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Premessa
La mia scelta di
affrontare questo approfondimento nasce dalla
curiosità di approfondire un problema concreto
all’interno dei temi oggetto del corso di
Storia della Chiesa Bresciana. Poiché tale
corso affronta gli aspetti di un ambito
particolare del vasto panorama delle vicende
della Chiesa, quello bresciano, ho voluto
soffermarmi su una istituzione appartenente
proprio a questo ambito. Ovviamente il presente
lavoro non è che un esercizio di applicazione
delle cognizioni generali di Storia della Chiesa
bresciana che il corso mi ha messo a
disposizione, a un oggetto particolare che è
compreso nel programma dell’esame, ossia un
esempio di spiritualità post-tridentina.
Non ho alcuna pretesa in
questo saggio di esaurire l’argomento, ma
intendo solo dimostrare di aver appreso nel
corso ad applicare un metodo rigoroso di
ricerca, pur nella ristrettezza dei tempi e
delle condizioni, lasciando ovviamente aperta la
possibilità di futuri approfondimenti.
Introduzione
Angelo Bianchi nel suo
intervento sulle Istituzioni religiose ed
educazione femminile a Brescia e nel bresciano
in età moderna, nel volume curato da Xenio
Toscani A servizio del Vangelo, riferisce
che negli ultimi anni si è diffuso un interesse
particolare verso le questioni riguardanti la
storia della condizione femminile; ciò
soprattutto in riferimento «all’importante
esplorazione e di valorizzazione di una vasta
serie di fonti documentarie, spesso poco note,
quando non del tutto trascurate». Questo genere
di sensibilità ha toccato anche la realtà della
storia bresciana, ricca di istituzioni
religiose, caritatevoli e assistenziali.
La mia preoccupazione è
stata quindi di dare un contributo nel
presentare delle fonti che possano aiutare a
comprendere le situazioni degli ambienti
femminili dell’educazione nei secoli XVII-XVIII
e di descrivere quali erano le dinamiche e gli
ambienti educativi al di fuori delle istituzioni
scolastiche tradizionali.
Sulla storia
dell’educazione femminile, purtroppo, non si
trovano ancora molti approfondimenti che
riguardino i secoli precedenti al XIX e XX; a
mio giudizio, invece, sono molto interessanti e
meritevoli di studio le iniziative educative del
‘500, ‘600, e ‘700. È proprio a questo ambito
che voglio dedicare le prossime pagine, per
descrivere un modello innovativo inedito di
comunità religiosa femminile a metà fra la vita
contemplativa e attiva.
Illustrazione delle fonti
Le fonti da cui ho tratto
i documenti per realizzare il presente
approfondimento, tutte manoscritte e tutte
inedite, sono le seguenti:
1) Giovanni
Gandino
(1645-1720), Alveario cronologico, ms di
proprietà P. Gandaglia - Quinzano, pp. 555-ss
(inedito).
Il Gandino era un medico
di Quinzano, figlio di Francesco e nipote di
Scipione, la sua era una famiglia di notai molto
in vista nel paese. Oltre alla professione di
medico, Gandino era uno studioso di storia
locale e amava occuparsi di biografie dei suoi
conterranei. Questa occupazione collaterale gli
era possibile poiché la sua posizione di
preminenza economica gli permetteva di avere
molto tempo libero.
In seguito a una malattia
degli occhi, divenne cieco e, non potendo più
esercitare la sua attività di medico, per dare
comunque senso alla sua vita, decide di
occuparsi esclusivamente della vita dei
personaggi illustri locali, come pure dei meno
conosciuti. Una attività che gli era favorita
dalle intense relazioni derivanti dalla sua
professione medica e da quella notarile della
sua famiglia.
Unitamente a ciò, si deve
aggiungere che lo stesso Gandino possedeva una
fornita biblioteca, che gli offriva una vasta
gamma di informazioni sul suo tempo.
Per la redazione delle sue
memorie, dopo l’inizio della malattia, si fece
aiutare da alcuni collaboratori, e così, tra il
1702 e il 1719, raccolse in forma disordinata e
non organica oltre seicento pagine in un
registro a cui diede il nome di Alveario
Cronologico.
Il manoscritto, dopo la
morte dell’autore, confluì nell’archivio di un
altro cronista (di cui ci occuperemo più
avanti), Giuseppe Nember, il quale lo utilizzò
in parte come fonte per elaborare alcune delle
sue biografie su alcuni personaggi quinzanesi.
Oggi l’Alveario cronologico di proprietà
del signor Pietro Gandaglia di Quinzano d’Oglio.
Nel 1717, quando ormai la
vita di Gandino volgeva al termine, su esplicita
richiesta del vescovo di Brescia mons. Barbarigo,
l’autore raccolse alcune delle biografie dei
personaggi più rilevanti di Quinzano, e alla
raccolta redatta in bella copia diede il nome
Il Giardino de Letterati di Quinzano.
2) Giuseppe
Nember
(1752-1815), Memorie spettanti alle Chiese,
ed alle fabbriche pubbliche di Quinzano, ms
di proprietà eredi Nember, pp. 141-149, 160-168
(inedito).
Giuseppe Nember (membro di
una ricca famiglia di possidenti locali –
proveniente forse da Nembro nella bergamasca –
che esercitavano la professione notarile) è
sicuramente fra gli uomini più significativi nel
panorama culturale quinzanese del suo tempo. Il
Nember era assai colto, ed era noto come un buon
cristiano, convintamente prediposto verso il
bene comune, e all’impegno politico, se pure di
carattere conservatore. Le sue frequentazioni
intellettuali andavano oltre il territorio
bresciano: ad esempio, nel 1778 fu nominato
membro dell’Accademia degli Agiati di Rovereto,
in cui assunse lo pseudonimo di Nemberfilo
Corneliano.
Le sue attività in campo
critico-letterario si concentrarono nello studio
dell’umanista locale Gianfrancesco Conti, detto
Quinziano Stoa (1484-1557) e del medico e
letterato suo contemporaneo Giovanni Planerio
(1509-1600).
Molte energie il Nember le
impiegò per approfondire i temi della storia
antica e contemporanea di Quinzano, anche se le
sue ricerche nella maggioranza dei casi rimasero
affidate ai manoscritti del suo archivio
personale. Il Gruppo Archeologico Fiume Oglio (GAFO)
di Quinzano negli ultimi anni ha individuato
alcune testimonianze di questo patrimonio
documentario di conoscenze che rischiano di
scomparire.
Fra gli studiosi e i
cronisti locali del passato, il Nember è forse
il più scrupoloso e attento. Come studioso si
cimentò in diverse ricerche di storia e di
letteratura, compose numerosi saggi (alcuni
pubblicati, la maggior parte rimasti invece
manoscritti). Si dilettò anche di poesia, dove
però raggiunse risultati modesti. La mia
attenzione si è soffermata su una parte del
testo relativo agli edifici ecclesiastici e
civili del paese di Quinzano.
3) Regole e
Constitutioni del Collegio delle Demesse di
Quinzano. Sotto il Tittolo d’Oblate del
Santissimo Sacramento, ms di proprietà
privata - Quinzano, pp. 52 (inedito).
Si tratta di un
quadernetto scritto da diverse mani,
probabilmente una copia realizzata per uso di
una novizia, che doveva apprendere le norme
sulle quali si basava la vita nel Collegio
quinzanese: tutte le consorelle dovevano
possederne uno, poiché era obbligatorio per l
Oblate farne periodicamente una lettura
integrale (cfr. capitolo 31, p. 37). Del resto,
sappiamo che ne esistono alcune altre copie,
come dimostra il cenno che ne fa Paolo Guerrini
nel suo breve saggio sul Collegio di Quinzano.
La vicenda storica del Collegio quinzanese
Sia il Gandino che il
Nember concordano nell’attestare che nel 1611,
dopo alcuni anni di esperienza non
istituzionalizzata, alcune donne devote di
Quinzano e dintorni, ragazze e vedove, si
unirono spontaneamente a vita comune, in un
edificio ai margini del paese.
Inizialmente si unirono in
modo informale, senza darsi nessun tipo di
regola. Successivamente però, su insistenza del
parroco locale, ritennero opportuno di stabilire
anche a livello giuridico il loro status,
approdando all’istituzione del Collegio delle
Dimesse, che in seguito ebbero il titolo di
Oblate del Santissimo Sacramento.
Dalla lettura del Nember
emerge la significativa peculiarità
rappresentata dal fatto che, vista la ricaduta
sociale dell’operato delle Dimesse destinate ad
attendere all’istruzione delle giovani e alla
dottrina cristiana delle donne, la decisione di
istituzionalizzare il collegio fu presa dal
Comune: infatti, in un’assemblea pubblica
indetta il 15 novembre del 1611, dopo
l’intervento dell’arciprete don Vincenzo Manzino,
l’assemblea comunale decise di appoggiare la
costituzione del Collegio delle Dimesse e che la
prima Madre Superiora fosse Laura Pagani. Dopo
l’assenso dell’assemblea, i responsabili della
comunità quinzanese si impegnarono a inoltrare
la proposta alle autorità superiori per ottenere
l’autorizzazione all’erezione ufficiale del
Collegio.
A questo punto si doveva
provvedere anche a una sede adeguata per la
nuova istituzione: l’arciprete Manzino si offrì
di donare allo scopo la sua casa, mentre egli
acquistava con il suo denaro un’altra casa, che
è quella dove oggi abita il parroco. In
precedenza la nuova casa delle Dimesse era stata
abitata dalla famiglia del poeta Giovanni
Francesco Quinziano Stoa, e in seguito era
divenuta la dimora degli arcipreti. In quello
stesso luogo, il cardinale Carlo Borromeo aveva
soggiornato durante la sua visita apostolica del
1580. Il Gandino infatti segnala: «e nel
medesimo fu anco albergato il Gardinale Santo
Carlo Arcivescovo di Milano nella sua Visita
Apostolica in questa Terra l’Anno 1580 con
adobarli de supeletili e sciarniti Arredi la
Camera, e letto medesimo dalla nostra Casa
servitili dall’Avo nostro, che per anco in
questa Casa se ne conserva come preciosa et
insigne Reliquia il letto ciovè matarazzo in cui
Esso dormì nel tempo, che viveva l’Arciprete».
In questo luogo dunque si
insediarono le Dimesse, che vi vennero
accompagnate per la prima volta dall’arciprete
Manzino, con i rappresentanti del clero e della
popolazione con una processione nel giorno di
santa Caterina martire (25 novembre). Dopo
questo avvenimento, la stima e la simpatia del
popolo verso le Dimesse aumentò
progressivamente, e così pure le donazioni che
giungevano non solo da Quinzano, ma anche da
persone di Brescia.
A partire dall’anno
seguente ebbe inizio la costruzione del
Collegio: allo scopo si decise di raccogliere
fra i quinzanesi delle elemosine. L’iniziativa
ebbe un buon esito: nel 1616 il collegio era
costituito dalla Madre Superiora e da cinque
novizie, oltre alle donne che già ne facevano
parte.
I lavori procedettero in
tempi molto celeri, nonostante vi fosse una
certa insoddisfazione dipendente dal fatto che
la chiesa veniva costruita con la facciata
esposta alla tramontana e quindi che in seguito
si sarebbe rivelata troppo umida e fredda,
favorendo nelle dimesse una salute cagionevole.
Si segnala altresì che, a
seguito del primo decesso di una suora, venne
concesso il permesso di eseguire la sepoltura
all’interno del sito del collegio, in prossimità
del coro.
Una volta terminati i
lavori di costruzione, ristrutturazione e
ampliamento, si susseguirono in numero
considerevole le adesione da parte di molte
giovani della zona, e non solo. Gandino infatti
dice: «acresciuto cosi il luogo di fabrica ed
agi magiori, crebero in magiore numero ancora le
Vergini al luogo, concorendone ad annoverarsi
alle altre da Virola, da Manerbio, Bassano, da
Pontevico, da Gabiano, Villachiara Vanengo, da
altre Terre, e sino da Brescia e dal Paese de
Grigioni medesimi e le prime poi, che fondorano
o diedero prencipio a questo Colegio, e che più
afaticorano in Ergerlo furano Lavora Pagana,
Madalena Farina, Maria de Caballis, Lucia
Stabile, Maria Pagana e Giuglia Basella».
Nel 1620 i locali furono
terminati, insieme con la chiesa, il cui altare
fu benedetto nel 1621.
A quel punto, visto che le
Dimesse non avevano ancora l’approvazione del
loro stato di vita, l’arciprete Giovan Battista
Alghisio, volendo evitare disordini, si recò dal
vescovo di Brescia Vincenzo Giustiniani per
l’approvazione ufficiale. In effetti, monsignor
Zorzi aveva concesso una licenza soltanto orale
a tutte le pratiche e osservanze quotidiane
delle Dimesse quinzanesi, mentre l’approvazione
effettiva avvenne con breve episcopale del 22
dicembre 1643, eseguito il 14 gennaio seguente.
E poiché all’arciprete in carica spettava il
governo spirituale e materiale delle sorelle,
l’Alghisio si recò solennemente al Collegio a
prendere possesso formale della sua
giurisdizione, accolto dalle religiose e
riconosciuto per loro legittimo superiore.
Il Nember definisce in
termini cristallini qual è l’obiettivo che le
dimesse perseguono, e cioè che «il fine di
questo Istituto è non solamente diretto alla
propria santificazione delle Religiose sotto di
esso raccolte, ma al servizio inoltre
spirituale, e temporale del Paese, per quanto
almeno può competere a religiose persone».
Le Dimesse hanno un unico
voto: quello della castità, che devono emettere
nelle mani del parroco pro tempore, e della
madre prefetta. Sono assenti, invece, i voti di
obbedienza e di povertà, il che nel corso della
vita del Collegio non ha mai prodotto nessun
impedimento al fervore, al servizio di Dio e
all’edificazione della popolazione quinzanese.
Per quanto concerne
l’aspetto dell’abito, Nember così lo descrive:
«vestono di nero, saja, o panno, come esige la
staggione; Più alla semplice, che possono, tanto
nella materia, che nella forma. Il velo è di
tela di lino bianco senza amito. Il grembiale di
tela bianca senza pieghe. Tutto il loro vestito
senza alcuna cosa, che non mostri in ogni parte
la semplicità religiosa, e lo sprezzo del
Mondo». È proprio da questa particolare modestia
nell’abito che le religiose derivano la
denominazione di Dimesse.
E ancora, per quanto
riguarda il loro sostentamento: «i fondi, da cui
traggono il vivere sono Censi, e Capitali a
mutuo fatti singolarmente colle riscossioni, o
costituzioni delle lor Doti. Questi non
basterebbero, poiché non danno di frutto
annualmente, se non Lire 2200 di Milano: Però
col lavoro delle lor mani suppliscono al resto».
Vista l’importanza del
sostentamento delle Dimesse e appurata
l’insufficienza dell’estensione dell’orto, si
decise di ampliarlo, abbattendo degli edifici
circostanti e costruendo con il materiale di
recupero una muraglia intorno, per permettere
alle dimesse di poter esercitare il loro lavoro
con la opportuna riservatezza. Mentre si
procedeva alla costruzione della recinzione,
morirono due muratori, padre e figlio, che
vennero considerati quasi dei martiri, visto il
loro impegno per una causa così nobile. Correva
il 1676.
Gandino riferisce che era
lui stesso il medico della comunità religiosa, e
che spesso si trovava a dover curare le Dimesse
per malattie riconducibili all’esposizione al
freddo e all’umidità; quindi suggerì loro di
ridisporre l’orientamento delle camere, per
evitare che rimanessero esposte alla tramontana.
L’intervento, accettato da tutto il Collegio,
sortì risultati molto significati: il cronista
conferma infatti che le Dimesse non si
mostrarono mai pentite di aver fatto quella
scelta.
Oltre alla questione
legata al malsano orientamento dei locali del
Collegio, vi era un ulteriore problema
dipendente dall’acqua del pozzo che le Dimesse
utilizzano per bere e per la cuocere i cibi.
Sempre il medico Gandino infatti riferisce: «Ha
pur anco questo Colegio il difetto nell’Aqua del
suo Pozzo per il quale con l’uso o di beverne o
cuocere li Cibi cagiona deformità nella gola di
tumori Erniosi come di strume, e persuadendomi
provenire tali qualità dalla palude della fossa
vicina che benche invisibile, vi ė però
sotterranea come s’ha per tradicione da gente,
che l’ha ocularmente veduta e simile vena di
Aqua ė credibile sia anco quella del Pozzo di là
della Fossa osservando in quel vicinato simili
deformità sucedere; onde se il Colegio fondasse
un altro Pozzo in sito lontano da quello, come
sarebbe verso o vero nella Corte de Carri,
riusirebbe totalmente perfetto: Cosa che sempre
ho inculcato; ma non ponno restar persuase per
afezione e devocione, che peculiarmente
conservano a quello, per essere stato benedetto
da Santo Carlo, quando fece in questa Terra la
sua Apostolica Visita e fu nel medesimo Luogo
albergato; Ne più altro di questo Colegio, che
pregar il Cielo da tutti si deue longamente si
conservi per honore di Dio e della Patria
medesima».
Dopo duecento anni di
attività ininterrotta, l’istituzione educativa
femminile del Collegio dovette chiudere
rapidamente la sua esperienza, alla caduta della
Serenissima, a causa della soppressione per
opera dei governi repubblicani e quindi del
Regno Italico napoleonico. In realtà, «secondo
un indirizzo di politica ecclesiastica che
poggiava i suoi fondamenti sui principi di
libertà individuale e di utilità sociale di
istituti e congregazioni religiose, già a
partire dal biennio 1797/98 fu avviata la
soppressione di quasi tutti i monasteri di
clausura e dei loro educandati, mentre vennero
preservati collegi e case d’educazione retti da
Orsoline e da Terziarie».
Alla fine, però, anche le
Dimesse di Quinzano dovettero cedere alla
prepotenza rivoluzionaria: l’ultimo atto avvenne
il 25 aprile del 1810, a seguito del decreto
generale di soppressione degli enti religiosi.
In effetti, dopo i decreti del 1805 e
dell’aprile del 1810 solo poche furono le
istituzioni che rimasero in vita, fra cui (come
suggerisce Angelo Bianchi) ritroviamo in
provincia di Brescia il monastero della
Visitazione e il collegio delle Dimesse Orsoline
di Salò, nonché il collegio delle Mazze di
Brescia.
In conseguenza di ciò,
viene repentinamente meno un’esperienza
educativa plurisecolare, a cui peraltro venivano
sostituite nuove forme di istruzione più adatte
a rispondere ai processi di cambiamento della
figura e al nuovo ruolo della donna, che
derivavano da una mutata visione
dell’educazione, in cui lo Stato voleva
partecipare da protagonista. Furono questi
infatti anni in cui lo Stato, per sopperire alla
venir meno delle istituzioni educative religiose
femminili, diede vita a collegi gestiti da
personale laico, in cui si seguivano
programmazioni uniformi. «Non veniva meno
tuttavia la consapevolezza da parte della Chiesa
dell’importanza e della necessità dell’impegno
nel campo dell’educazione della gioventù, che
avrebbe trovato di lì a poco, con la nascita di
nuove congregazioni maschili e femminili
particolarmente dedite all’istruzione popolare e
professionale, nuove modalità di realizzazione,
più adatte alle mutate condizioni politiche e
giuridiche, e in grado di contribuire a
rinnovare profondamente lo stile dell’azione
pastorale».
La Regola delle Dimesse
A questo punto, posso
indirizzare la mia analisi sulle Regole e
le Costituzioni del Collegio delle
dimesse di Quinzano. Esse constano di 42
articoli, o capitoli: in questa sede ho posto
l’attenzione solo su alcuni di essi, quelli che
a mio giudizio si collegano maggiormente con le
tematiche trattate durante il corso di Storia
della Chiesa bresciana.
Nel capitolo 1, per quanto
concerne la esplicitazione del fine del
Collegio, si evince che le Dimesse si impegnano
a vivere in comune e in obbedienza all’arciprete
di Quinzano e alla madre prefetta (superiora). È
rilevante che le sorelle non abbiano come
carattere peculiare ed esclusivo quello della
clausura, ma attendano anche al servizio della
comunità parrocchiale di Quinzano, con
particolare riferimento all’educazione in
generale e cristiana in particolare, insegnando
alle giovani a scrivere, leggere e cucire, come
pure il catechismo.
Vi è la proibizione di
accettare alcuna giovane aspirante che abbia
un’età inferiore a quattordici anni senza il
permesso dell’arciprete.
Nel capitolo 3, a
proposito delle condizioni necessarie per essere
ammesse al Collegio, si evince che le Dimesse
devono essere nate da un legittimo matrimonio,
non devono essere state in altri monasteri o
aver lasciato in precedenza lo stesso Collegio
di Quinzano. Si possono ammettere al Collegio
non solo le giovani non sposate, ma anche le
vedove, purché di buona reputazione e non
risposate. Viene specificato che il temperamento
come il comportamento della dimessa non deve
presentare tratti malinconici, o eccessivamente
scrupolosi e instabili.
Le Dimesse dovranno saper
leggere, o almeno essere disposte ad imparare:
se così non fosse, verranno comunque accettate,
ma solo come coadiutrici ossia inservienti del
Collegio.
Il capitolo 3 dispone
anche che, se dei difetti si manifestassero dopo
l’accettazione della Dimessa, la si potrà
comunque rimandare nel secolo a seguito di una
votazione di tutte coloro che abbiano voce in
capitolo. Il voto dovrà svolgersi secondo la
modalità della ballottazione segreta. Se la
Dimessa avesse già emesso i voti perperpetui e
non si potesse più rendere al secolo, si avrà
cura di non affidarle comunque nessuno degli
uffici maggiori.
Sempre nello stesso
capitolo si segnalano i termini per acccettare
le novizie: in particolar modo, per quanto
riguarda le coaudiutrici, si dice che non
dovranno portare l’abito di Dimesse per i primi
tre mesi.
La condizione della donna
a quell’epoca era abbastanza difficile: la vita
media era ancora piuttosto bassa: una ragazza
arrivata intorno ai 25 anni difficilmente aveva
la speranza di sposarsi. Del resto, nelle
famiglie con più figlie femmine, anche la
indisponibilità di fornire a tutte una dote
adeguata poteva costituire un problema serio. Il
Collegio serviva dunque – tra l’altro – a
offrire una condizione di vita accettabile e
sicura (e benemerita) alle giovani di buona
famiglia che non potevano trovare marito per
l’età o per la mancanza di congrua dote: una
conferma di ciò è, ad esempio, il fatto che le
superiore madri destinate ai ruoli dirigenziali
della comunità erano quasi sempre appartenenti
alle famiglie notabili del paese.
Nel capitolo 5 si tratta
il tema della dote che le giovani devono
conferire al Collegio: 2000 lire planetti
in denari e beni mobili per le sorelle; solo
1000 per le coadiutrici.
Se la dimessa decidesse
per qualche giusta e grave causa di uscire, non
può pretendere di riavere per intero la sua
dote. La decisione sulla percentuale da
restituire spetta all’arciprete e al protettore
civile del Collegio; solo in seguito, dopo la
decisione del parroco e del protettore, anche la
madre prefetta e almeno i due terzi di tutto il
Collegio delibereranno sulla dimissione della
consorella.
Nell’anno del noviziato la
sorella dovrà provvedere al pagamento di una
donzena di cento lire planetti
all’anno, e a contribuire per tutti quei beni
mobili di cui avrà bisogno per la sua persona.
Dunque le novizie pagavano per il proprio
mantenimento.
Le coadiutrici, non avendo
studiato, non sono obbligate a pregare con il
libro della liturgia delle ore, ma semplicemente
a recitare preghiere imparate a memoria.
Nel capitolo 8, per quanto
concerne le penitenze corporali, si segnala che
in tutto il tempo dell’Avvento, nonché i
mercoledì, venerdì e sabati dell’anno a
eccezione del giorno di Natale e di Pasqua, si
deve osservare il digiuno. È importante rilevare
che in ogni caso la pratica del digiuno non deve
superare i tre giorni alla settimana.
Nel capitolo 9, a
proposito delle colpe che le dimesse possono
compiere, si scrive che le novizie devono essere
le prime a segnalare pubblicamente alla comunità
le proprie mancanze. In seguito, dopo aver
ricevuto la penitenza, si devono portare fuori
dal coro dove hanno riconosciuto le loro
mancanze. Se al contrario invece le novizie non
riconoscono pubblicamente i loro difetti, la
superiora le farà inginocchiare e le correggerà
attraverso la conveniente penitenza.
Il testo della regola
segnala inoltre quali sono le colpe maggiori per
cui alle sorelle va tolto il diritto di parola
in capitolo:
a. la Dimessa che viene
trovata a picchiare una sua consorella deve
essere privata della possibilità di voto attivo
e passivo all’interno del Collegio;
b. colei che invece
incorresse in errori e colpe maggiori deve
essere privata in modo perpetuo della voce
passiva per qualunque ufficio.
Per quanto concerne il
capitolo 11 della Regola, si segnala
l’importanza dell’ufficio della madre Prefetta,
che deve porsi con lo stesso atteggiamento nei
confronti di tutte le Dimesse, senza fare
nessuna differenza. Le qualità della madre
devono essere quelle dell’umiltà,
dell’attenzione nella gestione del Collegio, e
in particolar modo al culto del Santissimo
Sacramento, titolare della chiesa e della
comunità. La superiora come suo compito
principale deve porsi come garante delle regole
della comunità.
Anche in questo capitolo
spicca il ruolo dell’arciprete di Quinzano:
infatti la madre prefetta non può in alcun caso
avere la libertà di prendere decisioni senza il
preventivo consenso del parroco e della comunità
delle sorelle, in attività come provvedere a
modifiche o ampliamenti alla struttura del
Collegio; prendere in prestito del denaro;
introdurre nuove consuetudini nella comunità
delle Dimesse; comprare dei terreni.
Nel capitolo 12 si tratta
del ruolo della madre Vicaria, che viene subito
dopo la prefetta nella gerarchia istituzionale
interna: a lei deve essere portato il massimo
rispetto come se essa fosse la madre superiora.
Nel capitolo 13 si scrive
del ruolo delle Discrete e il loro numero, che
deve essere almeno di tre. Il parere di queste
Dimesse deve essere accolto dalla superiora in
tutti gli aspetti significativi della vita della
comunità.
Anche la carica delle
discrete, come quella della prefetta e della
vicaria, dura tre anni. Per evitare che vi siano
accentramenti di potere tra queste tre cariche,
non si dovranno attribuire a persone al primo
grado di parentela.
Si segnala altresì che
l’età delle Discrete dovrà essere di almeno
trent’anni e che dovranno essere nel Collegio da
almeno cinque anni.
Il capitolo 14 è dedicato
alla figura della Maestra delle novizie, cui è
posta una particolare attenzione: infatti dalla
santità del maestro dipende l’esito buono o
cattivo delle novizie e quindi il futuro del
Collegio.
È importante che si
individui la madre maestra fra le discrete; se
però fra queste non vi fosse nessuna che possa
ricoprire questo incarico, si deve provvedere ad
individuarla fra le aventi voce in capitolo.
È importante che la madre
maestra abbia una costituzione robusta e goda
quindi di buona salute, affinché possa
provvedere al meglio alle durezze della regola,
così la sua testimonianza potrà giovare a tutte
le novizie, che avranno un valido esempio da
seguire. In questi termini e per attendere al
meglio a questo ufficio, è importante che la
Maestra delle novizie abbia almeno compiuto
trent’anni.
Per aumentare la levatura
culturale e insieme spirituale delle stesse
dimesse, la maestra delle novizie dovrà tenere
un inventario di tutti i libri presenti nel
Collegio che le novizie prendono a prestito,
affinché vengano regolarmente restituiti e non
vadano perduti. Si segnala altresì che i libri
devono essere custoditi in un luogo comune e che
tutte le dimesse, non solo le novizie, non ne
possano tenere personalmente più di uno alla
volta.
Nel capitolo 16 si
descrive dell’ufficio dell’Infermiera del
Collegio. Si riferisce che questo ufficio
dovrebbe spettare alla madre superiora, poiché
questa pratica di carità è stata indicata dallo
stesso Signore Gesù. Tuttavia, visto che è molto
difficile che la superiora riesca a gestire in
modo adeguato anche questo ufficio, ella
provvederà alla nomina di una o più sue
sostitute in base ai bisogni presenti, affinché
si possano adeguatamente curare le inferme, le
deboli e le anziane. Va segnalato altresì che in
ogni caso l’incarico, anche se delegato, rimane
una prerogativa della madre prefetta e quindi
lei stessa dovrà fare visita alle inferme almeno
una volta al giorno.
Nel capitolo 18, a
proposito della Procuratrice, si scrive che,
durante le trattative con le persone del secolo,
non dovrà mai essere sola, ma in compagnia di
un’altra dimessa, affinché vi sia la massima
trasparenza su ciò che deve essere trattato e
pattuito.
Nel capitolo 23 si parla
della elezione di tutti gli uffici necessari per
una buona gestione del Collegio. Si evince che
l’elemento imprescindibile in questo ambito è
quello di una buona conoscenza delle dimesse che
devono essere elette, e quali sono gli uffici
per cui si deve votare.
Si stabilisce al riguardo
che tutte le Dimesse dopo un anno dalla
professione perpetua devono avere voce passiva
nelle varie elezioni degli uffici, ammesso che
abbiano una età adeguata per essere elette.
In riferimento all’aspetto
degli uffici del Collegio, il capitolo definisce
in modo esplicito l’esistenza di due distinte
classi di uffici: i più importanti sono definiti
maggiori, quelli meno importanti vengono
indicati come minori.
Per l’elezione degli
uffici maggiori dovranno riunirsi in capitolo
tutte le dimesse che abbiano il diritto di voto
attivo; per gli uffici minori possono bastare i
voti delle madri prefetta, vicaria e delle
discrete. È comunque specificato che le elezioni
sia degli uffici minori che di quelli maggiori
si possano considerare legittime se fatte a
maggioranza assoluta.
Nel capitolo 24 si
definiscono gli aspetti dell’elezione della
madre prefetta.
Otto giorni prima
dell’elezione, la Prefetta dimissionaria deve
mandare previo il consenso di tutte le altre
dimesse una comunicazione all’arciprete, per
avvertirlo dell’imminenza della nuova elezione,
affinché possa provvedere a tutte le buone
pratiche affinché si verifichi una buona
elezione. La comunicazione della Madre
dimissionaria deve pervenire al parroco
attraverso il padre confessore. In seguito,
secondo le indicazioni dell’arciprete, le
dimesse pronunceranno particolari preghiere,
unitamente alla scelta da parte della madre di
un sermone di qualche padre spirituale: il tutto
dovrà sempre essere autorizzato dall’arciprete.
In questo tempo ogni
dimessa dovrà riflettere e cercare la giusta
attribuzione del suo voto, seguendo un unico
principio ispiratore che è quello dell’onorare
Dio attraverso l’elezione di una Madre capace di
reggere questo compito.
L’età ideale della
prefetta è indicata in quarant’anni; comunque
non deve essere inferiore ai trentacinque.
Unitamente la candidata deve avere anche un
minimo di otto anni di permanenza esemplare
all’interno del Collegio da professa perpetua.
Nel caso in cui non vi fosse nessuna dimessa in
possesso di questi requisiti, si proceda a
scegliere fra coloro che abbiano almeno trent’anni
e con cinque anni di vita esemplare da professa
perpetua.
Al momento dell’elezione
le dimesse si riuniscono nel coro al suono di un
campanello. In quella sede sarà presente
l’arciprete o un suo delegato, unitamente a due
ecclesiastici. È importante che i religiosi non
abbiano in nessun caso un legame di parentela
con le dimesse.
Dopo l’invocazione dello
Spirito Santo, la prefetta e la vicaria
dimissionarie dovranno rinunciare pubblicamente
al loro ufficio davanti all’Arciprete o al suo
delegato e in presenza di tutte le dimesse. In
seguito, prima la prefetta e poi la vicaria
ammetteranno davanti all’assemblea le loro
imperfezioni e le mancanze commesse durante il
periodo della loro carica.
Dopo queste pubbliche
confessioni, le dimesse procederanno
all’elezione della nuova superiora e della sua
vicaria. Vengono messe per iscritto tutte le
dimesse che sono state nominate nella prima
votazione e solo in un secondo momento si deve
passare alla votazione della madre prefetta.
Sarà eletta la dimessa che avrà ottenuto nel
ballottaggio il maggior numero di voti.
Nel caso in cui
manifestasse una situazione di parità, si
procederà a una nuova votazione. Se in seguito
alla terza votazione si presentasse ancora una
votazione pari, l’arciprete potrà procedere
personalmente alla scelta della madre superiora
fra le due o più dimesse in parità di voti.
Tutte queste indicazioni devono ritenersi valide
anche per le elezioni degli altri uffici.
Nel capitolo 25 si tratta
del tema dell’elezione della vicaria, delle
discrete e della maestra delle novizie.
Le procedure delle
elezioni seguiranno le medesime indicazioni che
si sono descritte per la madre prefetta. Anche
in questo caso vale sempre la regola che non
possono essere elette come prefetta e vicaria
due dimesse che abbiano un grado di parentela di
primo o secondo grado.
Nell’elezione delle
discrete tutte le aventi diritto nominano tre
sorelle che avranno avuto il maggior numero di
voti. Anche costoro riceveranno in seguito la
benedizione dell’arciprete o del suo delegato
presente all’elezione.
Al termine della
cerimonia, una volta che l’arciprete se ne sarà
andato, le dimesse elette intoneranno il Te
Deum e successivamente accompagneranno la
nuova prefetta al seggio della superiora che in
precedenza è stato preparato.
Anche nel capitolo
ventotto, a proposito della formula della
professione perpetua, si fa riferimento
esplicito all’arciprete ancor prima della
menzione della madre prefetta.
Veniamo ora ad un capitolo
nodale della nostra analisi: quello cioè della
clausura. Nel capitolo 37 infatti si riferisce
che la clausura all’interno del Collegio non è
così rigorosa come quella dei monasteri, anche
se l’edificio del Collegio deve essere ben
circoscritto dalle mura.
Le dimesse possono uscire
solo se sono in gruppo per recarsi in chiesa, o
almeno nel numero di quattro o cinque secondo le
indicazioni della madre superiora. La sola
eccezione viene fatta per le due dimesse che
dovranno andare a insegnare la dottrina
cristiana alle donne della comunità parrocchiale
nelle chiese sussidiarie di San Rocco e di San
Giuseppe. Queste insegnati dovranno essere
individuate dalla superiora con il permesso
dell’arciprete.
All’interno del Collegio
non deve entrare nessun uomo, sia religioso che
secolare, ad eccezione del padre confessore, del
chirurgo, del barbiere, del contadino e degli
operari secondo le necessità dello stesso
Collegio. Questi dovranno avere il permesso
dell’arciprete, e della superiora, la quale
insieme ad altre due dimesse li accompagnerà
dalla porta d’ingresso sino al luogo dove devono
realizzare il loro intervento. Si segnala
altresì che le dimesse rimarranno con loro per
tutta la durata del loro intervento.
Nella stessa sezione si
scrive anche che non devono entrare all’interno
del Collegio i bambini o fanciulli, né cani, o
animali da compagnia, e nemmeno degli strumenti
musicali.
Anche nel caso che le
Dimesse fossero malate o inferme, i parenti
potranno entrare solo nelle occasioni delle
visite del confessore o del medico, purché
sempre col permesso dell’arciprete.
Nel caso delle visite, le
dimesse dovranno sempre tenere un velo che copra
il capo. Nessuna potrà recarsi al parlatorio
senza una testimone e senza il permesso della
prefetta.
Uscendo dal Collegio, le
dimesse dovranno camminare sempre con gli occhi
rivolti a terra, con il capo coperto, non
dovranno mai parlare tra loro e con gli altri
che incontreranno per la strada. Se dovessero
essere salutate non dovranno restituire il
saluto se non con un cenno del capo.
Interessanti sono le
informazioni che ci giungono dal capitolo
quarantatre, a riguardo del riposo notturno e
del relativo silenzio. Mentre si invitano le
dimesse a non dormire mai nella stessa stanza,
che non deve essere chiusa a chiave per far sì
che la prefetta possa in qualsiasi momento
visitarle, le bambine presenti nel Collegio per
ricevere l’educazione potranno dormire insieme
in un dormitorio comune. Da questo e dai
successivi riferimenti si comprendere che le
educande vivevano all’interno del Collegio, ma
che non potevano parlare degli eventi e dei
particolari della vita delle dimesse al di fuori
degli ambienti interni del Collegio.
L’educazione delle ragazze
L’aspetto forse più
rilevante nell’ambito del presente studio,
consiste nella destinazione specifica alla
educazione delle ragazze del paese e dei
dintorni, da parte del Collegio quinzanese delle
Dimesse, fondato espressamente in sinergia tra
l’arciprete e il Comune locale proprio a questo
scopo.
Come sostiene Bianchi: «la
pratica di inviare ragazze presso i monasteri
per esservi educate è assai antica e rientrava
nelle strategia dei ceti elevati, ed in
particolare dei patriziati urbani, che trovavano
in questa consuetudine sia una risposta alle
esigenze di tutela e di distinzione dei percorsi
formativi delle proprie figlie, sia anche uno
strumento di consolidamento e di perpetuazione
dei rapporti di vicinanza e di patronato tra il
casato e il monastero prescelto».
L’interesse è
ulteriormente testimoniato dalla ricca
documentazione ecclesiastica prodotta dai padri
del Concilio di Trento che regolava la
condizione delle educande presso i conventi.
Infatti «secondo quanto stabilito dai padri
conciliari nella XXV sessione, al cap. V, De
regularibus et monialibus, l’ingresso in
monastero di una giovane laica, non
dichiaratamente destinata alla vita monastica,
ma ad uscirne dopo il periodo di educazione,
infrangeva il vincolo della clausura, poteva
avvenire quindi solo con l’autorizzazione del
vescovo diocesano, concessa al termine di un
iter burocratico ben scandito».
Dalle recenti indagini
condotte negli archivi storici di alcune diocesi
della Lombardia risulta una traccia molto
significativa della pratica dell’accoglienza e
dell’educazione svolta dai monasteri femminili
di clausura nell’età moderna, dal Concilio di
Trento sino al periodo delle soppressioni
ecclesiastiche, dove questa pratica venne ad
estinguersi. La presente ricerca conferma il
fenomeno, allargando il panorama alle comunità
religiose femminili di carattere
semi-claustrale.
Se si considera in primo
luogo il dato della provenienza delle ragazze,
appare netta la maggior richiesta di
autorizzazione da parte di famiglie residenti in
città.
I motivi che inducevano le
famiglie a inviare le proprie figlie nei
monasteri sono riconducibili ad una prevalente
motivazione, quella cioè «delle relazioni che
intercorrevano tra la famiglia e la casa
religione prescelta, in cui, il più delle volte,
risiedeva come velata un’esponente della casata,
una sorella maggiore, una zia, a cui veniva
affidata la giovane educanda».
Uno degli elementi
fondamentali per l’ottenimento
dell’autorizzazione ecclesiastica era appunto
determinata dal fatto che il monastero
disponesse di locali per le giovani educande che
fossero distinti da quelli riservati alla vita
monastica.
Indipendentemente dalle
peculiarità e dai tratti dell’educazione
femminile con i suoi contenuti e le sue
modalità, mi sembra comunque importante
l’analisi delle intense relazioni che si
istauravano fra il Collegio delle Dimesse e le
famiglie in vista non solo di Quinzano, ma anche
di Brescia e delle zone limitrofe.
Per quanto concerne
l’aspetto dei Collegi, si deve affermare che
effettivamente i monasteri non potevano
rispondere alle esigenze del gran numero di
giovani presenti nel territorio, infatti gli
stessi conventi accoglievano un numeri limitato
di educande che si aggira sulle decina di unità.
Questo tipo di esigenza si
registrava maggiormente nel territorio
extraurbano, dove mancavano delle istituzioni
idonee a rispondere a tutte quelle necessità
delle fanciulle, in cui non si devono
dimenticare le dinamiche delle orfane. Questa
situazione a livello esemplificativo ci è
infatti descritta da una petizione anonima della
prima metà del secolo XVII partita dal capoluogo
della Vallecamonica al vescovo di Brescia.
La preoccupazione del
tempo era quella che le giovani a cui non
venivano date le cure adeguate potessero perdere
la loro libertà e dignità.
Esempi di iniziative che
avevano conseguito un buon esito erano quelle
delle comunità di Terziarie francescane situate
nelle valli alpine confinanti alla provincia di
Brescia, quali in Valle Seriana, Valtellina e a
Bagolino.
Il punto focale del
periodo da me affrontato è quello dell’incrocio
«tra nuove forme della vita religiosa femminile
congregata ed esigenze educative delle ragazze
manifestava infatti sia l’acuta sensibilità
verso la condizione femminile, sia l’esigenza di
affermare istanze di rinnovamento religioso,
anche attraverso una nuova e più estesa tutela
della libertà e della dignità delle donne».
La modalità con cui nasce
il Collegio di Quinzano è un po’ diversa da
quella che sovente avveniva per i monasteri
femminili, eretti con l’aiuto economico delle
famiglie più abbienti della zona e che in
seguito pretendevano un carattere di influenza
sulla casa religiosa. Questa modalità non era la
più idonea per rispondere alle esigenze di
accogliere un numero consistente di educande che
non provenivano dalle famiglie nobili.
È all’interno di questo
quadro che nell’arco degli anni che vanno dal
1544 al 1730 «furono aperti collegi di Dimesse
Orsoline a Salò, fin dal 1544, a Coccaglio, a
Capriolo e a Chiari (tutti sul finire del XVII
secolo), a Rovato (1630), a Quinzano (1611), a
Verolanuova (1633), a Concesio, a Leno, a
Castegnato (1730)».
Conclusioni
La riflessione sulle fonti
ci ha portato a individuare alcuni punti di
forza del progetto realizzato dall’esperienza
due volte centenaria delle Dimesse di Quinzano.
La nascita del Collegio
non è legata, come di solito accadeva a quel
tempo, a una intenzione calata dall’alto per
decisione ecclesiastica o per iniziativa di una
famiglia potente del territorio, che con quell’istituzione
si garantiva autorevolezza nella comunità.
Al contrario, le Oblate
del Santissimo Sacramento di Quinzano si
costituiscono sia per le loro esigenze e
intenzioni di carattere spirituale di
consacrazione particolare a Dio, che per
l’esplicita volontà della popolazione
quinzanese, rappresentata nella parte
ecclesiastica dall’arciprete Manzino e in quella
civile dal consiglio comunale.
Per la comunità quinzanese
dell’epoca l’esigenza più pressante cui doveva
far fronte la fondazione del Collegio era di
fornire una adeguata educazione culturale e
pratica alle ragazze del paese. Ciò da una parte
mette in risalto l’oculatezza dell’ambiente
locale che ha a cuore questo problema, e
dall’altra il fatto che di norma a quella epoca
in molta parte dell’ambiente bresciano questa
carenza educativa non costituiva un problema
degno di provvedimenti strutturali.
Attribuire un compito del
genere a una comunità di religiose significava
dover affrontare una discriminante precisa: una
vita di clausura tradizionale avrebbe comportato
una drastica limitazione della disponibilità
educativa delle sorelle; viceversa, partendo
dall’esigenza di respiro già moderno di voler
educare tutte o quasi le ragazze del luogo, i
responsabili civili ed ecclesiastici propendono
per una istituzione nella quale coesistano in
ugual misura la dimensione devozionale delle
suore, e il loro impegno in attività educative e
pastorali esterne alla comunità religiosa: la
conseguenza è la nascita di una forma religiosa
semi-claustrale, assai simile a quella adottata
dalle eredi dell’impulso apostolico di sant’Angela
Merici. |