info@gafo-quinzano.it

 

Home » Notizie & Aggiornamenti »

HOME
Notizie & Aggiornamenti
Saggi & Ricerche
Fonti & Documenti
Immagini & Percorsi
Mappa del sito
GAFO-Quinzano

 

Studi

 

Le Dimesse di Quinzano dal 1611 al 1811

di Stefano Falappi

 

Premessa

La mia scelta di affrontare questo approfondimento nasce dalla curiosità di approfondire un problema concreto all’interno dei temi oggetto del corso di Storia della Chiesa Bresciana. Poiché tale corso affronta gli aspetti di un ambito particolare del vasto panorama delle vicende della Chiesa, quello bresciano, ho voluto soffermarmi su una istituzione appartenente proprio a questo ambito. Ovviamente il presente lavoro non è che un esercizio di applicazione delle cognizioni generali di Storia della Chiesa bresciana che il corso mi ha messo a disposizione, a un oggetto particolare che è compreso nel programma dell’esame, ossia un esempio di spiritualità post-tridentina.

Non ho alcuna pretesa in questo saggio di esaurire l’argomento, ma intendo solo dimostrare di aver appreso nel corso ad applicare un metodo rigoroso di ricerca, pur nella ristrettezza dei tempi e delle condizioni, lasciando ovviamente aperta la possibilità di futuri approfondimenti.

 

 

Introduzione

Angelo Bianchi nel suo intervento sulle Istituzioni religiose ed educazione femminile a Brescia e nel bresciano in età moderna, nel volume curato da Xenio Toscani A servizio del Vangelo, riferisce che negli ultimi anni si è diffuso un interesse particolare verso le questioni riguardanti la storia della condizione femminile; ciò soprattutto in riferimento «all’importante esplorazione e di valorizzazione di una vasta serie di fonti documentarie, spesso poco note, quando non del tutto trascurate». Questo genere di sensibilità ha toccato anche la realtà della storia bresciana, ricca di istituzioni religiose, caritatevoli e assistenziali.

La mia preoccupazione è stata quindi di dare un contributo nel presentare delle fonti che possano aiutare a comprendere le situazioni degli ambienti femminili dell’educazione nei secoli XVII-XVIII e di descrivere quali erano le dinamiche e gli ambienti educativi al di fuori delle istituzioni scolastiche tradizionali.

Sulla storia dell’educazione femminile, purtroppo, non si trovano ancora molti approfondimenti che riguardino i secoli precedenti al XIX e XX; a mio giudizio, invece, sono molto interessanti e meritevoli di studio le iniziative educative del ‘500, ‘600, e ‘700. È proprio a questo ambito che voglio dedicare le prossime pagine, per descrivere un modello innovativo inedito di comunità religiosa femminile a metà fra la vita contemplativa e attiva.

 

 

Illustrazione delle fonti

Le fonti da cui ho tratto i documenti per realizzare il presente approfondimento, tutte manoscritte e tutte inedite, sono le seguenti:

 

1) Giovanni Gandino (1645-1720), Alveario cronologico, ms di proprietà P. Gandaglia - Quinzano, pp. 555-ss (inedito).

Il Gandino era un medico di Quinzano, figlio di Francesco e nipote di Scipione, la sua era una famiglia di notai molto in vista nel paese. Oltre alla professione di medico, Gandino era uno studioso di storia locale e amava occuparsi di biografie dei suoi conterranei. Questa occupazione collaterale gli era possibile poiché la sua posizione di preminenza economica gli permetteva di avere molto tempo libero.

In seguito a una malattia degli occhi, divenne cieco e, non potendo più esercitare la sua attività di medico, per dare comunque senso alla sua vita, decide di occuparsi esclusivamente della vita dei personaggi illustri locali, come pure dei meno conosciuti. Una attività che gli era favorita dalle intense relazioni derivanti dalla sua professione medica e da quella notarile della sua famiglia.

Unitamente a ciò, si deve aggiungere che lo stesso Gandino possedeva una fornita biblioteca, che gli offriva una vasta gamma di informazioni sul suo tempo.

Per la redazione delle sue memorie, dopo l’inizio della malattia, si fece aiutare da alcuni collaboratori, e così, tra il 1702 e il 1719, raccolse in forma disordinata e non organica oltre seicento pagine in un registro a cui diede il nome di Alveario Cronologico.

Il manoscritto, dopo la morte dell’autore, confluì nell’archivio di un altro cronista (di cui ci occuperemo più avanti), Giuseppe Nember, il quale lo utilizzò in parte come fonte per elaborare alcune delle sue biografie su alcuni personaggi quinzanesi. Oggi l’Alveario cronologico di proprietà del signor Pietro Gandaglia di Quinzano d’Oglio.

Nel 1717, quando ormai la vita di Gandino volgeva al termine, su esplicita richiesta del vescovo di Brescia mons. Barbarigo, l’autore raccolse alcune delle biografie dei personaggi più rilevanti di Quinzano, e alla raccolta redatta in bella copia diede il nome Il Giardino de Letterati di Quinzano.

 

2) Giuseppe Nember (1752-1815), Memorie spettanti alle Chiese, ed alle fabbriche pubbliche di Quinzano, ms di proprietà eredi Nember, pp. 141-149, 160-168 (inedito).

Giuseppe Nember (membro di una ricca famiglia di possidenti locali – proveniente forse da Nembro nella bergamasca – che esercitavano la professione notarile) è sicuramente fra gli uomini più significativi nel panorama culturale quinzanese del suo tempo. Il Nember era assai colto, ed era noto come un buon cristiano, convintamente prediposto verso il bene comune, e all’impegno politico, se pure di carattere conservatore. Le sue frequentazioni intellettuali andavano oltre il territorio bresciano: ad esempio, nel 1778 fu nominato membro dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, in cui assunse lo pseudonimo di Nemberfilo Corneliano.

Le sue attività in campo critico-letterario si concentrarono nello studio dell’umanista locale Gianfrancesco Conti, detto Quinziano Stoa (1484-1557) e del medico e letterato suo contemporaneo Giovanni Planerio (1509-1600).

Molte energie il Nember le impiegò per approfondire i temi della storia antica e contemporanea di Quinzano, anche se le sue ricerche nella maggioranza dei casi rimasero affidate ai manoscritti del suo archivio personale. Il Gruppo Archeologico Fiume Oglio (GAFO) di Quinzano negli ultimi anni ha individuato alcune testimonianze di questo patrimonio documentario di conoscenze che rischiano di scomparire.

Fra gli studiosi e i cronisti locali del passato, il Nember è forse il più scrupoloso e attento. Come studioso si cimentò in diverse ricerche di storia e di letteratura, compose numerosi saggi (alcuni pubblicati, la maggior parte rimasti invece manoscritti). Si dilettò anche di poesia, dove però raggiunse risultati modesti. La mia attenzione si è soffermata su una parte del testo relativo agli edifici ecclesiastici e civili del paese di Quinzano.

 

3) Regole e Constitutioni del Collegio delle Demesse di Quinzano. Sotto il Tittolo d’Oblate del Santissimo Sacramento, ms di proprietà privata - Quinzano, pp. 52 (inedito).

Si tratta di un quadernetto scritto da diverse mani, probabilmente una copia realizzata per uso di una novizia, che doveva apprendere le norme sulle quali si basava la vita nel Collegio quinzanese: tutte le consorelle dovevano possederne uno, poiché era obbligatorio per l Oblate farne periodicamente una lettura integrale (cfr. capitolo 31, p. 37). Del resto, sappiamo che ne esistono alcune altre copie, come dimostra il cenno che ne fa Paolo Guerrini nel suo breve saggio sul Collegio di Quinzano.

 

 

La vicenda storica del Collegio quinzanese 

Sia il Gandino che il Nember concordano nell’attestare che nel 1611, dopo alcuni anni di esperienza non istituzionalizzata, alcune donne devote di Quinzano e dintorni, ragazze e vedove, si unirono spontaneamente a vita comune, in un edificio ai margini del paese.

Inizialmente si unirono in modo informale, senza darsi nessun tipo di regola. Successivamente però, su insistenza del parroco locale, ritennero opportuno di stabilire anche a livello giuridico il loro status, approdando all’istituzione del Collegio delle Dimesse, che in seguito ebbero il titolo di Oblate del Santissimo Sacramento.

Dalla lettura del Nember emerge la significativa peculiarità rappresentata dal fatto che, vista la ricaduta sociale dell’operato delle Dimesse destinate ad attendere all’istruzione delle giovani e alla dottrina cristiana delle donne, la decisione di istituzionalizzare il collegio fu presa dal Comune: infatti, in un’assemblea pubblica indetta il 15 novembre del 1611, dopo l’intervento dell’arciprete don Vincenzo Manzino, l’assemblea comunale decise di appoggiare la costituzione del Collegio delle Dimesse e che la prima Madre Superiora fosse Laura Pagani. Dopo l’assenso dell’assemblea, i responsabili della comunità quinzanese si impegnarono a inoltrare la proposta alle autorità superiori per ottenere l’autorizzazione all’erezione ufficiale del Collegio.

A questo punto si doveva provvedere anche a una sede adeguata per la nuova istituzione: l’arciprete Manzino si offrì di donare allo scopo la sua casa, mentre egli acquistava con il suo denaro un’altra casa, che è quella dove oggi abita il parroco. In precedenza la nuova casa delle Dimesse era stata abitata dalla famiglia del poeta Giovanni Francesco Quinziano Stoa, e in seguito era divenuta la dimora degli arcipreti. In quello stesso luogo, il cardinale Carlo Borromeo aveva soggiornato durante la sua visita apostolica del 1580. Il Gandino infatti segnala: «e nel medesimo fu anco albergato il Gardinale Santo Carlo Arcivescovo di Milano nella sua Visita Apostolica in questa Terra l’Anno 1580 con adobarli de supeletili e sciarniti Arredi la Camera, e letto medesimo dalla nostra Casa servitili dall’Avo nostro, che per anco in questa Casa se ne conserva come preciosa et insigne Reliquia il letto ciovè matarazzo in cui Esso dormì nel tempo, che viveva l’Arciprete».

In questo luogo dunque si insediarono le Dimesse, che vi vennero accompagnate per la prima volta dall’arciprete Manzino, con i rappresentanti del clero e della popolazione con una processione nel giorno di santa Caterina martire (25 novembre). Dopo questo avvenimento, la stima e la simpatia del popolo verso le Dimesse aumentò progressivamente, e così pure le donazioni che giungevano non solo da Quinzano, ma anche da persone di Brescia.

A partire dall’anno seguente ebbe inizio la costruzione del Collegio: allo scopo si decise di raccogliere fra i quinzanesi delle elemosine. L’iniziativa ebbe un buon esito: nel 1616 il collegio era costituito dalla Madre Superiora e da cinque novizie, oltre alle donne che già ne facevano parte.

I lavori procedettero in tempi molto celeri, nonostante vi fosse una certa insoddisfazione dipendente dal fatto che la chiesa veniva costruita con la facciata esposta alla tramontana e quindi che in seguito si sarebbe rivelata troppo umida e fredda, favorendo nelle dimesse una salute cagionevole.

Si segnala altresì che, a seguito del primo decesso di una suora, venne concesso il permesso di eseguire la sepoltura all’interno del sito del collegio, in prossimità del coro.

Una volta terminati i lavori di costruzione, ristrutturazione e ampliamento, si susseguirono in numero considerevole le adesione da parte di molte giovani della zona, e non solo. Gandino infatti dice: «acresciuto cosi il luogo di fabrica ed agi magiori, crebero in magiore numero ancora le Vergini al luogo, concorendone ad annoverarsi alle altre da Virola, da Manerbio, Bassano, da Pontevico, da Gabiano, Villachiara Vanengo, da altre Terre, e sino da Brescia e dal Paese de Grigioni medesimi e le prime poi, che fondorano o diedero prencipio a questo Colegio, e che più afaticorano in Ergerlo furano Lavora Pagana, Madalena Farina, Maria de Caballis, Lucia Stabile, Maria Pagana e Giuglia Basella».

Nel 1620 i locali furono terminati, insieme con la chiesa, il cui altare fu benedetto nel 1621.

 

A quel punto, visto che le Dimesse non avevano ancora l’approvazione del loro stato di vita, l’arciprete Giovan Battista Alghisio, volendo evitare disordini, si recò dal vescovo di Brescia Vincenzo Giustiniani per l’approvazione ufficiale. In effetti, monsignor Zorzi aveva concesso una licenza soltanto orale a tutte le pratiche e osservanze quotidiane delle Dimesse quinzanesi, mentre l’approvazione effettiva avvenne con breve episcopale del 22 dicembre 1643, eseguito il 14 gennaio seguente. E poiché all’arciprete in carica spettava il governo spirituale e materiale delle sorelle, l’Alghisio si recò solennemente al Collegio a prendere possesso formale della sua giurisdizione, accolto dalle religiose e riconosciuto per loro legittimo superiore.

Il Nember definisce in termini cristallini qual è l’obiettivo che le dimesse perseguono, e cioè che «il fine di questo Istituto è non solamente diretto alla propria santificazione delle Religiose sotto di esso raccolte, ma al servizio inoltre spirituale, e temporale del Paese, per quanto almeno può competere a religiose persone».

Le Dimesse hanno un unico voto: quello della castità, che devono emettere nelle mani del parroco pro tempore, e della madre prefetta. Sono assenti, invece, i voti di obbedienza e di povertà, il che nel corso della vita del Collegio non ha mai prodotto nessun impedimento al fervore, al servizio di Dio e all’edificazione della popolazione quinzanese.

Per quanto concerne l’aspetto dell’abito, Nember così lo descrive: «vestono di nero, saja, o panno, come esige la staggione; Più alla semplice, che possono, tanto nella materia, che nella forma. Il velo è di tela di lino bianco senza amito. Il grembiale di tela bianca senza pieghe. Tutto il loro vestito senza alcuna cosa, che non mostri in ogni parte la semplicità religiosa, e lo sprezzo del Mondo». È proprio da questa particolare modestia nell’abito che le religiose derivano la denominazione di Dimesse.

E ancora, per quanto riguarda il loro sostentamento: «i fondi, da cui traggono il vivere sono Censi, e Capitali a mutuo fatti singolarmente colle riscossioni, o costituzioni delle lor Doti. Questi non basterebbero, poiché non danno di frutto annualmente, se non Lire 2200 di Milano: Però col lavoro delle lor mani suppliscono al resto».

 

Vista l’importanza del sostentamento delle Dimesse e appurata l’insufficienza dell’estensione dell’orto, si decise di ampliarlo, abbattendo degli edifici circostanti e costruendo con il materiale di recupero una muraglia intorno, per permettere alle dimesse di poter esercitare il loro lavoro con la opportuna riservatezza. Mentre si procedeva alla costruzione della recinzione, morirono due muratori, padre e figlio, che vennero considerati quasi dei martiri, visto il loro impegno per una causa così nobile. Correva il 1676.

Gandino riferisce che era lui stesso il medico della comunità religiosa, e che spesso si trovava a dover curare le Dimesse per malattie riconducibili all’esposizione al freddo e all’umidità; quindi suggerì loro di ridisporre l’orientamento delle camere, per evitare che rimanessero esposte alla tramontana. L’intervento, accettato da tutto il Collegio, sortì risultati molto significati: il cronista conferma infatti che le Dimesse non si mostrarono mai pentite di aver fatto quella scelta.

Oltre alla questione legata al malsano orientamento dei locali del Collegio, vi era un ulteriore problema dipendente dall’acqua del pozzo che le Dimesse utilizzano per bere e per la cuocere i cibi. Sempre il medico Gandino infatti riferisce: «Ha pur anco questo Colegio il difetto nell’Aqua del suo Pozzo per il quale con l’uso o di beverne o cuocere li Cibi cagiona deformità nella gola di tumori Erniosi come di strume, e persuadendomi provenire tali qualità dalla palude della fossa vicina che benche invisibile, vi ė però sotterranea come s’ha per tradicione da gente, che l’ha ocularmente veduta e simile vena di Aqua ė credibile sia anco quella del Pozzo di là della Fossa osservando in quel vicinato simili deformità sucedere; onde se il Colegio fondasse un altro Pozzo in sito lontano da quello, come sarebbe verso o vero nella Corte de Carri, riusirebbe totalmente perfetto: Cosa che sempre ho inculcato; ma non ponno restar persuase per afezione e devocione, che peculiarmente conservano a quello, per essere stato benedetto da Santo Carlo, quando fece in questa Terra la sua Apostolica Visita e fu nel medesimo Luogo albergato; Ne più altro di questo Colegio, che pregar il Cielo da tutti si deue longamente si conservi per honore di Dio e della Patria medesima».

 

Dopo duecento anni di attività ininterrotta, l’istituzione educativa femminile del Collegio dovette chiudere rapidamente la sua esperienza, alla caduta della Serenissima, a causa della soppressione per opera dei governi repubblicani e quindi del Regno Italico napoleonico. In realtà, «secondo un indirizzo di politica ecclesiastica che poggiava i suoi fondamenti sui principi di libertà individuale e di utilità sociale di istituti e congregazioni religiose, già a partire dal biennio 1797/98 fu avviata la soppressione di quasi tutti i monasteri di clausura e dei loro educandati, mentre vennero preservati collegi e case d’educazione retti da Orsoline e da Terziarie».

Alla fine, però, anche le Dimesse di Quinzano dovettero cedere alla prepotenza rivoluzionaria: l’ultimo atto avvenne il 25 aprile del 1810, a seguito del decreto generale di soppressione degli enti religiosi. In effetti, dopo i decreti del 1805 e dell’aprile del 1810 solo poche furono le istituzioni che rimasero in vita, fra cui (come suggerisce Angelo Bianchi) ritroviamo in provincia di Brescia il monastero della Visitazione e il collegio delle Dimesse Orsoline di Salò, nonché il collegio delle Mazze di Brescia.

 

In conseguenza di ciò, viene repentinamente meno un’esperienza educativa plurisecolare, a cui peraltro venivano sostituite nuove forme di istruzione più adatte a rispondere ai processi di cambiamento della figura e al nuovo ruolo della donna, che derivavano da una mutata visione dell’educazione, in cui lo Stato voleva partecipare da protagonista. Furono questi infatti anni in cui lo Stato, per sopperire alla venir meno delle istituzioni educative religiose femminili, diede vita a collegi gestiti da personale laico, in cui si seguivano programmazioni uniformi. «Non veniva meno tuttavia la consapevolezza da parte della Chiesa dell’importanza e della necessità dell’impegno nel campo dell’educazione della gioventù, che avrebbe trovato di lì a poco, con la nascita di nuove congregazioni maschili e femminili particolarmente dedite all’istruzione popolare e professionale, nuove modalità di realizzazione, più adatte alle mutate condizioni politiche e giuridiche, e in grado di contribuire a rinnovare profondamente lo stile dell’azione pastorale».

 

 

La Regola delle Dimesse

A questo punto, posso indirizzare la mia analisi sulle Regole e le Costituzioni del Collegio delle dimesse di Quinzano. Esse constano di 42 articoli, o capitoli: in questa sede ho posto l’attenzione solo su alcuni di essi, quelli che a mio giudizio si collegano maggiormente con le tematiche trattate durante il corso di Storia della Chiesa bresciana.

 

Nel capitolo 1, per quanto concerne la esplicitazione del fine del Collegio, si evince che le Dimesse si impegnano a vivere in comune e in obbedienza all’arciprete di Quinzano e alla madre prefetta (superiora). È rilevante che le sorelle non abbiano come carattere peculiare ed esclusivo quello della clausura, ma attendano anche al servizio della comunità parrocchiale di Quinzano, con particolare riferimento all’educazione in generale e cristiana in particolare, insegnando alle giovani a scrivere, leggere e cucire, come pure il catechismo.

Vi è la proibizione di accettare alcuna giovane aspirante che abbia un’età inferiore a quattordici anni senza il permesso dell’arciprete.

 

Nel capitolo 3, a proposito delle condizioni necessarie per essere ammesse al Collegio, si evince che le Dimesse devono essere nate da un legittimo matrimonio, non devono essere state in altri monasteri o aver lasciato in precedenza lo stesso Collegio di Quinzano. Si possono ammettere al Collegio non solo le giovani non sposate, ma anche le vedove, purché di buona reputazione e non risposate. Viene specificato che il temperamento come il comportamento della dimessa non deve presentare tratti malinconici, o eccessivamente scrupolosi e instabili.

Le Dimesse dovranno saper leggere, o almeno essere disposte ad imparare: se così non fosse, verranno comunque accettate, ma solo come coadiutrici ossia inservienti del Collegio.

Il capitolo 3 dispone anche che, se dei difetti si manifestassero dopo l’accettazione della Dimessa, la si potrà comunque rimandare nel secolo a seguito di una votazione di tutte coloro che abbiano voce in capitolo. Il voto dovrà svolgersi secondo la modalità della ballottazione segreta. Se la Dimessa avesse già emesso i voti perperpetui e non si potesse più rendere al secolo, si avrà cura di non affidarle comunque nessuno degli uffici maggiori.

Sempre nello stesso capitolo si segnalano i termini per acccettare le novizie: in particolar modo, per quanto riguarda le coaudiutrici, si dice che non dovranno portare l’abito di Dimesse per i primi tre mesi.

La condizione della donna a quell’epoca era abbastanza difficile: la vita media era ancora piuttosto bassa: una ragazza arrivata intorno ai 25 anni difficilmente aveva la speranza di sposarsi. Del resto, nelle famiglie con più figlie femmine, anche la indisponibilità di fornire a tutte una dote adeguata poteva costituire un problema serio. Il Collegio serviva dunque – tra l’altro – a offrire una condizione di vita accettabile e sicura (e benemerita) alle giovani di buona famiglia che non potevano trovare marito per l’età o per la mancanza di congrua dote: una conferma di ciò è, ad esempio, il fatto che le superiore madri destinate ai ruoli dirigenziali della comunità erano quasi sempre appartenenti alle famiglie notabili del paese.

 

Nel capitolo 5 si tratta il tema della dote che le giovani devono conferire al Collegio: 2000 lire planetti in denari e beni mobili per le sorelle; solo 1000 per le coadiutrici.

Se la dimessa decidesse per qualche giusta e grave causa di uscire, non può pretendere di riavere per intero la sua dote. La decisione sulla percentuale da restituire spetta all’arciprete e al protettore civile del Collegio; solo in seguito, dopo la decisione del parroco e del protettore, anche la madre prefetta e almeno i due terzi di tutto il Collegio delibereranno sulla dimissione della consorella.

Nell’anno del noviziato la sorella dovrà provvedere al pagamento di una donzena di cento lire planetti all’anno, e a contribuire per tutti quei beni mobili di cui avrà bisogno per la sua persona. Dunque le novizie pagavano per il proprio mantenimento.

Le coadiutrici, non avendo studiato, non sono obbligate a pregare con il libro della liturgia delle ore, ma semplicemente a recitare preghiere imparate a memoria.

 

Nel capitolo 8, per quanto concerne le penitenze corporali, si segnala che in tutto il tempo dell’Avvento, nonché i mercoledì, venerdì e sabati dell’anno a eccezione del giorno di Natale e di Pasqua, si deve osservare il digiuno. È importante rilevare che in ogni caso la pratica del digiuno non deve superare i tre giorni alla settimana.

 

Nel capitolo 9, a proposito delle colpe che le dimesse possono compiere, si scrive che le novizie devono essere le prime a segnalare pubblicamente alla comunità le proprie mancanze. In seguito, dopo aver ricevuto la penitenza, si devono portare fuori dal coro dove hanno riconosciuto le loro mancanze. Se al contrario invece le novizie non riconoscono pubblicamente i loro difetti, la superiora le farà inginocchiare e le correggerà attraverso la conveniente penitenza.

Il testo della regola segnala inoltre quali sono le colpe maggiori per cui alle sorelle va tolto il diritto di parola in capitolo: 

a. la Dimessa che viene trovata a picchiare una sua consorella deve essere privata della possibilità di voto attivo e passivo all’interno del Collegio;

b. colei che invece incorresse in errori e colpe maggiori deve essere privata in modo perpetuo della voce passiva per qualunque ufficio.

 

Per quanto concerne il capitolo 11 della Regola, si segnala l’importanza dell’ufficio della madre Prefetta, che deve porsi con lo stesso atteggiamento nei confronti di tutte le Dimesse, senza fare nessuna differenza. Le qualità della madre devono essere quelle dell’umiltà, dell’attenzione nella gestione del Collegio, e in particolar modo al culto del Santissimo Sacramento, titolare della chiesa e della comunità. La superiora come suo compito principale deve porsi come garante delle regole della comunità.

Anche in questo capitolo spicca il ruolo dell’arciprete di Quinzano: infatti la madre prefetta non può in alcun caso avere la libertà di prendere decisioni senza il preventivo consenso del parroco e della comunità delle sorelle, in attività come provvedere a modifiche o ampliamenti alla struttura del Collegio; prendere in prestito del denaro; introdurre nuove consuetudini nella comunità delle Dimesse; comprare dei terreni.

 

Nel capitolo 12 si tratta del ruolo della madre Vicaria, che viene subito dopo la prefetta nella gerarchia istituzionale interna: a lei deve essere portato il massimo rispetto come se essa fosse la madre superiora.

 

Nel capitolo 13 si scrive del ruolo delle Discrete e il loro numero, che deve essere almeno di tre. Il parere di queste Dimesse deve essere accolto dalla superiora in tutti gli aspetti significativi della vita della comunità. 

Anche la carica delle discrete, come quella della prefetta e della vicaria, dura tre anni. Per evitare che vi siano accentramenti di potere tra queste tre cariche, non si dovranno attribuire a persone al primo grado di parentela.

Si segnala altresì che l’età delle Discrete dovrà essere di almeno trent’anni e che dovranno essere nel Collegio da almeno cinque anni.

 

Il capitolo 14 è dedicato alla figura della Maestra delle novizie, cui è posta una particolare attenzione: infatti dalla santità del maestro dipende l’esito buono o cattivo delle novizie e quindi il futuro del Collegio. 

È importante che si individui la madre maestra fra le discrete; se però fra queste non vi fosse nessuna che possa ricoprire questo incarico, si deve provvedere ad individuarla fra le aventi voce in capitolo.

È importante che la madre maestra abbia una costituzione robusta e goda quindi di buona salute, affinché possa provvedere al meglio alle durezze della regola, così la sua testimonianza potrà giovare a tutte le novizie, che avranno un valido esempio da seguire. In questi termini e per attendere al meglio a questo ufficio, è importante che la Maestra delle novizie abbia almeno compiuto trent’anni.

Per aumentare la levatura culturale e insieme spirituale delle stesse dimesse, la maestra delle novizie dovrà tenere un inventario di tutti i libri presenti nel Collegio che le novizie prendono a prestito, affinché vengano regolarmente restituiti e non vadano perduti. Si segnala altresì che i libri devono essere custoditi in un luogo comune e che tutte le dimesse, non solo le novizie, non ne possano tenere personalmente più di uno alla volta.

 

Nel capitolo 16 si descrive dell’ufficio dell’Infermiera del Collegio. Si riferisce che questo ufficio dovrebbe spettare alla madre superiora, poiché questa pratica di carità è stata indicata dallo stesso Signore Gesù. Tuttavia, visto che è molto difficile che la superiora riesca a gestire in modo adeguato anche questo ufficio, ella provvederà alla nomina di una o più sue sostitute in base ai bisogni presenti, affinché si possano adeguatamente curare le inferme, le deboli e le anziane. Va segnalato altresì che in ogni caso l’incarico, anche se delegato, rimane una prerogativa della madre prefetta e quindi lei stessa dovrà fare visita alle inferme almeno una volta al giorno.

 

Nel capitolo 18, a proposito della Procuratrice, si scrive che, durante le trattative con le persone del secolo, non dovrà mai essere sola, ma in compagnia di un’altra dimessa, affinché vi sia la massima trasparenza su ciò che deve essere trattato e pattuito.

 

Nel capitolo 23 si parla della elezione di tutti gli uffici necessari per una buona gestione del Collegio. Si evince che l’elemento imprescindibile in questo ambito è quello di una buona conoscenza delle dimesse che devono essere elette, e quali sono gli uffici per cui si deve votare.

Si stabilisce al riguardo che tutte le Dimesse dopo un anno dalla professione perpetua devono avere voce passiva nelle varie elezioni degli uffici, ammesso che abbiano una età adeguata per essere elette.

In riferimento all’aspetto degli uffici del Collegio, il capitolo definisce in modo esplicito l’esistenza di due distinte classi di uffici: i più importanti sono definiti maggiori, quelli meno importanti vengono indicati come minori.

Per l’elezione degli uffici maggiori dovranno riunirsi in capitolo tutte le dimesse che abbiano il diritto di voto attivo; per gli uffici minori possono bastare i voti delle madri prefetta, vicaria e delle discrete. È comunque specificato che le elezioni sia degli uffici minori che di quelli maggiori si possano considerare legittime se fatte a maggioranza assoluta.

 

Nel capitolo 24 si definiscono gli aspetti dell’elezione della madre prefetta.

Otto giorni prima dell’elezione, la Prefetta dimissionaria deve mandare previo il consenso di tutte le altre dimesse una comunicazione all’arciprete, per avvertirlo dell’imminenza della nuova elezione, affinché possa provvedere a tutte le buone pratiche affinché si verifichi una buona elezione. La comunicazione della Madre dimissionaria deve pervenire al parroco attraverso il padre confessore. In seguito, secondo le indicazioni dell’arciprete, le dimesse pronunceranno particolari preghiere, unitamente alla scelta da parte della madre di un sermone di qualche padre spirituale: il tutto dovrà sempre essere autorizzato dall’arciprete.

In questo tempo ogni dimessa dovrà riflettere e cercare la giusta attribuzione del suo voto, seguendo un unico principio ispiratore che è quello dell’onorare Dio attraverso l’elezione di una Madre capace di reggere questo compito.

L’età ideale della prefetta è indicata in quarant’anni; comunque non deve essere inferiore ai trentacinque. Unitamente la candidata deve avere anche un minimo di otto anni di permanenza esemplare all’interno del Collegio da professa perpetua. Nel caso in cui non vi fosse nessuna dimessa in possesso di questi requisiti, si proceda a scegliere fra coloro che abbiano almeno trent’anni e con cinque anni di vita esemplare da professa perpetua.

Al momento dell’elezione le dimesse si riuniscono nel coro al suono di un campanello. In quella sede sarà presente l’arciprete o un suo delegato, unitamente a due ecclesiastici. È importante che i religiosi non abbiano in nessun caso un legame di parentela con le dimesse.

Dopo l’invocazione dello Spirito Santo, la prefetta e la vicaria dimissionarie dovranno rinunciare pubblicamente al loro ufficio davanti all’Arciprete o al suo delegato e in presenza di tutte le dimesse. In seguito, prima la prefetta e poi la vicaria ammetteranno davanti all’assemblea le loro imperfezioni e le mancanze commesse durante il periodo della loro carica.

Dopo queste pubbliche confessioni, le dimesse procederanno all’elezione della nuova superiora e della sua vicaria. Vengono messe per iscritto tutte le dimesse che sono state nominate nella prima votazione e solo in un secondo momento si deve passare alla votazione della madre prefetta. Sarà eletta la dimessa  che avrà ottenuto nel ballottaggio il maggior numero di voti. 

Nel caso in cui manifestasse una situazione di parità, si procederà a una nuova votazione. Se in seguito alla terza votazione si presentasse ancora una votazione pari, l’arciprete potrà procedere personalmente alla scelta della madre superiora fra le due o più dimesse in parità di voti. Tutte queste indicazioni devono ritenersi valide anche per le elezioni degli altri uffici.

 

Nel capitolo 25 si tratta del tema dell’elezione della vicaria, delle discrete e della maestra delle novizie.

Le procedure delle elezioni seguiranno le medesime indicazioni che si sono descritte per la madre prefetta. Anche in questo caso vale sempre la regola che non possono essere elette come prefetta e vicaria due dimesse che abbiano un grado di parentela di primo o secondo grado.

Nell’elezione delle discrete tutte le aventi diritto nominano tre sorelle che avranno avuto il maggior numero di voti. Anche costoro riceveranno in seguito la benedizione dell’arciprete o del suo delegato presente all’elezione.

Al termine della cerimonia, una volta che l’arciprete se ne sarà andato, le dimesse elette intoneranno il Te Deum e successivamente accompagneranno la nuova prefetta al seggio della superiora che in precedenza è stato preparato.

Anche nel capitolo ventotto, a proposito della formula della professione perpetua, si fa riferimento esplicito all’arciprete ancor prima della menzione della madre prefetta.

 

Veniamo ora ad un capitolo nodale della nostra analisi: quello cioè della clausura. Nel capitolo 37 infatti si riferisce che la clausura all’interno del Collegio non è così rigorosa come quella dei monasteri, anche se l’edificio del Collegio deve essere ben circoscritto dalle mura.

Le dimesse possono uscire solo se sono in gruppo per recarsi in chiesa, o almeno nel numero di quattro o cinque secondo le indicazioni della madre superiora. La sola eccezione viene fatta per le due dimesse che dovranno andare a insegnare la dottrina cristiana alle donne della comunità parrocchiale nelle chiese sussidiarie di San Rocco e di San Giuseppe. Queste insegnati dovranno essere individuate dalla superiora con il permesso dell’arciprete.

All’interno del Collegio non deve entrare nessun uomo, sia religioso che secolare, ad eccezione del padre confessore, del chirurgo, del barbiere, del contadino e degli operari secondo le necessità dello stesso Collegio. Questi dovranno avere il permesso dell’arciprete, e della superiora, la quale insieme ad altre due dimesse li accompagnerà dalla porta d’ingresso sino al luogo dove devono realizzare il loro intervento. Si segnala altresì che le dimesse rimarranno con loro per tutta la durata del loro intervento.

Nella stessa sezione si scrive anche che non devono entrare all’interno del Collegio i bambini o fanciulli, né cani, o animali da compagnia, e nemmeno degli strumenti musicali.

Anche nel caso che le Dimesse fossero malate o inferme, i parenti potranno entrare solo nelle occasioni delle visite del confessore o del medico, purché sempre col permesso dell’arciprete.

Nel caso delle visite, le dimesse dovranno sempre tenere un velo che copra il capo. Nessuna potrà recarsi al parlatorio senza una testimone e senza il permesso della prefetta.

Uscendo dal Collegio, le dimesse dovranno camminare sempre con gli occhi rivolti a terra, con il capo coperto, non dovranno mai parlare tra loro e con gli altri che incontreranno per la strada. Se dovessero essere salutate non dovranno restituire il saluto se non con un cenno del capo.

Interessanti sono le informazioni che ci giungono dal capitolo quarantatre, a riguardo del riposo notturno e del relativo silenzio. Mentre si invitano le dimesse a non dormire mai nella stessa stanza, che non deve essere chiusa a chiave per far sì che la prefetta possa in qualsiasi momento visitarle, le bambine presenti nel Collegio per ricevere l’educazione potranno dormire insieme in un dormitorio comune. Da questo e dai successivi riferimenti si comprendere che le educande vivevano all’interno del Collegio, ma che non potevano parlare degli eventi e dei particolari della vita delle dimesse al di fuori degli ambienti interni del Collegio.

 

 

L’educazione delle ragazze

L’aspetto forse più rilevante nell’ambito del presente studio, consiste nella destinazione specifica alla educazione delle ragazze del paese e dei dintorni, da parte del Collegio quinzanese delle Dimesse, fondato espressamente in sinergia tra l’arciprete e il Comune locale proprio a questo scopo.

Come sostiene Bianchi: «la pratica di inviare ragazze presso i  monasteri per esservi educate è assai antica e rientrava nelle strategia dei ceti elevati, ed in particolare dei patriziati urbani, che trovavano in questa consuetudine sia una risposta alle esigenze di tutela e di distinzione dei percorsi formativi delle proprie figlie, sia anche uno strumento di consolidamento e di perpetuazione dei rapporti di vicinanza e di patronato tra il casato e il monastero prescelto».

L’interesse è ulteriormente testimoniato dalla ricca documentazione ecclesiastica prodotta dai padri del Concilio di Trento che regolava la condizione delle educande presso i conventi. Infatti «secondo quanto stabilito dai padri conciliari nella XXV sessione, al cap. V, De regularibus et monialibus, l’ingresso in monastero di una giovane laica, non dichiaratamente destinata alla vita monastica, ma ad uscirne dopo il periodo di educazione, infrangeva il vincolo della clausura, poteva avvenire quindi solo con l’autorizzazione del vescovo diocesano, concessa al termine di un iter burocratico ben scandito».

Dalle recenti indagini condotte negli archivi storici di alcune diocesi della Lombardia risulta una traccia molto significativa della pratica dell’accoglienza e dell’educazione svolta dai monasteri femminili di clausura nell’età moderna, dal Concilio di Trento sino al periodo delle soppressioni ecclesiastiche, dove questa pratica venne ad estinguersi. La presente ricerca conferma il fenomeno, allargando il panorama alle comunità religiose femminili di carattere semi-claustrale.

Se si considera in primo luogo il dato della provenienza delle ragazze, appare netta la maggior richiesta di autorizzazione da parte di famiglie residenti in città.

I motivi che inducevano le famiglie a inviare le proprie figlie nei monasteri sono riconducibili ad una prevalente motivazione, quella cioè «delle relazioni che intercorrevano tra la famiglia e la casa religione prescelta, in cui, il più delle volte, risiedeva come velata un’esponente della casata, una sorella maggiore, una zia, a cui veniva affidata la giovane educanda». 

Uno degli elementi fondamentali per l’ottenimento dell’autorizzazione ecclesiastica era appunto determinata dal fatto che il monastero disponesse di locali per le giovani educande che fossero distinti da quelli riservati alla vita monastica.

Indipendentemente dalle peculiarità e dai tratti dell’educazione femminile con i suoi contenuti e le sue modalità, mi sembra comunque importante l’analisi delle intense relazioni che si istauravano fra il Collegio delle Dimesse e le famiglie in vista non solo di Quinzano, ma anche di Brescia e delle zone limitrofe.

Per quanto concerne l’aspetto dei Collegi, si deve affermare che effettivamente i monasteri non potevano rispondere alle esigenze del gran numero di giovani presenti nel territorio, infatti gli stessi conventi accoglievano un numeri limitato di educande che si aggira sulle decina di unità.

Questo tipo di esigenza si registrava maggiormente nel territorio extraurbano, dove mancavano delle istituzioni idonee a rispondere a tutte quelle necessità delle fanciulle, in cui non si devono dimenticare le dinamiche delle orfane. Questa situazione a livello esemplificativo ci è infatti descritta da una petizione anonima della prima metà del secolo XVII partita dal capoluogo della Vallecamonica al vescovo di Brescia.

La preoccupazione del tempo era quella che le giovani a cui non venivano date le cure adeguate potessero perdere la loro libertà e dignità.

Esempi di iniziative che avevano conseguito un buon esito erano quelle delle comunità di Terziarie francescane situate nelle valli alpine confinanti alla provincia di Brescia, quali in Valle Seriana, Valtellina e a Bagolino.

 

Il punto focale del periodo da me affrontato è quello dell’incrocio «tra nuove forme della vita religiosa femminile congregata ed esigenze educative delle ragazze manifestava infatti sia l’acuta sensibilità verso la condizione femminile, sia l’esigenza di affermare istanze di rinnovamento religioso, anche attraverso una nuova e più estesa tutela della libertà e della dignità delle donne».

La modalità con cui nasce il Collegio di Quinzano è un po’ diversa da quella che sovente avveniva per i monasteri femminili, eretti con l’aiuto economico delle famiglie più abbienti della zona e che in seguito pretendevano un carattere di influenza sulla casa religiosa. Questa modalità non era la più idonea per rispondere alle esigenze di accogliere un numero consistente di educande che non provenivano dalle famiglie nobili.

È all’interno di questo quadro che nell’arco degli anni che vanno dal 1544 al 1730 «furono aperti collegi di Dimesse Orsoline a Salò, fin dal 1544, a Coccaglio, a Capriolo e a Chiari (tutti sul finire del XVII secolo), a Rovato (1630), a Quinzano (1611), a Verolanuova (1633), a Concesio, a Leno, a Castegnato (1730)».

 

 

Conclusioni

La riflessione sulle fonti ci ha portato a individuare alcuni punti di forza del progetto realizzato dall’esperienza due volte centenaria delle Dimesse di Quinzano.

La nascita del Collegio non è legata, come di solito accadeva a quel tempo, a una intenzione calata dall’alto per decisione ecclesiastica o per iniziativa di una famiglia potente del territorio, che con quell’istituzione si garantiva autorevolezza nella comunità.

Al contrario, le Oblate del Santissimo Sacramento di Quinzano si costituiscono sia per le loro esigenze e intenzioni di carattere spirituale di consacrazione particolare a Dio, che per l’esplicita volontà della popolazione quinzanese, rappresentata nella parte ecclesiastica dall’arciprete Manzino e in quella civile dal consiglio comunale.

Per la comunità quinzanese dell’epoca l’esigenza più pressante cui doveva far fronte la fondazione del Collegio era di fornire una adeguata educazione culturale e pratica alle ragazze del paese. Ciò da una parte mette in risalto l’oculatezza dell’ambiente locale che ha a cuore questo problema, e dall’altra il fatto che di norma a quella epoca in molta parte dell’ambiente bresciano questa carenza educativa non costituiva un problema degno di provvedimenti strutturali.

Attribuire un compito del genere a una comunità di religiose significava dover affrontare una discriminante precisa: una vita di clausura tradizionale avrebbe comportato una drastica limitazione della disponibilità educativa delle sorelle; viceversa, partendo dall’esigenza di respiro già moderno di voler educare tutte o quasi le ragazze del luogo, i responsabili civili ed ecclesiastici propendono per una istituzione nella quale coesistano in ugual misura la dimensione devozionale delle suore, e il loro impegno in attività educative e pastorali esterne alla comunità religiosa: la conseguenza è la nascita di una forma religiosa semi-claustrale, assai simile a quella adottata dalle eredi dell’impulso apostolico di sant’Angela Merici.

(gennaio 2010)

* * *

 

Riferimenti bibliografici

 

Bianchi Angelo, Alle origini di un’istituzione scolastica moderna: le case d’educazione per fanciulle durante il Regno Italico (1805-1814), «Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche», 1997, 4, pp. 195-230;

Bianchi Angelo, Istituzioni religiose ed educazione femminile a Brescia e nel bresciano in età moderna, in A servizio del Vangelo, vol. II, L’età moderna, a cura di X. Toscani, La Scuola, Brescia, 2007.

Bianchi Angelo, Scuola e società nell’Italia napoleonica. Giovanni Scopoli e l’istruzione femminile (1809-1816), in Le carte e gli uomini. Storia della cultura e della istituzioni (secc. XVIII-XX). Studi in onore di Nicola Raponi, Milano 2004, pp. 125-151.

Gandino Giovanni, Alveario Cronologico, ms di proprietà P. Gandaglia - Quinzano, pp. 555-ss (inedito).

Guerrini, Paolo, (a cura di), S. Angela Merici e la Compagnia di S. Orsola. Nel IV centenario della fondazione (1535-1935), Miscellanea di studi, (‘Memorie Storiche della diocesi di Brescia’, ser. VII), Brescia, Ancora, 1936, pp. xv, 532 (“Il Collegio di Quinzano”, § 6, pp. 231-239)

Nember Giuseppe, da Memorie spettanti alle Chiese, ed alle fabbriche pubbliche di Quinzano, ms di proprietà eredi Nember, pp. 141-149, 160-168 (inedito).

Regole e Constitutioni del Collegio delle Demesse di Quinzano. Sotto il Tittolo d’Oblate del Santissimo Sacramento, ms di proprietà privata, pp. 52 (inedito).

Scotti A. - Sebastiani L., Per una storia degli insediamenti francescani in Lombardia in età moderna, in Il francescanesimo in Lombardia. Storia e arte, Milano 1983, citato in A. Bianchi, Istituzioni religiose ed educazione femminile, op. cit., p. 293.

Terraccia F., Per lo studio degli educandati monastici nelle diocesi di Milano. Tipologia delle fonti, «Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche», 11, 2004, , citato in A. Bianchi, Istituzioni religiose ed educazione femminile, op. cit., p. 284.

 

Un ringraziamento particolare al GAFO-Quinzano per la disponibilità dimostrata nel fornire materiali documentari e collaborazione nelle ricerche.

 

Home » Notizie & Aggiornamenti »

in rete dal 19/01/2010

a cura di T. Casanova

aggiorn. 19/01/2010

© 2010 GAFO-Quinzano