patrimonio
dell’abbazia lenese, tra le cui pertinenze prima
appariva Quinzano e poi, a partire dal 1014, al
suo posto compare Quinzanello. Stante il fatto
che il monastero a cavallo tra i secoli X e XI
provvide a riorganizzare il suo patrimonio
mediante permute che miravano a unire i beni
monastici in aree territorialmente omogenee, il
formarsi della coppia toponimica documenterebbe
che tale riorganizzazione comportò anche uno
spostamento di popolazione. Alla lettera: «Prima
del 1014 il luogo di Quintianum sarebbe
stato ceduto dall’abbazia in cambio di altri
terreni posti più a Nord e sino allora privi di
abitanti: una parte della popolazione di
Quintianum si sarebbe allora spostata nella
nuova sede formando il centro di Quinzanello
destinato a rimanere stabilmente nelle mani del
monastero». In questo senso il dato toponimico
aiuterebbe a comprendere momenti di “gestione
del personale” pilotati dagli abati secondo
principi di razionalizzazione del territorio
patrimoniale.
Interpretando il
ragionamento di Settia: il nome di Quinzanello è
connesso intrinsecamente col nome di Quinzano
perché ne è il diminutivo, e gli è connesso
estrinsecamente perché nei documenti imperiali
dopo il Mille lo rimpiazza del tutto nella
medesima collocazione all’interno del lungo
elenco di pertinenze lenesi; dato il fenomeno
storico (ben documentato per altre località
della pianura Padana) per cui certi toponimi in
forma di diminutivo rivelano la propria origine
e dipendenza dai luoghi col nome originario,
Quinzanello sarebbe stato fondato intorno al
Mille mediante permute di proprietà e
spostamento forzoso di abitanti originariamente
situati in Quinzano. Ipotesi decisamente
suggestiva, ma fondata sul puro esercizio di una
logica astratta, assai difficile da verificare
nella concretezza della storia, sia perché
l’illazione contrasta almeno in parte con le
condizioni caratterizzanti del fenomeno poste
dallo stesso Settia, ossia che a) i due toponimi
compaiano nello stesso documento, e che b) i due
luoghi siano abbastanza vicini fra loro: il che
non è; sia soprattutto perché le fonti coeve e
posteriori tacciono in modo assoluto sul merito
della questione, né a mia conoscenza si può al
momento trovare alcun indizio di alcun genere
che confermi un simile procedere degli eventi, o
che metta in qualche modo in relazione diretta
le due località dal nome pur così simile. In
effetti, non esistono altre notizie all’infuori
di quelle fornite dai diplomi reali e imperiali
esaminati sopra, in cui – come si è visto – fino
al Mille non c’è altro appiglio che il puro nome
di Quinzano, e poi, esattamente al suo posto, il
puro nome di Quinzanello, e nient’altro.
A ben vedere, la
sostituzione di Quinzano con Quinzanello non
istituisce un rapporto diretto fra i due luoghi
nella realtà, ma semplicemente tra i due nomi
nei manoscritti, rendendo forse verosimile una
sostituzione dell’uno con l’altro per
somiglianza. È pur vero che né Baronio né altri
– per quel che ne so – han posto l’eventualità
che la doppia versione del toponimo possa
dipendere da un errore di scrittura dei
manoscritti originali, o magari di lettura da
parte di chi li trascrisse o li pubblicò:
argomento debole – me ne rendo conto – ma che mi
permetto di porre io qui col beneficio del
dubbio, come ulteriore elemento di possibile
discussione.
L’identificazione dei
luoghi
Se poi si decidesse di
concentrare tutta l’attenzione sui tre documenti
del secolo X, gli unici che riportano il nome di
Quinzano (Quintiano o Quinciano),
non avrebbe comunque vita più facile chi
intendesse cimentarsi nell’identificazione
inequivocabile della località: lo stesso Baronio,
che è senza dubbio oggi il più documentato
storico dell’abbazia di Leno, mostra una
significativa irresolutezza nel localizzare il
nostro luogo: nel suo minuzioso articolo (2002) sul
dominato abbaziale evita di menzionare Quinzano
nel corso della trattazione, e gli dedica un
paio di note a piè di pagina, in cui presenta
due ipotesi ben distinte, ammettendone peraltro
la alternatività non esclusiva, o addirittura
(ma qui il discorso si fa più spinoso) la
possibile coesistenza, senza peraltro prendere
una decisione univoca (lo stesso nella mappa a
corredo del testo, pp. 40-41).
Per un verso
(pp.
75-76) lo storico ammette la possibilità di
pertinenze leonensi in margine alla riva
sinistra dell’Oglio, suffragandola con la
scomparsa del toponimo Quinzano dai diplomi
imperiali dopo il Mille a favore di Quinzanello,
sulla base degli argomenti del Settia già
esaminati (secondo il ragionamento seguente: può
trattarsi del Quinzano bresciano, poiché si
trova in alternativa diretta con Quinzanello,
che è pure bresciano: argomento di cui abbiamo
già mostrato la sostanziale debolezza).
D’altra parte
(pp.
68-69), lo stesso studioso avanza pure
(apparentemente con maggior convinzione) l’idea
di collocare il centro di Quintiano in
territorio veronese, identificandolo con il
piccolo abitato omonimo alla periferia nord
della città di Verona (autonomo fino al 1929,
oggi frazione del capoluogo), e appoggiando la
verosimiglianza dell’ipotesi al fatto che nei
diplomi imperiali il nome si trova inserito fra
quelli di località certamente veronesi.
Limitiamoci a
prendere in esame i toponimi che precedono e
seguono immediatamente, nella lunga catena delle
pertinenze leonensi, il nome di Quinzano. A
parte Gontaringo (nelle sue numerose
varianti), che anticipa il moderno Gottolengo (Bs)
con la sua chiesa di San Pietro, già a proposito
di Moriatica (e della connessa chiesa di
Santa Maria, che tante vane illusioni ha acceso
negli ingenui storici quinzanesi) siamo di
fronte a una incertezza di identificazione: il
Baronio infatti (pp. 66-67), dopo aver suggerito
di localizzarla nella presenza di beni di Leno a Comella e Milzano, considera la possibilità di
un collegamento con le presenze leonensi in
Moratica (oggi un piccolo agglomerato rurale nel
comune di Sorgà, una trentina di chilometri a
sud di Verona), adiacenti a proprietà dei
monasteri di Nonantola e di San Zeno documentate
anche altrove. Cabraina (o Caprina)
viene identificata senza tentennamenti (p. 68)
in Caprino Veronese (una trentina di chilometri
a nord-ovest di Verona, a poca distanza dal Benaco), sull’itinerario tra la valle dell’Adige
e la rocca di Garda, accanto ad altre proprietà
leonensi; di Marcelliano viene proposta
più problematicamente la possibile
identificazione con Marcelliagum, oggi
Marciaga (comune di Costermano, a meno di una
decina di chilometri a sud-ovest di Caprino
Veronese); coinciderebbe (p. 69) con l’odierna Cisano di Bardolino, sulla sponda veronese del
lago di Garda, la località indicata nel primo
diploma imperiale col toponimo Crisiniano
(o Cisiniano). Sala e Villa
(p. 67) sono le frazioni Sale e Villa di
Gussago, mentre in quei dintorni dovrebbe
trovarsi la località non meglio identificata di
Lupellina.
Quanto a Vertuino
(o Vertuina), un toponimo che si ritrova
regolarmente in tutti i diplomi imperiali,
immediatamente dopo Quinciano, e poi dopo
Quincianello a partire dal 1014, merita
un discorso a parte: qualcuno lo identificò in
un prediale della zona a nord di Quinzano
d’Oglio, sulla strada per Brescia, oggi quasi
del tutto inglobato nel paese, segnalato dalla
presenza di una santella ottocentesca detta
“della Vertua” (oggi “degli Alpini”). Ora, a
parte la differenza non piccola tra le
denominazioni di Vertua e Vertuina,
a me sembrerebbe più agevole attribuire il
toponimo odierno alla presenza di proprietà terriere
della famiglia Vertua, un cognome ben attestato
nella nomenclatura locale dei secoli XV-XIX.
Occorrerebbe certamente una verifica puntuale
nella cartografia, e soprattutto nelle carte
notarili dei secoli XV-XVIII, ma per il momento
la questione resta irrisolta. Del resto, anche
per la Vertuina, Baronio da un lato (p.
76) accoglie l’identificazione bresciana;
dall’altro (p. 69) lascia aperta la possibilità
di una localizzazione veronese, non prendendo
una posizione definitiva. In questo senso è
chiaro che non si può usare l’identificazione
con la Vertua quinzanese per provare a Quinzano
d’Oglio piuttosto che a Quinzano Veronese la
presenza leonense; e in ogni caso
l’identificazione della Vertuina dei
diplomi imperiali segue a ruota l’eventuale
collocazione di Quinzano nell’uno o nell’altro
ambito locale.
È pur vero che
l’ordine con cui sono elencate le località di
pertinenza leonense nei diplomi imperiali è
tutt’altro che sequenziale, e può capitare di
trovare ravvicinate località lontane e a
distanza località che dovrebbero esser vicine;
ma anche se nel punto che stiamo esaminando
l’ordine avesse una qualche regolarità, dobbiamo
riconoscere che rimaniamo comunque
nell’incertezza, poiché, sospendendo il discorso
circa Vertuina e Lupellina, il
nome di Quinzano si troverebbe esattamente a
mezzo tra alcune località che potrebbero
appartenere alla costa orientale del lago di
Garda (Moratica, Caprino, Marciaga, Cisano) e le
due frazioni Sale e Villa di Gussago a nord
ovest di Brescia. E questo non aiuta a proporre una
identificazione sicura.
Se poi allarghiamo
l’interrogativo a quanti e quali potrebbero
essere i toponimi Quinzano attestati nel
territorio della pianura padana centrale,
avremmo una straniante sorpresa: da una rapida
consultazione di una qualsiasi carta geografica,
ed escludendo per pratici motivi di distanza il
Quinzano di Force (Ascoli Piceno) e il Quinciano
di Monteroni d’Arbia (Siena), ci rimarrebbero
tuttavia da verificare un Quinzano in comune di
Loiano, poco più di trenta chilometri a sud di
Bologna, non privo di rilevanti testimonianze di
architettura medievale; quindi i due sparuti
gruppi di case denominati Quinzano di Sopra e di
Sotto nel comune di Langhirano, una trentina di
miglia tra i monti a sud di Parma, con proprietà
del locale vescovato; da lì dista un tiro di
schioppo verso est un’altra località
Quinzano nel comune sempre parmense di Neviano
degli Arduini; per non parlare di Quinzano San
Pietro, nel comune di Sumirago, quindici
chilometri a sud di Varese, che nel XII secolo
vantava proprietà della canonica di Sant’Ambrogio
di Milano; o ancora un Quintano a nemmeno dieci
chilometri a nord-ovest di Crema. Quasi tutti
territori che non faticherebbero a rientrare
nelle proprietà dirette dell’abbazia lenese,
specie quelli del Parmense, dove San Benedetto
di Leno pare mirasse al controllo dei passaggi
connessi con l’importante via Francigena.
Non è mio intento,
ovviamente, proporre qui una nuova sensazionale
identificazione del Quinzano menzionato dai
diplomi leonensi; mi bastava solo mettere in
rilievo come certe affrettate e semplicistiche
conclusioni consolatorie si scontrino in modo
lampante con l’ardua difficoltà della materia e
con le sue intricate diramazioni, mai ben
dominate e comprese nemmeno dagli specialisti di
una vita.
Conclusioni
Dunque la nostra
argomentazione ci ha portato per ora a un paio
di conclusioni inappuntabili, per quanto
entrambe purtroppo al negativo:
1) non c’è il benché
minimo accenno a una chiesa di Santa Maria, né
tanto meno a una pieve di quel titolo, in
Quinzano nei documenti leonensi del secolo X;
2) persino la pura
presenza del toponimo di Quinciano
nell’elenco delle proprietà del monastero di San
Benedetto stilato in quegli antichi diplomi
reali e imperiali non è esente da problemi di
identificazione con quel Quinzano d’Oglio che
conosciamo oggi.
Mi rendo conto che, a
questo punto, avrò dato qualche profonda
delusione a più d’uno dei miei lettori, almeno a
quelli che avevan sempre creduto a una storia
della nostra pieve documentata fin da oltre
mille anni indietro; ma andava pur detto che,
alla prova di argomenti rigorosi, nessuna delle
illazioni avanzate finora in proposito dai pur
volonterosi ‘storici della domenica’ ha il
carattere sufficiente per sopravvivere a una
critica seria.
Del
resto, è ovvio – lo capirebbe anche uno
scolaretto delle medie: se i documenti non
dimostrano che Leno possedeva beni in
Quinzano, ciò non significa affatto che essi
dimostrino che Leno non possedeva beni in
Quinzano: lo dice la pura e semplice logica. Ma
in assenza di documentazione certa (e noi oggi
tale documentazione non l’abbiamo), non è onesto
affermare con sicurezza né l’esistenza né la non
esistenza di tale presenza leonense in Quinzano,
che quindi va attestata (o negata) con altri
mezzi e per altre vie, se non si vuol rinunciare
al rigore della scienza, per continuare a
credere alle favole. Sarebbe già un bel successo
se d’ora in poi quanti si occupano più o meno
seriamente di storia quinzanese si volessero
astenere dal replicare stancamente che la pieve
di Santa Maria di Quinzano è menzionata fin
dall’anno del Signore 958, spacciando un
marchiano errore di lettura per una soda verità
di fede.
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